DISAGIO


castello in agosto

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DISAGIO

Avete presente quei messaggi registrati o gli annunci nei supermercati o nelle stazioni ?
“ci scusiamo per il disagio ! –
Siamo talmente abituati alle comodità e quando non ci sono ci casca il mondo addosso.
Non riusciamo a sopportare situazioni scomode e ne soffriamo.
Succede qualcosa di simile quando le cose non vanno come dovrebbero. Ci aspettiamo che certi eventi si verifichino, non succede, il risultato è lo stesso, ed ecco il finto disagio.
Sul dizionario trovo : -mancanza di agi, di comodità; condizione o situazione incomoda, imbarazzo, mancanza di cosa utile o necessaria.-
Il disagio va di moda da almeno dieci anni.
E’ molto difficile cambiare le mode.
Nessuno ha mai creduto veramente di poter lanciare una nuova moda.
Ci siamo tenuti le mode di altri.
Ci manca il potere della comunicazione.
Ma se da domani uscissimo con un calzino diverso dall’altro con l’intenzione di lanciare una moda come minimo ci prendono per scemi. Potreste anche provarci, ma sarà molto difficile diffonderla.
Ci sono persone specializzate che analizzano tendenze, giornalisti che pubblicano su varie testate le novità del settore di moda, pubblicità milionarie ecc.
Il calzino diverso non sarà seguito. Si fermerà all’intenzione.
Io l’intenzione ora ce la metto. Scrivo con una ispirazione, un motivo di base, importante :
– ho percepito del disagio. Ne è arrivato un po’ anche a me.
Un’amica su facebook posta un foto del centro del nostro paese in un pomeriggio, poche persone in giro, una vera desolazione.
E’ vero che a certe cose ci si abitua e se la moda è avere paesi vuoti… allora va bene così.
Tutti a scrivere sui social network, commenti al veleno, frizzatine a più non posso e l’amica che al grido “riprendiamoci il paese” risulta essere una voce fuori dal coro.
Ci sono persone che hanno letto i messaggi, tutti meditano, nessuno parla; si interrogano sul nostro futuro, se qualcosa può cambiare.
Nel nostro centro in certi giorni sembra ci sia una riedizione del passaggio del fronte (e io non l’ho visto, ma dicono non ci fosse nessuno per la gran paura)
La proposta di “occupare il paese” risuona non nel senso bellico, ma cerca di stimolare il senso “sociale”.
Si tratta di individuare un gruppo fisso di persone, alle quali se ne possono aggiungere altre, incontrarsi in centro o sul piazzale anche solo per scambiare due chiacchere e….con i telefonini spenti se no non c’è divertimento !!!
Attenzione ! Le persone non potremo sceglierle.
Siamo stati tutti a scuola ?
Nessuno sceglieva i compagni di classe. Ci siamo tenuti i compagni che ci avevano assegnato nella classe.
L’unico modo per evitarli era quello di cambiare classe.
Noi abitiamo nel nostro paese, io ci sono nato, abito nella stessa casa da oltre cinquanta anni. Come a scuola non ci sarà concesso respingere i componenti del paese, magari potremo conoscere persone brillanti che non sapevamo fossero castellani.
Potremo trovarci nel nostro centro, viverlo. Tanto i commenti su facebook potremo farli dopo, i social non scappano…

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ILARE


BARZELLETTA

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ILARE

Dopo oltre cento articoli nel blog, quasi sempre seri mi sono deciso oggi a scrivere qualcosa di divertente.
La serietà spesso annoia, mi manca una categoria “ilare” e allegro.
Anni fa chattavo su ICQ e la scelta ricadeva sulle faccine usavo solo 🙂 perché le altre non le tenevo a mente , poi Skype ora Msn o facebook, e anche whtasapp. Sempre cose “freddine” ; mai una gioia ! Non c’era contatto, l’altra parte lontana anche dalla parte di là del mondo e finiva lì.
Devo andare molto indietro per ricordare veri momenti “da piegarsi in due dalle risate” e per fortuna me ne son capitati molti.
Spesso ero io che li provocavo e poi da tanto che ridevo gli amici pensavano mi fossi ubriacato.
Quando mi era passata la crisi di “riso” tenevo a precisare che ero astemio e …quindi non era l’alcool.
Mi faceva effetto anche l’aranciata!!!!
Ora qualche bicchierino lo bevo e purtroppo agisce subito, ma nel senso che mi dà alla testa e basta.
Per ridere di gusto non ci vogliono gli alcoolici, ci vogliono gli amici giusti.
Basta una cena anche di una sola pizza e birra e magari dura oltre quattro ore e alla mezzanotte ti buttano fuori dal ristorante a pedate.
Nelle quattro ore di cena state pur certi che volano talmente tante di quelle cazzate che neanche un campione di tiro al volo riesce a beccarle tutte.
Una parte delle ore di conversazione è destinata….. ai pettegolezzi !
Quando ci si mettono poi gli uomini son peggio delle donne.
Ai malcapitati assenti (chiaramente) di sicuro gli fischiano le orecchie.
Da parte mia non ho mai prestato molta attenzione a questo tipo di argomenti, ma non si può non ascoltarli. In genere sono talmente coloriti che sbiancherebbe anche Gino Bramieri.
Fare una cena con amici allegri e burloni è salutare. Ridere è un esercizio respiratorio importante.
Ho delle amiche che hanno riscoperto di poter ridere con “lo yoga della risata”, qualche volta ci andrò anche io, ma intanto se siete fuori allenamento e per esercitarvi a ridere di nuovo beccatevi questa barza pescata in rete :

