LA STELLA CHE NON C’ E’


LA STELLA CHE NON C’ E’ di G. Amelio

Questo film è tratto dal libro “La dismissione” di Ermanno Rea.
Amelio racconta di un cavaliere umano e della sua impresa: inserire nel disegno più ampio del mondo globalizzato un pezzo e il senso della propria vita, il suo mestiere.
Il film apre con lo smarrimento di tanti napoletani a seguito della chiusura dell’Ilva di Bagnoli, smantellata nel 1989 – causando la perdita di tredicimila posti di lavoro – ed i cui impianti vennero acquistati dalla Cina.
L’operaio Vincenzo Buonavolontà, (stupendamente interpretato da S. Castellitto) specializzato in manutenzione delle macchine si accorge di un difetto dell’altoforno e decide di intraprendere un viaggio in Cina per spiegare ai compratori dell’altoforno come evitare eventuali rotture di certi componenti. Lo accompagna la giovane traduttrice cinese Liu Hua (interpretata da Ling Tai) in un viaggio non solo geografico, ma anche nella Cina meno nota, anche negli aspetti sociali, umani, politici. Il viaggio lo porta ad attraversare un vero e proprio continente, seguendo il corso dello Yangtze, il grande Fiume Azzurro, da Shanghai a Wuhan a Chongqing, cantieri enormi, città caotiche, spazi immensi. Non si aspettava un “mondo” , perché in definitiva la Cina è veramente questo, un mondo che non conosciamo, questo film ci permette ci apprendere la sua grandezza.
La giovane Liu Hua gli rivela i suoi drammi umani, il tecnico fruga nel grande paese e trova le contraddizioni del paese capitalista e la disciplina comunista.
Neanche la Cina è quel posto ideale che si poteva immaginare, che dalla sua bandiera manca pur sempre qualche stella (ciascuna delle 4 visibili rappresenta un punto d’orgoglio per la nazione) per farne un mondo perfetto.
Forse si deve arrivare fino alla fine del mondo per ritrovare se stessi.
Amelio ci offre questo splendido viaggio nel mondo cinese non conosciuto e troppo spesso disprezzato sulla base di pregiudizi.

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SHINE AWARD


SHINE AWARD

Ringrazio http://francescapratelli.wordpress.com/ per avermi nominato in questo gioco.
Grazie ! 🙂

SHINE AWARD

Regole:
– Inserire il logo dell’Award sul front del post;
– Riportare il nome del blog che ti ha nominato all’ inizio del post;
– Indicare 7 cose su noi stessi;
– Nominare 15 bloggers per questo premio e riportare il link del loro blog;
– Notificare a questi blogger la nomination.
7 cose su di me
1. Perché hai iniziato questo blog?
Forse un senso di incompletezza, o comunque di molto profondo, quando ci arrivo ve lo dico!
2. Qual è la cosa più importante nella tua vita?
La salute , ma in genere ce ne ricordiamo solo quando ci manca
3. Il cibo di cui non puoi fare a meno?
I dolci
4. Il tuo posto del cuore?
Sono in attesa della quinta notte di un sognatore, quale sono
5. Come ti vedi nei prossimi 10 anni?
Come sempre, idem la verdura nelle scatolette, come la natura la fa….
6. Tre cose senza le quali non esci di casa?
Orologio, cellulare, contante
7.Una citazione che ti caratterizza?
“Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere” Mahatma Gandhi

Le nomination:

1 http://mcc43.wordpress.com/
2 http://agersocialslow.wordpress.com/
3 http://aidamillecento.wordpress.com/
4 http://benicultura.wordpress.com/
5 http://antoniodileta.wordpress.com/
6 http://passoinindia.wordpress.com/
7 http://blogdelviaggiatore.wordpress.com/
8 http://pensierisottolaneve.wordpress.com/
9 http://briciolanellatte.com/
10 http://ortocittadino.wordpress.com/
11 http://rebeccalenastories.wordpress.com/
12 http://filomenascrive.wordpress.com/
13 http://scriverecreativo.wordpress.com/
14 http://dodicirighe.wordpress.com/
15 http://ortodicarta.wordpress.com/

