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LA STELLA CHE NON C’ E’

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LA STELLA CHE NON C’ E’ di G. Amelio

Questo film è tratto dal libro “La dismissione” di Ermanno Rea.
Amelio racconta di un cavaliere umano e della sua impresa: inserire nel disegno più ampio del mondo globalizzato un pezzo e il senso della propria vita, il suo mestiere.
Il film apre con lo smarrimento di tanti napoletani a seguito della chiusura dell’Ilva di Bagnoli, smantellata nel 1989 – causando la perdita di tredicimila posti di lavoro – ed i cui impianti vennero acquistati dalla Cina.
L’operaio Vincenzo Buonavolontà, (stupendamente interpretato da S. Castellitto) specializzato in manutenzione delle macchine si accorge di un difetto dell’altoforno e decide di intraprendere un viaggio in Cina per spiegare ai compratori dell’altoforno come evitare eventuali rotture di certi componenti. Lo accompagna la giovane traduttrice cinese Liu Hua (interpretata da Ling Tai) in un viaggio non solo geografico, ma anche nella Cina meno nota, anche negli aspetti sociali, umani, politici. Il viaggio lo porta ad attraversare un vero e proprio continente, seguendo il corso dello Yangtze, il grande Fiume Azzurro, da Shanghai a Wuhan a Chongqing, cantieri enormi, città caotiche, spazi immensi. Non si aspettava un “mondo” , perché in definitiva la Cina è veramente questo, un mondo che non conosciamo, questo film ci permette ci apprendere la sua grandezza.
La giovane Liu Hua gli rivela i suoi drammi umani, il tecnico fruga nel grande paese e trova le contraddizioni del paese capitalista e la disciplina comunista.
Neanche la Cina è quel posto ideale che si poteva immaginare, che dalla sua bandiera manca pur sempre qualche stella (ciascuna delle 4 visibili rappresenta un punto d’orgoglio per la nazione) per farne un mondo perfetto.
Forse si deve arrivare fino alla fine del mondo per ritrovare se stessi.
Amelio ci offre questo splendido viaggio nel mondo cinese non conosciuto e troppo spesso disprezzato sulla base di pregiudizi.

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SHINE AWARD

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SHINE AWARD

Ringrazio http://francescapratelli.wordpress.com/ per avermi nominato in questo gioco.
Grazie ! 🙂

SHINE AWARD

Regole:
– Inserire il logo dell’Award sul front del post;
– Riportare il nome del blog che ti ha nominato all’ inizio del post;
– Indicare 7 cose su noi stessi;
– Nominare 15 bloggers per questo premio e riportare il link del loro blog;
– Notificare a questi blogger la nomination.
7 cose su di me
1. Perché hai iniziato questo blog?
Forse un senso di incompletezza, o comunque di molto profondo, quando ci arrivo ve lo dico!
2. Qual è la cosa più importante nella tua vita?
La salute , ma in genere ce ne ricordiamo solo quando ci manca
3. Il cibo di cui non puoi fare a meno?
I dolci
4. Il tuo posto del cuore?
Sono in attesa della quinta notte di un sognatore, quale sono
5. Come ti vedi nei prossimi 10 anni?
Come sempre, idem la verdura nelle scatolette, come la natura la fa….
6. Tre cose senza le quali non esci di casa?
Orologio, cellulare, contante
7.Una citazione che ti caratterizza?
“Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere” Mahatma Gandhi

Le nomination:

1 http://mcc43.wordpress.com/
2 http://agersocialslow.wordpress.com/
3 http://aidamillecento.wordpress.com/
4 http://benicultura.wordpress.com/
5 http://antoniodileta.wordpress.com/
6 http://passoinindia.wordpress.com/
7 http://blogdelviaggiatore.wordpress.com/
8 http://pensierisottolaneve.wordpress.com/
9 http://briciolanellatte.com/
10 http://ortocittadino.wordpress.com/
11 http://rebeccalenastories.wordpress.com/
12 http://filomenascrive.wordpress.com/
13 http://scriverecreativo.wordpress.com/
14 http://dodicirighe.wordpress.com/
15 http://ortodicarta.wordpress.com/

