La giusta motivazione: “aiuto un amico a raccogliere le olive”.


La giusta motivazione: “aiuto un amico a raccogliere le olive”.

Ci sono situazioni che si capiscono solo quando ti coinvolgono.

Questa la voglio raccontare perché, potrebbe succedere a chiunque, prima o poi.

Non so se avete amici con i quali vi è capitato di avere uno scambio di favori: prestare una attrezzatura o risolvere problematiche al cellulare o al computer, non si chiede niente in cambio c’è solo il piacere di aiutarsi a vicenda.

Ho passato gran parte della mia vita lavorativa in ufficio e forse sarà per questo che amo molto vivere all’aria aperta.

Con il bel tempo di recente sono andato a cercare funghi nel bosco e qualche volta a cogliere le olive da un amico, fuori comune.

A causa del Covid siamo in “zona rossa” e aiutare a raccogliere le olive fuori comune, non si può.

Si rischia la multa.

Il mio amico ha un numero esiguo di olivi, spesso coglie le olive da solo, non può certo assumere personale a causa dei rilevanti costi delle pratiche di assunzione, contributi ecc.

Il suo olio è di buona qualità e in passato mi sono offerto per dargli un aiuto, solo qualche giornata di lavoro, che poi si riducono a poche ore di lavoro in buona compagnia.

In zona rossa si potranno effettuare solo spostamenti giustificati da urgenti necessità, per salute o per lavoro, i soli motivi validi.

Nel calcolo del PIL, fino a qualche tempo fa, andare a lavorare da un amico veniva considerato lavoro sommerso o lavoro nero e pertanto non conteggiato.

Da qualche anno si prova a valutarlo e questo fa comodo a economisti e politici per affermare che in Italia circa 200 miliardi di lavoro sommerso corrispondono ad oltre 11% del PIL (fonte ISTAT 2018).

Ricordiamoci che non ce l’ha ordinato il dottore di mantenere tassi di crescita al 3% si tratta di un ben noto suggerimento della Commissione europea strettamente collegato al nostro enorme deficit e quest’anno avremo una crescita negativa.

Ma cosa significa crescita negativa?

Non ho mai visto piante crescere verso la profondità del terreno. È una contraddizione, per non ammettere che siamo in decrescita.

E pensare che abbiamo anche una teoria che fa riferimento alla “decrescita felice” più spesso contestata.

Nel mio paese nel primo periodo di lockdown sono stati tenuti chiusi gli orti sociali per oltre due mesi con motivazioni poco comprensibili. Voglio ricordare che leggi e regolamenti devono essere giuste e scritte bene, comprensibili, non devono colpire i più “deboli”, ma soprattutto vanno applicate, altrimenti meglio non perdere tempo a scriverle.

Mi capita spesso di ascoltare politici impegnati che auspicano l’apertura di nuove imprese, ma forse in questo momento andrebbero ad allungare la fila dei fallimenti. Solo una esigua minoranza parla di resilienza, decrescita e non sento parlare di un “piano B”.

Se la situazione dovesse peggiorare e dovessero mancare i soldi del recovery fund, come contrastare la pandemia e fermare la scia di morti?

Allora come non permettere e regolare quel lavoro sommerso e sostenere piccole attività di autosufficienza e come nel mio caso andare a trascorrere una giornata all’aria aperta come se fosse una dose di immunoterapia gratuita.

Ecco che sulle motivazioni dell’autocertificazione ci vorrei poter scrivere: ” vado ad aiutare un amico, lavoro solo qualche ora, per motivi di salute, ma solo per mantenerla più a lungo possibile”.

Dedicato a …


Dedicato a …

In questa società democratica e libera abbiamo a disposizione i social per condividere i propri pensieri, quelli delle persone da noi ritenute sagge o magari solo molto simpatiche.

Ho condiviso tempo fa un vademecum sulle regole da seguire quando si pubblicano i post; l’avevo ritenuto utile in questo periodo molto particolare.

Non lo commentò nessuno. Magari non l’ha letto nessuno, oppure chi l’ha letto l’ha ritenuto di poco conto, o non ha seguito i consigli.

Lo condivido di nuovo con questa introduzione, per motivarne la lettura e nella speranza possa servire.

Mi capita di imbattermi in post faziosi o in commenti ostili e li trovo abbastanza fastidiosi.

Ci sono perfino atteggiamenti molto simili alle ostilità tipiche della guerra.

Mi chiedo; come mai tendiamo a comportarci come se fossimo in guerra anche se la guerra non c’è?

Vorrei provare ad analizzare il comportamento di questi commentatori seriali.

La prima ipotesi è che ognuno di noi è stato educato nella “specializzazione” ci hanno insegnato a fare bene una cosa, portarla a termine, ricevere un compenso, gratificarsi di quella poca cosa con le persone care e difendere a denti stretti la ricchezza conquistata.

Ecco che ogni minaccia che vede intaccare il piccolo paradiso sarà osteggiata senza pietà.

