Sono un drone


Sono un drone

 

Il ronzio prodotto è di un drone di nuova generazione. Sorvolo file interminabili di persone.

Mi avvicino, sono vestiti da ebrei, parlano ebraico. Cerco di capire perché sono in fila.

In fondo alla fila, in modo veloce e indolore un efficiente servizio medico applica una lingua metallica a tutti.

La lingua permetterà a tutti di parlare in tutte le lingue. Infine applicano un film protettivo colorato allo scopo di differenziare le idee politiche.

Dopo il trattamento gli ebrei escono contenti tra clangori metallici, tonfi sordi e lingue colorate.

La nuova lingua conferisce loro la capacità di parlare altre lingue, ma contiene un kit base delle conoscenze umane e tutti così si ritrovano di colpo intelligenti quanto basta o un poco più scemi di prima senza rendersene conto.

Sono solo un drone, sto sognando, ma mi viene comunque da domandarmi come mai tanta gente si sottopongono volontariamente a una così drastica mutazione del corpo, come se non gli bastasse quello che ha passato il popolo ebreo.

Vado a chiederlo a un ebreo in fila.

Mi risponde mesto che tutto il suo gruppo sta tentando di scrivere il destino dell’umanità e l’unico modo è quello di entrare a far parte di un partito; il prezzo da pagare è farsi bollare con una lingua metallica colorata.

Non posso dirgli il mio parere, non posso raccontargli la verità su quel film protettivo colorato e lui stesso scoprirà a sue spese che è facilmente sostituibile, sul kit base che livellerà le conoscenze umane a un minimo garantito non più modificabile, su chi ha ideato e progettato le lingue metalliche.

Il sogno finisce, il dialogo è spezzato dal rumore della sveglia, il pigiama leggermente sudato, il telecomando del drone sul comodino, mentre faccio scorrere la lingua umana tra i miei denti.

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Due libri insieme


Due libri insieme

 

Ho deciso così.

Fanno tutti un libro alla volta e sono in pochi a pubblicarne due insieme.

Ho scelto due insieme.

Ho scoperto a mie spese che mescolare racconti con poesia

non è cosa gradita.

Allora, bene!  Due libri.

Perfetto!

Li presento a Empoli, intanto, poi vedremo.

 

Le poesie sono tutte inedite, il libro di racconti era stato pubblicato in

digitale su Amazon, ma tornassi indietro, ne farei volentieri a meno.

 

Con questa modalità chiunque può comprarli su IBS,  Libreria Universitaria ecc.

 

Grazie dell’attenzione

 

 

SCOMMESSE PERSE


SCOMMESSE PERSE

Perché giochi?
Non te lo sei mai chiesto,
ma se giochi ora,
ci sarà un motivo,
non hai giocato da piccolo
non ti sei confrontato con gli altri
non sei cresciuto dentro,
ora il gioco ti logora,
ti ha agguantato l’anima,
ora dimmi,
come andavi a matematica a scuola?
Lo sai, vero,
che chi gioca al lotto vince alle nove
che il gestore vincerà a prescindere
che la tua vittoria sarà come un malato grave
in un cimitero di sconfitte
che rovini la tua vita e la tua famiglia
e se non capisci cosa stai facendo
la tua energia vitale è la stessa di uno zombie.
Queste parole
saranno la tua medicina,
una medicina amara,
necessaria,
se davvero vuoi continuare a vivere.