MEZZE CARTUCCE

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MEZZE CARTUCCE

Più lo gonfiava e più si rendeva conto che non otteneva nulla.
A scuola aveva imparato la matematica e la regola delle proporzioni :
– direttamente proporzionale ; quando due grandezze sono legate da una relazione di
proporzionalità l’una aumenta all’aumentare dell’altra. –
L’aumento della circonferenza del torace non faceva aumentare l’altezza, e si era arreso all’evidenza.
Si era abituato all’idea di essere più piccolo dei suoi amici, non ci poteva fare nulla.
Il torace non era una misura fondamentale per essere abili al servizio di leva, lo era invece
l’altezza.
Ignazio era terrorizzato da quella visita, la cartolina era già arrivata…
Avrebbe fatto a meno di effettuare il servizio di leva, alle terre di famiglia un braccio in più voleva dire molto. Nel periodo tra le due guerre lo Stato aveva bisogno di militari, non si potevano permettere di rimandare a casa quelli che si erano presentati alla visita se non in casi veramente gravi, i medici preposti erano stati istruiti bene.
E infine il giorno fatidico arrivò. La visita prevedeva vari controlli, Ignazio aspettava a gloria quello dell’altezza.
Il medico di turno provvedeva a segnare con esattezza scrupolosa i dati emersi dalla visita.
Quando arrivò a segnare la misura dell’altezza ebbe un po’ di esitazione nello scrivere, ma alla fine scrisse.
Ignazio alto 150,5 e con 150 sarebbe stato scartato.
A voce alta il medico comunicò : 151 ABILE ARRUOLATO !
Nell’esercito non ci sono mezze cartucce , non servono in guerra.

RACCONTI AL FOCOLARE : I GIORNI DELLA MERLA

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RACCONTI AL FOCOLARE :  I GIORNI DELLA MERLA

– Scappa pulenda c’è i’ filo !!!!!! –
La voce delle donne di casa rimbombava nella cucina, i ragazzi coglievano al volo il richiamo, era l’ora della cena. Dopo aver rovesciato sul grande tavolo da cucina il grande pentolone di rame contenente la polenta fumante, quello era il richiamo usuale.
Si utilizzava un filo di canapa per tagliarla, serviva a misurarne esattamente le porzioni.
Al centro veniva nascosta una acciuga o se disponibile una salsiccia arrostita. Il premio spettava al vincitore , chi riusciva arrivare per primo al centro dopo aver mangiato la razione di polenta.
Dopo la cena tutti intorno al camino, era il momento dei racconti, gli scherzi, le storie dei nonni, o vicende paesane.
Per quanto proviamo a riscriverle, molte storie fanno parte di noi, del nostro vissuto, prima della scrittura c’erano le tradizioni orali, e riunioni familiari presso il “canto del fuoco” , e poteva essere inteso come un cantuccio vicino al caminetto, ma anche come un vero canto cioè il crepitio delle legna bruciate.
Il luogo era magico, il tepore del fuoco stemperava la grande stanza da pranzo (solo quella era l’equivalente di un miniappartamento, ma per riscaldarla…)
Un po’ di pane inzuppato nel vino opportunamente riscaldato trasmetteva calore al corpo e lo intontiva quanto basta per pisolare prima del sonno della notte.
Dopo lunghissime giornate di fatica cosa c’era di meglio se non ascoltare storie come quella dei giorni della merla ?
Il 29, 30 e 31 gennaio vengono da tempo immemorabile considerati come i giorni più freddi dell’inverno il periodo nel quale tutti gli esseri viventi si rifugiano nelle proprie tane per ripararsi dal rigore di questi giorni.
Ma perché gennaio ha 31 giorni e i merli sono neri?
La leggenda narra che tanto tempo fa, quando ancora gennaio aveva 28 giorni una merla di colore bianco stufa di svolazzare nell’aria gelida, decise di far scorte di cibo sufficienti per trascorrere i freddi giorni di gennaio nel suo caldo nido.
Alla fine del ventottesimo giorno la merla uscì fuori fischiettando allegramente e sbeffeggiando gennaio, pensando di essersi presa gioco di lui. Gennaio irritato dall’astuzia della merla, col suo fare capriccioso e prepotente rubò 3 giorni a febbraio e scatenò la sua algida vendetta. Vento, neve e gelo.
La merla e i suoi pulcini presi alla sprovvista dall’improvvisa impennata di freddo si rifugiarono in un comignolo fumante di una casetta lì vicino. E ci trascorsero tre giorni dopodiché all’apparire del primo pallido sole di febbraio la merla e sui pulcini uscirono all’aria aperta completamente anneriti dalla fuliggine del camino…
Dal quel giorno gli ultimi tre giorni di gennaio si chiamarono “i giorni della merla”

Ah ! Se vedete una merla con le penne bianche vuol dire che non l’ha capita !