MEZZE CARTUCCE


MEZZE CARTUCCE

Più lo gonfiava e più si rendeva conto che non otteneva nulla.
A scuola aveva imparato la matematica e la regola delle proporzioni :
– direttamente proporzionale ; quando due grandezze sono legate da una relazione di
proporzionalità l’una aumenta all’aumentare dell’altra. –
L’aumento della circonferenza del torace non faceva aumentare l’altezza, e si era arreso all’evidenza.
Si era abituato all’idea di essere più piccolo dei suoi amici, non ci poteva fare nulla.
Il torace non era una misura fondamentale per essere abili al servizio di leva, lo era invece
l’altezza.
Ignazio era terrorizzato da quella visita, la cartolina era già arrivata…
Avrebbe fatto a meno di effettuare il servizio di leva, alle terre di famiglia un braccio in più voleva dire molto. Nel periodo tra le due guerre lo Stato aveva bisogno di militari, non si potevano permettere di rimandare a casa quelli che si erano presentati alla visita se non in casi veramente gravi, i medici preposti erano stati istruiti bene.
E infine il giorno fatidico arrivò. La visita prevedeva vari controlli, Ignazio aspettava a gloria quello dell’altezza.
Il medico di turno provvedeva a segnare con esattezza scrupolosa i dati emersi dalla visita.
Quando arrivò a segnare la misura dell’altezza ebbe un po’ di esitazione nello scrivere, ma alla fine scrisse.
Ignazio alto 150,5 e con 150 sarebbe stato scartato.
A voce alta il medico comunicò : 151 ABILE ARRUOLATO !
Nell’esercito non ci sono mezze cartucce , non servono in guerra.

RACCONTI AL FOCOLARE : I GIORNI DELLA MERLA


RACCONTI AL FOCOLARE :  I GIORNI DELLA MERLA

– Scappa pulenda c’è i’ filo !!!!!! –
La voce delle donne di casa rimbombava nella cucina, i ragazzi coglievano al volo il richiamo, era l’ora della cena. Dopo aver rovesciato sul grande tavolo da cucina il grande pentolone di rame contenente la polenta fumante, quello era il richiamo usuale.
Si utilizzava un filo di canapa per tagliarla, serviva a misurarne esattamente le porzioni.
Al centro veniva nascosta una acciuga o se disponibile una salsiccia arrostita. Il premio spettava al vincitore , chi riusciva arrivare per primo al centro dopo aver mangiato la razione di polenta.
Dopo la cena tutti intorno al camino, era il momento dei racconti, gli scherzi, le storie dei nonni, o vicende paesane.
Per quanto proviamo a riscriverle, molte storie fanno parte di noi, del nostro vissuto, prima della scrittura c’erano le tradizioni orali, e riunioni familiari presso il “canto del fuoco” , e poteva essere inteso come un cantuccio vicino al caminetto, ma anche come un vero canto cioè il crepitio delle legna bruciate.
Il luogo era magico, il tepore del fuoco stemperava la grande stanza da pranzo (solo quella era l’equivalente di un miniappartamento, ma per riscaldarla…)
Un po’ di pane inzuppato nel vino opportunamente riscaldato trasmetteva calore al corpo e lo intontiva quanto basta per pisolare prima del sonno della notte.
Dopo lunghissime giornate di fatica cosa c’era di meglio se non ascoltare storie come quella dei giorni della merla ?
Il 29, 30 e 31 gennaio vengono da tempo immemorabile considerati come i giorni più freddi dell’inverno il periodo nel quale tutti gli esseri viventi si rifugiano nelle proprie tane per ripararsi dal rigore di questi giorni.
Ma perché gennaio ha 31 giorni e i merli sono neri?
La leggenda narra che tanto tempo fa, quando ancora gennaio aveva 28 giorni una merla di colore bianco stufa di svolazzare nell’aria gelida, decise di far scorte di cibo sufficienti per trascorrere i freddi giorni di gennaio nel suo caldo nido.
Alla fine del ventottesimo giorno la merla uscì fuori fischiettando allegramente e sbeffeggiando gennaio, pensando di essersi presa gioco di lui. Gennaio irritato dall’astuzia della merla, col suo fare capriccioso e prepotente rubò 3 giorni a febbraio e scatenò la sua algida vendetta. Vento, neve e gelo.
La merla e i suoi pulcini presi alla sprovvista dall’improvvisa impennata di freddo si rifugiarono in un comignolo fumante di una casetta lì vicino. E ci trascorsero tre giorni dopodiché all’apparire del primo pallido sole di febbraio la merla e sui pulcini uscirono all’aria aperta completamente anneriti dalla fuliggine del camino…
Dal quel giorno gli ultimi tre giorni di gennaio si chiamarono “i giorni della merla”

Ah ! Se vedete una merla con le penne bianche vuol dire che non l’ha capita !

