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OBSOLESCENZA E SCADENZA

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 Le mie recenti letture di alcuni autori sulla decrescita : Serge Latouche e Zygmunt Bauman.

Non ho le capacità di sintetizzare idee, concezioni, riflessioni di due intellettuali così ben preparati in un breve articolo su fb e non è questa la mia intenzione, ma ve le segnalo in quanto le ritengo degne di nota e ci aggiungo alcune annotazioni.

Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo polacco ha scritto una sessantina di libri , solo alcuni di questi trattano l’argomento della decrescita diciamo che dagli anni 60 (questo autore è vivente e nato nel 1925) gli argomenti sono passati dalla sociologia all’olocausto, dal consumismo all’etica, dalla globalizzazione ai comportamenti umani nella società moderna.

In un recente libro afferma : – Affinché la società dei consumi non si trovi mai a corto di consumatori, l’ansia [di non essere accettati, appagati ecc], in contrasto stridente con le promesse esplicite e sbandierate del mercato, deve essere sostenuta costantemente, ravvivata regolarmente, montata o comunque stimolata. I mercati dei consumi si alimentano dell’ansia che essi stessi evocano, e che fanno il possibile per accrescere nei consumatori potenziali. Come già segnalato, il consumismo, in contrasto con la promessa dichiarata (e ampiamente accreditata) degli spot, non riguarda il soddisfacimento dei desideri, ma l’evocazione di un numero sempre maggiore di desideri: di preferenza proprio quei generi di desideri che, in linea di principio, non possono essere esauditi. Per il consumatore un desiderio esaudito non sarebbe più piacevole o eccitante di un fiore appassito o di una bottiglia di plastica vuota, e per il mercato dei consumi esso sarebbe anche il presagio di un imminente catastrofe”.
Baumann si esprime in modo drastico sulla attuale crisi. Questa crisi, infatti, mette tutti noi di fronte alla scarsità delle risorse alla base della vita: quelle alimentari, energetiche e idriche. Come dice Bauman, se non vogliamo cominciare guerre per queste risorse siamo costretti a inventarci nuove strade.
A nostro parere le sue parole descrivono perfettamente la necessità di progetti come l’Agrivillaggio che danno risposte concrete al tema della carenza di risorse rigenerando terra prima dedicata alla speculazione o alla agricoltura intensiva e mettendola al servizio della vita degli abitanti.
Serge Latouche , filosofo ed economista francese (più giovane, è del 40 , di libri ne ha scritti una quarantina e trattano di economia e marxismo, occidentalizzazione e mito del progresso, e dal 2004 i suoi scritti sono quasi tutti mirati al tema della decrescita.
Critica al capitalismo. Non si tratta di una critica qualunque, come potrebbe essere la critica vetero-marxista. Il no al capitalismo è qui giustificata non da elementi ideologici o di rivendicazione classista, ma da evidenze logiche. Il capitalismo si basa sul concetto che la ricchezza produce ricchezza, all’infinto. Ma la crescita illimitata è un’utopia o in alternativa un’idea che porta dritto a un muro. Latouche fa un esempio estremamente convincente: “Con un aumento del PIL pro capite del 3,5 per cento annuo (che corrisponde alla media francese tra il 1949 e il 1959), si ha un fattore di moltiplicazione 31 in un secolo e di 961 in due secoli! E con un tasso di crescita del 10 per cento, che è quello attuale della Cina, si ottiene un fattore di moltiplicazione 736! A un tasso di crescita del 3 per cento, si moltiplica il PIL di venti volte in un secolo, di 400 in due secoli, di 8000 in tre secoli”.
Decremento selettivo del Pil. Decrescere vuol dire produrre e consumare di meno, e questo vale sia per le merci che per i servizi. Recessione, dunque? No, perché la decrescita prevede un taglio selettivo del Pil, la recessione è invece discesa incontrollata, dunque anche di quei parametri che sono indispensabili al mantenimento di un tenore di vita decente (istruzione, sanità, occupazione). Dunque, questo concetto va di pari passo con la riduzione degli sprechi. Tutto quello che non è necessario consumare, semplicemente non va prodotto. In quest’ottica, la produzione è una voce che procede dalla domanda, e non viceversa.
Autonomia energetica e alimentare. Qui subentra il concetto di località. Nella visione della decrescita, le comunità sono autonome. Escluse le merci che realmente non sono producibili in loco, niente va importato. Una città consuma solo gli alimenti che produce, consuma solo l’energia che produce e utilizza solo gli strumenti che crea. Qui assume un’importanza essenziale la questione delle rinnovabili, in grado di rendere autonomo anche un paese che non possiede giacimenti di carbone, di gas etc. Assume un’importanza particolare anche il riciclo: se l’import è considerato una cosa da evitare, allora è indispensabile non sprecare gli strumenti, le merci, gli oggetti; dunque è indispensabile riciclare.
Senso di comunità. Se la comunità è autosufficiente (per quanto possibile) allora è inevitabile che si instauri un rapporto più intenso tra una popolazione e la propria terra. Rapporto che va coltivato mantenendo, ed eventualmente recuperando, le tradizioni tipiche del territorio. In questo senso la decrescita non è solo una teoria economica, ma anche filosofia e antropologica, quindi culturale.
Insomma, una rivoluzione. Teoricamente è tutto affascinante. Vedremo alla prova della pratica se lo sarà ancora.
Latouche ha scritto anche un libro sull’obsolescenza : USA E GETTA
già il nome obsolescenza mi pare brutto ed evoca chissà quali pensieri , forse tanti non ne conoscono nemmeno il significato esatto , quindi rinfresco la memoria…
da Garzanti : obsolescenza : perdita progressiva di efficienza, di funzionalità, di valore; lento invecchiamento , scadimento di un bene capitale (impianto, macchinario ecc.) o di un bene di consumo durevole causato dal progresso tecnologico o da altre ragioni diverse dal logoramento materiale.
Nel libro racconta come è cominciata la sua avventura, cioè ha scoperto per caso, a proprie spese che il disco fisso del suo computer era programmato a scadenza cioè doveva rompersi al terzo anno, e questa si chiama obsolescenza programmata.
Parte da questa singolare esperienza la decisione di collaborare alla stesura del libro nel quale si cercano di spiegare le ragioni che spingono i produttori e produrre oggetti con “scadenza” in modo che i consumatori siano costretti a a ri-comprare di nuovo questi oggetti.
I beni durevoli quindi non sono più tanto durevoli e “finiscono” , non c’è solo la moda o la tecnologia che rendono “obsoleto” un prodotto, ma ci si mette anche il produttore a farlo rompere, mettono ad es. dei chip all’interno di una stampante e questa dopo un certo n. di anni si rompe, in modo irreparabile.
Latouche elenca le origini di tali comportamenti e individua lucidamente le premesse di questo fenomeno nella massiccia agevolazione dell’acquisto a credito e in una visione distorta della garanzia sui prodotti, l’autore non manca di cogliere una dimensione antropologica – il piacere dell’ostentazione e dello spreco – finendo per progettare una società della decrescita che all’obsolescenza pianificata sostituisce la durevolezza, la riparabilità, il riciclaggio. Così sarebbe forse possibile un’abbondanza frugale.
Un riferimento interessante di Latouche è quello dell’obsolescenza alimentare (la scadenza dei prodotti alimentari) che provoca la distruzione di milioni di tonnellate di cibo, e Andrea Segre con vari libri tra cui : Lo spreco utile, Il libro nero dello spreco in Italia o altri , spiega come possiamo intervenire in questi casi.

