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MODELLI DI RIFERIMENTO

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Ci sono molti modelli di sviluppo ai quali una cittadina vorrebbe far riferimento per la crescita ed il benessere della propria popolazione, poi si possono anche osservare i modelli negativi e cercare di non replicarli, in certi casi possono essere utili per prendere spunti dal come modelli negativi sono ritornati ade essere aree interessanti per come hanno a reagito ai periodi bui.

Un modello negativo che ho avuto occasione di osservare tempo fa è stato Detroit – Usa
vidi un interessante documentario che mostrava la fuga dalla città di centinaia di persone, l’abbassamento dei prezzi degli immobili, la distruzione (proprio rasi al suolo) di zone della città,

Mi sono soffermato ad analizzare anche la crescita di urban agricolture nella città di detroit
qui di seguito i links ai siti ed i testi analizzati

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http://www.ilpost.it/2011/03/24/fuga-da-detroit/
Fuga da Detroit
Ha perso un quarto degli abitanti in dieci anni e questo rischia di aggravare la sua crisi
24 marzo 2011
Secondo i dati dell’ultimo censimento, la città di Detroit ha perso un quarto dei suoi abitanti negli ultimi dieci anni. Il dato ufficiale per il 2010 è di 713.777 residenti, il più basso del secolo. A partire dal 2000, quasi 240.000 persone hanno lasciato la città: l’equivalente di un autobus pieno di gente al giorno, per dieci anni. Non si tratta solo di perdere prestigio. Detroit perderà milioni di dollari in finanziamenti federali, che sono calcolati secondo una formula complessa ma che tiene molto in conto il numero di abitanti. Decine di leggi statali, poi, dovranno essere riscritte: la definizione «città con più di un milione di abitanti» non riguarda più Detroit, per cui bisognerà rimetterci mano.
Nel 1950 Detroit aveva 1.8 milioni di abitanti ed era la quarta città degli Stati Uniti. Oggi è diciottesima, dietro Columbus, nell’Ohio, e appena sopra Memphis. Negli ultimi anni solo New Orleans, negli Stati Uniti, ha perso più abitanti, colpita dall’uragano Katrina. Detroit, invece, continua a soffrire di una recessione pluridecennale, con tassi di disoccupazione a due cifre e una crisi immobiliare che, come avevamo già raccontato, hanno svuotato la città lasciando quasi 80.000 case vuote, circa un quarto del totale. Oggi comprare una casa nella midtown di Detroit costa meno di una macchina. Da molti anni l’alto tasso di criminalità e la generale mancanza di servizi spingono la classe media, soprattutto bianca, a trasferirsi nei sobborghi fuori città, generando anche una sorta di divisione razziale, tanto che in città sono rimaste poche decine di migliaia di bianchi.
Il sindaco Dave Bing ha contestato i risultati del censimento e ha detto che presenterà subito ricorso. Il presidente del consiglio cittadino, Charles Pugh, ha invitato a tener conto della popolazione carcerata: migliaia di persone sparse per le carceri di tutto lo stato. Ha aggiunto che molte persone si registrano come residenti dei sobborghi «per pagare meno l’assicurazione dell’auto». Difficilmente, però, un riesame del conteggio restituirà a Detroit i 40.000 abitanti che mancano secondo il sindaco.
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Ma un più recente articolo documenta che la sofferenza aumenta

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http://www.cittalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4832%3Adetroit-e-lo-spopolamento-delle-citta-americane&catid=3%3Anotizie&Itemid=14
Detroit e lo spopolamento delle città americane
Martedì 23 Luglio 2013