IN LIBRERIA


IN LIBRERIA

Nel silenzio delle pagine, soffocato dalle copertine, ecco si sprigiona una risata e il sorriso gioioso di ragazza accompagna un piccolo grido.
Se un libro suscita tanta ilarità, deve essere potente, come il racconto lampo, con pochi personaggi, anche nessuno, una storia senza inizio, senza fine e sospesa tra le pagine.
La seguo, cerco il libro, voglio anche io ridere come lei, inaspettatamente.
Cosa può aver letto? Farà anche a me lo stesso effetto?
Solo ora riesco ad osservare quanto accade intorno a me, seduto su una poltroncina, una musica di sottofondo mi accompagna nella lettura delle copertine, manifesti di incontri con gli autori celebrano libri famosi e sconosciuti scrittori.
Cosa serve per ridere? Basta davvero solo un libro?
Devo aspettare la ragazza alla cassa. Chissà se ha comprato il libro che l’ha fatta ridere, oppure ne avrà preso un altro. Perché forse quello, l’ha fatta ridere, ma le ha suscitato dei ricordi tristi.
Ma quando vedrò il nome del libro cosa deciderò?
Vorrò comprarlo anche io? Oppure la curiosità sarà molto forte e allora le chiederò cosa l’ha fatta ridere. E lei rimarrà sorpresa, non comprenderà come mai uno sconosciuto vuole osare tanto e chiedere una cosa così personale.
Devo avere la risposta pronta. Ho deciso quale sarà.
Le dirò che la risata e quel sorriso, erano motivi sufficienti, non potevo fare a meno di conoscerla.
Lei mi guarderà stupita chiedendomi cosa ha di particolare la sua risata.
Le dirò che grazie ai miei studi di psicologia, ho scoperto che il timbro di voce di una risata è come una impronta digitale, ma non è vero, non ho studiato psicologia, ma la battuta la fa ridere ancora, fa colpo, è proprio lei una psicologa e arrossirò come i bambini nel pieno di una vergogna.
I suoi occhi interlocutori si chiederanno cosa desidera questo curioso frequentatore della libreria.
Poteva trovare anche un altro modo per attaccare discorso, ma ormai è fatta!
Credo che usciremo mano nella mano dalla libreria.
Lei è così bella, mi guarda, la guardo. Abbiamo lo stesso libro. Anche la mia risata ha un tono simile.

Neve


Neve

 

Ora non penso a te,

al tuo non colore

agli oggetti coperti con il tuo manto

a confronti con altri momenti

a uccellini preoccupati

bambini felici

autisti agitati,

mi riaffiorano ricordi

di proverbi contadini,

ti celebravano

portatrice di pane

protettrice delle piccole

piantine di grano,

accetto l’evidenza,

ogni stagione il suo clima

e infine metto il piumone

non è ancora tempo

di gonfiare il gommone.

Il vegetale di Gennaro Nunziante


Il vegetale di Gennaro Nunziante

Ieri sono andato al cinema come ai vecchi tempi, quando andavamo al cinema senza sapere che c’è; giusto per passare il tempo.

Il film “Il vegetale” di Gennaro Nunziante non è esattamente la sequela dei film con Checco Zalone con i quali ha riscosso un discreto successo. Il giovane eroe Fabio Rovazzi, è alla ricerca di lavoro, poi deciderete voi se eroe negativo o positivo, sono solo punti di vista.

Mi sono commosso a ridere sulle disavventure del giovane Fabio.

Le tematiche affrontate sono anche la fuga dalla città di Milano, i difficili rapporti con la sorellastra manager, l’assenza di comunicazione con il padre fagocitato dalla mondanità e da guadagni troppo facili.

Forse mi sono immedesimato in certi aspetti del personaggio al centro del film.

Quando un giovane perde la madre in gioventù, si immunizza dal pericolo di diventare bamboccione.

Evidentemente tutto il male non viene per nuocere. La nascita della sorellastra dalla nuova coppia formatasi tra suo padre e una avvenente compagna arrivata dai paesi dell’Est diventa motivo per Fabio per cercare una sua identità.

Tutto contribuisce a creare una corazza di spregiudicata onestà, che forse fa parte del suo DNA, ma è anche il filone della favola del quotidiano che si snoda durante tutto il film.

Le favole prendono spunto da fatti veri e li rivestono di poesia. Se crediamo ai fatti di cronaca, possiamo non credere alle favole?

Nel film Fabio si muove con la curiosità di una scimmia e l’intraprendenza di una formica, il nomignolo di “vegetale” affibbiato dal padre sembra non calzare.

Probabilmente glielo ha messo perché non conosce il mondo delle persone.

Fabio si trasforma quando gli stage gli permettono di scoprire quello che non conosceva: le relazioni umane.

Pur essendo laureato in scienza delle comunicazioni non sa comunicare.

Alla fine tutto quaglia, perché è una favola. Il messaggio è la riscoperta dei lavori manuali, la sana fatica che fa bene.

Le favole aiutano, molto più dei fatti di cronaca.

Prima di affermare che è una stronzata, o il solito film panettone da botteghino, andate a vederlo, anche solo per le magnifiche location laziali.

Lo stagista inaspettato di Nancy Meyers 2015


 

Lo stagista inaspettato di Nancy Meyers 2015

Le mie recensioni non sono riassunti del film, devo averlo già detto, quelli che recensisco mi son piaciuti altrimenti non avrei pubblicato nulla. Il film in questo caso mi serve come una molla, uno spunto, un’idea. Si tratta di un film sullo scarto generazionale al tempo delle start-up milionarie.

