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PARTECIPAZIONE E FIDUCIA

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Tempo fa vidi in televisione il sociologo Prof. De Masi, ha la cattedra di Sociologia del Lavoro dell’Università “La Sapienza” di Roma, discuteva del problema progressivo disinteresse delle attività scolastiche dei figli.
Fino alle scuole primarie tutto procede abbastanza bene, i genitori partecipano alle riunioni, anche se non molto numerosi, poi alle medie inferiori un po’ meno, alle superiori la presenze dei genitori sono rare.
De Masi spiegava che nel tentativo di conoscere i genitori degli studenti universitari aveva scritto loro una lettera invitandoli a visitare l’università. Solo due genitori risposero, incuriositi l’avevano contattato, ma a quanto ricordo sarebbe stato meglio se non l’avessero fatto.

Per farla breve il Prof. De Masi avvertiva questo doloroso problema, ma non vedeva soluzioni a breve termine.
In questa sede cerco di analizzare le ragioni di questa diminuzione di partecipazione in una colonna portante della società come la scuola e anche forse un certa diminuzione di considerazione della stessa. Non voglio tentare di attribuire gli eventuali errori a nessuno, ma una lettura dei dati, dei comportamenti finora assunti, un compito non facile, se mi addentro in un tema tanto spinoso è il tentativo di aumentare la partecipazione sia in termini di quantità che di qualità verso le nostre scuole.

L’istruzione e l’educazione dei nostri figli si prende molto tempo della loro vita, pensiamo per una attimo alla prima “consegna” del figlio nelle cure di educatori che per anni trascorreranno molto tempo con i nostri figli, è un lavoro importantissimo, che nelle case signorili di un tempo era affidato a precettori. La fiducia deve stare alla base di un tale rapporto.
Se andiamo molto indietro con gli anni la scolarizzazione di massa non era ben vista, la cultura ha sempre rappresentato il potere, e solo pochi ne erano i detentori.
La Legge Casati del 1859 entra in vigore nel 1860 in un periodo dove si rendeva necessario introdurre l’obbligo di frequenza e i primi due anni del primo biennio furono resi obbligatori e gratuiti, infatti secondo i dati Istat nel 1861 l’analfabetismo maschile era del 74% e quello femminile del 84%, con punte 95% nell’Italia meridionale.

La scuola dell’obbligo italiana risale alla Riforma Gentile (1923) e tra non molti anni compirà un secolo, sono variati di recente il numero degli anni di obbligatorietà , i contenuti sono variati.
Della scuola di un tempo possiamo ricordare con una punta di ironia i fagioli che messi in terra aumentavano il dolore già forte a stare in ginocchio davanti alla cattedra o le bastonate sulle dita, ma non possiamo dimenticare l’autorità degli insegnanti, il rispetto loro dovuto in quanto persone istruite.
La contestazione del ’68 contribuì ad abbassare la qualità della scuola e anche la considerazione da parte degli italiani.
A quasi 50 anni da quei giorni di lotte, sono andato a rileggerne le motivazioni degli studenti universitari.
Siamo in un periodo della scolarizzazione di massa.
Le influenze sui giovani arrivano da comunità hippy, buddismo, induismo, consumi di droghe leggere, fuga dalla società industrializzata.
Ne conseguì un rifiuto di ogni tipo di autoritarismo società, famiglia, scuola.
I giovani si erano resi conto che c’era un potere molto forte nella scuola, ad es. i baroni nell’università.
I baroni esistono ancora oggi, ho letto la recensione di un libro “un paese di Baroni” ne cito alcune righe :
– Paolo Bertinetti, preside della facoltà di lingue e letteratura a Torino afferma di «non aver mai conosciuto nessuno che sia diventato professore solo in base ai propri meriti». Stefano Podestà, ex ministro dell’Università nel 1996 ha dichiarato: «I rettori italiani? La metà di loro è iscritta alla massoneria». Mentre, dati alla mano, Carlucci e Castaldo scrivono che «i rettori hanno famiglia in 25 delle 59 università statali italiane. Quasi il 50% (il 42,3 per l’esattezza) ha nella medesima università un parente stretto, quasi sempre un altro docente». Più chiara ancora la ricostruzione di un dialogo tra docenti nella deposizione rilasciata all’autorità giudiziaria da Massimo Del Vecchio, professore di matematica a Bari – «Se non vengo io, tu non sarai nominato preside» – «Che cosa vuoi in cambio?» – «Due miei parenti falli entrare…». Carlo Sabba, uno dei professori che si è ribellato al sistema dei concorsi truccati, conclude amaramente: «Se non si spezza questa catena, i giovani saranno a immagine e somiglianza di chi li ha arruolati, e tutto rimarrà uguale».
Non ci dobbiamo stupire se le nostre università nelle graduatorie mondiali fanno una pessima figura.
Ora riporto alcuni esempi modelli educativi esteri.
Pensiamo per un attimo al Giappone e al loro imperatore. Si! Non ricordate? Loro hanno ancora l’imperatore ! Ebbene i Giapponesi usano l’inchino come forma di saluto, è un importante gesto di rispetto, tutti hanno l’obbligo di inchino verso l’imperatore, tutti eccetto una categoria , gli insegnanti.
Gli insegnanti in Giappone hanno tanta stima da parte della popolazione, e questo da molto tempo, se si analizzano i comportamenti di certe popolazioni rimaniamo stupiti di quanto siano profonde le origini di certi comportamenti (mi riferisco alla cultura millenaria, la loro storia etc.)
Ho scorso alcuni blog di insegnanti di vari paesi del mondo e in certe nazioni come gli Stati Uniti c’è perfino qualche insegnante che si “vergogna” di svolgere il suo lavoro.
Noi italiani siamo bravissimi nel gioco dello “scaricabarile” , quali potrebbero essere le motivazioni di un un minore controllo, partecipazione e fiducia nella pubblica istruzione ?
I genitori post-68 dovevano esercitare queste attività nei tempi e nei modi previsti, farsi vedere più di quanto invece non hanno fatto.
Non è una scusa affermare di non avere le competenze necessarie.
Non è una scusa la mancanza di tempo da dedicare alla scuola, poteva esserlo quando i lavoratori erano impegnati 10 ore al giorno e anche il sabato, ma ora….
Non è una scusa la delega totale dei figli alla scuola, molti genitori attribuiscono la gestione totale dei figli alle organizzazioni scolastiche.
Se poi si pensa che il tempo trascorso a conoscere le persone delegate all’educazione dei nostri figli, visitare i luoghi dove trascorrono parte della loro vita, sia tempo perso e magari alcuni genitori preferiscano passarlo in un supermercato o alla partita, allora il problema è grave.
Ricordo benissimo il calo della partecipazione progressivo, in certe classi non c’erano nemmeno i genitori per effettuare le votazioni annuali.
Il personale della scuola come si deve sentire con questa carenza di partecipazione?
In mancanza di interesse da parte dei genitori può darsi che insegnanti irresponsabili si sentano autorizzati a non svolgere in modo attento e responsabile il loro lavoro.
Gli irresponsabili ci sono in ogni settore, anche la scuola ha subito l’ingresso di “furbi” atterrati nel pianeta scolastico per lo stipendio sicuro completamente privi del senso di “missione educativa”.
Attenzione! … Se poi sorge qualche problema, allora la partecipazione arriva, e arriva anche troppo, e la scuola non può chiedere ai genitori : – ma prima dove eravate ? –