Da ciò discende la lotta al diverso, la ricerca del nemico, del colpevole, dell’intruso.

Perché tanti commentatori seriali si affannano a individuare e colpire i pensatori liberi e considerarli problemi da risolvere? Come mai tentano di portarli alla loro ragione anziché concentrarsi sulla soluzione del problema?

La spiegazione è semplice, il commentatore seriale è armato di visione limitata e quasi sempre di parte. La mattina quando si alzano sanno già cosa dire e cioè quello in cui credono e hanno sempre sostenuto.

Ogni cosa nuova è falsa a prescindere, perché diversa dalla loro.

Quindi, cari commentatori seriali, a meno che non siate detentori della Verità Assoluta per favore fatela finita di commentare sbocconcellando briciole della vostra verità, denigrando persone che hanno speso la vita intera per far comprendere all’umanità i limiti della scienza.

La scienza non è infallibile e questa è storia.

La seconda ipotesi è che il commentatore seriale si comporta così perché pensa che negare la realtà forse lo rende migliore.

Io non sono migliore di voi scrivendo questo post, ma c’è un limite a tutto.

Lo chiedo per favore, in punta di piedi, su una mattonella di umiltà.

Cambiate atteggiamento, e leggete bene le regole suggerite e aggiungete una undicesima, quella dei dieci secondi prima di cliccare il tasto “pubblica”.

p.s. dopo la pubblicazione in rete il decalogo è stato modificato dall’autore al punto 9 è diventato : non amplificare chi semina odio e falsità

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25 Aprile 2040


25 Aprile 2040

Sono un volontario di una associazione che si prefigge di tener compagnia agli anziani soli in casa.

Il part-time con smart-working mi consente di poter dedicare del tempo alla visita di tre persone al giorno. Oggi per il 25 Aprile è festa e potevo stare a casa, ma è così bello trascorrere il tempo con persone sempre attive, possono ancora raccontare tanto, così sono andato da Gina.

È una signora gentile, affabile, mi accoglie sempre come fossi uno di casa.

Lo stato, dopo le stragi di anziani di venti anni fa, ha pensato bene a delle alternative che non fossero badanti straniere, ospedalizzazione forzata, comunque guidate da scelte economiche diverse dalle case di riposo o RSA.

Queste operazioni rientrano nel servizio civile, giustamente diventato obbligatorio. I giovani devono farsi due anni di leva obbligatoria e hanno molte possibilità di impiego anche se rimangono in quel mondo.

Gina ha una bella casa al primo piano in una via centrale del mio paese, non è lontana da casa mia ed è anche vicina al rivenditore di giornali.

Oggi Gina mi ha raccontato un brutto sogno della notte precedente. Si è svegliata di soprassalto impaurita. Nel sogno se ne andava a fare la consueta passeggiata con la sua elegante mazza da passeggio, il passo lento, il capo basso appoggiato su una schiena incurvata dagli anni.

Poi si è soffermata ad osservare le auto sfrecciare velocemente. Si è sentita afferrare per un braccio e solo allora si è resa conto di trovarsi in prossimità delle strisce pedonali. Le si era presentato un accompagnatore pedonale volontario e la stava portando dall’altra parte. Appena arrivata dalla parte opposta, non faceva a tempo a riprendersi dallo stupore che ne arrivava un altro e … tac, la riportava al punto di partenza. Era un loop temporale senza uscita, terrificante.

Avevano fatto di tutto per tutelare i pedoni, ma come sempre le leggi sono imperfette, manca sempre l’aspetto del buon senso. Nessuno chiedeva alla signora se voleva attraversare.

Così Gina mentre narra il sogno, mi dice di trovarlo tanto simile a quello del coronavirus di 20 anni prima.

Le cade una lacrima mentre racconta della morte di entrambi i genitori, di non averli neppure accompagnati al cimitero, né assistiti negli ultimi momenti di vita; cancellati, come una macchia bianca sulla lavagna nera.

Anche quella volta nessuno le chiese nulla. Lo stato di necessità. Con quella stessa scusa sono iniziati i peggiori regimi totalitari.

E ancora oggi 25 Aprile, dobbiamo spiegare come è successo e giustificare anche manifestazioni e permettere ancora che si possa negare l’evidenza.

A Gina torna in mente un giochino sul telefonino. Se l’era inventato un intraprendente informatico.

Il giochino aveva una interfaccia simile a quella di The Sim’s, ma c’erano tutti i personaggi del regime fascista, gerarchi, giovani italiane, balilla, il potestà, fino ai contadini delle campagne, i comportamenti per mantenere il potere con manganelli, olio di ricino.

Era fantastico potersi tuffare in quel mondo per uno che credeva ancora in quei valori.

Il giochino aveva però una bug voluto dal programmatore. All’inizio del gioco ti poteva toccare un personaggio del popolo o un gerarca, in modo casuale e dovevi giocare in quel modo o ricomprarlo. Allora se toccava un campagnolo, potevano essere botte.