I sette nani sono in viaggio in Europa, e arrivano a Roma.
Visto che sono in zona, chiedono udienza per parlare con il Papa che naturalmente gliela concede…. perché loro sono i famosi sette nani!
Entrano nella sala dell`udienza, incamminati da Brontolo.
Il Papa li saluta: `Cari fratelli, volete chiedermi qualcosa?
……c´e´qualcosa che v`inquieta?
Brontolo si fa avanti:
`Mi scusi Santità, vorremmo sapere se a Roma ci sono monache nane`.
Il Papa risponde sorpreso: ` Beh…no, a Roma non ci sono monache nane`.
Si sentono delle risatine ad alcuni mugolii fra gli altri nani.
Brontolo guarda indietro disturbato, e tutti si quietano.
Ridomanda: `Ed in Europa… non ci sono monache nane?
Il Papa risponde di nuovo, con santa pazienza: `No, caro figliolo, che io sappia, in tutta Europa non ci sono monache nane`.
Allora tutti i nani ridono, mentre Brontolo comincia a diventare rosso….
`E nel mondo?,… in tutto il mondo!!!… non ci sono monache nane?`
`No, no caro figliolo, sicuro che in tutto il mondo, non ci sono monache nane`.
I nani ridono a più non posso… saltano…si mettono l`uno sull`altro… si prendono per le mani, e tutti cantano….
`Brontolo si è scopato un pinguino….`
`Brontolo si è scopato un pinguino…..`
`Brontolo si è scopato un pinguino….`
`Brontolo si è scopato un pinguino….`

LAVORO


lavoro e nuove-idee

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LAVORO

Evitare la noia è anche cercare di non ripetersi.
L’aspetto positivo della riflessione è che spazia in molti argomenti.
Oggi però ritorno sul lavoro.
Cosa è il lavoro ?
Scambio di competenze e tempo in cambio di denaro.
Cosa perde chi lavora ?
La libertà, e questo non è poco
Cosa guadagna oltre al denaro ? Impiega il tempo (questo può essere utile), sviluppa competenze, impara ad interagire con persone ecc.

Proverbi e aforismi ci aiutano a capire come l’uomo nei secoli ha descritto il lavoro.

– Chi è svelto a mangiare è svelto a lavorare
– Molti cercan quel paese dove si fanno trenta feste al mese
– Essendo il lavoro la cosa più bella del mondo bisogna lasciarne un po’ a domani
– Lo scopo del lavoro è guadagnare tempo libero (Aristotele)
– In un sistema gerarchico una macchina può fare il lavoro di cinquanta uomini ordinari, ma nessuna macchina può fare il lavoro di un uomo straordinario. (Hubbard)
– La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma dall’orgoglio di un lavoro fatto bene (Gandhi)
Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie.
Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro.
(Martin Luther King)
Pensare è il lavoro più arduo, è per questo che così pochi ci si dedicano. (H. Ford)
Se tu mi paghi come dici tu io lavoro come dico io, se tu mi paghi come voglio io io lavoro come dici tu (proverbio cinese)
Il lavoro allontana tre grandi mali : la noia, il vizio, il bisogno. (Voltaire)
Ho cercato di selezionare alcuni pensieri di personaggi della storia.
Li condivido quasi tutti, alcuni possono diventare un mantra per il nostro atteggiamento nei confronti del lavoro, altri andrebbero usati con moderazione in quanto attivano componenti egocentriche dell’essere umano. Secondo me l’interpretazione deve essere personale, ognuno deve farla sua con i suoi modi di essere.
Non potevo non aggiungere la mia modesta riflessione
“il lavoro manca a chi non ce l’ha più, ma chi non ha lavoro ha tempo per immaginare nuovi scenari del proprio cammino”

p.s. l’immagine è “prelevata” dalla rete, mi scuso con l’autore dell’articolo se non ho chiesto l’autorizzazione. Spero di sdebitarmi menzionando la fonte :
http://www.giuseppelancini.com/lancio/2014/01/spazio-per-nuove-idee/

