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IL PORTACENERE


Non fumo, provai a fumare da ragazzo, il vizio non attecchì.
Non uso portacenere, non li ho in casa e nemmeno li ho trovati nella nuova auto appena acquistata.
La mancanza di portacenere nell’auto è stata una delle motivazioni a scrivere.
Un susseguirsi di interrogativi sulle ragioni della soppressione del portacenere mi ha condotto a fare delle ricerche in rete. Non ho telefonato alla Fiat per chiedere le ragioni di ciò.
Il produttore di auto non si pone il problema di come si comporta in auto l’acquirente di un veicolo. Il proprietario di un autoveicolo usa quello che trova e da italiano si arrangia al meglio.
Ma se uno fuma ? E se mangia caramelle o merendine ? Dove deve mettere la carta o la plastica?
Posso solo fare una considerazione personale :
– I produttori di auto 30 o 40 anni fa erano più attenti alle necessità degli automobilisti. –
Ma mi chiedo :
– Che cosa ha spinto a modificare gli allestimenti ? –
La proibizione del fumo negli ambienti pubblici ha determinato la modifica degli accessori anche nelle auto.
Può essere una spiegazione, ma non mi basta.
Credo ci siano delle ragioni economiche alla base.
Il portaoggetti è un accessorio che impegna , inoltre il design impone linee curve, sinuose e l’inserimento di accessori il relativo montaggio ha evidenti costi e possono essere evitati.
L’ATTENZIONE è questo il problema !
Noto un calo di attenzione al consumatore finale e anche all’ambiente.
Ecco, l’ambiente, l’assenza di un portaoggetti ha dal mio punto di vista riflessi sull’ambiente.
Ne ho avuto conferma troppe volte nel vedere automobilisti aprire il finestrino e gettare qualsiasi cosa avessero in mano : bicchieri, lattine, incarti in plastica, fazzoletti di carta etc.
La mancanza di attenzione dilaga.
Ho persino suonato il clacson ad uno di questi incivili.
La risposta ? Un dito medio alzato , evidentemente gli sembrava aver ragione.
Fermo ad un semaforo osservo la quantità di rifiuti che il vento non ha portato via.
Accumulati in attesa di un evento del tipo “puliamo il mondo” o di operatore ecologico in trasferta, se ne stanno lì inerti, non danno noia a nessuno, solo testimoniano il grado di civiltà di certi automobilisti.
Mi scorrono nella mente le comunicazioni del WWF sulla velocità di degrado dei materiali abbandonati nell’ambiente. Tra tutti quello dell’accendino usa e getta risulta essere tra i più lunghi :
– cento anni !!! –
No, non ci saremo, non ci saranno i nostri figli. Chissà se gli incivili lo sanno, chissà se gli passa per la mente. Sicuramente no.
Si tratta di piccole cose, non ci vorrebbe molto.
Un sacchetto da mettere vicino alla guida, da utilizzare come cestino di rifiuti.
Nella 500 di mio padre comprata negli anni del boom economico, sportelli a vento, una delle prime, c’erano portaoggetti, portacenere.
I consumatori devono richiedere queste cose.
Non si tratta di accessori particolari.
Non si cambiano le abitudini con gli oggetti. Non credo che l’inserimento di un portaoggetti nell’auto induca l’incivile a cambiare atteggiamento.
Si parte da piccole cose, segnali, modeste indignazioni come la mia.
Ho scritto queste righe per solo sfogo.
La prossima volta sceglierò l’auto con più attenzione, in mancanza di portaoggetti ….VIA!!!! A VEDERNE UN’ALTRA , SUBITO!!!!

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USCITA


Quando cresci in un ambiente violento non riesci ad immaginare che possa esserci qualcosa di diverso.

Ho conosciuto Jo qualche tempo fa. Lo definirei un’anguilla, quando credi di averlo ecco che ti scappa via. La dolcezza è più efficace della forza. Quindicenne, ma ne dimostrava 18 busto eretto sembrava avere un filo immaginario che lo tirava su dal centro della folta capigliatura castana.

Gli occhi neri pece sembravano lame nel buio. I suoi coetanei temevano anche solo il suo sguardo.

La diffidenza era una sua prerogativa, ma tutti qualche volta si lasciano andare e un giorno ebbi l’opportunità di conoscerlo. Non a tutti era concesso.

Mi raccontò un po’ della sua vita, cose raccapriccianti (per lui normali), non solo di come si relazionava con i coetanei, ma per il modo di comportarsi della sua famiglia.

L’imprinting negli animali si instaura fin dalla nascita. I piccoli si relazionano in questo modo e abbiamo ad es. gabbiani che voleranno come i loro simili.

La stessa cosa avviene negli umani, con la differenza che noi possiamo scegliere.

Il potere di scelta è insieme bellissimo, ma pericoloso.

Credo che il filo che unisce genitori e figli è una catena importante nelle nostre vite e romperla può avere risvolti negativi.

Il rapporto tra Jo ed i genitori non era facile. La loro presenza era in pratica una assenza.