Come quando si nasce, non sai quando e dove ti può capitare, per questo il programmatore aveva messo questa curiosa funzione random.

Chi credeva in quel mondo nero voleva stare solo dalla parte di chi le botte le dava e avere sempre ragione. Il giochino andò a finire tra i giochi obsoleti e dimenticati.

Gina mi confessa sottovoce che i nostalgici non si sono arresi, quelli di adesso, come quelli di venti anni prima, le botte, secondo lei, non le hanno mai prese.

Forse avrebbero capito perché erano tutti a favore del regime.

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Maya Angelou and Still I Rise


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Maya Angelou and Still I Rise – 2016

Ho visto il film biografico di Maja Angelou. È stata veramente una donna eccezionale, ogni sintesi della sua vita la sminuisce.

Da wikipedia i dati biografici, della sua vita artistica, le sue pubblicazioni:

” Maya Angelou, nata Marguerite Ann Johnson (Saint Louis, 4 aprile 1928 – Winston-Salem, 28 maggio 2014[1]), è stata una poetessa, attrice e ballerina statunitense. 

Nell’arco di mezzo secolo ha pubblicato un’autobiografia divisa in sette parti, tre libri di saggistica e numerose raccolte di poesia, oltre a libri per bambini, drammi teatrali, sceneggiature e programmi televisivi. Ha ricevuto decine di premi e più di cinquanta lauree honoris causa[2]. Maya Angelou è celebre soprattutto per le sette autobiografie incentrate sulle sue esperienze adolescenziali e della prima maturità. Con la prima autobiografia, Il canto del silenzio (1969, titolo originale: I Know Why the Caged Bird Sings), nella quale racconta la propria vita fino all’età di diciassette anni, ha incontrato un enorme successo e apprezzamento internazionale.”

Non ho mai fatto una recensione di un film biografico, non so come farla. Non riepilogherò tutte le fasi della vita, ma solo quelle che mi hanno lasciato qualcosa, ho aggiunto alcune frasi interessanti. 

Da piccola andò a vivere a Stamps dove respirò un’atmosfera carica delle vecchie paure.

Credevano fosse diventata muta, ebbe una violenza all’età di 7 anni e per 5 anni non volle parlare.

-Per mostrare come il male può venire dal bene in quei cinque anni lessi tutti i libri della biblioteca dei neri e poi ottenni anche i libri delle scuole dei bianchi, imparai a memoria Shakespeare, intere tragedie, Poe, Balzac.-

Quando decisi di parlare avevo molto da dire.

Da adulta racconterà poi questo periodo definendolo così:

– quando devo scrivere devo passare la penna sulle cicatrici per farla più affilata.-

Ha fatto la tranviera, la cameriera, la cuoca, la mezzana, la prostituta, la spogliarellista, la ballerina, la cantante, la giornalista, l’insegnante nel Ghana durante il periodo della decolonizzazione, la compositrice, la scrittrice, l’attrice, l’autrice, la regista e produttrice di drammi teatrali e programmi televisivi, la poetessa.

A 70 anni disse sono troppo fiera per piegarmi e troppo povera per spezzarmi e rido fino a che non mi fa male la pancia.

Nel 1950 visse ad Harlem, frequentava un gruppo di scrittori, le piaceva molto, diceva le critiche sono sempre costruttive.

Conobbe M.L. King “ Ci siamo spinti troppo avanti per poter tornare indietro”

Frequenta Malcolm X al tempo di Lumumba; va in Congo e si sposa , un africano in terra d’Africa, capita un incidente al figlio.

Si avvicina il periodo della contestazione:

se hai qualcosa per protestare, devi scendere in piazza!”

Voglio avere abbastanza buon senso da vedere cose nuove e abbastanza coraggio per dire cose nuove”

A Stamps il razzismo era talmente dominante che non potevi nemmeno mangiare un gelato alla crema.

Scrive “Il canto del Silenzio” nel 1968.

Dice il lavoro dello scrittore è prendere parole aggettivi nomi e farle leggere al lettore in modo che dica “non ci avevo pensato”

Partecipo’ alle serie Kunta Kinte, Radici nel 1977 e recitò una poesia in occasione dell’insediamento di Clinton.

Si arrabbiava quando usavano la parola “negro” lei diceva il veleno rimane veleno, anche se lo metti in un bicchiere di cristallo.

Le sconfitte servono a sapere chi siamo.

Senza dubbio rappresenta le radici profonde della cultura americana.

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Immaginare il dopo-coronavirus


Immaginare il dopo-coronavirus – la forza della speranza / riusciamo a sognare un futuro?

 

Non posso scrivere sul coronavirus, ci penseranno gli storici.

Non posso chiedermi cosa e perché è iniziato, è compito degli investigatori scientifici.

Non posso confezionare un vaccino per salvare vite umane, è compito dei virologi e ricercatori.

Non posso fare previsioni sulla fine dell’epidemia, non sono un indovino.