I personaggi principali Ben (Robert De Niro) e Jules (Anne Hathaway); il primo vedovo in pensione, piuttosto benestante ma essenzialmente annoiato, la seconda, brillante fondatrice di un sito di e-commerce che commercia in abiti femminili ci propongono scene capaci di farci sorridere.

L’azienda di Jules ha lanciato un programma secondo il quale vanno assunti almeno due ultra-sessantenni in qualità di stagisti. Ben si candida e spiazza gli altri concorrenti, per lo più messi molto peggio.

Trovo originale l’idea dello stagista ultrasessatenne e come questo venga utilizzato nell’azienda di Jules.

Infatti Ben riesce sfoderare un po’ alla volta le capacità organizzative e di comando che gli permetteranno di guadagnarsi la stima dei colleghi.

Riesce a dare il meglio di sé anche alla sua età e i colleghi lo utilizzano a piene mani.

Robert De Niro è uno che tende a fare “cassetta”, si è reinventato i personaggi dei suoi film, come l’ha fatto Terence Hill con Don Matteo, e un po’ per l’età un po’ per l’esperienza, i film come Taxy driver e Toro scatenato l’hanno reso famoso, ma ora lui è un altra persona. Nel film è proprio quello che ci voleva, con la sua eleganza, i suoi modi vintage, riesce ad ammaliare e convincere.

Una ciliegia tira l’altra e i discorsi portano al motivo della recensione.

I film talvolta sono delle sfide, prima hanno fatto il film di un viaggio sulla luna e poi ci siamo andati.

Forse bisognava fare fare un film con uno stagista anziano per capire che talvolta lo stagista può insegnare e anche molto bene.

Come nella politica, quando giovani rampanti vorrebbero imbarcarsi in avventure elettorali e vengono stoppati dai senior di turno, e tocca sempre a loro, poi qualcuno si lamenta che non c’è ricambio… “Non è il tuo turno, devi aspettare”, e quando magari arriva, è troppo tardi.

Gli stagisti sono appetibili fino a 30 anni, poi diventano troppo vecchi e non piacciono più.

L’età migliore è quella già trascorsa.

Allora diamo un’occhiata alle leggi italiane e a quanto si fa per i giovani, tanto, forse troppo e magari qualcuno pensa che è ancora poco.

Il problema è un altro. Facciamo una ipotesi : il film è una favola che finisce bene perché si utilizza un anziano con esperienza, la start-up ne beneficia e migliora vendite.

La relativa tesi è che gli sforzi per impiegare i giovani al lavoro sono nulli se non si creano le condizioni favorevoli sul lavoro e se sono solo i vantaggi economici a motivare l’assunzione dei giovani non si va da nessuna parte.

Attesa


Attesa

Bar dell’ospedale, fumo di sigarette ai tavolini

molliche di pane agli uccellini

gente in fila, gente in coda

camici bianchi, verdi, celesti

si alternano ai volontari

un momento di ristoro della mente, del corpo

tra gli accendini

e squilli dei telefonini

ognuno la sua attesa, di un posto,

di riprendere il lavoro, della guarigione

o… della morte

le riflessioni si accavallano

come i tasti della macchina per scrivere

sulla faccia ognuno ha la sua storia già scritta

Cosa posso dire che altri non abbiamo già detto?

Una zingara accompagna il figlio piccolo vicino ai clienti

del bar per chiedere se qualcuno gli compra una brioche

Anche le pubblicità usano i minori per

ottenere maggior successo

il bambino, un’arma per convincere le persone

la compassione nell’uso quotidiano

cuori teneri come cioccolatini

osservo il rifiuto delle persone

il cuore non si scioglie

nessuno si ferma per dare monete ai bambini

Come mai ci sono persone che chiedono

l’elemosina?

Chissà se c’è qualcosa di sbagliato o di

rimediabile.

Uno Stato con un buon livello di civiltà

non dovrebbe avere all’interno dei propri

confini sacche di povertà.

Perché nessuno chiede a questa povera gente:

– Chi sei? Da dove vieni? Dove vuoi andare?-

Ma alla domanda chi deve farlo non c’è risposta,

nessuno lo sa.

I problemi di un paese sono sempre gli stessi

e si amplificano ogni volta.

Sento il bisogno di condividere, ringraziare, meditare

per qualcosa di utile, ma non per me.