Tutto ciò premesso, in tempi di crisi…. riparare o non riparare ?
Questo è il dilemma !
E ancora, pretendere da ora beni durevoli che si rompano meno e che non “scadano” o accettare il consumismo com’è ? Per ora di roba che NON SCADE abbiamo solo i politici, e siccome qui ho chiesto di non parlare di politica, scusate questo breve OT, ma ci voleva.

aggiungo il link al video -pret à jeter- :
(per chi sa il francese)
http://vimeo.com/62420511

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Autore: rfrancalanci

Innanzitutto mi presento : sono uno dei tanti ultracinquantenni che con le leggi di venti anni fa sarebbero già andati in pensione ed invece con le odierne leggi dovranno lavorare (se ci sarà lavoro) altri dieci anni come minimo. Non mi fa paura lavorare, solo mi rende triste dover rimanere inattivo, perché ovunque mi rivolgo tutti mi dicono che “non è compito nostro far lavorare i dipendenti in cassa integrazione o in contratto di solidarietà” Così me ne ritorno a casa mesto, ben conscio che quel barile al quale tutti attingono un bel giorno finirà se non finisce questa crisi, e allora saranno dolori per tutti. I miei genitori e nonni nel periodo post-bellico hanno vissuto veri momenti di solidarietà e di condivisione, non per questo se avete occasione di parlare con qualcuno che ha vissuto quei momenti vi dirà che tutto sommato erano momenti duri, ma felici. Sono nato intorno agli anni sessanta, quando l'Italia era in pieno boom economico e ancora in fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, i padri e le madri in quel periodo cercavano di crescere i figli in condizioni migliori di quelle in cui loro stessi erano cresciuti, il benessere incominciava anche in Italia e con esso l'egoismo, lentamente si insinuava nel comportamento dell'italiano medio. Il danno maggiore alla società odierna comunque è l'introduzione di modelli vincenti verso i quali i giovani sono stati stimolati dai mass-media e dalle dinamiche di gruppo, per semplificare vorrei evidenziare che il modello del “furbo” ci è stato fatto digerire come “sempre vincente” Viene da chiedersi se dobbiamo introdurre un nuovo modello di riferimento, e ora che la rete ci permette di conoscere in quali paesi del mondo secondo noi la vita è migliore, sta a noi poi scegliere a quale ambire , se per es. è migliore la Svezia, o gli Stati Uniti o forse il Buthan, e subito dopo aver pensato globalmente, agire localmente. Credo che "oichebelcastello !" sia un ottima modalità per agire localmente, anche a molti farà sorridere nel ricordare il ritornello della canzoncina intonata agli amici non appena avevamo finito di costruire il nostro castello di sabbia.

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