VIVA L’ITALIA


CINEMA COME TERAPIA

Ho visto tutto il film “Viva l’Italia” , gli ultimi minuti erano i migliori, forse gli unici, ma fin troppo accusatori.
La prima reazione è disgusto, non per il film o il cast, ma per il messaggio ed i contenuti.
La seconda è quella di analisi e perplessità.
La perplessità è per i dubbi che mi lascia del tipo : – cosa deve succedere per “invertire la rotta” ?-
Non credo sia sufficiente andare al cinema, o farsi venire un “colpetto” come al politico protagonista interpretato da Michele Placido per cambiare qualcosa. Mi chiedo se i films come “Qualunquemente” o anche questo possono diventare uno stimolo a “fare o agire ”, e mi rispondo : -NO !-
Lo stesso attore principale guarda caso era nella Piovra di molti anni fa (1984 – 2003)
I famosi polpettoni TV sono serviti per far conoscere o forse banalizzare ?
Il cinema può avere effetto terapeutico, e come un libro o una bella canzone ci può far sognare, o come minimo raccontare una bellissima storia.
In certi casi l’argomento può affrontare temi come la salute, la guerra, amore, morte e allora un elettroshock simile a quello su “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, può fare davvero male, quindi ci somministrano piccole scariche continue e con bassa intensità : siamo diventati immuni !
No, non ci sto a prendere la solita razione della scossa-banale-elementare medicina, se la medicina è la solita sbobba.

E mentre Saviano scrive :
– La nuova omertà, figlia della cultura mafiosa, non nega l’esistenza delle mafie, dice semplicemente: “Sono cose che si sanno”. Ciò che anni fa si declinava con “tutte balle, non esiste la camorra” o “la mafia è un’invenzione dei giornali”, oggi si esprime dicendo “lo sanno tutti”. Le nuove generazioni dell’omertà non negano, ma banalizzano, portano tutto a una dimensione fisiologica del fenomeno.
Eppure negare e banalizzare, sono entrambi modi per annichilire la condivisione,
l’approfondimento e anche per giustificare la propria inazione, talvolta la propria connivenza, il fastidio dinanzi a chi ne parla, ne fa tema, ne fa lavoro.
“Si sa, lo sanno tutti, è stato già detto”, come fosse cosa scontata, un argomento già affrontato sul quale è inutile tornare. A chi dice “sono cose che si sanno” dobbiamo rispondere con la stessa indignazione che proviamo verso l’omertà. –

Parlare di questo film è già una sconfitta, ormai è stato in testa alle classifiche del botteghino e già non avrei voluto parlarne, ma ci sono modalità di comportamento relative alla famiglia che farebbero annichilire qualsiasi persona con oltre 70 anni.
Purtroppo qualche volta si verificano incidenti anche nella fascia di età dei “saggi” 70enni, ed è anche vero che la saggezza non aumenta più con l’età come succedeva molto tempo fa.
Da altri blog di cinema i commenti non sono teneri ad es. :
– Se i Padri della nostra Patria, quelli già citati e con l’aggiunta di almeno un altro grande colpevolmente dimenticato da Bruno come Alcide De Gasperi, avessero usato questo metro di giudizio per fondare la nostra democrazia e ricostruire il Paese, oggi probabilmente non ci sarebbe più nessuna Italia. –
oppure :
– Viva l’Italia? Certo, in nome del botteghino. –
e io mi associo.

LA VITA SEGRETA DELLE API di Gina Prince-Bythewood


Dal titolo del film può sembrare un documentario naturalistico, ma si tratta di una commovente storia sul bisogno di amore, di redenzione e di una famiglia, esplora il desiderio di appartenenza che tutti proviamo e i percorsi impervi che a volte dobbiamo affrontare per raggiungere questa nostra aspirazione.