Il Prof. De Masi sul Corriere in questo mese di Ottobre commenta :
– Qualche tempo fa ho ascoltato un ministro che, per giustificare la mancanza di posti di lavoro, aizzava una folla di giovani contro i vecchi, responsabili, a suo dire, di avere scialacquato le risorse proprie e dei propri figli. Credo di non avere mai assistito, nella mia vita, a un peccato più grave di quello commesso impunemente da questo ministro privo di pìetas, che diabolicamente contrapponeva le generazioni invece di ricomporle in una collettività armonica.
In una società disorientata, dove si è smarrito il discrimine tra bene e male, bello e brutto, vivo e morto, locale e globale, nomade e stanziale, scienza e fede, solo la saggezza della vecchiaia può ripristinare questa armonia.-
Il consiglio di De Masi è il consiglio del saggio e mi unisco a lui più vecchio e più saggio di me e considero che la cosa migliore è mettere da parte ogni rancore.

La fiducia deve ritornare alla base dei nostri atteggiamenti nei confronti della scuola, in fondo è quello che abbiamo, non possiamo averne un’altra, dobbiamo dare fiducia alla scuola, agli insegnanti, e questi si sentiranno investiti della responsabilità necessaria per affrontare il gravoso compito dell’educazione delle nuove generazioni.
Qui nel nostro paese le scuole stanno soffrendo per alcuni problemi di bullismo, credo che come ogni problema che ci si presenta nel corso della nostra vita, la prima cosa è prendere atto che c’è un problema. In molti casi la vittima del bullo subisce e basta. Gli amici di chi subisce se non vuol farlo lui, devono parlarne agli insegnanti.
Ci sono siti specializzati che danno consigli all’individuo come ad es.
http://www.educazione-emotiva.it/bullismo-soluzioni.htm , ma “fare rete” è l’attività che devono esplicare le forze in gioco (psicologi, Asl o altro), i bulli se isolati smetteranno di manifestare la loro nefasta attività peraltro inutile e la scuola potrà dedicarsi di nuovo a formare in modo egregio anche nel nostro paese le future menti di domani.

Vorrei poi affrontare lo spinoso tema della retribuzione degli insegnanti.
E’ un luogo comune “guadagnano un sacco di soldi e lavorano pochissimo ! ”
Vorrei spezzare una lancia a favore degli insegnanti, potete leggere un link con i confronti delle retribuzioni con gli altri paese europei
http://ecolelerbadelvicino.wordpress.com/2013/02/12/i-presunti-privilegi-degli-insegnanti-italiani/

Da poco piu’ di 4.000 euro l’anno della Bulgaria a 104.000 euro l’anno del Lussemburgo e con sistemi di tassazione diversi c’è di tutto, ma chiaramente ogni retribuzione va rapportata al costo della vita locale.
Troppi argomenti vengono trattati sotto un profilo economico, si parla troppo di denaro e poco di futuro, non ci sto a parlare degli stipendi degli insegnanti senza parlare del futuro dei nostri figli.
Il denaro è importante, ma il futuro della nostra società lo è di più, i detentori della somministrazione dell’educazione sono loro, possiamo chiedere che si cambino le regole per un’istruzione diversa, abbiamo modelli parziali da importare da tutto il mondo.
Vogliamo vedere qualche altro modello estero ?
Eccone uno .. la Cina da un breve racconto di un sinologo italiano dopo decine di anni trascorsi in Cina :
– Mi spiegava la mia alunna che le elementari in Cina prevedono lezioni mattina e pomeriggio tutti i giorni dal lunedì al sabato, con anche due rientri serali dopocena e in alcuni casi pure la domenica mattina. I bambini cinesi fanno tutto a scuola, studiano e fanno i compiti. Dal momento che studiano tanto dovrebbero però avere pure una buona conoscenza della lingua straniera, che in genere è l’inglese, cosa che invece non è. L’inglese a livello elementare è insegnato poco e con scarso successo, così come avviene da noi, perché non ritenuto prioritario.-
Aggiungo che questo avviene per 11 mesi l’anno, ah ! , nel mese di vacanze lavorano.

La società sta cambiando troppo in fretta, mentre tutto si è digitalizzato, nelle aule le lavagne con i gessi rappresentano un modello di scuola forse non più adatto ai ragazzi di oggi.
Tanto è stato fatto dagli anni 50 , ripenso al modello pedagogico della scuola di Barbiana, voler respingere il modello di scuola tradizionale, definita “un ospedale che cura i sani e respinge i malati”, in quanto non si impegnava a recuperare e aiutare i ragazzi in difficoltà, mentre valorizzava quelli che già avevano un retroterra familiare positivo.
Occorre ripensare alla fruizione della scuola nel suo insieme, ma questa volta non da “dentro” e non dai poteri forti dell’economia.
In più parti del mondo si sta chiedendo alla scuola di cancellare le materie umanistiche, letterarie a favore di quelle tecniche, scientifiche ritenute più “utili” alla società.
La scuola non deve rappresentare profitto nell’immediato, è l’anello di congiunzione con le radici della nostra storia, della lingua, abbiamo bisogno di ricordare e tenere di conto di tutto questo.
Ci sono anche paesi che soffrono molto nel settore educativo, nell’Afghanistan le insegnanti donne vengono uccise in quanto portatrici di cultura e conoscenza. Dal punto di vista scolastico non sono nemmeno alla Riforma Gentile rispetto a noi, ma ogni paese ha la sua storia e ogni intervento dall’esterno può essere negativo e fatale per un eventuale cambiamento.
Riporto parte di un intervista ad Habiba Sarabi intervistata da Euronews :
“È molto difficile lavorare come politico, soprattutto perché sono il primo e unico governatore donna. Ma il vero problema è che devo stare attenta a ogni passo che faccio altrimenti tutti punteranno il dito contro di me”.
Euronews: “Una delle sue priorità è l’istruzione delle bambine. Quando i taleban erano al potere era proibita, oltre gli otto anni, e le bambine non erano nemmeno in grado di scrivere i loro nomi, solo poche ci riuscivano. Qual è la situazione adesso nella sua provincia e nel resto dell’Afghanistan?”
Habiba Sarabi:
“Oggi l’istruzione delle bambine sta crescendo. Il 38% del totale degli studenti, il 38% sul totale dell’intero Paese, sono bambine, ma nella mia provincia si sale al 44%. Una cifra che è un po’ al di sopra del livello medio di istruzione nel Paese”.
Quest’ultimo riferimento serve a dare conforto, quindi :
– quando pensate di stare male , ricordate sempre che c’è qualcuno che sta peggio ! –