Un uomo dà briciole di pane agli uccellini e mi osserva

mentre scrivo.

Poi l’uomo se ne va, gli uccellini girellano mesti dopo aver

beccato tutte le briciole microscopiche sotto la sua sedia.

Il sole invernale fa capolino tra le nuvole.

Un veloce ricambio dei vicini di tavolino, mi dà

l’opportunità di ascoltare i pettegolezzi di due infermiere

poi al loro posto arrivano due straniere,

parlano rumeno, penso che è giovedì pomeriggio e

quindi libera uscita per le badanti,

ma non è sicuro

osservo le dita di una di loro mentre fuma,

le punte di indice e medio sono completamente

ingiallite dalla nicotina

troppo fumo poco arrosto

è magrissima, molto alta

occhiali da sole le coprono occhi stanchi

una treccia le raccoglie i capelli multicolori

in buona parte bianchi,

ora impugna il mozzicone anche con il pollice

è più il tempo che tiene la sigaretta

di quello impiegato a fumare

ha una giacca di lana rosa

infeltrita in alcuni punti, in altri ha la lana

appallottolata ripiegata su sé stessa

mentre continua l’afflusso delle persone

l’amica ha iniziato a parlare a telefono

in italiano, forse non sono badanti

tra poco tocca a me vado nella sala

d’aspetto del reparto otorino

con giochini da bambini che servono

da trastullo prima delle visite

e i genitori più impauriti dei figli

mi tengono compagnia.

Chiamano per cognome, andiamo in due,

è un caso, alla stessa ora due persone con

lo stesso cognome, allora chiediamo il nome

non è la mia volta

me ne torno ad aspettare

l’attesa mi fa pensare alle cose inutili

agli oggetti buttati in pattumiera

allo scrollare su facebook

al tempo perso a cercare responsabilità altrui

alla nostalgia

ad arrabbiarsi inutilmente

e alla ricerca inutile della salute che

lentamente abbandona i corpi.

 

Perché rubi??


 

 

 

 

 

 

Perché rubi  ?

Essere o non essere? Denunciare o non denunciare, questo è il dilemma.

Far sapere allo Stato del furto subito o silenziosamente subire e accusare il colpo?

Mi era già successo e ci sono ricascato, nello stesso modo, come quando si fa un errore due volte, non si è imparato nulla.

La prima volta molti anni fa, davanti casa mi avevano rubato l’auto, l’avevo lasciata aperta.

Ho ripetuto l’errore lo scorso sabato mattina, giorno di mercato, ero tornato dall’orto, avevo lasciato aperta l’auto davanti casa per scaricare e mi era poi rimasta aperta.

Il sabato ci sono occasioni ghiotte, anziani a fare la spesa lasciano in vista portamonete nelle borse, c’è confusione, un terreno facile anche per auto incustodite.

È stato il momento adatto anche per introdursi nella mia auto rubare il navigatore e gli occhiali da sole.

La fiducia negli altri è una incognita misteriosa, per ognuno è diversa.

Ora ditemi pure che sono un bischero a lasciare la macchina aperta con oggetti di valore dentro.

Con il navigatore di dieci anni fa son più le volte che mi sono perso di quelle che mi ha portato nel posto giusto; mi spiace per il valore dovendolo ricomprare, ma mi rincresce più per gli occhiali, erano quelli di scorta, dei vecchi Persol vintage anni ‘80.

Ma mi voglio rivolgere a te, ladro, e ti voglio fare la domanda:

– perché rubi? Come mai ti attacchi a oggetti personali con valori esigui? Lo sai di essere un ladro di polli, non ti aiuterà molto quello che mi hai sottratto. Se ti è servito per esercitarti, devi sapere che stai perdendo la dignità. Non sei in grado di provvedere alla tua vita senza ricorrere ai beni di proprietà altrui, questo non è bene. Sei sicuro di aver fatto tutti i tentativi?

Se è la povertà che ti ha spinto ad agire così, sappi che persone molto più cattive di me si stanno organizzando per farla pagare a chi ruba.

Sappi anche che rischi molto in rapporto a quanto rubi, perché quelli che rubano miliardi, spesso non vanno nemmeno in galera. Quelli come te se presi in flagrante o visti con una telecamera, li sbattono dentro e dopo sarai segnato per sempre.

Se sei un ladro che lo fa di lavoro, ti ringrazio perché hai preso due cose senza rompere nulla, mi hai lasciato un poco in disordine, ma va bene, ci ho messo due minuti a rimettere a posto.