Lily, la quattordicenne orfana e la sua governante negra sono entrambe in fuga da violenze e luoghi ostili.
Le emancipate sorelle Boatwright proprietarie di una fattoria con annessa una produzione di miele le ospitano, ben sapendo che nascondono qualche segreto.
La ragazzina con uno stupendo rapporto diverso per ognuna delle tre sorelle riesce a superare il dramma che si portava dietro. Possono cadere lacrime ! Se preferite le risate non guardatelo, ma come il riso anche il pianto è un’emozione e se un film fa emozionare non è poco.
Buon successo negli Stati Uniti, non ha avuto molto seguito in Italia . Il successo del botteghino comunque non è un metro di misura per le mie personali valutazioni.
Scuole multirazziali, riconoscimento di diritti umani, li diamo ora per scontati, sono state vittorie che non si devono dimenticare, non è male dunque se ogni tanto qualche bel film ce lo fanno ricordare.

LA SCHIACCIATA


LA SCHIACCIATA

Bebelle era un omone alto, sdentato, un cappello con la tesa che lo faceva più vecchio. Nell’inverno sopra al cappotto per darsi aria da bottegaio si muniva di un grembiule bianco sporco. I guanti di lana lasciavano scoperte le dita e non ho mai saputo se era il modello o le aveva tagliate lui per poter maneggiare le monetine da cinque e dieci lire.

I soldi giravano più di ora, tutti i bambini avevano cinquanta lire per una schiacciata e quelle di Bebelle anche se ne costavano trenta spesso rimanevano invendute.

Bebelle prima passava al forno a ritirare le schiacciate e poi apriva lo sgabellino di legno alle sette e trenta di ogni mattina davanti alla scuola elementare.

Non c’era una gamma di prodotti come nelle odierne pasticcerie, ci contentavamo dell’essenziale.

Non ero un cliente assiduo, spesso compravo la schiacciata da Rina (la concorrenza).

Il banco di Rina aveva le ruote di un motorino ed era lungo oltre quattro metri di squisitezze, non solo le schiacciate ed erano diverse, più piccole ma costavano cinquanta lire.

Ancora oggi mi chiedo come fosse stata possibile una differenza di prezzo così alta, anche se la qualità non era la stessa e noi bambini tra la schiacciata alta, soffice, dorata, calda di Rina e quella di Bebelle bianca, rinseccolita e sfida alla sopravvivenza dei denti e gengive, dopo un assaggio avevamo già le idee chiare.

Bebelle non era un commerciante, ma solo un pensionato, e per tirare a campare vendeva qualche schiacciata ai ragazzi, niente di illegale, l’italiano che si arrangiava.

Ripenso a Bebelle e alle sue durissime schiacciate mentre leggo un dotto libro sui mangiari di strada, una precisa elencazione e celebrazione degli incontri in piazza come luogo di socialità, di consumo, di intrattenimento.

C’erano mestieranti di ogni tipo : calderai, ramai, spazzacamini, impagliasedie, aggiustascarpe,
e per le cibarie ortolani, fruttaroli, lattaioli, pollaioli, formaggiai, oltre agli specializzati in un solo alimento come le fregole, merluzzo, gamberi d’acqua dolce, ghiaccio, uova, cipolle, agli, semi di zucca, frittole, castagne arrosto, cicoria, limoni, more, mele cotte, porchetta, rosmarino, trippa, fegato, ciambelle, rane, lumache, pannocchie, lupini, angurie, sorbetti, gelati, franfellicche, zaletti, brigidini, mostaccioli, zucchero filato.

Il cibo veniva anche cucinato per strada e consumato sul posto, mestieri individuali, specializzati, si trattava di venditori mobili o itineranti, ognuno con i suoi gridi (mi viene a mente la Vucciria a Palermo, là qualcosa c’è rimasto).

Restrizioni sanitarie, fiscali, oltre a legislazioni a favore dei commercianti fissi, richieste di maggior igiene da parte dei cittadini, in molti paesi hanno fatto quasi sparire questa abitudine italiana di antiche origini.

Nel mio paese viene ancora il trippaio, è anziano, chissà quanto potrà continuare a portarci le sue prelibatezze, auspico un ritorno anche limitato alla diffusione di queste semplici attività, e magari mangiare cibi sani cotti sulla piazza farebbe divertire gli adolescenti tecnologici anche se potrà far calare ulteriormente le vendite dei venditori tradizionali.

La vera piazza è diventata quella virtuale di fb, blog e altro dove si celebrano gli stati d’animo, sogni, aspirazioni, arrabbiature politiche, sindacali
e infine mi arrendo ed eccomi qua che pubblico, segnalo, insomma me ne sto al gioco che la tecnologia ci offre.