Non c’erano mai. Se c’erano potevano essere guai seri. Il padre si ubriacava e spesso malmenava anche la madre di Jo. Jo era il terzo di sette tra fratelli e sorelle.

E’ difficile poter sperare qualcosa di diverso quando l’ambiente ha disegnato il tuo percorso fin dalla nascita.

Le compagnie di Jo avevano più o meno le stesse matrici familiari.

Il tempo libero era una bella parte della sua giornata. Iniziava da quando era sveglio a quando andava a letto. Il suo gruppo lo si poteva definire una gang e tutti capirono subito che lui sarebbe stato il capo. Non era una questione di forza o di intelligenza, il capo lo fa chi vuole farlo.

Jo aveva determinazione e grinta per esercitare il ruolo di capo.

Come un lupo solitario a capo di un gregge di pecore.

Chi si era fatto avanti per ammansirlo e ricondurlo ad un’esistenza meno complicata, con semplici relazioni umane, aveva fatto una brutta fine.

Jo, il capo, posizione predominante nella gang aveva capito che l’uso mirato della forza lo premiava sempre.

Un vincente.

Sarebbe diventato ancora più forte.

Il potere è come una droga, più te ne alimenti, più ne vorresti.

Una ricchezza effimera che lo avrebbe condotto nel vortice delle rapine, della droga.

Voleva uscirne, poteva farlo, ma come ?

Cosa avrebbero pensato di lui i suoi compari ? C’erano alternative valide nel suo paese ?

Chi poteva aiutarlo ? Come ?

Ognuno di noi ha un punto debole, una sorta di tallone di Achille, quello di Jo era il gioco.

Il gioco in tutte le sue espressioni e se era pericoloso si divertiva di più.

Gli piacevano un po’ meno i giochi di intelligenza o comunque quelli dove la fisicità non era richiesta.

Gli scacchi erano per lui un gioco misterioso e complicato.

Nel bar da lui frequentato due anziani giocatori si sfidavano spesso nei caldi e lunghi pomeriggi d’estate.

Un giorno Jo si era soffermato ad osservarli.

Alessandro, il più giovane dei due, una faccia rubiconda con occhiali tondi cerchiati di metallo dorato chiese a Jo se sapesse giocare e si offrì di insegnargli.

Ma… può un capo “abbassarsi” a giocare a un gioco da tavolo ??

Il gioco…. il suo punto debole !

Non poteva dire di no.

Una sfida a se’ stesso.

Poteva il gioco trasformarsi da punto di debolezza a punto di forza ?

Certo, se gli avessero chiesto se voleva andare ad un meeting di free-climbing o una gara di par-cour sarebbe partito a corsa, ma…. starsene ad un tavolino per ore davanti ad una scacchiera !

La passione per la matematica e la logica (pur non studiando mai riusciva lo stesso anche solo ascoltando le spiegazioni) sommate a quella del gioco accesero l’amore per gli scacchi.

Quanto a lungo poteva mantenere i due ruoli ?

Il capo di una gang che gioca anche a scacchi suonava male.

Se lo avessero saputo lo avrebbero espulso dal gruppo.

Non sarebbe stato più idoneo.

Lui non aveva scelto la sua famiglia, non aveva scelto il gruppo, non aveva scelto di diventare capo.

Ci si era trovato dentro.

Nei parcheggi la scritta USCITA è sempre grande e ben visibile.

Dove era la sua uscita ?

E se non c’era poteva aprirla lui ?

Decise di guidare ancora il gruppo, formulò diverse possibilità non violente per uscire dal circolo vizioso nel quale erano entrati.

Parlò ai suoi amici di opportunità diverse, riduzione della frequenza degli incontri per strada, iniziare ad andare a lavorare in una cooperativa agricola che accettava giovani e stranieri come loro.

Tutto ciò avrebbe permesso a Jo di mettere da parte denaro “pulito” e di giocare a scacchi in ogni ritaglio di tempo.

In poco tempo Jo divenne molto bravo, con parte dei soldi guadagnati alla cooperativa comperava libri di scacchi. In pochi mesi i giocatori più bravi del bar diventarono per lui un passatempo o allenamento giornaliero. Scoprì ben presto che non gli avrebbero insegnato più di quanto non sapessero.

Si deve imparare da chi sa di più.

Jo iniziò a giocare in rete.

Nella rete si trova di tutto.

Come in un bagno pubblico lo puoi usare soltanto come un mezzo per soddisfare bisogni oppure soffermarti ad osservare tutte le merde che galleggiano e se ne possono trovare di ogni genere !!!

Il suo uso della rete era diventato “furbo” prendeva solo quel che gli serviva.

Con libri e partite on-line il passo a partecipare ad un torneo fu breve.

Il terzo posto in un torneo nella città vicina fu un regalo inaspettato.

Non solo per il premio in denaro, ma per la sua soddisfazione.

Se lo meritava.

Si era disegnato la scritta uscita su di un muro nero e spesso.

Ci era passato dentro.

Come se niente fosse.

Ed era stata una sua scelta.

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