oichebelcastello

migliorare il proprio paese e non solo

USCITA

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Quando cresci in un ambiente violento non riesci ad immaginare che possa esserci qualcosa di diverso.

Ho conosciuto Jo qualche tempo fa. Lo definirei un’anguilla, quando credi di averlo ecco che ti scappa via. La dolcezza è più efficace della forza. Quindicenne, ma ne dimostrava 18 busto eretto sembrava avere un filo immaginario che lo tirava su dal centro della folta capigliatura castana.

Gli occhi neri pece sembravano lame nel buio. I suoi coetanei temevano anche solo il suo sguardo.

La diffidenza era una sua prerogativa, ma tutti qualche volta si lasciano andare e un giorno ebbi l’opportunità di conoscerlo. Non a tutti era concesso.

Mi raccontò un po’ della sua vita, cose raccapriccianti (per lui normali), non solo di come si relazionava con i coetanei, ma per il modo di comportarsi della sua famiglia.

L’imprinting negli animali si instaura fin dalla nascita. I piccoli si relazionano in questo modo e abbiamo ad es. gabbiani che voleranno come i loro simili.

La stessa cosa avviene negli umani, con la differenza che noi possiamo scegliere.

Il potere di scelta è insieme bellissimo, ma pericoloso.

Credo che il filo che unisce genitori e figli è una catena importante nelle nostre vite e romperla può avere risvolti negativi.

Il rapporto tra Jo ed i genitori non era facile. La loro presenza era in pratica una assenza.

Non c’erano mai. Se c’erano potevano essere guai seri. Il padre si ubriacava e spesso malmenava anche la madre di Jo. Jo era il terzo di sette tra fratelli e sorelle.

E’ difficile poter sperare qualcosa di diverso quando l’ambiente ha disegnato il tuo percorso fin dalla nascita.

Le compagnie di Jo avevano più o meno le stesse matrici familiari.

Il tempo libero era una bella parte della sua giornata. Iniziava da quando era sveglio a quando andava a letto. Il suo gruppo lo si poteva definire una gang e tutti capirono subito che lui sarebbe stato il capo. Non era una questione di forza o di intelligenza, il capo lo fa chi vuole farlo.

Jo aveva determinazione e grinta per esercitare il ruolo di capo.

Come un lupo solitario a capo di un gregge di pecore.

Chi si era fatto avanti per ammansirlo e ricondurlo ad un’esistenza meno complicata, con semplici relazioni umane, aveva fatto una brutta fine.

Jo, il capo, posizione predominante nella gang aveva capito che l’uso mirato della forza lo premiava sempre.

Un vincente.

Sarebbe diventato ancora più forte.

Il potere è come una droga, più te ne alimenti, più ne vorresti.

Una ricchezza effimera che lo avrebbe condotto nel vortice delle rapine, della droga.

Voleva uscirne, poteva farlo, ma come ?

Cosa avrebbero pensato di lui i suoi compari ? C’erano alternative valide nel suo paese ?

Chi poteva aiutarlo ? Come ?

Ognuno di noi ha un punto debole, una sorta di tallone di Achille, quello di Jo era il gioco.

Il gioco in tutte le sue espressioni e se era pericoloso si divertiva di più.

Gli piacevano un po’ meno i giochi di intelligenza o comunque quelli dove la fisicità non era richiesta.

Gli scacchi erano per lui un gioco misterioso e complicato.

Nel bar da lui frequentato due anziani giocatori si sfidavano spesso nei caldi e lunghi pomeriggi d’estate.

Un giorno Jo si era soffermato ad osservarli.

Alessandro, il più giovane dei due, una faccia rubiconda con occhiali tondi cerchiati di metallo dorato chiese a Jo se sapesse giocare e si offrì di insegnargli.

Ma… può un capo “abbassarsi” a giocare a un gioco da tavolo ??

Il gioco…. il suo punto debole !

Non poteva dire di no.

Una sfida a se’ stesso.

Poteva il gioco trasformarsi da punto di debolezza a punto di forza ?

Certo, se gli avessero chiesto se voleva andare ad un meeting di free-climbing o una gara di par-cour sarebbe partito a corsa, ma…. starsene ad un tavolino per ore davanti ad una scacchiera !

La passione per la matematica e la logica (pur non studiando mai riusciva lo stesso anche solo ascoltando le spiegazioni) sommate a quella del gioco accesero l’amore per gli scacchi.