Non voglio mettermi a contare i morti, i positivi, i contagiati

Non voglio escogitare un metodo per controllare gli spostamenti dei contagiati, i modi ci sono, saranno invasivi sulla privacy, ma si spera possano essere temporanei

Per ogni cosa è stato individuato un esperto e se l’esperto ha fallito o fallirà, ci sono già pronti gli avvocati come nel caso del Pio Albergo Trivulzio

Rimaniamo tutti a casa, ci dicono di stare a casa, in queste isole protette, ma intanto si insinua in me una sorta di inutilità, di inadeguatezza.

Posso provare ad aiutare le persone che ora leggono queste righe.

Cosa posso fare se non sognare, immaginare il dopo, senza coronavirus. Come sarà il dopo, prima di tutto, quanti saremo? Chi rimarrà? Ce la faremo? Cosa cambierà nei rapporti? Riusciremo ancora a stringerci la mano o dovremo comportarci come i freddi popoli anglosassoni sempre restii a toccarsi? E quelli guariti? Chi sono? Perché invece di contare i morti non si incoraggia i guariti a togliersi il bavaglio e fra di loro gioire come non hanno mai fatto nella loro vita, abbracciarsi, invece di versare offerte di denaro in uno squallido numero di c/c.

Ho trovato una foto degli anni 20 quando la spagnola ha falcidiato in Europa milioni di persone. Nella foto la famiglia è stata immortalata con la mascherina, una signora ha in braccio un gattino, anche il gatto provvisto di mascherina!

Chissà che risate faranno i posteri se troveranno le foto della massaia con la mascherina ricavata da una spugna per lavare i piatti o da una grande costola esterna di finocchio.

Se fossi un marziano in visita sulla terra oggi, cosa potrei chiedere all’umanità?

– perché avete tanta paura di morire? Non è forse la morte parte della vita? È proprio vero, ci sono cose che voi umani non potete nemmeno immaginare!-

Forse è capitato a ognuno di noi un momento della vita, molto particolare nel quale abbiamo dovuto reinventarci, fare tabula rasa delle abitudini, magari solo di una, importante per noi.

Ricordate quel momento? Deve essere stato molto brutto, si sono scatenate le emozioni, ma poi il dopo come è stato? Mi immagino deve essere stato un momento difficile.

Sono certo che avete fatto tesoro dell’esperienza.

Ma questo Covid-19 non è forse una esperienza? Ma il dopo non dipende forse da noi?

Una casa solida si costruisce su solide fondamenta. Quali sono i presupposti per il nostro “dopo”?

Come vogliamo che sia?

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Riflessioni sul coronavirus


Riflessioni sul coronavirus

In questo periodo di coronavirus si sente spesso parlare di “guerra” o di “nemico” come fossimo confinati in una trincea dalla quale è pericoloso alzare la testa.

Nessuno o pochi hanno parlato di accettazione della malattia, sì, perché il coronavirus l’ha contratto una piccola parte della popolazione e molti sono guariti, ma la possibilità di ammalarci potrebbe capitare a tutti. E se capitasse a noi? Abbiamo pensato a come reagire? Abbiamo provato ad immaginarlo?

Nei primi test di coronavirus i tempi di risposta delle analisi erano intorno alle 5 ore, ma in certi casi anche 24 e in questo lasso di tempo i malati nella paura di essere positivi avevano spesso aggravamento fino ad arrivare alla polmonite interstiziale che al momento del test non era presente.

La mente ha un ruolo fondamentale nelle fasi salienti della malattia.

Credo che l’accettazione sia la prima risposta necessaria al corpo e al nostro spirito per poter reagire. È noto che in situazioni di stress e paura, le difese immunitarie calano. È necessario non entrare nel panico.

Mentre siamo tutti confinati nelle proprie abitazioni, occorre utilizzare questo tempo per acquisire nuove conoscenze, ma soprattutto riprendere in mano i valori della socialità, dello stare insieme, fino a decidere di trovare insieme una soluzione.

In questo momento non ci può interessare come si è sviluppato il covid 19.

Pasolini diceva: – credo nella civiltà, non mi piace il progresso, questo progresso.-

Da oltre un secolo la crescita inarrestabile, il benessere e progressi scientifici hanno innalzato la vita media e il numero degli umani sul pianeta.

Come se il progresso avesse fabbricato un enorme jet supersonico; risulta evidente che un aereo è un prodigio della tecnica ed è fatto per volare, se lo tenessimo in un hangar ad arrugginire gli verrebbero procurati solo danni. Prima o poi dovremo impegnarci per farlo volare di nuovo, ma come?

Sto pensando anche a quanti soldi si risparmiano a stare tutti a casa, nessuno si muove da casa, lavora in smart-working, ma la nostra economia non è concepita per stare ferma e finirebbe come il jet supersonico.

Il coronavirus è stato definito “virus ubiquitario” significa in pratica che si trova dappertutto nello stesso tempo, non ce ne potremo liberare tanto velocemente.