COMMERCIO


COMMERCIO

– Dopo aver stretto la mano a un mercante greco, è sempre opportuno contarsi le dita !
Questo il detto che circolava nel nostro impero romano per mettere in guardia i mercanti in occasioni di scambi con l’estero. Non me ne vogliano i greci ! Serve solo per l’introduzione.

I mercanti hanno sempre avuto grandi margini di manovra sull’attribuzione del valore delle merci, ma sono stati anche un anello importante per la diffusione di prodotti altrimenti sconosciuti ai più e gliene va riconosciuto il merito.
I processi per la formazione del “prezzo” sono stati sempre oggetto di aspri dibattiti. Un prezzo elevato sottintende un elevato margine per il venditore, ma non solo ci possono essere intermediari esosi, ma anche truffe, complicità esterne, sovrafatturazioni artificiose, furberie e molto altro.
Prezzo equo è diventato un miraggio sempre più irraggiungibile. Ci sono addirittura voci secondo le quali il prezzo si avvicini sempre al limite di “sopportabilità” del consumatore e che strateghi del marketing lo deliberino a tavolino in modo non correlato ai costi di produzione.
Economisti e filosofi si sono dibattuti in teorie sulla formazione del prezzo, ma al consumatore non interessano, lui va sugli scaffali e fa i suoi conti, è supportato da gruppi, associazioni e fa domande.
Come mai a fronte di aumenti esorbitanti del prezzo del pane non ha fatto seguito un aumento del prezzo del frumento alle aziende agricole ; dove si è perso il differenziale ??
Se non sopravvivono le aziende agricole per forza qualcuno dovrà comprare la farina all’estero !
Come mai sono sorte in Italia catene lunghissime con dubbia utilità dal produttore alle aziende di trasformazione, confezionamento, distribuzione, vendita ?

Dai tempi di A come Agricoltura fino alla attuale Linea Verde ho sempre visto in televisione servizi riguardanti un settore commercio inadeguato allo sviluppo economico italiano.
Ho trovato in rete queste fonti :
http://www.diritto.it/materiali/commerciale/bianchi.html un riepilogo della nostra legislazione, ci sono dei grossi vuoti, lo capiscono anche non addetti.
Oltre venti anni fa prodotti agricoli venivano spediti in Olanda, confezionati, imballati, e ci ritornavano pronti per il nostro mercato interno o per essere spediti all’estero.
Da chi dipendevano quelle scelte ? Vuoti normativi ?
L’organizzazione non era il nostro forte in passato e non lo è nemmeno ora.
Gli spagnoli ad es. ci superano non tanto nella produzione di arance, ma nella loro qualità di confezionamento.
Con l’introduzione massiccia della grande distribuzione sono iniziate chiusure a raffica di negozi di alimentari ; abbiamo perso le loro competenze e la loro funzione “sociale”.
Tutto sommato non so davvero se era meglio avere venti negozi di alimentari, pescheria, latteria, fiori o un grande supermercato che sostituisce tutto. Il prezzo non è tutto, contano anche i servizi.
Abbiamo perfino pensato che la “deregulation” potesse essere la cura di tutti i mali eccola quindi applicata alle compagnie aeree, ai trasporti su strada, ai servizi , ai contratti dei lavoratori.
Non voglio annoiarvi con la sfilza di risultati negativi che ne sono derivati e che conosciamo bene.
Non ne è conseguita la compressione dei costi, ma la diminuzione della qualità del lavoro e della dignità dei lavoratori.

C’è bisogno di una “regulation” di quelle toste che intervenga con regole diverse da quelle attuali :

– sfrondare gli inutili passaggi, lucro di agenti vari etc.
– regole di certificazione più snelle ai produttori
– creazione di portali web che elenchino in modo chiaro tutto quello che abbiamo
– rintracciabilità dei prodotti con certificati di origine on-line
– un po’ di sana autarchia con preferenza per la filiera corta
– delineare un serio piano di programmazione delle attività economiche

Ci saranno di sicuro altre cose che non mi vengono a mente, ma molti lo sanno benissimo e non vogliono o non possono proporre (io non sono del settore! )

Quanti sono i commercianti che campano dietro ai prodotti che troviamo in vendita nei negozi non mi interessa, e nemmeno se e quanto hanno guadagnato finora.
Partiamo da oggi, diamo un’occhiata alla vignetta all’inizio e spero ne nascano delle ispirazioni.
Poi se qualcuno mi vorrà spiegare :
– Come mai a fronte di trenta centesimi pagati a un produttore di arance di Ribera per un kg di arance, le stesse vanno sui banchi del mercato minimo a un euro e quaranta centesimi ?
Abbiamo la possibilità di cambiare qualcosa ? –

MY WORST TRIP (TURKEY)


I was married in 1987. My trip after the day of marriage was to Egypt. My wife and I liked Arabic countries. We planned to visit Turkey on summer 1998.