LA SIGARETTA


LA SIGARETTA

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LA SIGARETTA

Egidio non aveva mai fumato fino a quella volta.
Già molti dei suoi amici delle scuole medie fumavano qualche sigaretta, lui però non aveva mai provato.
Il suo amico Piero lo sapeva, non aveva nemmeno tentato di incoraggiarlo, certe cose si devono sentire e poi sapeva che non sarebbe riuscito a convincerlo.
Egidio non era un frequentatore delle sale giochi, ma qualche volta se era con Piero ci faceva un giro.
Ci sono comportamenti ai quali non ci possiamo sottrarre.
Quando sei in un gruppo non puoi fare a meno di comportarti come gli altri. Sul bisogno di omologazione sono stati scritti fiumi di inchiostro.
Egidio e Piero erano nella sala giochi. Piero osservò gli amici, erano tutti fumatori, solo lui era riuscito a resistere fino a quel giorno. Sentì quel bisogno di appartenenza molto forte, cedette.
Chiese una sigaretta all’amico. Piero si stupì di quella richiesta a freddo. Non chiese nulla.
Aveva le Marlboro, gliene dette una. Egidio si ritrovò quel tubetto leggero color bianco e giallino tra le mani, infilò la parte colorata tra le labbra e attese che qualcuno gliela accendesse.
Appena la fiammella dell’accendino fu vicina, aspirò forte, il fumo entrò in gola.
All’inizio non fu una sensazione piacevole.
Cercò di memorizzare ogni istante, doveva valutare cosa fosse il fumo per lui.
Mentre fumava cercò di immaginarsi meglio integrato con il gruppo, ma si chiese anche quanto quel fumo gli servisse davvero.
Decise che ….ok … voleva continuare l’esperimento, avrebbe provato anche altre marche, magari i sigari o la pipa.
Gli amici non cambiarono la considerazione nella sua persona. Egidio era rimasto l’amico di sempre, solo che…..fumava !
Provò a cercare di vedere se stesso da fuori, e capire se la sua stima nella propria persona fosse aumentata con il fumo.
In un certo senso ….SI !
Quando fumava, aveva una maggiore autostima. Quindi il fumo innescava un meccanismo contorto nella sua persona e lo faceva sentire migliore.
Stranamente la cosa non funzionava sempre. Non ci stava capendo più nulla.
Una cosa simile accadeva anche ad un suo amico più grande di nome Andrea.
Andrea aveva iniziato a bere alcoolici, e prima di entrare in discoteca si faceva diversi bicchierini, questi lo aiutavano a comportarsi da figo. Ma….. non succedeva sempre !
Quando Egidio aveva la febbre alta e la madre le somministrava gocce di tachipirina, la febbre scendeva, talvolta in modo vertiginoso, ma era …..una medicina, il comportamento era costante.
Fumo e alcool non sono medicine, agiscono come droghe, talvolta funzionano, altre no.
Egidio osservò il suo comportamento dopo quella sigaretta.
Convenne che non era poi quella gran figata e certe spinte emotive poteva ottenerle anche dalle sue risorse. Dopo essersi reso conto che il fumo non gli era utile, decise di smettere, anche perché in realtà non aveva nemmeno cominciato per bene.
Aveva capito che doveva cercare di valorizzare le sue risorse, e non usare scappatoie per aumentarle temporaneamente.
Non doveva inoltre permettere alla sigaretta di avere tanto potere su di lui.
Forse doveva provarla per capirlo.
Dopo qualche anno si determinò che non avrebbe più fumato, e così è stato.