Secondo alcuni esperti se si facessero analisi a tappeto a tutta la popolazione si potrebbero riscontrare dal 50% all’80% di positivi al virus.

Cercherò di andare oltre agli aspetti scientifici dei quali non sono esperto.

Quello che sembra voler provocare i coronavirus è il rallentamento dell’economia.

Nessuno riesce a fare previsioni su quanto durerà questo catastrofe.

Si possono fare solo confronti con le pandemie precedenti come la peste nera o la spagnola.

Questa volta non si tratta di una crisi finanziaria come quella del 1929 o del 2008, questa volta l’origine è la natura, la stessa alla quale apparteniamo.

Proprio mentre siamo a casa possiamo pensare a quando tutto questo finirà e immaginare come potrebbe essere un nuovo e diverso sviluppo mondiale. Forse allora molti comprenderanno il valore dei messaggi di Greta Thumberg, degli Extinction Rebellion e di altri numerosi gruppi con obiettivo la protezione e difesa dell’ambiente, dell’umanità intera, nati recentemente e ci saranno forse speranze per i Verdi di poter portare la loro voce nei luoghi dove si scrivono da sempre le regole della nostra comunità.

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Idee


Idee

Quando si parla di pianificare il proprio futuro, occorre mettere in azione il cervello, ma forse non solo quello, per ottenere un buon risultato.

Mi viene in aiuto un passaggio di un dialogo di Carl Gustav Jung con il capo indiano Ochwìa Biano (Lago di Montagna)

“Vedi” diceva Ochwìa Biano “quanto appaiono crudeli i bianchi. Le loro labbra sono sottili, i loro nasi affilati, le loro facce solcate e alterate da rughe. I loro occhi hanno uno sguardo fisso, come se stessero sempre cercando qualcosa.

Che cosa cercano? I bianchi vogliono sempre qualche cosa, sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi.”Gli chiesi perché pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi. “Dicono di pensare con la testa” rispose.”Ma certamente. Tu con che cosa pensi?” gli chiesi sorpreso. “Noi pensiamo qui”, disse, indicando il cuore.

 

Ecco un articolo di un blogger che sembra proprio scritto con il cuore. Volevo ri-bloggarlo, ma nel suo sito web non c’è il pulsante per ri-bloggare. Nessuno nasce imparato. Mi sono preso la libertà di copiarlo lasciando i riferimenti della data di pubblicazione.

dal sito web : http://andreacerrato.blog/

l turismo non è per tutti

di Andrea Cerrato | 26 Marzo 2020

Da alcuni anni ormai ho la fortuna di fare molta formazione agli operatori della filiera turistica, agli studenti che vedono nel turismo il proprio futuro, a chi ricerca una nuova opportunità. Con modalità chiaramente diverse, ma a tutti si cerca di trasmettere oltre che l’esperienza soprattutto la passione che occorre avere per un settore estremamente coinvolgente che fa del dinamismo la caratteristica principale.

Un settore in continua trasformazione e che richiede pertanto un continuo studio dei nuovi trend (e megatrend) e di ricerca dei gusti che il cliente/consumatore muta con il cambiare delle mode, dell’età, della cultura e di molte altre variabili.

Il turismo non permette errori e se errori si fanno (siamo umani!) sarà sempre più difficile e costoso recuperare. La concorrenza è ormai tale che ogni azione deve essere studiata e pianificata, tutto deve procedere nei tempi e nelle modalità definite da un processo.

Il turismo non si improvvisa, è una scienza a tutti gli effetti.

I viaggi sono e lo saranno sempre di più brevi, frequenti e tematici. Nel breve periodo dovremo inserire anche un quarto aspetto, la prossimità che sarà la vera sfida del dopo covid-19.

Così anche il turista è cambiato, è connesso 24 ore al giorno, sette giorni su sette, è diventato autonomo ed indipendente, esige una gratificazione immediata, ricerca proposte su misura, vuole poter scegliere e non accetta limitazioni. E’ cambiato il modo di viaggiare in seguito allo sviluppo dei voli low cost, all’utilizzo delle nuove tecnologie, si è sempre più alla ricerca di esperienze e alla ricerca di autenticità.

Un particolare approfondimento (ma lo faremo in un altro articolo) riguarda il concetto di accoglienza turistica. Se fino a qualche anno fa l’informazione e l’accoglienza veniva principalmente fornita in loco, al momento dell’arrivo del turista nella destinazione, oggi questa avviene prima, nella fase del dreaming, del planning e del booking, durante, nella fase del living, e anche al termine del soggiorno del turista, nella fase dello sharing.

Solo chi fa un’accoglienza attenta e puntuale si differenzierà dai competitors e riuscirà ad avere successo. Pensiamo al progetto “Curators of Sweden” o KLM Facebook o ancora al servizio concierge di Starwood e molti altri. Il problema in Italia è che ¼ degli operatori non investe in queste azioni e il 64% degli operatori investe al max € 2.500 all’anno.

