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LA STRADA

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LA STRADA

Il suo andamento slanciato la faceva sembrare molto più alta. Gli occhi e lo sguardo acuto rivelavano una intelligenza sopra la media.
Teneva moltissimo alla cura della persona e alla scelta dei capi di abbigliamento sempre firmati, ma non voleva mai mettersi in mostra.
Graziella, una ragazza fortunata, potrebbero pensare certe persone, aveva una grande opportunità; non doveva pensare di cercare un lavoro per vivere.
Certe sue amiche avevano abbandonato gli studi per andare a lavorare. Le neo-lavoratrici spesso erano contente del lavoro qualunque cosa chiedessero loro di eseguire.
Molto dipendeva dall’atteggiamento mentale e questo poco aveva a che fare con il tipo di lavoro.
Se poi il lavoro veniva utilizzato per riempire vite “vuote”, diventava anche pesante da sopportare.
Graziella per un po’ era rimasta in contatto con le amiche di scuola.
Il denaro o comunque il ceto sociale diventarono poi un muro invisibile e insormontabile.
Il collegio privato a Firenze, gli sport ed i suoi svaghi, l’università, avrebbero contribuito a segnare il presente ed il futuro della ragazza.
Graziella, a differenza delle coetanee, non era oppressa dalla necessità di lavorare.
I familiari le proposero alcune attività anche solo per riempire le giornate.
I ruoli proposti erano molto al di sopra delle sue possibilità. Una volta le dettero l’opportunità di lavorare in un team dove avrebbe dovuto guidare le persone. Si trattava della azienda manifatturiera della zia.
Si sentiva inadatta, spesso non sapeva nemmeno guidare se stessa. Rinunciò all’incarico.
Voleva qualcosa di più, non tanto per la laurea in economia che aveva conseguito, ma qualcosa di proprio, che potesse affermare con fierezza di aver costruito da sola.
Intanto la fonte principale delle ricchezze familiari, la grossa azienda del padre, iniziò a vacillare.
Dopo pochi anni il padre morì , l’azienda chiuse, lasciando senza lavoro centinaia di persone.
Graziella non aveva mai apprezzato molto il lavoro del padre, anche se questo le aveva permesso di mantenere un buon livello di benessere.
L’ingente patrimonio avrebbe consentito di vivere senza lavorare alla sua famiglia e anche ai futuri nipoti.
Con il passare del tempo riaffiorarono i ricordi delle amiche di scuola.
Antonella era una di queste, dopo l’abbandono degli studi era entrata a lavorare nella fabbrica del padre di Graziella. Per qualche anno le amiche avevano continuato a frequentarsi.
Graziella rammentava dei modi di dire dell’amica, uno di questi recitava :
– non si vive di solo pane ! –
Una frase stringata, ma la diceva lunga su varie interpretazioni.
Antonella una volta perso il lavoro per la chiusura della grande fabbrica, non aveva trovato altro da fare se non le pulizie in case private.
Un giorno le vecchie amiche di scuola si ritrovarono. L’incontro giovò molto a Graziella, questa trovò finalmente la spinta giusta per partire.
Non le mancava il patrimonio da investire senza chiederlo in banca, conosceva bene le modalità per gestire i rapporti di lavoro, con le persone, aveva i contatti della azienda del padre.
Volle provare.
Graziella aveva effettuato dei corsi di programmazione per computer.
L’insegnante una volta l’aveva messa in guardia da lanciare programmi senza sapere cosa esattamente eseguivano. L’insegnante puntualizzò :
– Se lanci un programma errato due volte, la seconda volta farà esattamente la stessa cosa, come battere il capo nel muro, sentirai male ancora ! –
Sapeva che non era la stessa cosa, far partire una azienda è difficile, ma suo padre ce l’aveva fatta, poteva farlo anche lei.
Si mise in contatto con Antonella, la sua vecchia compagna di scuola rimasta senza lavoro, cercò altre persone, voleva vedere in loro una forte motivazione.
Insieme le due donne formarono un buon gruppo di lavoro con lo scopo di riaprire l’azienda.
La laurea in economia si è rivelata utile e con le abilità dell’amica l’azienda è ripartita e cresce nonostante la crisi economica nazionale.
Aveva trovato la strada giusta.

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Autore: rfrancalanci

Innanzitutto mi presento : sono uno dei tanti ultracinquantenni che con le leggi di venti anni fa sarebbero già andati in pensione ed invece con le odierne leggi dovranno lavorare (se ci sarà lavoro) altri dieci anni come minimo. Non mi fa paura lavorare, solo mi rende triste dover rimanere inattivo, perché ovunque mi rivolgo tutti mi dicono che “non è compito nostro far lavorare i dipendenti in cassa integrazione o in contratto di solidarietà” Così me ne ritorno a casa mesto, ben conscio che quel barile al quale tutti attingono un bel giorno finirà se non finisce questa crisi, e allora saranno dolori per tutti. I miei genitori e nonni nel periodo post-bellico hanno vissuto veri momenti di solidarietà e di condivisione, non per questo se avete occasione di parlare con qualcuno che ha vissuto quei momenti vi dirà che tutto sommato erano momenti duri, ma felici. Sono nato intorno agli anni sessanta, quando l'Italia era in pieno boom economico e ancora in fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, i padri e le madri in quel periodo cercavano di crescere i figli in condizioni migliori di quelle in cui loro stessi erano cresciuti, il benessere incominciava anche in Italia e con esso l'egoismo, lentamente si insinuava nel comportamento dell'italiano medio. Il danno maggiore alla società odierna comunque è l'introduzione di modelli vincenti verso i quali i giovani sono stati stimolati dai mass-media e dalle dinamiche di gruppo, per semplificare vorrei evidenziare che il modello del “furbo” ci è stato fatto digerire come “sempre vincente” Viene da chiedersi se dobbiamo introdurre un nuovo modello di riferimento, e ora che la rete ci permette di conoscere in quali paesi del mondo secondo noi la vita è migliore, sta a noi poi scegliere a quale ambire , se per es. è migliore la Svezia, o gli Stati Uniti o forse il Buthan, e subito dopo aver pensato globalmente, agire localmente. Credo che "oichebelcastello !" sia un ottima modalità per agire localmente, anche a molti farà sorridere nel ricordare il ritornello della canzoncina intonata agli amici non appena avevamo finito di costruire il nostro castello di sabbia.

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