VIVA L’ITALIA

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CINEMA COME TERAPIA

Ho visto tutto il film “Viva l’Italia” , gli ultimi minuti erano i migliori, forse gli unici, ma fin troppo accusatori.
La prima reazione è disgusto, non per il film o il cast, ma per il messaggio ed i contenuti.
La seconda è quella di analisi e perplessità.
La perplessità è per i dubbi che mi lascia del tipo : – cosa deve succedere per “invertire la rotta” ?-
Non credo sia sufficiente andare al cinema, o farsi venire un “colpetto” come al politico protagonista interpretato da Michele Placido per cambiare qualcosa. Mi chiedo se i films come “Qualunquemente” o anche questo possono diventare uno stimolo a “fare o agire ”, e mi rispondo : -NO !-
Lo stesso attore principale guarda caso era nella Piovra di molti anni fa (1984 – 2003)
I famosi polpettoni TV sono serviti per far conoscere o forse banalizzare ?
Il cinema può avere effetto terapeutico, e come un libro o una bella canzone ci può far sognare, o come minimo raccontare una bellissima storia.
In certi casi l’argomento può affrontare temi come la salute, la guerra, amore, morte e allora un elettroshock simile a quello su “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, può fare davvero male, quindi ci somministrano piccole scariche continue e con bassa intensità : siamo diventati immuni !
No, non ci sto a prendere la solita razione della scossa-banale-elementare medicina, se la medicina è la solita sbobba.

E mentre Saviano scrive :
– La nuova omertà, figlia della cultura mafiosa, non nega l’esistenza delle mafie, dice semplicemente: “Sono cose che si sanno”. Ciò che anni fa si declinava con “tutte balle, non esiste la camorra” o “la mafia è un’invenzione dei giornali”, oggi si esprime dicendo “lo sanno tutti”. Le nuove generazioni dell’omertà non negano, ma banalizzano, portano tutto a una dimensione fisiologica del fenomeno.
Eppure negare e banalizzare, sono entrambi modi per annichilire la condivisione,
l’approfondimento e anche per giustificare la propria inazione, talvolta la propria connivenza, il fastidio dinanzi a chi ne parla, ne fa tema, ne fa lavoro.
“Si sa, lo sanno tutti, è stato già detto”, come fosse cosa scontata, un argomento già affrontato sul quale è inutile tornare. A chi dice “sono cose che si sanno” dobbiamo rispondere con la stessa indignazione che proviamo verso l’omertà. –

Parlare di questo film è già una sconfitta, ormai è stato in testa alle classifiche del botteghino e già non avrei voluto parlarne, ma ci sono modalità di comportamento relative alla famiglia che farebbero annichilire qualsiasi persona con oltre 70 anni.
Purtroppo qualche volta si verificano incidenti anche nella fascia di età dei “saggi” 70enni, ed è anche vero che la saggezza non aumenta più con l’età come succedeva molto tempo fa.
Da altri blog di cinema i commenti non sono teneri ad es. :
– Se i Padri della nostra Patria, quelli già citati e con l’aggiunta di almeno un altro grande colpevolmente dimenticato da Bruno come Alcide De Gasperi, avessero usato questo metro di giudizio per fondare la nostra democrazia e ricostruire il Paese, oggi probabilmente non ci sarebbe più nessuna Italia. –
oppure :
– Viva l’Italia? Certo, in nome del botteghino. –
e io mi associo.

LA VITA SEGRETA DELLE API di Gina Prince-Bythewood

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Dal titolo del film può sembrare un documentario naturalistico, ma si tratta di una commovente storia sul bisogno di amore, di redenzione e di una famiglia, esplora il desiderio di appartenenza che tutti proviamo e i percorsi impervi che a volte dobbiamo affrontare per raggiungere questa nostra aspirazione.