IL MATTONE


mattone

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IL MATTONE

Non mi posso esimere dal desiderio di trattare questo delicato argomento.
Per capire dove siamo occorre sapere da dove siamo partiti.
La nostra Italia è la più grande consumatrice di suolo d’Europa.
Sembra così ancora affamata di suolo che non si fa altro che parlare di grandi opere e di rilancio dell’edilizia.
Se andiamo poi a guardare bene gran parte delle opere proclamate non solo non sono finite, ma i loro costi sono lievitati fino all’inverosimile. Lo scopo era di sistemare i soliti amici, spesso l’intento è riuscito.
In passato nel blog mi sono occupato di beni comuni, ed è stato solo un timido approccio, vorrei ora rileggere il problema edilizia con questa chiave di lettura.
Lo studio attento della nostra costituzione, i tentativi maldestri e qualche volta riusciti di stravolgimento della stessa, la perdita di efficacia dello Stato nel ruolo decisionale e guida nella gestione del territorio, lo strapotere dei governi succeduti negli ultimi anni e dettati dall’emergenza mi conducono ad analizzare il mattone da un altro punto di vista.
Se ci lamentiamo dell’alluvione a Genova, dello scandalo del Mose a Venezia o dei collusi dell’Expo, sappiamo che ogni disastro era “annunciato”.
I cittadini da sempre con movimenti autonomi, comitati, associazioni segnalano gli illeciti all’ambiente, le infiltrazioni mafiose, i reati al territorio e molto altro.
La voce più inascoltata è quella dei deboli, senza potere, senza possibilità di avere peso nelle scelte delle amministrazioni centrali o periferiche.
Ho preso spunto per questo articolo da un libro di Paolo Berdini “Le città fallite”.
http://www.nuovatlantide.org/le-citta-fallite/
Il libro si snoda in un percorso storico, culturale, ma soprattutto politico della nostra Italia con moltissimi dati interessanti e riferimenti legislativi.
Non è facile sintetizzarlo, quel che sembra chiaro e documentato è che gli interessi economici hanno preso il sopravvento sugli interessi territoriali.
Le istituzioni hanno deciso di imporsi dando priorità al denaro, che mette sempre in accordo costruttori e amministratori, e il cui dictat pare sia: distruggere i territori.
Ecco quindi l’invenzione dei «Consorzi di imprese», che si dividono gli appalti delle grandi opere pubbliche. Siamo nel periodo post-Craxi, nascono le municipalizzate, poi andrà sempre peggio.
La soluzione proposta da Paolo Maddalena (sua è la prefazione) e che Berdini conferma è che il potere pubblico deve “disporre pienamente della titolarità di perseguire il futuro di una comunità”. Maddalena sostiene che “i diritti edificatori non esistono”, e l’Italia in questioni di territorio, tutela dell’ambiente, diritto alla casa, dovrebbe ricominciare dando valore a tutto questo.
L’urbanistica sembra essere la grande colpevole di atti scellerati sul territorio.
Non ha colpe ! Ha agito nella legalità.
Ma non erano nemmeno i cittadini a costruire fabbricati abusivi e poi aspettare tranquilli il condono, o meglio non solo loro.
Ne sono stati fatti ben quattro, e con ognuno di essi sono state perdonate efferatezze sull’ambiente più o meno importanti.
Ma non è nemmeno quello il problema !
Infatti la proprietà privata viene messa al centro dell’attenzione.
Secondo me è qui l’errore.
Se non accettiamo il principio che deve essere il territorio il focus dell’interesse della collettività, ben poche discussioni potranno continuare. Siamo noi parte del territorio e i titolari delle proprietà non dovrebbero essere liberi di farne l’uso che vogliono anche se autorizzati dalle amministrazioni locali.
Ecco queste mie considerazioni dopo aver letto il libro.
Hanno fatto credere che tutti si possono arricchire con un pezzo di terra appena questa diventerà edificabile.
Hanno fatto credere che il “mattone” cresce sempre di valore, perché è sempre stato così.
Hanno fatto credere che la città è più importante della campagna, e la città in questo modo è cresciuta così oltre le necessità.
Quando ad un certo punto tutte queste certezze sono crollate insieme, è crollata anche la fiducia in altri valori che non erano nemmeno in discussione, ergo c’è la crisi, quindi si vede tutto negativo ad oltranza e allora contrazione dei consumi ecc
Come è possibile ?
La parola “investimento”, cerco nel dizionario Garzanti e trovo :
– impiego di fondi in forme (azioni, titoli di stato, immobili, oro ecc.) che prospettano un reddito più elevato o un aumento del valore reale –
ma anche :
– l’investimento immobiliare protegge dall’inflazione –
Non hanno scritto che l’investimento immobiliare è uno dei più rischiosi in assoluto e la redditività è la più incerta del panorama finanziario.
Penso agli italiani degli anni ’60 che preferivano indebitarsi e comprare case, e hanno continuato visto che in Italia ci sono oltre sette milioni di appartamenti vuoti.
Ce ne sono così tanti che si potrebbe ospitare un paese africano intero e soprattutto evitare di costruire nuovi appartamenti per molti anni.
Ma allora i costruttori ? Che faranno per tanto tempo ?
Non ho la soluzione. Sarebbe troppo bello ! Di sicuro si dovranno riconvertire in riqualificazione e ristrutturazione dei fabbricati come minimo.
Mi vengono a mente dei suggerimenti, passano attraverso la condivisione delle risorse.
Ci sono leggi introdotte di recente, alcune non mi piacciono e allora occorre azionare il buon senso, altro grande assente !
Non mi piace l’esenzione del pagamento di tasse sulla prima casa, mi vengono a mente ricconi con prime case con centinaia di stanze e non pagano nulla come il pensionato con il monolocale.
Non mi piace l’innalzamento dell’aliquota IVA , tradotto in soldoni è anche la morte dei consumi, come diceva Totò “a’ livella ! “ E’ vero che pagano tutti, ma per chi ha meno rappresenta molto.
Non mi piace sapere che il fondo monetario internazionale stima in 120 miliardi il volume degli investimenti della malavita organizzata in Italia.
Non mi piace sapere che l’urbanistica è stata piegata più volte dalla speculazione finanziaria es. Expo 2015, Monte Paschi a Roma (1993 con Ligresti).
Non mi piace l’eccessivo impegno destinato alle grandi opere, come se non ci fosse altro da fare (il numero delle grandi opere che possono usufruire di semplificazioni procedurali era di 102 nel 2012 ed è passata a 349 ,per arrivare a 504 nel 2014)
Noi semplici cittadini come possiamo capire se una legge è giusta ?

Per capirlo basta fare la prova del nove, quella delle moltiplicazioni, vi ricordate come funziona ?
Dopo aver effettuato dei calcoli matematici usando carta e penna e senza calcolatrice con un conteggio semplice ed efficace andiamo a verificare se il calcolo effettuato è esatto.
Una operazione dovremmo applicarla a tutte quelle modifiche del territorio che ci vengono suggerite dal politico di turno.
Capita infatti molto spesso che non abbiamo le competenze per valutare la portata dei cambiamenti legislativi. Basterebbe ci domandassimo :
– Quanto serve per il territorio ? Lo rende più bello ? Sarà più sicuro ? Si arricchiscono solo alcune persone ? –
Se una sola di queste risposte non vi sembra ok se state leggendo queste righe e vi sembra di dover fare qualcosa per il vostro paese, ci sono possibilità che vi facciate portatori di qualche progetto per la vostra comunità !
Ecco alcuni riferimenti toscani di movimenti di cittadini :
http://www.perunaltracitta.org/la-citta-invisibile/
ce ne sono in ogni regione, non conta la colorazione politica, sono gli obiettivi che li animano.
Poi vorrei affrontare il delicato argomento dei reati ambientali strettamente connesso al mattone.
Atlante italiano dei conflitti ambientali
link http://atlanteitaliano.cdca.it/
Centro di documentazione dei conflitti ambientali
link http://cdca.it/
Ci sono per la cronaca 180.000 ettari di terreno altamente inquinato (fonte Legambiente)
Le ricadute sono sulla salute.
Es. Progetto Sentieri – Ministero della Salute
per gli interessati questo il link http://www.salute.gov.it/portale/documentazione/p6_2_2_1.jsp?lingua=italiano&id=2147
In molti casi è lo stato ad essere inadempiente, come nel caso del referendum sull’acqua bene comune. Non sono stati rispettati gli esiti del referendum.
L’Italia inoltre ha ratificato la convenzione di Aarhus
vedi link dal sito Ispra : http://www.isprambiente.gov.it/it/garante_aia_ilva/normativa/Normativa-sull-accesso-alle-informazioni/normativa-sovranazionale/la-convenzione-di-aarhus
questa stabilisce il diritto dei cittadini a partecipare ai processi decisionali ed avere accesso alle informative in materia ambientale sia a livello locale che nazionale.
Verrebbe da ripensare anche la corsa all’energia. Ci sono molti paesi che dispongono di più energia di quanta be abbiano di bisogno.
Non si sente parlare di efficienza energetica ed eliminazione degli sprechi. Molti la chiamano risparmio energetico, ma stranamente spesso viene osteggiato a priori anche se dopo l’applicazione contribuisce al contenimento dei costi.
Il contributo della cittadinanza attiva è centrale alfine di creare un nuovo modello di vita delle persone. Che aspettiamo ?