Quando affrontiamo un nuovo progetto per la creazione di un sistema turistico o per la definizione di una nuova destinazione o di una nuova campagna di comunicazione occorre fare un attento studio della comunità in primis, del mercato che voglio raggiungere e dei competitors.

Proprio la mancanza dello studio della comunità di riferimento è uno degli errori che la maggior parte di noi fa. Non viene considerata o quanto meno non coinvolta.

Troppo spesso il turista viene considerato infatti come “consumatore” e non come persona, da alcuni viene definito anche come un portafoglio con le gambe.

Errore comune, troppo.

Ecco allora che ormai da anni applico, con i colleghi di ISITT – Istituto Italiano Turismo per Tutti, una tecnica tanto semplice quanto innovativa. Abbiamo voluto chiamarla 3E_for all process (ma non ci ricordiamo perché abbiamo utilizzato una sigla inglese!!!)

Le tre E sono quelle di Engagement (coinvolgimento), Experience (esperienza), Enjoyment (apprezzamento). Si basa su altrettanti concetti e teorie non nuove ma che se applicate nel giusto modo e sequenza permettono di creare un processo creativo per prodotti turistici (pt) e prodotti turistici esperienziali (pte) di assoluto gradimento.

Si parte dal concetto di co-desing, un approccio alla progettazione al centro della quale in ogni momento c’è la persona. Si ricerca poi (o si inventa) il fattore wow di un’esperienza ovvero l’elemento si sorpresa, il fattore che ci fa abbandonare la razionalità per trasferirci nella sfera delle emozioni: è lo stupore, la meraviglia.

A questo punto il tutto deve essere filtrato attraverso il concetto di for All.

In chiave turistica nulla di più sbagliato, ma quasi sempre è fatto!, sarebbe una traduzione letteraria dall’inglese.

Il “per tutti” nel turismo non può esistere, tanto più oggi che tutto è personalizzato.

Ecco allora che quel “for All” deve essere tradotto con “per ognuno”.  All’interno del nostro processo significa quindi che ogni nuovo prodotto deve essere pensato con al centro non solo la persona, ma la persona con le proprie esigenze specifiche, tutti noi ne abbiamo.

Allo stesso modo il “turismo for All” non può più essere pensato come il “turismo per la persona con disabilità”. Anche ma non solo.

Il For All è la famiglia numerosa che ha esigenze specifiche, cosi come colui che ha una intolleranza alimentare, è chi va in vacanza con il proprio animale domestico, o chi ha esigenze particolari per cultura, età, religione.

Chiaramente anche colui che ha una disabilità, ma occorre studiare/conoscere il nostro consumatore/turista. Quale tipologia di disabilità? Temporale o permanente? Fisica o psichica?…

Nel turismo occorre porsi molte domande e ad ognuna di essa è d’obbligo darsi una risposta…diversamente si esce dal mercato.

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Librerie, tre promesse a noi stessi in vista di una felice overdose


Non è mia abitudine condividere articoli altrui. Lo faccio raramente anche sui social.

Ho letto una condivisione su facebook di questo articolo pubblicata da un’amica, ho pensato di farlo anche io. Oggi ho sentito questo bisogno. L’avevo già fatto in passato. Anche se il mio contributo fosse come una goccia nel tentativo di svuotare il mare di avvilimento che ci circonda, spero tanto se ne affianchino altre.

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Passieparole

Perché le tabaccherie aperte e le librerie no? Perché in giro per la città si consegnano le pizze ma non i libri? 

Sono domande che rimugino da un pezzo, depresso per tutto quello che sta succedendo, ovvio, ma preoccupato anche per quello che sta succedendo, che succederà, a quello che considero il mio mondo. Intendo il mondo del libro, abitato da editori coraggiosi, librerie non meno coraggiose, gruppi di lettura e quant’altro.

Mio mondo non lo dico per presunzione e per vanità, lo dico perché questo è un pezzo di buona Italia, perché sono convinto che la cultura fa sempre bene, ma fa ancora meglio nei tempi più duri, perché mi dà ancora calore la frase della Yourcenar – Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito – e alla parola biblioteca sostituisco facilmente ogni libreria, anche domestica, mentre l’inverno dello spirito…

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Riflessioni su esperienze di viaggio


Riflessioni su esperienze di viaggio

A me piace tanto viaggiare, ora che sono costretto nelle quattro mura domestiche per il coronavirus, viaggio con la fantasia nei luoghi visitati in passato, mi sembra ancora di essere in quei luoghi e mi lascio sedurre da una serena beatitudine, mentre ricordi annebbiati si mescolano a riflessioni nitide, deduzioni lampanti, soluzioni futuristiche.

Il viaggio in Giordania

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Nel 2012 mia moglie ed io abbiamo festeggiato il venticinquesimo di matrimonio con un viaggio in Giordania. È stata una bellissima esperienza poter conoscere luoghi splendidi, ma soprattutto l’incontro delle persone, respirare il soffio delle loro tradizioni e della loro storia.