PASOLINI : 1974 – video su Sabaudia e civiltà dei consumi

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Pasolini : una voce fuori dal coro

 

Sono passati quasi quaranta anni dalla divulgazione di questo video, lui l’intellettuale attento, analizza il tentativo fallito dal fascismo di razionalizzare la provinciale e rustica Sabaudia, un’opera compiuta solo nell’aspetto estetico. La predizione del futuro è azzeccata, gli italiani, perso il ricordo della civiltà contadina si sarebbero trasformati in barbari, genti senza storia e senza radici.


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ECCELLENZE E COMUNICAZIONE


Avete notato quanto in questo secolo sono diventate importanti le informazioni ?
Prima avevamo il giornale radio, il giornale di carta, non tutti avevano la televisione, per scegliere usava anche il “sentito dire”.
Ora abbiamo internet al computer, molti ce l’hanno anche nello smartphone, di informazioni ne abbiamo fin troppe, la qualità spesso è bassa, si tende a leggere solo i titoli e una decina di righe max dell’articolo.
Se dobbiamo decidere di andare in un ristorante spesso diamo un’occhiata sullo smartphone il voto assegnato da tripadvisor, o se vogliamo andare ad una sagra vediamo cosa offre il sito specifico della provincia ove siamo diretti.
Siamo per così dire “delicatamente guidati” verso opzioni già preconfezionate, ci sono programmi di landing pages, web marketing o marketing automation, lavorano silenziosamente per noi mentre navighiamo e state pur certi che sceglieremo quello che gli specialisti del settore hanno già deciso.
Un link fra tanti per eventuali approfondimenti : http://www.web2emotions.com/visibilita/motori-ricerca/landing-pages.php
Occorre prima di tutto prendere atto che i metodi per prendere decisioni sono cambiati e quello della rete è diventato prevalente, quindi o ci si confronta con essa e le sue regole, o ne subiremo i suoi effetti.
Supponiamo che a Castelfiorentino (FI) si decida di organizzare una nuova festa ad es. dell’insalata ricciola e per una volta la si voglia promuovere solo con la rete, quindi senza stampe di carta da distribuire nelle varie pro-loco dell’empolese, peraltro non molto visitate, e si utilizzino i sistemi innovativi sopra menzionati, avremo minori costi pubblicitari, e questo andrà a beneficio della struttura organizzativa, quindi più curata; pensate che senza le stampe dei cartacei verrà meno gente ?
Si tratta di provare, del resto ce lo chiedono la crisi e la necessità di trovare aree di sviluppo alternative a quelle esistenti, e se eccellenze come il Boccaccio a Certaldo e le torri a San Gimignano non le abbiamo dovremo inventarcele.
Non devono essere negative come al Giglio il relitto della Costa Concordia !
Quando avremo le eccellenze su cui puntare dovremo poi lavorare molto sulla comunicazione tra cittadini, associazioni, istituzioni al fine di eliminare le sovrapposizioni e migliorare l’informazione reciproca sui progetti per il paese.


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LAVORO E SINDACATO


IL LAVORO E IL SINDACATO

Non potevo non affrontare un tema così importante come quello del lavoro.
Mi appresto a farlo con una certa titubanza.
Si tratta di un argomento attuale (per la perdita di posti lavoro nella ns. zona negli ultimi anni) e anche perché nel cercare i responsabili, il sindacato è rientrato nella cerchia dei possibili colpevoli.
L’immagine di apertura è provocatoria, ma il post tenta di ricucire un rapporto lavoratori / cittadini / sindacato ormai diventato difficile.
Le forze sindacali prima di ogni altra sono preposte non solo a tutelare i lavoratori, ma si occupano della contrattazione delle condizioni normative e retributive a livello nazionale, territoriale, aziendale, del controllo e della verifica dell’applicazione delle normative contrattuali e di legge che regolano i rapporti di lavoro.
Vorrei aggiungere che non c’è scritto da nessuna parte che devono occuparsi della formazione dei lavoratori, ma è un argomento che dovrebbero affrontare meglio e al più presto.
A fronte di un aumento di tesserati negli ultimi 10 anni e di una diminuzione globale dei lavoratori, mi aspettavo bilanci dotati di maggiore trasparenza, sono cresciute molto le attività consulenziali a scapito di quelle di tutela dei lavoratori.
Il sindacato è un ente e deve dare esempio anche alle aziende.
Sarebbe interessante svolgere un’indagine per analizzare la percentuale dei sindacalisti attivi rapportata al numero dei lavoratori in Italia e negli altri paesi (non ne ho trovate in rete)
La solidarietà dovrebbe diventare la parola chiave nelle priorità sindacali per uscire dalla crisi e dovrebbero dare l’esempio i sindacalisti (come forse anche i politici)
Quali potrebbero essere le proposte ?
– prelevare cifre diverse dalle buste paga dei lavoratori ? Lo stanno già facendo, l’aliquota non è la stessa, ma è crescente al crescere del reddito. Non basta !
Al sindacato vanno comunque troppi soldi, più di quanto ne hanno bisogno, e per risalire alle somme che passano dai sindacati si riesce a capirci qualcosa dal bilancio INPS (vedi articolo n. 1). Le organizzazioni sindacali direttamente non pubblicano niente di chiaro.

Il sindacato è regolato dalla norma costituzionale, è una delle organizzazioni alla base della nostra vita sociale e lavorativa, non si può e non si deve delegittimare, ma si deve constatare che al rilevante numero dei contratti, alle varie forme di lavoro precario introdotte, l’aumentare della complessità del mercato , non ha fatto seguito una puntuale e precisa attività sindacale.