Altro che mattone !
Vi ho dato una mattonata ! Troppo lungo lo so dovevo fare due articoli, bah sarà per la prossima 🙂

MARMELLATA DI MORE


marmellata di more

caricamenti dal cellulare !

MARMELLATA DI MORE

Sono stato a cercare le more con mia moglie (vedi foto) erano circa 5 kg.
Inutile raccontarvi la fatica, il caldo non tanto poiché eravamo già nel luogo conosciuto alle 6 della mattina, solo i temerari vanno nella tarda mattinata o nel pomeriggio.
Le more sono mature ad agosto in Toscana, a seconda della latitudine potrete trovarle anche in altri periodi.
Colgo l’occasione per ricordare vecchissimi proverbi toscani :
Mi sei discosto quanto gennaio alle more – Le more maturano a fine estate……
oppure Stai cercando le more di Gennaio – stai sbagliando qualcosa nella ricerca !…..
Alle otto eravamo già di ritorno con il bottino.
Appena arrivati a casa sono iniziate le danze !
Lavaggio con solo acqua delle more, tolto se possibile tutti i piccioli rimasti attaccati, pesatura delle stesse per il calcolo dello zucchero e…..via in pentola !
Nella pentola si mettono SOLO LE MORE e un limone ogni due kg, (io ne ho messi solo 2 dato che eran grossi) nient’altro.
Naturalmente usare pentole antiaderenti, all’inizio fuoco abbastanza alto per far prendere il bollore e tenere coperto, poi appena bollono mettere al minimo e scoprire.
Le more si devono spappolare il più possibile in questa fase perdono una discreta quantità di liquidi.
Ho fatto cuocere per quasi due ore, ma il tempo cambia a seconda della massa e del tipo di pentola (es. pentole molto larghe e magari poco materiale perdono velocemente liquidi e richiedono minor tempo di cottura)
In questa fase facciamo perdere alla frutta i liquidi e si evita l’uso di addensanti (mai usati nelle mie marmellate !)
Alla fine della cottura/spappolamento si prende il famosissimo mini-pimer e si frantumano le more il più possibile. (ah ! Ricordate di togliere i limoni se no frantumate anche quelli !!!!!)
Questa operazione si rende necessaria prima del successivo passaggio delle more al setaccio che vedete nella foto.
Il setaccio è stato costruito da me, rete in acciaio da un mm, telaio in legno misura cm 30×40 circa.
Quindi dopo il mini-pimer prendete le more super-spappolate e a questo punto ne metterete un po’ per volta sul setaccio e via a setacciare.
Sarà utile usare uno di quei mestoli di silicone, prima lo facevo a mano usando guanti in plastica, ma non era il massimo. I semi verranno scartati, ci rimarrà anche un po’ di polpa, ma è inevitabile!
Alcuni mi obietteranno che si possono evitare queste due fasi se si effettua il setaccio con il passaverdure cambiando i dischi appositi.
Non ho mai usato il passaverdure, ma una volta assaggiai una marmellata realizzata con questa tecnica, ricordo il sentore di legno.
I semi con il passaverdure si frantumano e vanno a finire nella marmellata, quindi cuociono con la stessa e si ne sente il sapore nella marmellata. Può anche darsi che quella che sentii era passata male, non saprei.
Ecco perché uso il setaccio, e di quello mi fido, poi fate voi…..
A questo punto si può rimettere al fuoco, si fa prendere il bollore e…. si aggiunge lo zucchero, se preferite zucchero di canna.
Ho considerato 2 etti a chilo di frutta, quindi un kg dato che erano 5 kg.
Dopo 30 minuti di cottura, fate la prova del piattino per controllare la cottura: versare qualche goccia di marmellata su un piattino e lasciate raffreddare. Se tenendo il piattino in verticale la marmellata non cola, è pronta, altrimenti prolungare la cottura.
Lavate nel frattempo in acqua calda i vasi che dovranno contenere la marmellata. Riempiteli quasi completamente lasciando solo 1-2 centimetri d’aria. Ripulite se necessario i bordi e chiudete i coperchi. Capovolgete i vasi e lasciate raffreddare la marmellata in questa posizione. Conservate in ambiente fresco e buio.