Tra i fotogrammi che mi scorrono nella mente ce n’è uno di una sera in Giordania nella capitale Amman.

Quella sera il sole del deserto annunciava il solito bellissimo tramonto mentre si mescolava con il cielo di Amman, una grande bolla di abitazioni, edifici, costruzioni del diametro di quasi cento chilometri, accerchiata dal deserto giordano.

Avevamo il pomeriggio e serata liberi, con un’altra coppia decidemmo di andare in centro e cenare in un ristorante.

Il fatto di essere in quattro ci dava maggiore sicurezza, ma mia moglie ed io ne avevamo fin troppa perché nel primissimo pomeriggio avevamo preso un taxi dell’albergo e il taxista ci aveva accompagnato in giro per Amman, mentre l’altra coppia era rimasta in albergo.

Con un taxi ce ne andammo tutti insieme verso il centro, la cena al ristorante fu ottima e visto che era abbastanza presto per rientrare in albergo, decidemmo di andarcene in giro per la città non ricordo nemmeno cosa esattamente cercavamo, ma ci ritrovammo in un luogo poco frequentato, quasi deserto, non c’era nessuno in giro al quale chiedere come raggiungere la strada centrale dalla quale passavano molti taxi. La cartina della città era quasi inutile nelle stradine poco illuminate e non sapevamo più da che parte andare.

L’incontro di tre giovani fu provvidenziale, parlavano bene inglese, ci dissero di scendere delle scale e continuare a scendere sempre fino alla strada, poi da lì proseguire.

Seguimmo l’indicazione, ma con qualche perplessità, delle scale non si vedeva la fine e non erano nemmeno tanto illuminate, poi stranamente i giovani ci seguivano.

Continuavamo a scendere e i tre giovani ancora dietro, poi mi voltai per chiedere loro perché ci seguissero e loro aggiunsero che stava loro a cuore la nostra incolumità e volevano accertarsi che non sbagliassimo strada.

Tutto questo era una conferma della nostra guida, ci aveva detto che nessun turista mai in Giordania ha avuto problemi nei tanti anni di servizio come guida, o subito furti, e se mai li avesse avuti o li avessimo noi, sarebbe stata sua premura personale di rimborsare l’intero viaggio.

Certo un conto è ascoltare le informazioni a parole, altro fatto è viverle. Nel nostro caso continuavamo a scendere le scale più tranquilli.

Infine arrivammo alla strada principale, la riconobbi, c’eravamo passati prima con il taxi, eravamo vicini al luogo indicati e a poche centinaia di metri dalla luogo dove fermano i taxi.

Ecco a un certo momento si avvicinò un uomo sui cinquanta anni, vestito alla maniera occidentale, anche se con i lineamenti arabi. Ci aveva seguito e aveva compreso la nostra nazionalità, iniziò a parlarci in italiano, non perfetto, ma comprensibile, chiedendo, supplicando che lo ascoltassimo.

Dapprima si scusò, non una, molte volte della sua intrusione. La coppia che era con noi non appena realizzò le intenzioni dell’uomo, accelerò il passo forse per non trovarsi coinvolta in discussioni.

Solo io ero rimasto indietro, ascoltavo l’uomo, mi raccontava di essere stato in Italia a lavorare, in Umbria in provincia di Perugia, di avere imparato un poco di italiano, ma che ora la sua famiglia versava in gravi condizioni, in Italia non aveva trovato lavori che gli permettessero di inviare denaro a casa, dopo qualche anno se ne era tornato a casa.

Mi stava chiedendo l’elemosina.

La guida ci aveva spiegato con un certo orgoglio che in Giordania non troveremo per strada nessuno che chiede elemosina. Anche se il paese non può essere annoverato tra i paesi ricchi, loro non hanno pozzi petroliferi, hanno il 70% di territorio desertico, ma per la qualità del servizio sanitario sono definiti la Svizzera del medio-oriente, l’istruzione è obbligatoria, tutti i giovani devono conoscere l’inglese e l’uso dell’informatica, ma la cosa più interessante è quella che obbliga i ricchi e dare ai poveri in modo tale che di poveri non ce ne debbano essere, mai.

Quell’uomo si era scusato più volte, forse aveva paura di essere punito per aver chiesto denaro a stranieri. Lo ascoltai, non feci nulla, mi scusai a mia volta, non me la sentii di aiutarlo, non volli farlo, il suo volto, la testa leggermente china, gli occhi semichiusi rivolti verso il basso, la voce tremolante, mi accompagnano in questi giorni.

Le riflessioni nel 2020

Questo periodo di pandemia con conseguente fermo nelle proprie abitazioni cosa potrà insegnarci? Quali sono i messaggi per la collettività? Come potranno i cittadini trovare beneficio dalle conseguenze nefaste della pandemia come la morte dei propri cari?

Cosa rimane delle nostre esperienze?

