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SPECIALIZZATO o ARTISTICO

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SPECIALIZZATO o ARTISTICO

Il lavoro è inteso con una forte connotazione negativa …Non è un caso che al termine latino “labor” corrispondano termini italiani come fatica, travaglio,pena…
Con l’avvento dell’era industriale il concetto di lavoro assume un significato di erogazione da parte dell’uomo di una forza produttiva che al tempo stesso è trasformatrice e creatrice.
Nei decenni successivi il concetto di lavoro si identifica in parte anche con un concetto di elevata socializzazione, sia perché le sempre più numerose fabbriche si caratterizzano per una crescente aggregazione di persone, sia perché connesso al lavoro vi è un marcato processo di inurbamento con lo sviluppo di agglomerati residenziali densamente abitati nelle immediate vicinanze delle fabbriche.
L’era industriale introduce a gran forza la specializzazione, i cicli produttivi, sempre più complessi, necessitano di molte figure intermedie con competenze diverse, spesso associate a differenti impianti o macchine.
Il rapporto uomo/macchina si rafforza con conseguente forte dipendenza del lavoratore dalla macchina stessa, e ad un cambiamento del processo produttivo con sostituzione delle macchine comprese nello specifico ciclo produttivo si sostituisce anche il lavoratore , a meno che non impari ad usare la nuova macchina. La chiusura di una unità produttiva comporta spesso la perdita di posti di lavoro senza possibilità di reinserimento, se non in aziende con cicli produttivi simili, e quando un intero comparto settoriale cede in un’area, la disoccupazione diventa una realtà per quei lavoratori.
Lo smembramento dei cicli produttivi consente la creazione di aziende satellite con alti livelli di specializzazione. Più alto è il livello di specializzazione e più alte diventano le remunerazioni del personale specializzato.
La possibilità di poter lavorare per realizzare un prodotto finito per intero (mi riferisco al settore manifatturiero) si allontana in modo irreparabile, un lavoratore di un calzaturificio ad es. partecipa al montaggio di una soletta, o incolla per l’intera giornata lavorativa parte del tacco.
I lavoratori specializzati nel momento di crisi attuale soffrono più degli altri in quanto la loro caratteristica li rende meno versatili e spesso non riescono a collocarsi in modo adeguato o escono dal mondo del lavoro.
Nessun paragone con l’arte/mestiere di calzolaio che esercitava mio nonno nella sua bottega di Pillo (frazione di Gambassi Terme), prendeva la misura del piede alla futura sposa o al giovane contadino. (mi riferisco all’immediato dopoguerra quando solo a Castelfiorentino c’erano oltre 20 calzolai) fino a tagliare suola, tomaia etc. , montare l’intera scarpa e cucirla nella misura corretta.
Calzolai del genere in tutta la toscana esistono ancora, non credo superino il n. delle 100 unità produttive e non si parla di un migliaio di persone ! (per scrupolo ho visitato il sito di calzolaio.it e ce ne sono censiti 74 in toscana)
I calzolai avevano la soddisfazione di poter realizzare qualcosa di concreto a differenza dei molti lavoratori dell’industria manifatturiera. La molla che spinge il lavoratore a diventare artigiano è quella della creazione artistica, insita in ognuno di noi e se attivata può contenere energie notevoli.
Allo stato attuale il settore manifatturiero soffre, ma quello artigianale non va meglio, in certi casi è sparito completamente.
Ci potrà essere una inversione di tendenza ? Avremo una nuova diffusione delle arti e dei mestieri ?
Ci sono ancora in giro persone disposte a “insegnare” i loro saperi, i loro segreti ?
E non mi riferisco al solo calzaturificio !
Andiamo a scovare competenze tra le persone ancora vive, potremo trovare delle risorse inaspettate, si tratta solo intanto di cercare di censire quel che c’è, e non credo sia un grande sforzo.

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Autore: rfrancalanci

Innanzitutto mi presento : sono uno dei tanti ultracinquantenni che con le leggi di venti anni fa sarebbero già andati in pensione ed invece con le odierne leggi dovranno lavorare (se ci sarà lavoro) altri dieci anni come minimo. Non mi fa paura lavorare, solo mi rende triste dover rimanere inattivo, perché ovunque mi rivolgo tutti mi dicono che “non è compito nostro far lavorare i dipendenti in cassa integrazione o in contratto di solidarietà” Così me ne ritorno a casa mesto, ben conscio che quel barile al quale tutti attingono un bel giorno finirà se non finisce questa crisi, e allora saranno dolori per tutti. I miei genitori e nonni nel periodo post-bellico hanno vissuto veri momenti di solidarietà e di condivisione, non per questo se avete occasione di parlare con qualcuno che ha vissuto quei momenti vi dirà che tutto sommato erano momenti duri, ma felici. Sono nato intorno agli anni sessanta, quando l'Italia era in pieno boom economico e ancora in fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, i padri e le madri in quel periodo cercavano di crescere i figli in condizioni migliori di quelle in cui loro stessi erano cresciuti, il benessere incominciava anche in Italia e con esso l'egoismo, lentamente si insinuava nel comportamento dell'italiano medio. Il danno maggiore alla società odierna comunque è l'introduzione di modelli vincenti verso i quali i giovani sono stati stimolati dai mass-media e dalle dinamiche di gruppo, per semplificare vorrei evidenziare che il modello del “furbo” ci è stato fatto digerire come “sempre vincente” Viene da chiedersi se dobbiamo introdurre un nuovo modello di riferimento, e ora che la rete ci permette di conoscere in quali paesi del mondo secondo noi la vita è migliore, sta a noi poi scegliere a quale ambire , se per es. è migliore la Svezia, o gli Stati Uniti o forse il Buthan, e subito dopo aver pensato globalmente, agire localmente. Credo che "oichebelcastello !" sia un ottima modalità per agire localmente, anche a molti farà sorridere nel ricordare il ritornello della canzoncina intonata agli amici non appena avevamo finito di costruire il nostro castello di sabbia.

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