Quanto a lungo poteva mantenere i due ruoli ?

Il capo di una gang che gioca anche a scacchi suonava male.

Se lo avessero saputo lo avrebbero espulso dal gruppo.

Non sarebbe stato più idoneo.

Lui non aveva scelto la sua famiglia, non aveva scelto il gruppo, non aveva scelto di diventare capo.

Ci si era trovato dentro.

Nei parcheggi la scritta USCITA è sempre grande e ben visibile.

Dove era la sua uscita ?

E se non c’era poteva aprirla lui ?

Decise di guidare ancora il gruppo, formulò diverse possibilità non violente per uscire dal circolo vizioso nel quale erano entrati.

Parlò ai suoi amici di opportunità diverse, riduzione della frequenza degli incontri per strada, iniziare ad andare a lavorare in una cooperativa agricola che accettava giovani e stranieri come loro.

Tutto ciò avrebbe permesso a Jo di mettere da parte denaro “pulito” e di giocare a scacchi in ogni ritaglio di tempo.

In poco tempo Jo divenne molto bravo, con parte dei soldi guadagnati alla cooperativa comperava libri di scacchi. In pochi mesi i giocatori più bravi del bar diventarono per lui un passatempo o allenamento giornaliero. Scoprì ben presto che non gli avrebbero insegnato più di quanto non sapessero.

Si deve imparare da chi sa di più.

Jo iniziò a giocare in rete.

Nella rete si trova di tutto.

Come in un bagno pubblico lo puoi usare soltanto come un mezzo per soddisfare bisogni oppure soffermarti ad osservare tutte le merde che galleggiano e se ne possono trovare di ogni genere !!!

Il suo uso della rete era diventato “furbo” prendeva solo quel che gli serviva.

Con libri e partite on-line il passo a partecipare ad un torneo fu breve.

Il terzo posto in un torneo nella città vicina fu un regalo inaspettato.

Non solo per il premio in denaro, ma per la sua soddisfazione.

Se lo meritava.

Si era disegnato la scritta uscita su di un muro nero e spesso.

Ci era passato dentro.

Come se niente fosse.

Ed era stata una sua scelta.

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Autore: rfrancalanci

Innanzitutto mi presento : sono uno dei tanti ultracinquantenni che con le leggi di venti anni fa sarebbero già andati in pensione ed invece con le odierne leggi dovranno lavorare (se ci sarà lavoro) altri dieci anni come minimo. Non mi fa paura lavorare, solo mi rende triste dover rimanere inattivo, perché ovunque mi rivolgo tutti mi dicono che “non è compito nostro far lavorare i dipendenti in cassa integrazione o in contratto di solidarietà” Così me ne ritorno a casa mesto, ben conscio che quel barile al quale tutti attingono un bel giorno finirà se non finisce questa crisi, e allora saranno dolori per tutti. I miei genitori e nonni nel periodo post-bellico hanno vissuto veri momenti di solidarietà e di condivisione, non per questo se avete occasione di parlare con qualcuno che ha vissuto quei momenti vi dirà che tutto sommato erano momenti duri, ma felici. Sono nato intorno agli anni sessanta, quando l'Italia era in pieno boom economico e ancora in fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, i padri e le madri in quel periodo cercavano di crescere i figli in condizioni migliori di quelle in cui loro stessi erano cresciuti, il benessere incominciava anche in Italia e con esso l'egoismo, lentamente si insinuava nel comportamento dell'italiano medio. Il danno maggiore alla società odierna comunque è l'introduzione di modelli vincenti verso i quali i giovani sono stati stimolati dai mass-media e dalle dinamiche di gruppo, per semplificare vorrei evidenziare che il modello del “furbo” ci è stato fatto digerire come “sempre vincente” Viene da chiedersi se dobbiamo introdurre un nuovo modello di riferimento, e ora che la rete ci permette di conoscere in quali paesi del mondo secondo noi la vita è migliore, sta a noi poi scegliere a quale ambire , se per es. è migliore la Svezia, o gli Stati Uniti o forse il Buthan, e subito dopo aver pensato globalmente, agire localmente. Credo che "oichebelcastello !" sia un ottima modalità per agire localmente, anche a molti farà sorridere nel ricordare il ritornello della canzoncina intonata agli amici non appena avevamo finito di costruire il nostro castello di sabbia.

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