NETTUNO


NETTUNO

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NETTUNO

Solo chi l’ha conosciuto ha potuto capire il motivo di tale soprannome.
Nettuno se ne stava seduto sulla sua sedia da regista interi pomeriggi immobile ad osservare il mare, al fresco dell’ombrellone degli omonimi bagni, cappello bianco da marinaio con tesa celeste, la pelle vistosamente aggrinzita e abbronzatissimo, sempre con i suoi occhiali a specchio.
La mattina non era sempre in spiaggia. Nonostante la sua veneranda età usciva da solo a pesca, sempre di notte e tornava nella tarda mattinata con pesci di ogni razza.
Vi potrei intrattenere con le innumerevoli tecniche di pesca, i trucchi applicati, leciti e non leciti.
Lui li conosceva tutti. Bollentino, filaccione, palamita, rete a strascico, nassa, polparine e molti altri, in ognuno si applicava e riusciva. Lui era il maestro.
Una volta mi mostrò la sua barca. Era orgoglioso del suo motore diesel sia per l’affidabilità che del consumo ridotto. La barca era un gozzo da pesca di sei o sette metri circa, con motore entrobordo.
Nettuno probabilmente nell’inverno dedicava molta cura alla manutenzione alla sua barca per sfoggiarla efficiente e ripulita nel periodo estivo.
Così come era capace di stare immobile per ore in riva al mare, nella sua barca diventava agile come un ballerino.
Sulla terra non riusciva a sfoggiare abilità e destrezza. O meglio, io la pensavo così.
Una volta infatti mi dovetti ricredere.
Quella mattina mi ero diretto come d’abitudine piazzare l’ombrellone nella spiaggia libera vicino ai bagni del marinaio vero di soprannome Nettuno.
C’era qualcosa di molto strano.
Osservai il mare. Era letteralmente piatto, come l’olio all’interno di una ampolla. Non si vedevano onde per centinaia di metri. Solo a riva impercettibili movimenti di pochi centimetri di altezza.
C’era poca gente in spiaggia. Non c’era vento, il cielo era cupo in ogni direzione, il sole non si era affacciato, come se qualcosa di molto potente lo stesse ostacolando.
Con la coda dell’occhio vidi Nettuno ansimante, mentre da solo spingeva la sua barca. Stava cercando di allontanare la barca dalla riva. Nel percorso in salita nell’arenile si aiutava con enormi rotoloni di plastica gonfiati a pressione. Doveva arrivare vicino al muretto della passeggiata lungomare, lì c’era un piccolo verricello e avrebbe alzato la barca dal terreno sabbioso.
Non riuscivo a comprendere il motivo di tanta urgenza.
Di sicuro lui sapeva qualcosa più di me. Forse le previsioni del tempo, o magari l’esperienza di lupo di mare.
Con un mare così piatto cosa poteva succedere di così brutto ? Me lo chiedevo io, ma anche molti bagnanti ignari con ombrelloni aperti e in attesa dell’arrivo del sole.
Nettuno sapeva. Chissà quante volte aveva visto il mare piatto in quel modo, e ricordava anche i momenti successivi.
Io feci il bagno nell’acqua calmissima ed era veramente una sensazione molto particolare, sembrava una piscina con acqua salata, mi crucciava però il comportamento di Nettuno e un po’ già immaginavo il seguito, ma intanto godevo della grande calma delle acque.
Di lì a poco si scatenò una delle più grosse burrasche che ricordi.
La gente scappò dalla spiaggia a gambe levate, non pioveva, ma si alzò un vento fortissimo, le onde coprirono tutti i quaranta metri di arenile, lambirono il muro e i getti d’acqua arrivarono oltre la metà della strada del lungomare.
La barca di Nettuno legata con decine di corde, coperta accuratamente con un grosso telo cerato e sospesa ai limiti dell’arenile si era salvata.
Altre barche ancorate a qualche decina di metri dalla spiaggia furono capovolte dalla furia delle onde e sommerse completamente.
Nettuno era un grande, una sola cosa con il mare.
Ne era parte, come avrebbe potuto rimanerne danneggiato ?