Detroit, fondata nel 1701, è stata la più nota capitale dell’industria statunitense, nonché un importante luogo di produzione musicale e sportiva. Con la crisi di questi anni, che ha visto la città protagonista, il tessuto urbano si è andato degradando ed è cronaca di questi giorni la notizia della richiesta di bancarotta presentata da Detroit (secondo la stampa americana la più grande mai avanzata da una municipalità nella storia degli Stati Uniti). La domanda al giudice federale di accedere al Charter 9, che regola la bancarotta delle amministrazioni comunali per chiedere assistenza al fine di risanare i propri debiti, è stata avanzata dal commissario straordinario della città, Kevin Orr, che ne ha dichiarato lo stato di insolvenza, una richiesta che è stata approvata dal governatore del Michigan, Rick Snyder. Se definitivamente accolta la domanda permetterà al commissario straordinario di liquidare gli asset della città per soddisfare i creditori. Negli anni ’50 Detroit si è espansa molto velocemente grazie al successo dell’industria automobilistica, ma negli ultimi decenni la decadenza è stata altrettanto rapida: il territorio urbano è passato da quasi 2 milioni di abitanti nel 1950 a circa 700 mila nel 2013. Il sindaco della città, Dave Bing, ha assicurato che i servizi pubblici saranno garantiti e gli stipendi degli impiegati della pubblica amministrazione verranno pagati.
Lo stato del Michigan ha nominato un manager che si occuperà della causa di fallimento e ha chiesto al tribunale di aprire il procedimento di bancarotta per la città. Già nel 2009 il magazine economico Forbes, stilando la classifica dei centri abitati che si spopolano in modo più rapido e intenso, assegnava a Detroit il maggior indice di abbandono, posizionandola subito dopo Las Vegas, che soffre gli effetti del crollo del mercato immobiliare, Atlanta, Greensborg (centro del North Carolina), Dyton (capoluogo della contea di Montgomery-Ohio), Phoenix, Orlando, Kansas City, Indianapolis, Jacksonville e Miami. Una fotografia di diverse aree metropolitane che a seguito dello spopolamento presentano oggi notevoli criticità. Problemi che le amministrazioni comunali, che continuano a garantire e ad erogare i servizi pubblici, sostengono come peso economico con investimenti che si disperdono a causa del ridotto numero di abitanti, mentre la desolazione di svariati quartieri si traduce in un drastico calo di sicurezza.

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Studi effettuati nella città di Detroit dall’università del Michigan valorizzano l’agricoltura urbana e non solo :
http://archivio.eddyburg.it/article/articleview/18873/0/409/

A Detroit un centro ricerche universitario sull’agricoltura urbana
Data di pubblicazione: 15.04.2012

Autore: Schultz, Marisa

Passo avanti della capitale dell’auto verso un ruolo inedito e tutt’altro che ridimensionato: polo di ricerca sostenibile. The Detroit News, 14 aprile 2012 (f.b.)

Titolo originale: MSU pitches urban farm plan in Detroit – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

L’Università dello Stato del Michigan propone alle autorità cittadine un piano da 100 milioni di dollari per trasformare ex superfici industriali, edifici abbandonati e parcheggi in spazi per l’agricoltura urbana dedicati alla ricerca di settore. Così Detroit potrebbe diventare un modello globale di produzione alimenti e colture per l’energia in un ambiente urbano prima impensabile: dentro edifici cadenti, terreni avvelenati, complessi commerciali e industriali di prefabbricati. E il tipo di tecnologie che i ricercatori della MSU sperano di sviluppare sperimentando colture in un ambiente a scarsità energetica e di acqua potrebbero diventare un modello da esportare in tante città dense del mondo che hanno difficoltà di approvvigionamento alimentare.

Il degrado urbano è “un limite che si può trasformare in una risorsa” spiega Rick Foster, direttore del Greening Michigan Institute, autore del programma che, calcola, costerebbe all’Università complessivamente 100 milioni di dollari. “Detroit è davvero una risorsa straordinaria se la guardiamo da questo punto di vista”. Il progetto è alle prima fasi, ma già l’ufficio del sindaco e l’università stanno discutendo su una bozza di accordo per collaborare a quello che t Foster definisce un “polo di innovazione alimentare”. “Significa collaborare per individuare strutture urbane, superfici e sostegni finanziari per il progetto. Siamo alle fasi preliminari di individuazione dei terreni nell’area orientale della città.

Una proposta che si somma al piano di John Hantz, magnate dei servizi finanziari residente in città, per acquistare 80 ettari nella medesima fascia urbana per colture commerciali. Il progetto dell’Università del Michigan dovrebbe iniziare da 2-4 ettari all’aperto e al coperto, racconta ancora Foster. L’ateneo opera anche a Johannesburg, Amsterdam, Sao Paulo e altre città del mondo per un’iniziativa di carattere generale legata all’alimentazione di un numero rapidamente crescente di abitanti, sfruttando quantità limitate di acqua ed energia. La popolazione mondiale dovrebbe balzare da 7 a 9 miliardi nel 2050, di cui il 70% residente nelle città. Ciò significa raddoppiare la produzione di cibo per rispondere al bisogno.