Qui di seguito alcuni articoli rilevati in rete che rappresentano analisi diverse sul denaro che ancora transita verso le organizzazioni sindacali.
L’intervista a Landini (articolo n. 2 ) è significativa di un sindacato che si interroga sul suo ruolo e sul suo futuro.
Infine un modello argentino (articolo n. 3 ) con un bellissimo esempio di quando persone che condividono il destino crudele della disoccupazione per fallimento di una azienda possano autonomamente organizzarsi e riprogrammare il proprio futuro. (cosa che purtroppo non siamo mai riusciti a realizzare nel nostro paese)

ARTICOLO N. 1
Le trattenute Inps destinate ai sindacati, un fiume di denaro a basso costo
01-10-2012 – Ettore Vita
Tutti i numeri delle trattenute Inps destinate ai sindacati, grazie a un sistema di deleghe poco chiaro per il lavoratore.
Inps, il totale delle trattenute a favore dei sindacati

L’importo che l’Inps trasferirà alle Organizzazioni sindacali alla fine dell’anno ammonta a 713 milioni di euro. 438 milioni per ritenute sulle prestazioni, 275 milioni per contributi associativi. E’ scritto nel bilancio preventivo per il 2012, disponibile nel sito internet dell’Inps.
Si dice che sia un servizio ad alto contenuto sociale, un diritto dei lavoratori e dei pensionati a chiedere il versamento della quota associativa alla propria Organizzazione sindacale. Un diritto a vita che ha resistito anche all’esito del referendum del ’95 che ne aveva decretata l’abolizione con ampio consenso.
Un diritto non solo permanente ma anche prioritario, si applica anche sulle pensioni integrate al trattamento minimo che la legge salvaguarda impedendo finanche il recupero dei crediti dell’Inps per prestazioni non dovute (art. 69, l. n. 153/69). Questa esigenza passa in secondo piano innanzi al tuo diritto di farti trattenere lo 0,50% anche sulle pensioni integrata al minimo. Oltre 31 euro nel 2012. E dire che, trattandosi di pensione integrata dallo Stato, la trattenuta viene, di fatto, posta a carico della collettività.
La trattenuta è effettuata sull’importo lordo della pensione, quindi il pensionato ci paga anche le tasse. Ma non spaventatevi, la trattenuta non è dello 0,50% su tutte le pensioni, è graduata in modo inversamente proporzionale al loro ammontare: 0,40% sugli importi eccedenti il minimo e non eccedenti il doppio del trattamento minimo; 0,35% sugli importi superiori a detti limiti.
Ovviamente la trattenuta sindacale non risparmia nemmeno le prestazioni a sostegno del reddito, non importa che il lavoratore sia ammalato o abbia perso il lavoro. La trattenuta su alcune prestazioni è a percentuale (CIG, mobilità, disoccupazione), su altre è costituita da un importo indicato dal sindacato sulla domanda (disoccupazione agricola). Si tratta d’importi rilevanti (più di 76 milioni di euro) che fanno accapponare la pelle, se si pensa alla condizione dei lavoratori.
Il Sindacato ha bisogno di sostegno economico per svolgere la sua funzione. Tuttavia dovrebbe affermarsi il principio del sostegno diretto, come avviene per i partiti o le altre associazioni in generale. Ovvero la delega alla trattenuta dovrebbe almeno essere rinnovata annualmente. Così la trattenuta sarebbe frutto di una libera manifestazione di consenso degli iscritti. Va rilevato, infatti, che la delega alla trattenuta, nella maggior parte dei casi, è sottoscritta presso l’Ente di patronato all’atto della presentazione di una domanda di prestazione. Quindi in un momento di particolare bisogno e senza adeguata informativa sulle conseguenze. Per motivi burocratici, poi, la disdetta non è semplice e per eliminare la trattenuta, passano minimo tre mesi.
L’Inps svolge con scrupolo il servizio di riscossione delle trattenute sindacali e a prezzi stracciati, 0,03 euro per ogni delega contestuale alla domanda di pensione e 0,02 euro per la sua gestione annuale. Una miseria. Ci vogliono 34 deleghe per un euro. L’Inps svolge anche un’altra funzione, trattiene, a favore degli Enti di patronato che sono una costola del sindacato, lo 0,222% sui contributi versati. Nel bilancio preventivo del 2012 la somma che sarà versata ai Patronati è quantificata in 316 milioni di euro. Un fiume imponente di danaro di cui poco si parla.

Articolo n. 2
Landini: “Il sindacato è morto se non cambia, grave crisi di rappresentanza”
Il leader della Fiom: i precari non ci riconoscono
di ROBERTO MANIA
ROMA – “O questo sindacato cambia o è destinato a morire”. Maurizio Landini è il segretario generale della Fiom, il più antico sindacato italiano, ancora il più prestigioso. Prima di lui sono stati segretari generali dei metalmeccanici della Cgil Luciano Lama, Vittorio Foa, Bruno Trentin. È un pezzo della storia sindacale italiana. Landini non parla il sindacalese, appartiene a una nuova generazione di dirigenti senza più tessere di partito che ha abbracciato l’idea del sindacatomovimento. In questa intervista ammette – forse è la prima volta per un sindacalista – che le grandi organizzazioni sindacali non sono più rappresentative tra i lavoratori, sia tra quelli tutelati, sia tra i precari, giovani ed anziani.
Landini, sta dicendo che lei guida un sindacato moribondo?
“Io dico che c’è una crisi di rappresentanza che riguarda tutto il sindacato, senza distinzioni. Penso che il sindacato vada ricostruito”.
Rifondato?
“Non mi piace questa parola. Ma il sindacato è in grande difficoltà. Se vuole avere un futuro deve cominciare a fare i conti con il fatto che si trova all’interno di una profonda crisi di rappresentanza, che interessa anche la politica come le associazioni delle imprese. Perché se è vero che sempre più cittadini non vanno a votare, è anche vero che la maggior parte dei lavoratori non è iscritto ad alcun un sindacato.
Ci sono milioni di precari, giovani ma non solo, che non vedono nelle organizzazioni sindacali un soggetto che li possa rappresentare”.
Se ne sta accorgendo un po’ in ritardo. Cosa ha fatto la Fiom per impedire questa tendenza?
“Intanto chi pensava (e noi non eravamo tra questi) che il caso Fiat fosse un episodio, ora è costretto a ricredersi con il blocco da otto anni dei rinnovi contrattuali nel pubblico impiego, con gli accordi separati nel commercio, con la disdetta del contratto nazionale da parte delle banche. Ormai una larga parte dei lavoratori è senza il contratto nazionale. Noi ci siamo opposti a questo. Abbiamo difeso i diritti dei lavoratori in fabbrica e prospettatoun’idea di società diversa. Lo considero un punto importante. E comunque: o si cambia oppure il modello Fiat porterà alla morte dei sindacato generale confederale e all’affermazione del sindacato aziendale. Bisogna avere il coraggio di voltare pagina”.
Come?
“C’è bisogno di più democrazia nel sindacato. I lavoratori devono poter votare sempre sui contratti e gli accordi che li riguardano. Dobbiamo rappresentare i precari non solo a parole. Non possiamo continuare a scaricare su di loro il peso di molti accordi che facciamo”.
In concreto cosa vuol dire?
“Che 280 contratti nazionali sono troppi. Che basterebbe un contratto e un sindacato dell’industria che preveda le stesse tutele e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni tra tutti i lavoratori. Dobbiamo puntare a ripristinare le pensioni di anzianità per il lavoro di fabbrica, per chi guida i treni, per gli infermieri… Non è un privilegio, ma un diritto”.
Cosa rimprovera al segretario generale della Cgil Susanna Camusso?
“La Cgil sta avviando il suo congresso. Spero che si possa svolgere una discussione aperta, che valorizzi tutti i punti di vista. Più in generale credo che la crisi del sindacato nasca dal fatto che in questi anni non sia stato capace di tutelare le condizioni di chi lavora, c’è stato un secco arretramento. E se le persone stanno peggio vuol dire che anche noi abbiamo sbagliato. E poi: c’è stata una caduta di autonomia rispetto ai governi e alla politica. Non si può cambiare a seconda del governo e della maggioranza”.
(08 novembre 2013)