LA GUIDA


LA GUIDA

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LA GUIDA

Paolo nacque prematuro, e fin qui non ci sarebbero stati grossi problemi. Il prematuro è un bambino che nasce prima dei nove mesi, sottopeso, non sviluppato completamente, viene collocato in una incubatrice fino ad uno sviluppo accettabile.
Oggi forse quel che è successo a lui non succederebbe, ma molti anni fa oltre alla nascita prematura, gli accadde quello che poi ha determinato il suo futuro.
Gli avevano bendato gli occhi dentro l’incubatrice. C’erano delle potenti lampade che servivano a illuminare l’ambiente, ma soprattutto avevano la funzione di mantenere ad una temperatura costante il piccolo.
Paolo riuscì a togliersi le bende, a soli sette mesi la sua forza era sorprendente.
Le lampade danneggiarono gli occhi irrimediabilmente.
Paolo non poteva dire di essere nato cieco, ma in pratica è come se lo fosse stato.
Fortuna volle che la sua cecità non fosse completa. Riusciva a vedere delle tenui ombre. I suoi occhi marrone scuro erano velati e immobili.
Sembrava che guardasse le persone, ma tutti sapevamo che non poteva vedere nulla attorno a lui.
Ho sempre sostenuto che le persone prive di qualcosa sviluppano abilità o attitudini da qualche parte. Paolo ne era una conferma.
Alla scuola per ciechi da allievo diventò in pochi anni insegnante.
Aveva anche la passione per farlo. La materia che insegnava era : orientamento.
Conosco molte persone che scaricate in qualsiasi parcheggio prossimo al centro della città, pur essendo vedenti hanno non poche difficoltà a tornare all’auto dopo solo qualche giro tra i negozi.
Andare con Paolo era una sicurezza, non importava portarsi la cartina della città o guardare i nomi delle vie, da dove eravamo partiti a piedi lui ci sapeva ritornare.
Alla maggiore età andò a lavorare in banca, si sposò con una ipovedente dalla quale ha poi avuto un figlio.
Una vita normale, senza niente da invidiare ad un vedente.
Paolo non aveva un fisico molto prestante, grandi sforzi per laurearsi, non gli permisero di dedicarsi in modo pieno anche allo sport.
Appena però la situazione più tranquilla glielo permise, decise di continuare quel percorso iniziato già sui banchi di scuola: – insegnare qualcosa agli altri -.
Non era facile trovare il giusto impegno per una persona come lui.
Un vecchio amico e vicino di casa gli suggerì il percorso giusto.
Anche se non aveva il fisico per giocare, poteva aiutare lo staff della squadra di calcio di ciechi e ipovedenti.
C’erano giovani e meno giovani, tutti felici di iniziare quell’attività di gioco, ma … non bastava.
Occorreva una giusta motivazione, una sorta di aiuto che aumentasse nei giocatori la loro autostima.
Per Paolo non era una cosa semplice, non aveva mai fatto il motivatore, ma gli veniva naturale, come quando emerse dai banchi per diventare istruttore di orientamento.
Dunque tirò fuori la sua forza, la caparbietà di uomo maturo, i giocatori vedevano in lui una risorsa incredibile. Paolo non venne mai meno al suo ruolo.
Non divenne mai allenatore, non voleva esserlo, preferiva rimanere un supporter.
Qualche giovane giocatore iniziò a chiamarlo “Mister” e lui accettò il nuovo nome.
Paolo non parlava con i giocatori di schemi o tecniche particolari, lui non lavorava sul corpo, ma agiva sulla mente. Oltre a complesse tecniche di rilassamento, cercava di far percepire il campo come la loro casa, i giocatori dovevano “sentire” il campo con tutti i sensi a disposizione, e quindi anche l’erba, il vento e tutto quel che gli arrivava.
Le altre squadre non avevano un tale formatore, era inusuale.
Troppo spesso è il risultato che conta, anche più delle persone.
Paolo non spiegava ai giocatori quanto stava facendo, e cioè di allenare le loro menti.
Se glielo avesse detto forse le loro menti si sarebbero rifiutate di fare da cavia.
I risultati non tardarono a manifestarsi.
Il merito come sempre lo prendeva l’allenatore. Nella squadra qualche giocatore aveva capito che una parte del merito era di Paolo per il suo grande lavoro dietro le quinte. Uno di questi giocatori era Stefano.
Stefano era un ragazzo cieco dalla nascita come Paolo, faceva parte della squadra da pochi anni, e gli si era molto affezionato.
Stefano era rimasto colpito dai modi semplici di Paolo, specie quando ripeteva loro :
– nulla è difficile se ci si impegna ! -.
Una volta durante una lezione Paolo spiegò ai giocatori una cosa molto importante :
– Sapete , non è facile andare in campo se ci si sente deboli, se questo accade, abbiamo già un po’ perso in partenza. Il nostro obiettivo è individuare quelli che pensiamo siano i nostri punti deboli, e se riusciremo a farli diventare i nostri punti di forza, avremo già la vittoria in pugno –
Poi c’era l’allenamento sulla morale.
Anche lì Stefano aveva avuto delle dritte importanti.
Non è importante tenere il morale alto quando si perde, è altrettanto importante la correttezza quando si vince. Il comportamento da tenere con gli avversari perdenti, senza umiliarli.
Non c’era sempre allineamento tra allenatore e Paolo in questi atteggiamenti.
L’allenatore era colui che si prendeva il merito, qualche volta si sentiva in diritto di mortificare l’avversario. Quasi tutti i giocatori lo seguivano, Stefano invece se ne rimaneva in disparte. Paolo gli aveva insegnato che “non sempre è festa” , e qualche volta può toccare a te ad essere umiliato….
Vale sempre la regola di non fare ad altri quel che non vorresti fosse fatto a te.
Paolo stava passando un brutto momento in famiglia, la moglie si era separata da lui e si era portata dietro il figlio. Queste cose succedono ai vedenti e i ciechi non è che sono esenti.
Per Paolo poter trascorrere un po’ di tempo con la squadra rappresentava un momento di relax importante. Paolo e Stefano divennero amici, iniziò una sorte di simbiosi.
Se Stefano aveva bisogno di imparare, Paolo nondimeno voleva dare, insegnare e insieme si completavano. C’era differenza di età, ma non importava, non era molta.
Paolo superò bene il periodo di separazione, poteva vedere il figlio tutte le settimane, dedicarsi allo sport e alla formazione a tutto tondo, aveva anche trovato anche degli amici.
Come in tante storie della vita non sempre c’è il lieto fine, e poi che cosa significa lieto fine ? Quello che tutti aneliamo ? Ci si riferisce al genere : – e vissero tutti felici e contenti ! – ??
Certo sarebbe stato meglio se Stefano fosse diventato campione e Paolo un selezionatore della nazionale. Non è successo questo.
Paolo si ammalò di una rara malattia al sistema endocrino. Dovette rinunciare ad allenare la squadra a causa di una lunga permanenza all’estero per cure.
Prima di partire riunì la squadra per i saluti.
Annunciò a tutti di abbandonare il suo ruolo al termine di una partita di campionato.
Iniziò quel monologo di fronte a persone non vedenti con un tentativo di mascherare il groppo in gola. Gli atleti non lo vedevano, ma come sempre avrebbero “sentito”
la sua voce, da lì avrebbero valutato.
Pause, voce tremante non avrebbero dato fiducia alla squadra.
Doveva lasciare un ultimo ricordo del suo lavoro. Anche per Stefano fu un colpo allo stomaco. Il suo supporter, l’amico, non gli aveva detto nulla fino a quella sera.
Molti sapevano del rapporto di amicizia fra i due.
Stefano non pianse.
Paolo aveva lavorato bene sul distacco delle emozioni.
Entrambi si trovavano ora davanti a percorsi diversi.
Si erano arricchiti entrambi. Non è roba da poco.

