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PASQUALE E IL SERVIZIO DI LEVA

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militare Sc'vèik

Il buon soldato Sc’vèik, nell’illustrazione originale di Josef Lada.
(fonte wikipedia)

PASQUALE E IL SERVIZIO DI LEVA

Quando arrivò al reggimento il suo peso era inferiore ai 40 kg. Un mio commilitone assicurò che alla bilancia erano 38 kg scarsi. I muscoli di quel corpo alto non ce la facevano a tenerlo in posizione verticale.
La schiena gli si era anche un poco incurvata.
Non si capiva niente di quel che diceva. Nemmeno i napoletani lo comprendevano. La regione era la stessa, ma il dialetto era diverso, c’era solo un altro artigliere che poteva tradurre le sue parole.
A malapena sapeva scrivere, per cui era molto difficile comunicare con lui.
Correvano voci che il suo lavoro consistesse nel badare pecore e maiali in una località montana della Campania.
Pasquale non era andato a scuola, il quarto di sette fra fratelli e sorelle, anche lui a lavorare la terra, o badare agli animali, come gli altri.
Il suo fisico gracile era dovuto probabilmente ad insufficienza alimentare.
Non mangiava abbastanza.
Quando gli dettero le armi, gli spiegarono come si deve stare nella posizione “ATT-TENTI!!” , lui esagerò nell’irruenza. Eseguì il veloce movimento di portare il fucile vicino al corpo e la botta su quel debole corpo lo fece cadere rovinosamente a terra.
Tutti capirono il suo dramma e come avrebbero potuto facilmente risolverlo.
Divenne la nostra mascotte. Ne fu contentissimo.
Pasquale prima cominciò ad alimentarsi in modo normale, poi iniziò ad esagerare.
In pratica in un anno raddoppiò il suo peso toccando quasi gli ottanta kg di peso corporeo.
Quell’anima lunga riuscì in poco tempo ad eguagliare e superare la misura della pancia dei marescialli più magri.
Durante il periodo di leva mangiava insalatiere piene di pastasciutta ogni volta.
Da quando era entrato a far parte dello staff di servizio della mensa ufficiali, capì che quel mondo non solo gli dava da mangiare, ma poteva farlo stare molto bene, anche economicamente.
Certi sottufficiali cercarono di convincerlo ad arruolarsi, e in effetti rimanere nell’arma, poteva essere la soluzione ai suoi problemi.
Non so che fine abbia fatto Pasquale, non sono nemmeno sicuro del suo arruolamento, ricordo che pianse come tutti noi quando finì il servizio di leva.
Il servizio militare ci tolse un anno, lo dedicammo alla patria, non so se sia stato un anno speso bene. Almeno a me ha lasciato forti emozioni.
Ripenso a Pasquale, al suo sorriso, gli occhi semichiusi, come se avesse timore del sole o che fosse un po’ addormentato, i muscoli facciali sempre contratti in una risata sforzata e quel carnato scuro, tipico di una vita all’aria aperta.
La sua situazione di estrema povertà faceva tenerezza. Tutti si adoperavano per aiutarlo, fino a che lui capì anche come approfittarne. Si fece prestare i soldi per andare “Agasa” come diceva lui in dialetto. Poi i soldi racimolati e avanzati se li consumò in puttane.
In fondo che male c’era a divertirsi un po’.
Il lavoro di magazziniere nella mensa gli permetteva un certo accesso alle scorte. Roba ce n’era tanta e…il maresciallo non si sarebbe accorto di nulla ! Del resto non la vendeva, la prendeva solo per sé.
Non c’erano solo animali a due gambe a mangiarsi le cibarie, iniziò a sparire molta roba.
Sembrava fosse un predatore a quattro zampe.
Le impronte di un felino erano evidenti, ma nessuno sapeva che razza fosse. Il cuoco mise in bella posta un pezzo di fesa di tacchino e grazie a della farina sparsa sul tavolo di marmo della cucina riconobbe le impronte di un grosso animale.
Pochi soldati semplici dovevano escogitare un piano di guerra. Chiesero a lui, l’esperto di ambienti naturali. La fesa spolpata mise in moto le indagini dei soldati.
Il predatore arrivava una inferriata della cucina, passava agevolmente da una vecchia finestra con un vetro rotto, una volta dentro ripuliva quel che trovava. Le incursioni dovevano finire. Il cuoco lasciò carta bianca alla mascotte. Uno come lui, abituato a vivere in campagna, sapeva come fare.
Costruì un cappio con un robusto filo di acciaio e lo posizionò all’ingresso della finestra, infine lasciò un pezzo di carne in bella posta.
La mattina il cuoco si affrettò a togliere l’enorme bestia ciondoloni al muro della finestra.
Le ruberie dell’animale a quattro zampe finirono. Era un gatto ! Molto, molto grosso.
Anni dopo una legge decretò la fine del servizio di leva obbligatorio. I giovani fino a quella data incontravano persone della stessa nazione, ma di altre regioni, ci trascorrevano del tempo insieme.
E stato tolto qualcosa senza sostituirlo con altro simile. Quella è l’unica caratteristica che forse rimpiango un po’, ma spero si creino altre opportunità almeno per i giovani di oggi. Certe volte non importerebbe andare all’estero, gli scambi si potrebbero fare anche più vicino.

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Autore: rfrancalanci

Innanzitutto mi presento : sono uno dei tanti ultracinquantenni che con le leggi di venti anni fa sarebbero già andati in pensione ed invece con le odierne leggi dovranno lavorare (se ci sarà lavoro) altri dieci anni come minimo. Non mi fa paura lavorare, solo mi rende triste dover rimanere inattivo, perché ovunque mi rivolgo tutti mi dicono che “non è compito nostro far lavorare i dipendenti in cassa integrazione o in contratto di solidarietà” Così me ne ritorno a casa mesto, ben conscio che quel barile al quale tutti attingono un bel giorno finirà se non finisce questa crisi, e allora saranno dolori per tutti. I miei genitori e nonni nel periodo post-bellico hanno vissuto veri momenti di solidarietà e di condivisione, non per questo se avete occasione di parlare con qualcuno che ha vissuto quei momenti vi dirà che tutto sommato erano momenti duri, ma felici. Sono nato intorno agli anni sessanta, quando l'Italia era in pieno boom economico e ancora in fase di ricostruzione dopo la seconda guerra mondiale, i padri e le madri in quel periodo cercavano di crescere i figli in condizioni migliori di quelle in cui loro stessi erano cresciuti, il benessere incominciava anche in Italia e con esso l'egoismo, lentamente si insinuava nel comportamento dell'italiano medio. Il danno maggiore alla società odierna comunque è l'introduzione di modelli vincenti verso i quali i giovani sono stati stimolati dai mass-media e dalle dinamiche di gruppo, per semplificare vorrei evidenziare che il modello del “furbo” ci è stato fatto digerire come “sempre vincente” Viene da chiedersi se dobbiamo introdurre un nuovo modello di riferimento, e ora che la rete ci permette di conoscere in quali paesi del mondo secondo noi la vita è migliore, sta a noi poi scegliere a quale ambire , se per es. è migliore la Svezia, o gli Stati Uniti o forse il Buthan, e subito dopo aver pensato globalmente, agire localmente. Credo che "oichebelcastello !" sia un ottima modalità per agire localmente, anche a molti farà sorridere nel ricordare il ritornello della canzoncina intonata agli amici non appena avevamo finito di costruire il nostro castello di sabbia.

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