Articolo n. 3
Modello argentino di lavoratori che occupano una fabbrica :
Alessandro Di Battista ci racconta oggi una storia a lieto fine, una bella storia di diritti e di lavoro.

Le aziende devono appartenere a chi lavora: un esempio dall’Argentina

“Luigi Zanon, un imprenditore italiano, aprì una fabbrica di ceramica a Neuquén, in Patagonia, nel 1979. Era un uomo noto in Argentina, la sua famiglia aveva messo su a Recoleta, a quattro passi dal cimitero dove riposa Evita, il parco dei divertimenti più grande del continente: l’Italpark. Zanon era un tipo sciovinista, nel logo della fabbrica spiccava il tricolore e sia gli ottovolanti che i forni dove cuocere la ceramica erano made in Italy. Nei primi anni la fabbrica ottenne enormi finanziamenti pubblici e Zanon, grande amico del regime, non faceva altro che ringraziare il dittatore Videla per aver reso l’Argentina un paradiso per investire. Se Zanon faceva la bella vita lo stesso non si poteva dire dei suoi operai ai quali toccava sgobbare in fabbrica 16 ore al giorno senza diritti nè sicurezza.
Esiste al mondo qualcosa che sia peggio di un lavoro alienante? Certamente: perderlo. Gli anni ’90 non iniziarono troppo bene né per Zanon e né per l’Argentina. Mentre Brehme trasformava un rigore piuttosto dubbio facendo impazzire di gioia la Germania appena riunificata e disperare Maradona e compagni, Roxana Celia Alaimo, una ragazzina di 15 anni, perdeva la vita su una giostra dell’Italpark che da anni non riceveva manutenzione. Il parco venne chiuso immediatamente ma la fabbrica di Neuquén, anch’essa teatro di morti assurde tra gli operai, non venne neppure ispezionata.
Nel 1994 mentre il Presidente Menem obbediva agli ordini di Washington inaugurando la stagione delle privatizzazioni, Jorge Sobisch, Governatore della Provincia di Neuquén, andava controtendenza finanziando la fabbrica Zanon con 5 milioni di dollari: quattrini pubblici che il Patron si mise in tasca bellamente al posto di reinvestirli in innovazione dando di fatto il via allo smantellamento dell’industria. Cominciò a licenziare, a vendere macchinari, a dismettere intere aree della fabbrica. «C’è crisi» ripeteva Zanon, «non posso fare diversamente».
Gli operai avevano paura ma non sapevano come muoversi, erano soli, non c’era un sindacato, non avevano mai scioperato, neppure si conoscevano tra loro. Lavorare a ritmi massacranti e a piccoli gruppi non gli aveva mai dato modo di riunirsi ma un giorno venne presa una decisione che avrebbe fatto la storia: giocare a pallone! Fu un campionato di calcio l’inizio della rivoluzione.
Ogni domenica gli operai iniziarono a darsi appuntamento su un campetto di periferia. Sudavano, litigavano per un fuorigioco, si insultavano, insomma diventavano amici e quando nel 2000 un altro ragazzo perse la vita in fabbrica gli operai della Zanon erano diventati un gruppo e seppero reagire. Daniel, così si chiamava il ragazzo, ebbe un attacco cardiaco appena entrato in fabbrica e venne portato in infermeria, gli fu dato l’ossigeno ma la bombola era vuota. La morte di Daniel mostrò con chiarezza quanto per il Patron valessero le vite dei suoi operai. Iniziarono gli scioperi, le assemblee, le rivendicazioni, gli operai della Zanon vinsero le elezioni del sindacato ceramista della provincia. Il Patron rispose con nuovi licenziamenti e smettendo di pagare gli stipendi fino a che, nel 2001, decise di chiudere definitivamente la fabbrica.
Quando gli operai trovarono i cancelli sbarrati restarono sbigottiti, da mesi senza stipendio e ora senza lavoro.
«E adesso cosa facciamo?» disse qualcuno.
«E che possiamo fare, entriamo e lavoriamo».
Sfondarono i cancelli e fecero la sola cosa che sapevano fare: produrre ceramica. Duecento lavoratori che per una vita avevano ubbidito al padrone, pieni di paura e inesperti nella gestione di una fabbrica scelsero di rischiare. Mettere in moto i forni autonomamente era un affronto non soltanto a Zanon ma ad un intero sistema e per questo gli operai vennero ostacolati in ogni modo. Spinti da Zanon i fornitori smisero di consegnare le materie prime, la moglie di un operaio venne rapita e picchiata a sangue, gli ordini di sfratto si susseguirono. Furono mesi complicati per gli operai, gli fu persino interdetto l’utilizzo del nome Zanon per vendere la ceramica, tuttavia, reagirono colpo su colpo. Fecero delle collette per comprare i materiali (sabbia e argilla gli venne regalata da gruppi di indigeni Mapuche, anche loro in lotta per la sopravvivenza), istituirono un sistema di sicurezza interna per evitare sabotaggi e crearono una nuova cooperativa, la FASINPAT (Fabrica Sin Patrones – Fabbrica Senza Padroni). Nel 2003 il sistema si arrabbiò sul serio. Centinaia di poliziotti arrivarono in fabbrica per cacciare gli “abusivi” ma gli abitanti di Neuquén si mossero a sostegno degli operai. Cinquemila cittadini circondarono la fabbrica facendo da scudo, c’erano vecchi e bambini, uomini sulle carrozzelle, tutti uniti per dire basta alle ingiustizie. La polizia fu costretta al ritiro.
Oggi la FASINPAT, o Ceramica Zanon, esiste ancora, nessuno è riuscito a sfrattare gli operai. Il Patron diceva che non sarebbero stati in grado di fare nulla da soli, che avrebbero fatto esplodere i forni, che senza esperienza la fabbrica avrebbe chiuso in un anno. Non è andata così. In 12 anni di controllo operaio la produzione è aumentata, gli incidenti sul lavoro sono scesi del 95% e sono stati assunti oltre 200 nuovi lavoratori tra in quali anche la mamma di Daniel. Gli operai della Zanon non si limitano soltanto alla produzione, non si sono dimenticati della solidarietà della popolazione e hanno a cuore il benessere dell’intera società. Con parte dei ricavi della fabbrica hanno costruito un centro di salute in un quartiere disagiato della città, regalano piastrelle alle famiglie che non possono permettersele, realizzano visite guidate in fabbrica con i bimbi delle scuole della provincia per mostrargli come si produce la ceramica e come si può cambiate il futuro. Ma non è tutto oro quello che luccica. Nei giorni in cui visitai la fabbrica venni invitato da un gruppo di operai che facevano il turno di notte a mangiare un asado. Avevano improvvisato una graticola tra due enormi macchine che pressavano l’argilla. Bevemmo fernet e cola, mangiammo la carne più buona del mondo e parlammo a lungo. Un ragazzo mi disse che il controllo operaio significava avere maggiori responsabilità ma stesso stipendio, che se era vero che si sentivano liberi era altrettanto vero che dovevano pensare a un mucchio di altre cose oltre al lavoro. «A questo punto era meglio sotto padrone» mi confidò alla fine della chiacchierata. Durante una riunione del sindacato ceramista ascoltai una frase che mi colpì molto: «lo schiavo difende il padrone perché non conosce altra condizione». E’ vero, tuttavia anche chi ha conosciuto una condizione differente a volte preferisce la tranquillità dell’assenza dell’impegno. La mediocrità può essere una strada comoda. Una delle cuoche della fabbrica mi disse che finalmente poteva esprimere le sue idee, che in assemblea veniva ascoltata e che questa era la ricchezza più grande del controllo operaio. Già, una ricchezza ma anche peso, una responsabilità enorme. Essere protagonisti del proprio futuro fa tremendamente paura, la libertà fa paura, averci a che fare è una lotta continua, uno sforzo sovrumano. Essere liberi significa non essere passivi, significa prendere in mano la nostra vita. E’ tosta ma vale la pena provarci.
Non ho raccolto questa storia perché penso che le proposte che ci arrivano dal Latino America vadano applicate tout court anche in Europa. Ognuno ha i propri tempi, il proprio percorso e le proprie peculiarità. Tuttavia la vittoria degli operai della Zanon (nel 2009 il governo di Neuquén gli diede ragione e firmò un documento rivoluzionario che sanciva l’espropriazione della fabbrica al vecchio Zanon e la consegna alla cooperativa FASINPAT) dimostra quanto sia necessario mettere in discussione il pensiero dominante, quello che continua a ripeterci che l’unico modo per affrontare la crisi sia tagliare lo Stato sociale, che una fabbrica non può essere gestita dagli operai e che per fare politica occorra essere dei professionisti. Io non ci credo più al pensiero dominante. Non li ascolto più i fatalisti che mi spiegano che un progetto non può essere realizzato perché nessuno ci è mai riuscito e che cambiare il mondo è un’illusione. Gli operai della Zanon ce l’hanno fatta, sono i padroni di una grande fabbrica, sono gli artefici del loro destino. E’ stata dura, come scalare una montagna, ma se ci pensate bene per farlo basta mettere un piede dopo l’altro.”
Alessandro Di Battista – autore di “SICARI A CINQUE EURO” libro/inchiesta sulle origini della criminalità in America LatinaImmagine