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Immagine presa dal sito internet :
http://www.aspicpsicologia.org/ricerca-scientifica/le-differenze-formative-tra-psicoterapia-e-counseling.html

AIUTO

Niente è per caso. Tutto va e tutto ritorna. Giorni fa un’amica mi chiese info, anzi un consiglio su come gestire la relazione con una persona in difficoltà :
– te che ne pensi ? –
La prima reazione è somministrare il consiglio al volo, una dose minima, q.b. come nelle ricette di cucina. Così feci.
Quando ci si trova catapultati in vicende personali ci guida spesso la necessità o la voglia di aiutare.
Ci sono tanti modi per farlo.
Mentre somministravo indicazioni, mi venne in mente di scriverci anche un articolo nel blog.
Può darsi che magari i consigli serviranno a qualcun altro….
L’articolo risulta essere più approfondito del consiglio sommario, nella documentazione raccolta in rete, trovo che tra i percorsi di aiuto sono diffusi i percorsi di counseling.
In ogni percorso di vita ci sono momenti in cui siamo tentati dalla voglia di fare un bilancio della propria vita.
Sono momenti molto delicati. Sarebbe bello potersi vedere dall’esterno.
Possiamo solo guardarci nello specchio e anche con questo metodo avremo una visione parziale.
Ognuno di noi attraversa dei periodi “no” o meglio dei periodi in cui la percezione delle emozioni che gli arrivano è negativa.
Possono avvenire per la morte di una persona cara, la perdita di denaro, o malattie improvvise.
Le reazioni sono diverse, a seconda di come in passato ci sono capitate, ecco che ripetiamo le nostre azioni. Quelle emozioni ritornano, le riviviamo, e se è stato terribile, lo sarà di nuovo ; noi lo abbiamo deciso ! Siamo sempre noi i responsabili delle nostre azioni.
Nello stesso modo quando viviamo una situazione di disagio ci alleniamo a mettere in guardia persone di nostra conoscenza o amici da quelle difficoltà che ci fanno stare male.
Si tratta di una sorta di trasferimento delle nostre emozioni.
Per scongiurare un peggioramento del nostro disagio o anche esorcizzarlo, ci prodighiamo ad aiutare altre persone. Siamo animali sociali. Il nostro contributo sociale è necessario alla nostra sopravvivenza.
Come riusciamo ad attuarlo ? Ci sono molte modalità.
Una di queste è quella di trovare un personaggio di nostra conoscenza con difficoltà simili a quelle che abbiamo avuto e scaricargli l’intero peso dei nostri valori ed i consigli da seguire.
Ognuno di noi ha storie diverse e valori diversi, come ad es. le emozioni che lo hanno portato ad essere la persona attuale.
Nello stesso modo in cui per lavorare la terra occorrono attrezzi, per aiutare le persone occorrono competenze, ma anche dotazioni di base che spesso diamo per scontate.
Il rispetto è necessario. Non possiamo elargire aiuti come fossero viveri lanciati con il paracadute alle popolazioni affamate del Sahel.
La prima cosa è che dobbiamo dare valore alle persone che vogliamo aiutare.
Non sarebbe male nemmeno chiedere a queste persone se veramente desiderano farsi aiutare.
Se infatti aiutiamo gli altri solo per darci importanza, meglio non farlo !
Il vero aiuto serve tantissimo alla persona in difficoltà. Gli trasferisce una competenza rara :
“la consapevolezza dello stato in cui si trova”.
Molti versano in condizioni disagiate e…… non se ne rendono conto.
Ci sono caduti, sembra loro inevitabile, non sono in grado di vedersi dall’esterno, in quella situazione perdono la fiducia nelle proprie capacità.
Il tipo di rapporto poi assume una importanza basilare. La persona aiutata non deve mai sentirsi subalterna o inferiore. Se così fosse non sarà mai in grado di rialzarsi da sola.
L’aiuto deve tendere alla valorizzazione dell’altro, della sua autostima.
L’aiuto economico può essere utile, ma è limitato e fine a sé stesso.
Aiutare quindi è molto difficile, ma non per questo bisogna rinunciarci.