Lily, la quattordicenne orfana e la sua governante negra sono entrambe in fuga da violenze e luoghi ostili.
Le emancipate sorelle Boatwright proprietarie di una fattoria con annessa una produzione di miele le ospitano, ben sapendo che nascondono qualche segreto.
La ragazzina con uno stupendo rapporto diverso per ognuna delle tre sorelle riesce a superare il dramma che si portava dietro. Possono cadere lacrime ! Se preferite le risate non guardatelo, ma come il riso anche il pianto è un’emozione e se un film fa emozionare non è poco.
Buon successo negli Stati Uniti, non ha avuto molto seguito in Italia . Il successo del botteghino comunque non è un metro di misura per le mie personali valutazioni.
Scuole multirazziali, riconoscimento di diritti umani, li diamo ora per scontati, sono state vittorie che non si devono dimenticare, non è male dunque se ogni tanto qualche bel film ce lo fanno ricordare.

LA SCHIACCIATA

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LA SCHIACCIATA

Bebelle era un omone alto, sdentato, un cappello con la tesa che lo faceva più vecchio. Nell’inverno sopra al cappotto per darsi aria da bottegaio si muniva di un grembiule bianco sporco. I guanti di lana lasciavano scoperte le dita e non ho mai saputo se era il modello o le aveva tagliate lui per poter maneggiare le monetine da cinque e dieci lire.

I soldi giravano più di ora, tutti i bambini avevano cinquanta lire per una schiacciata e quelle di Bebelle anche se ne costavano trenta spesso rimanevano invendute.

Bebelle prima passava al forno a ritirare le schiacciate e poi apriva lo sgabellino di legno alle sette e trenta di ogni mattina davanti alla scuola elementare.

Non c’era una gamma di prodotti come nelle odierne pasticcerie, ci contentavamo dell’essenziale.

Non ero un cliente assiduo, spesso compravo la schiacciata da Rina (la concorrenza).

Il banco di Rina aveva le ruote di un motorino ed era lungo oltre quattro metri di squisitezze, non solo le schiacciate ed erano diverse, più piccole ma costavano cinquanta lire.

Ancora oggi mi chiedo come fosse stata possibile una differenza di prezzo così alta, anche se la qualità non era la stessa e noi bambini tra la schiacciata alta, soffice, dorata, calda di Rina e quella di Bebelle bianca, rinseccolita e sfida alla sopravvivenza dei denti e gengive, dopo un assaggio avevamo già le idee chiare.

Bebelle non era un commerciante, ma solo un pensionato, e per tirare a campare vendeva qualche schiacciata ai ragazzi, niente di illegale, l’italiano che si arrangiava.

Ripenso a Bebelle e alle sue durissime schiacciate mentre leggo un dotto libro sui mangiari di strada, una precisa elencazione e celebrazione degli incontri in piazza come luogo di socialità, di consumo, di intrattenimento.

C’erano mestieranti di ogni tipo : calderai, ramai, spazzacamini, impagliasedie, aggiustascarpe,
e per le cibarie ortolani, fruttaroli, lattaioli, pollaioli, formaggiai, oltre agli specializzati in un solo alimento come le fregole, merluzzo, gamberi d’acqua dolce, ghiaccio, uova, cipolle, agli, semi di zucca, frittole, castagne arrosto, cicoria, limoni, more, mele cotte, porchetta, rosmarino, trippa, fegato, ciambelle, rane, lumache, pannocchie, lupini, angurie, sorbetti, gelati, franfellicche, zaletti, brigidini, mostaccioli, zucchero filato.

Il cibo veniva anche cucinato per strada e consumato sul posto, mestieri individuali, specializzati, si trattava di venditori mobili o itineranti, ognuno con i suoi gridi (mi viene a mente la Vucciria a Palermo, là qualcosa c’è rimasto).

Restrizioni sanitarie, fiscali, oltre a legislazioni a favore dei commercianti fissi, richieste di maggior igiene da parte dei cittadini, in molti paesi hanno fatto quasi sparire questa abitudine italiana di antiche origini.

Nel mio paese viene ancora il trippaio, è anziano, chissà quanto potrà continuare a portarci le sue prelibatezze, auspico un ritorno anche limitato alla diffusione di queste semplici attività, e magari mangiare cibi sani cotti sulla piazza farebbe divertire gli adolescenti tecnologici anche se potrà far calare ulteriormente le vendite dei venditori tradizionali.

La vera piazza è diventata quella virtuale di fb, blog e altro dove si celebrano gli stati d’animo, sogni, aspirazioni, arrabbiature politiche, sindacali
e infine mi arrendo ed eccomi qua che pubblico, segnalo, insomma me ne sto al gioco che la tecnologia ci offre.

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