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ELSA – L’ AMICO FIUME


Nel 1965 a causa della crisi dell’industria mineraria la Montecatini di Castelfiorentino aveva cessato l’attività, mio padre ci lavorava e la mia famiglia si trasferì a Orbetello (GR) in altra azienda Montecatini.
Nel 1966 quindi a Castelfiorentino non c’ero, mi trovavo a Orbetello e la notizia della piena nel paese natio non ci arrivò immediatamente.

Ricordo il marito di una cugina di mio padre, appena arrivato ad Orbetello ci annunciò la notizia della tragedia e fu drastico nelle brevi parole comunicate : – Là a Castello muoiono tutti! –

Non vi dico la paura che ci fece prendere !

Anche vicino a Orbetello l’Ombrone si era ingrossato, aveva fatto fatto qualche danno, ma non come nella Valdelsa.

Di fronte a ogni disastro ambientale, ora siamo abituati a ricercare le colpe in tutti quelli che sono intervenuti in modo non corretto nell’ambiente, come se trovare il colpevole risolvesse il problema.
Ancora peggio se dopo l’evento arrivano contributi a pioggia non tanto per ripristinare i danni, ma magari farne di nuovi se non fatti con criterio.

La scelta di agire con le casse di espansione di concerto con il controverso “scolmatore” è stata alla fine per ora premiata, ondate di piena molto alte sono state scongiurate negli ultimi anni.

Un non addetto ai lavori come me non si può addentrare in polemiche sull’operato svolto sul nostro fiume, la critica aiuta solo se è costruttiva, la mia non vuol essere una critica ma un resoconto.

Ho parlato con alcune persone preoccupate affacciate sul ponte del fiume Elsa e ancora trovo molta disinformazione tra i castellani. Con tristezza mi rassegno, e devo constatare che molte delle credenze dei miei genitori e nonni sussistono in molti concittadini.
Ad es.vedono gli alberi nell’alvo del fiume e affermano :
-non hanno pulito! –
oppure :
– siamo alle solite, è tutto da ripulire, ai miei tempi c’erano il cemento e tutti gli scalini –
e sono chiaramente delle affermazioni che rappresentano grave impreparazione sull’argomento.

Molti anni fa amministrazioni provinciali toscane avevano diffuso degli opuscoli per spiegare a tutti come si deve intervenire sul fiume.