      The trip in Turkey has left a lot of memories in my mind during those 15 days in August, 1988. I also remember that the cost of this trip was not much, about L. 1.150.000 each person (fly from Milan to Istanbul, hotels during all 15 days, guides, entry free to almost all museum, tour for 2.000 km by bus from Istanbul, Canakkale, Pergamo, Smirne, Efeso, Pamukkale, Antalya (7 days at the beach), Cappadocia, Ankara, and fly to Milan.) 

      The trip was organized by Turban (Tourism Bank of Turkey). It guaranteed that we were sure to get a good travel. 

      The first problem was the delay of the flight, 4 hours after the fixed time! (it was a charter) and 5 at the return.

      The weather in Istanbul was warm, the museums were very interesting and some other places as Palazzo Topkapi, Golden Horn, Gran Bazaar, Moschea Blu, Bosforo, Museum Kariye etc were interesting too.  

      After we left Istanbul, we began the trip by bus for over 12 days. Temperature on bus was very high and there wasn’t any air-conditioner. We were tired, because every day there were so many things to visit. 

      When we arrived to the beach, we were very tired; after we drove about 600 km, we got a surprise: instead of the beautiful village at the shade of centuries-old pine woods that the brochure had promised, we found some small bungalows without trees, and as we were in the south, it was very hot and also sultry.  

      The final surprise was when we opened the small bungalow: two beds with nothing, a dirty bath and a grasshopper which had only one paw near the shower-bath. We were happy to stay there; we thought that we would spend a few nice days at the beach, but the problem wasn’t over!

      Every evening before dinner, a tractor passed with a spray poison against mosquitoes, while the housemaid was preparing the tables and surely we were eating, while breathing the poison for mosquitoes which also flied during the daytime. 

      After the week at the beach, we had to face another long trip toward Cappadocia, 800 km away and still by bus. We saw a lot of churches, museums, beautiful places, most of them are in a good state after almost 3.000 years. The reason I think is the following: to build new things they need money and after Romans left, local population weren’t very rich and this is why nothing is changed in the strongly way. 

      When I visited Turchia in 1988, all was such a dockyard, everyone worked hard and a graduate was hired with less pay than a workman. Even though the trip was the worst, I must state that since perhaps the trip wasn’t well organized, Turban admitted that the level of the hotel wasn’t the same as that was declared on the brochure, they sent me L. 100.000 and did so to other travelers of the trip too. I have to admit that with some difficulty we couldn’t see many countries in the world; but for the countries we have visited, it shows that the situation is getting better and better. 

     One more thing I remember with pleasure is their friendship. Turkey’s inhabitants are very hospitable. They aren’t rich but they offer the few things they own. All Turkey is safe, except Istanbul, where there isn’t any robber, and everyone could leave their cars in the middle of the road and nobody will touch it! I have known a beautiful country. This is a good reward for a bad trip!    

IL MIO AMICO GIARDINIERE di Jean Becker – 2007


Il film è un dialogo tra due amici, e se non ci sofferma ad ascoltare ogni singolo spunto che propone, può risultare monotono, ma non lo è affatto, ci ritrovo i valori dell’amicizia, di umiltà e semplicità di stili di vita.
I protagonisti sono due artisti, a modo loro, e dalla loro amicizia si sviluppa un rapporto particolare, simile a quello che in natura viene definito simbiosi.
L’uno il pittore parigino, autoreferenziale e pieno di sé, l’altro il giardiniere generoso, ingenuo, pronto al confronto e alla meditazione. Ognuno ascolta l’altro, sono pronti a cogliere la minima opportunità, ma soprattutto è il pittore che si affascina fino a stupirsi per la visione semplice e onesta del mondo del suo amico giardiniere.