Cosa rimane della lettura di un libro, di un viaggio, di una serata a teatro, dell’incontro di una persona?

Quanto tempo occorre perché certe esperienze abbiano un effetto?

Il nostro animo è predisposto ad accogliere queste esperienze?

Credo che tutto dipenda da noi, da quello che possiamo o vogliamo trovare e cambia da persona a persona. Poi ci sono i momenti in cui siamo più o meno predisposti ad accogliere e altri meno. Infine ci sono i momenti in cui il pensiero viaggia verso l’interno , verso noi stessi.

Quando penso alle esperienze passate, cerco di riviverle, esaminarle con occhio attento, cerco di capire come possono essere usate ora, in questo momento cruciale, penso a quanti non hanno casa e non possono chiudersi tra le quattro mura, dove sono adesso?

Chi se ne sta prendendo cura?

Dove sono i poveri in Italia?

Perché come in Giordania non obblighiamo i ricchi a dare ai poveri?

Pensiamo basti davvero far pagare una “flat tax” per sistemare le cose?

Potrà servire a questo punto il coronavirus per migliorare un poco il tenore di vita degli italiani che versano in condizioni simili a quella dell’uomo incontrato in Giordania?

Ma sono solo io che mi faccio queste domande?

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L’amore al tempo del co-vid 19


L’amore al tempo del co-vid 19

 

Marcello, dice Carla al giovane marito, hai visto che bella fioritura al nespolo di fronte casa nostra!?

E che profumo quando ci passo davanti! Non era mai stato così fiorito.

Cara, lo sai cosa significa?

No, risponde Carla un poco turbata e attende la spiegazione dell’agronomo in silenzio.

Ogni albero, inizia Marcello è come se fosse un membro di una comunità e quando gli viene a mancare quella forza vitale che l’ha fatto crescere cerca di lasciare tracce di sé nel mondo e prepara una grande quantità di semi affinché la specie possa continuare.

Una fioritura fuori del normale è uno sforzo enorme e annuncia la sua fine. Tra non molto il nespolo morirà.

Ma cosa dici Marcello? Esclama Carla. Tutto questo è molto triste!

No, non è triste, è bellissimo, è la vita. La vita ci dà dei segnali e noi dobbiamo coglierli, sussurra Marcello, come volesse tenere al sicuro quella affermazione.

Ma cosa dovremmo fare? Chiese Carla. Oggi non lavoro per via del Coronavirus e mi sono messa alla finestra ad osservare la natura. Cerco solo di godere della bellezza delle cose intorno a noi e tu mi parli di queste cose tristi, degli alberi che muoiono, io non sono esperta come te nelle piante.

No, disse Marcello non devi essere triste per le cose che ti ho detto riguardo a quell’albero, devi sapere che a differenza della comunità delle piante noi umani siamo proiettati nel tentativo di prolungare la nostra vita di individui, più che quella della nostra specie. Con questo coronavirus abbiamo visto la paura del contagio trasformarsi in angoscia mista a paura di morire, è veramente troppo.

Carla è infastidita da quelle parole di Marcello e chiede, come dovremmo comportarci? Stiamo seguendo le indicazioni di sicurezza, cosa possiamo fare di più?

Marcello non si scompone e fa un raffronto con la peste nera del 1348 quando nel continente europeo morì un terzo della popolazione. Si trattava di un batterio trasmesso attraverso i topi, anche quella volta arrivato dalla Cina attraverso la Siria, ma cosa importa?

A quei tempi la vita media era poco più di trenta anni, ed era normale avere da sette a dieci figli; servivano molte braccia per il duro lavoro dei campi. Quella fu una vera pandemia e gli effetti durarono per molti anni nel mondo.

Carla dopo una breve riflessione aggiunge che nel dopoguerra il boom economico ha contribuito all’innalzamento del benessere e con i progressi della scienza si è allungata anche la vita media delle persone.

Marcello incalza: lo sapevi che i miei genitori sono nati l’anno successivo alla chiusura delle case di tolleranza? Quell’anno ci fu un vero e proprio incremento delle nascite.

Carla ridendo, allora certe volte siamo anche noi come le piante che pensano alla continuazione della specie!

Marcello gongola, è qui dove ti volevo far arrivare, vedi ci sono situazioni base contenute ad esempio negli insegnamenti religiosi, come quello di “andate e moltiplicatevi”, ma di queste cose nessuno ne parla. Ti faccio un esempio, nello stato italiano si verifica da tempo una forte evasione fiscale e quali sono i provvedimenti? Ce n’è stato uno carino, una pubblicità per incoraggiare i cittadini a pagare le tasse, ma non ti pare un po’ poco? Chi ci guida ha timore a prendere posizioni decise, forse dovremmo prenderle noi, per quello che possiamo.

Allora te lo dico da marito e uomo di casa, andiamo in camera, senza precauzioni, questo tempo non tornerà.

Carla si scioglie in un abbraccio senza tempo.

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