Un esempio è l’opuscolo “L’amico fiume” , l’ho ritrovato dopo tanti anni, è una produzione dell’amministrazione provinciale di Siena. Volevo ri-pubblicarlo in rete, sarebbe anche doveroso confrontare i propositi di oltre 10 anni fa con i lavori effettivamente svolti sui fiumi,
esiste un link http://ecoitaly.net/sva/amico_fiume.htm che rimanda all’opuscolo ma è disattivato.

In poco spazio si sintetizzano concetti semplici, credo che l’intento fosse stato di distribuirli nelle scuole, il fumetto spesso rende meglio di tante parole, ma tante ne sono state spese sul fiume e molte hanno provocato più danni che benefici.
Mi sono permesso di scannerizzare solo i disegni e pubblicarli nei documenti del gruppo.

Pensiamo a quante cose sono state fatte sui fiumi e che solo dopo molti anni ci siamo resi conto che producevano più effetti devastanti e negativi di quelli positivi…

1. si estraeva la sabbia di fiume e si è visto poi che per diretta conseguenza nel mare affluiva minore quantità di depositi e le spiagge si ritraevano sempre di più, questa attività è stata interrotta.
2. si costruivano dighe e steccaie per canalizzare l’acqua verso mulini e sfruttare così la forza dell’acqua, questo bloccava il flusso dei sedimenti verso il mare e modificava l’alvo del fiume, questa attività non esiste quasi più in Toscana.
3. non si dovevano cancellare le anse dei fiumi, oltre a rallentare la velocità dell’acqua, le anse avevano l’importante scopo di filtraggio delle acque con le loro sabbie e sassi
4. non si dovevano cementificare i corsi dei fiumi, e tantomeno ricoprire i torrenti con strade (ho visto strade asfaltate sul greto dei fiumi in Calabria presso Cirò Marina, poi ci si stupisce se i fiumi portano via i campeggi)
5. i ponti avrebbero dovuto essere costruiti sul modello dei ponti di epoca romana “a schiena d’asino” (e si possono ancora ammirare) , invece spesso franano perché realizzati “pari strada”
6. gli affluenti torrentizi sono spesso secchi, ma la nostra idea italiana di voler “canalizzare” tutto ci porta a non dimensionare in modo corretto le connessioni tra torrenti e fiumi (vedi Certaldo pochi giorni fa)
molti di questi errori sono menzionati nell’opuscolo.

Tentativi di “avvicinare” la popolazione al fiume Elsa ne sono stati fatti, come ad es. provare l’uso delle canoe nel fiume, il river trophy (gara non competitiva di barche costruite con materiali di recupero), la realizzazione del campo gara per la pesca sportiva, ma sono eventi sporadici, e il fiume continua a fare paura quando si gonfia e arriva con le acque fin quasi al ponte e desta disinteresse in quasi tutti gli altri periodi.

Si è parlato di “parco fluviale” già fin dal 1992 , e credo che progetti, idee, finanziamenti, sono sempre arrivati in tempi diversi con scarsi risultati visibili.
Anche in questo spinoso tema si è speso tempo e denaro in assenza soprattutto di condivisione delle modalità intervento.

Mentre nell’alta valdelsa ci sono i Sentier Elsa vicino Colle Val d’Elsa , sentieri con guadi di 4 km (articolo gonew di Luglio 2013) , nella bassa valdelsa, fiume più largo, le eventuali piste spesso alluvionabili, difficili da gestire, non fonti di reddito, sono state realizzate solo in parte.

Alla televisione ogni giorno vediamo dissesti idrogeologici di ogni tipo, in ogni parte d’Italia, perché la cura di un ambiente è deputata prima di tutto a chi lo abita, e un modello di riferimento “sano” che posso menzionare è quello di alcune comunità montane del Trentino.
Gli amministratori di questi paesi hanno rifiutato di aderire ad alcuni incentivi che anziché tendere a popolare la montagna, la spopolavano, è chiaro che una montagna senza abitanti è più difficile da gestire, l’incuria dei terreni diventa un costo per le piccole amministrazioni locali, e rischiano di diventare aziende fallimentari.

Se ci sono stati degli errori in passato sulla gestione del fiume almeno cerchiamo procedere in maniera corretta da ora in poi, regole e direttive sul come operare sull’ambiente ci sono, occorre solo attuarle, ma soprattutto occorre responsabilizzare i cittadini, e ognuno di noi deve sapere che anche ad es. cementificare intorno casa contribuisce a far accelerare la velocità dell’acqua del nostro amato fiume. Sapere prima di agire !


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CARTELLI


pulizia e civiltà
Nella rete ed in giro si trova di tutto, ce sono di spiritosi, di offensivi. Quello che pubblico è stato da me fotografato, è un semplice foglio fotocopiato appeso non ricordo bene dove esattamente, ma in una strada centrale di un comune della Garfagnana con tanto di firma IL SINDACO, non servirà a niente, ma secondo me è un tentativo di modificare un malcostume di inciviltà troppo spesso diffusa anche nel nostro paese.
Ne segnalo invece uno buffo che ho visto presso un orto, al proprietario rubavano ripetutamente un contenitore dell’acqua da 100 litri , da oltre un anno vedo ancora il contenitore con la stessa scritta e…. penso tra me : – ha funzionato! – beh! ora devo dirvi cosa c’è scritto . “- riportalo via imbecille !- ”


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OBSOLESCENZA E SCADENZA


 Le mie recenti letture di alcuni autori sulla decrescita : Serge Latouche e Zygmunt Bauman.

Non ho le capacità di sintetizzare idee, concezioni, riflessioni di due intellettuali così ben preparati in un breve articolo su fb e non è questa la mia intenzione, ma ve le segnalo in quanto le ritengo degne di nota e ci aggiungo alcune annotazioni.

Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo polacco ha scritto una sessantina di libri , solo alcuni di questi trattano l’argomento della decrescita diciamo che dagli anni 60 (questo autore è vivente e nato nel 1925) gli argomenti sono passati dalla sociologia all’olocausto, dal consumismo all’etica, dalla globalizzazione ai comportamenti umani nella società moderna.