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Raffronto con Castelfiorentino :
Questa l’analisi di un paese lontano, ma forse non tanto, (pensiamo alle ns. città colonizzate dall’industria dell’auto e siamo sempre sul pianeta terra) porta a possibili paralleli con l’Italia, ma anche con il ns. paese per il similare problema della perdita di posti di lavoro.
I MODELLI NON SONO ESPORTABILI , infatti se da un lato a Castelfiorentino c’è stato calo delle attività industriali, anche se meno grave che a Detroit, non c’è stato parimenti calo degli abitanti, questo significa che gli italiani sono molto più attaccati alla casa di quanto lo siano gli americani, e questo pur calando la percentuale degli addetti all’industria di quasi il 12% dal 1971 al 2001 (dato medio riferito all’Italia) , anche l’agricoltura è calata moltissimo , cento anni fa era intorno al 60% della popolazione attiva ora non arriva al 6% , a questo ha contribuito molto l’introduzione delle macchine agricole, ma non solo quello.
E’ vero, sono aumentati i servizi, sono utili, ma buona parte di essi non possono concorrere alla crescita e sviluppo di un paese.
E’ sempre più frequente il ritornello che sentiamo in giro di un “ritorno alla terra” inteso come un bisogno di occuparsi di nuovo, con maggior interesse a quel settore primario (agricoltura) che rappresenta anche fonte di sostentamento.
E’ con determinazione che propongo una umile analisi di quello che abbiamo in termini di terre incolte e fabbricati abbandonati per evitare di cadere negli errori nei quali altri prima di noi sono incorsi. (abbandono della città, crollo dei valori immobiliari, diminuzione della sicurezza, etc.)

Esaminiamo quanto abbiamo e proponiamo qualcosa per cambiare, voglio anche ricordare che :
“Che le cose siano cosi, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare.
Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi più che fare”.

“Per avviare la società verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il proprio dovere”
Giovanni Falcone

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Autore: rfrancalanci

Innanzitutto mi presento : sono uno dei tanti ultracinquantenni che con le leggi di venti anni fa sarebbero già andati in pensione ed invece con le odierne leggi dovranno lavorare (se ci sarà lavoro) altri dieci anni come minimo. Non mi fa paura lavorare, solo mi rende triste dover rimanere inattivo, perché ovunque mi rivolgo tutti mi dicono che “non è compito nostro far lavorare i dipendenti in cassa integrazione o in contratto di solidarietà” Così me ne ritorno a casa mesto, ben conscio che quel barile al quale tutti attingono un bel giorno finirà se non finisce questa crisi, e allora saranno dolori per tutti. I miei genitori e nonni nel periodo post-bellico hanno vissuto veri momenti di solidarietà e di condivisione, non per questo se avete occasione di parlare con qualcuno che ha vissuto quei momenti vi dirà che tutto sommato erano momenti duri, ma felici. Sono nato intorno agli anni sessanta, quando l'Italia era in pieno boom economico e ancora in fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, i padri e le madri in quel periodo cercavano di crescere i figli in condizioni migliori di quelle in cui loro stessi erano cresciuti, il benessere incominciava anche in Italia e con esso l'egoismo, lentamente si insinuava nel comportamento dell'italiano medio. Il danno maggiore alla società odierna comunque è l'introduzione di modelli vincenti verso i quali i giovani sono stati stimolati dai mass-media e dalle dinamiche di gruppo, per semplificare vorrei evidenziare che il modello del “furbo” ci è stato fatto digerire come “sempre vincente” Viene da chiedersi se dobbiamo introdurre un nuovo modello di riferimento, e ora che la rete ci permette di conoscere in quali paesi del mondo secondo noi la vita è migliore, sta a noi poi scegliere a quale ambire , se per es. è migliore la Svezia, o gli Stati Uniti o forse il Buthan, e subito dopo aver pensato globalmente, agire localmente. Credo che "oichebelcastello !" sia un ottima modalità per agire localmente, anche a molti farà sorridere nel ricordare il ritornello della canzoncina intonata agli amici non appena avevamo finito di costruire il nostro castello di sabbia.

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