Voglio aggiungere che la prossima volta troverai ancora l’auto aperta, cercherò di non lasciare niente di interessante, e allora ti prego non spaccare nulla, fai conto che quella sia la tua auto.

Può darsi tu sia curioso e voglia chiedermi come mai lascerò l’auto aperta.

Voglio dirtelo, sai, sono convinto che viviamo meglio senza preoccupazioni, io non voglio proprio averle, voglio pensare che non debbano esserci ladri, perché il tuo non è un mestiere, è un lavoro sporco, fuori della legalità, pieno di rischi, sono quasi convinto che hai dovuto sceglierlo, e non ti piace.

Come nelle malattie cerco di prevenire invece di curare. Quello che sto facendo è pura prevenzione, la prevenzione non si fa mettendo barricate, ma facendo domande.

Non voglio che tu mi risponda, sarei felice tu possa leggerle e che ti possano aiutare a comprendere.

Voglio aggiungere che non farò nemmeno la denuncia; non trovo più la scatola del navigatore di dieci anni fa e senza la matricola è inutile, poi i Persol tigrati, non sono un pezzo unico, ma abbastanza raro poi di colore verde, e non si vede nessuno con occhiali del genere a giro, li riconoscerei tra mille.

Una cosa voglio dirti: sarebbe spiacevole incontrarti con i miei occhiali.

 

SUL TRENO


 

Sul treno

Sui binari della stazione, ragazze incuffiate, adulti chini su telefonini, sguardi attenti agli orari o a macchie sulla banchina. Attirano la mia attenzione i jeans sdruciti di una ragazza e stridono i freni di un treno seguiti da soffi delle porte, scendono i viaggiatori, dialetti africani si mescolano agli annunci di ritardi.

Un pallido sole riscalda la mattinata e alla panchina studentesse raccontano le loro avventure con gli ultimi videogiochi e di uno in particolare dove ci si deve nutrire più degli altri e si vince, non ho capito bene cosa.

Arriva il mio treno, monto sopra, davanti a una ragazza mora, vestita di nero, elegante. I nostri sguardi verso il finestrino.

Osservo il Frecciarossa, siamo partiti insieme, ci sorpassa subito. I contorni della città, avvolgono la stazione, con il suo traffico, le ZTL, i parcheggi, e le verdi colline riempiono i bordi del vetro del finestrino.

Scrivere è la mia terapia, la pasticca di oggi è la storia di un viaggio, davanti a una ragazza, gli occhi nascosti da occhiali scuri, lo sguardo sull’esterno, le cuffie connesse al cellulare, chissà se ascolta musica, un audiolibro, la radio. Chissà cosa sogna. Allora decido di entrare nei suoi sogni, salgo dalle scarpe da tennis, le calze a rete nere, ma non trovo la sede dei suoi pensieri, non è nella pancia, nemmeno nella testa, sta pensando con il cuore, credo sia innamorata, il suo volto è rilassato, ora chiude gli occhi, sta pensando alle vacanze in Irlanda, era con le amiche, ma al ritorno ha conosciuto l’amore, ora si arricciola i capelli, scruta il cellulare, china a scrivere, cerca risposte alle sue domande, le labbra serrate, sono i messaggi di persone alle quale vorrebbe smettere di rispondere, ma deve. La sede dei pensieri è cambiata, deglutisce più spesso, con un respiro affannato digita nervosamente con i pollici, poi abbandona il telefono, è una cosa che può rimandare. Solo la morte non si può rimandare. Tutto si risolve nel finestrino, mentre scorrono paesaggi la mia vicina di viaggio ora è più rilassata. Si tocca il rossetto, di un rosa acceso lucido. Riprende a scrivere osservo il suo biglietto ferroviario, me l’ha messo davanti come volesse mostrare la destinazione, è diretta a Siena, ma io scenderò prima, chissà cosa va a fare, potrei scoprirlo, ma non voglio, sono nel suo corpo. L’intruso curioso non resiste, è un incontro d’amore, una agenzia matrimoniale le ha fornito un appuntamento, lei si è messa in ghingheri, tra non molto incontrerà il suo bello. Le amiche sanno. I messaggi sono gli incoraggiamenti delle amiche.

Vedrà la persona che ha già immaginato dalla foto, ci parlerà.

Mentre scendo le faccio i miei migliori auguri, con il pensiero, non con le parole.

Le parole sono pericolose.