In un recente libro afferma : – Affinché la società dei consumi non si trovi mai a corto di consumatori, l’ansia [di non essere accettati, appagati ecc], in contrasto stridente con le promesse esplicite e sbandierate del mercato, deve essere sostenuta costantemente, ravvivata regolarmente, montata o comunque stimolata. I mercati dei consumi si alimentano dell’ansia che essi stessi evocano, e che fanno il possibile per accrescere nei consumatori potenziali. Come già segnalato, il consumismo, in contrasto con la promessa dichiarata (e ampiamente accreditata) degli spot, non riguarda il soddisfacimento dei desideri, ma l’evocazione di un numero sempre maggiore di desideri: di preferenza proprio quei generi di desideri che, in linea di principio, non possono essere esauditi. Per il consumatore un desiderio esaudito non sarebbe più piacevole o eccitante di un fiore appassito o di una bottiglia di plastica vuota, e per il mercato dei consumi esso sarebbe anche il presagio di un imminente catastrofe”.
Baumann si esprime in modo drastico sulla attuale crisi. Questa crisi, infatti, mette tutti noi di fronte alla scarsità delle risorse alla base della vita: quelle alimentari, energetiche e idriche. Come dice Bauman, se non vogliamo cominciare guerre per queste risorse siamo costretti a inventarci nuove strade.
A nostro parere le sue parole descrivono perfettamente la necessità di progetti come l’Agrivillaggio che danno risposte concrete al tema della carenza di risorse rigenerando terra prima dedicata alla speculazione o alla agricoltura intensiva e mettendola al servizio della vita degli abitanti.
Serge Latouche , filosofo ed economista francese (più giovane, è del 40 , di libri ne ha scritti una quarantina e trattano di economia e marxismo, occidentalizzazione e mito del progresso, e dal 2004 i suoi scritti sono quasi tutti mirati al tema della decrescita.
Critica al capitalismo. Non si tratta di una critica qualunque, come potrebbe essere la critica vetero-marxista. Il no al capitalismo è qui giustificata non da elementi ideologici o di rivendicazione classista, ma da evidenze logiche. Il capitalismo si basa sul concetto che la ricchezza produce ricchezza, all’infinto. Ma la crescita illimitata è un’utopia o in alternativa un’idea che porta dritto a un muro. Latouche fa un esempio estremamente convincente: “Con un aumento del PIL pro capite del 3,5 per cento annuo (che corrisponde alla media francese tra il 1949 e il 1959), si ha un fattore di moltiplicazione 31 in un secolo e di 961 in due secoli! E con un tasso di crescita del 10 per cento, che è quello attuale della Cina, si ottiene un fattore di moltiplicazione 736! A un tasso di crescita del 3 per cento, si moltiplica il PIL di venti volte in un secolo, di 400 in due secoli, di 8000 in tre secoli”.
Decremento selettivo del Pil. Decrescere vuol dire produrre e consumare di meno, e questo vale sia per le merci che per i servizi. Recessione, dunque? No, perché la decrescita prevede un taglio selettivo del Pil, la recessione è invece discesa incontrollata, dunque anche di quei parametri che sono indispensabili al mantenimento di un tenore di vita decente (istruzione, sanità, occupazione). Dunque, questo concetto va di pari passo con la riduzione degli sprechi. Tutto quello che non è necessario consumare, semplicemente non va prodotto. In quest’ottica, la produzione è una voce che procede dalla domanda, e non viceversa.
Autonomia energetica e alimentare. Qui subentra il concetto di località. Nella visione della decrescita, le comunità sono autonome. Escluse le merci che realmente non sono producibili in loco, niente va importato. Una città consuma solo gli alimenti che produce, consuma solo l’energia che produce e utilizza solo gli strumenti che crea. Qui assume un’importanza essenziale la questione delle rinnovabili, in grado di rendere autonomo anche un paese che non possiede giacimenti di carbone, di gas etc. Assume un’importanza particolare anche il riciclo: se l’import è considerato una cosa da evitare, allora è indispensabile non sprecare gli strumenti, le merci, gli oggetti; dunque è indispensabile riciclare.
Senso di comunità. Se la comunità è autosufficiente (per quanto possibile) allora è inevitabile che si instauri un rapporto più intenso tra una popolazione e la propria terra. Rapporto che va coltivato mantenendo, ed eventualmente recuperando, le tradizioni tipiche del territorio. In questo senso la decrescita non è solo una teoria economica, ma anche filosofia e antropologica, quindi culturale.
Insomma, una rivoluzione. Teoricamente è tutto affascinante. Vedremo alla prova della pratica se lo sarà ancora.
Latouche ha scritto anche un libro sull’obsolescenza : USA E GETTA
già il nome obsolescenza mi pare brutto ed evoca chissà quali pensieri , forse tanti non ne conoscono nemmeno il significato esatto , quindi rinfresco la memoria…
da Garzanti : obsolescenza : perdita progressiva di efficienza, di funzionalità, di valore; lento invecchiamento , scadimento di un bene capitale (impianto, macchinario ecc.) o di un bene di consumo durevole causato dal progresso tecnologico o da altre ragioni diverse dal logoramento materiale.
Nel libro racconta come è cominciata la sua avventura, cioè ha scoperto per caso, a proprie spese che il disco fisso del suo computer era programmato a scadenza cioè doveva rompersi al terzo anno, e questa si chiama obsolescenza programmata.
Parte da questa singolare esperienza la decisione di collaborare alla stesura del libro nel quale si cercano di spiegare le ragioni che spingono i produttori e produrre oggetti con “scadenza” in modo che i consumatori siano costretti a a ri-comprare di nuovo questi oggetti.
I beni durevoli quindi non sono più tanto durevoli e “finiscono” , non c’è solo la moda o la tecnologia che rendono “obsoleto” un prodotto, ma ci si mette anche il produttore a farlo rompere, mettono ad es. dei chip all’interno di una stampante e questa dopo un certo n. di anni si rompe, in modo irreparabile.
Latouche elenca le origini di tali comportamenti e individua lucidamente le premesse di questo fenomeno nella massiccia agevolazione dell’acquisto a credito e in una visione distorta della garanzia sui prodotti, l’autore non manca di cogliere una dimensione antropologica – il piacere dell’ostentazione e dello spreco – finendo per progettare una società della decrescita che all’obsolescenza pianificata sostituisce la durevolezza, la riparabilità, il riciclaggio. Così sarebbe forse possibile un’abbondanza frugale.
Un riferimento interessante di Latouche è quello dell’obsolescenza alimentare (la scadenza dei prodotti alimentari) che provoca la distruzione di milioni di tonnellate di cibo, e Andrea Segre con vari libri tra cui : Lo spreco utile, Il libro nero dello spreco in Italia o altri , spiega come possiamo intervenire in questi casi.

Tutto ciò premesso, in tempi di crisi…. riparare o non riparare ?
Questo è il dilemma !
E ancora, pretendere da ora beni durevoli che si rompano meno e che non “scadano” o accettare il consumismo com’è ? Per ora di roba che NON SCADE abbiamo solo i politici, e siccome qui ho chiesto di non parlare di politica, scusate questo breve OT, ma ci voleva.

aggiungo il link al video -pret à jeter- :
(per chi sa il francese)
http://vimeo.com/62420511

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