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BATTESIMO


 

omomorto dalla pania di corfinoBATTESIMO

A me le montagne sono arrivate dopo gli “anta”, come ai sub quando si mettono le bombole la prima volta, lo chiamano “battesimo”.

Se penso al mio “battesimo” la mente va indietro al Luglio 2015, un viaggio di un paio di giorni in Garfagnana con un amico, dopo la prima splendida giornata in mountain bike attraverso sentieri di bosco, laghi, vette, ci beccò un temporale estivo a pochi chilometri dall’auto.

Arrivammo all’auto bagnati come pulcini, ma che importa ? Un refrigerio per il caldo estivo.

Il giorno dopo l’amico esperto di trekking mi propose di fare una escursione invece di riprendere le bici.

Avevo portato le Nike da montagna vecchie quasi 30 anni, sempre solide, mai usate. Il piede sempre lo stesso, ma sono cambiato io, con fiato e resistenza diversi e meno allenato alla fatica.

Con zaini leggeri e passo deciso ci avviammo alla vetta della Pania di Corfino.

Non sono le montagne delle Alpi, ma per chi sia avvia a su percorsi nuovi, va bene.

L’amico più allenato, c’era già stato altre volte, i sentieri che portano alla cima sono più o meno lunghi con diversi gradi di difficoltà.

Sono quasi le undici della mattina, il caldo si fa sentire.

Iniziammo il sentiero più breve, sassoso, ma all’ombra.

L’amico mi disse di far silenzio, il fiato è necessario al corpo che fatica.

Lui avanti, io dietro con i bastoni da trekking, il breve trenino sbuffa, solo soffermandosi di fronte a radure. Si aprono come un palcoscenico per offrire scenari da cartolina.

Arrivammo in vetta e vedemmo la catena delle Apuane davanti a noi, stessa altitudine, sembrava di toccarle, ma erano al di là della valle del Serchio.

Respirai profondo nel meritato riposo, l’aria fine penetrò nel corpo in una inebriante sensazione di leggerezza.

La vista della vallata sotto di me mostrò gruppi di case e il Serchio che serpeggiava nella vallata.

I monti delle Apuane, come un plotone sull’attenti, disegnarono strane figure. L’amico escursionista mi fece notare la somiglianza del profilo come quello di un uomo che sta dormendo.

Il luogo è stato denominato “L’omo morto” ne ritrovai i tratti, il mento, il naso, la fronte, sembrava proprio un uomo morto, o addormentato. Un senso di pace interna mi attraversò.

Se la natura non offrisse spettacoli come quello che vidi quel giorno, devo ammettere che noi umani ci siamo ben organizzati per immaginarli.

Non so quante escursioni ho perso fino a quel Luglio 2015, ma ho preparato una lista di quelle da effettuare.

p.s. con questo articolo partecipo al corcorso :

http://altitudini.it/bc-2016-vagabondi-delle-montagne-5a-ed-2/

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CAMPAGNA


campagna toscana

CAMPAGNA

Tra i battiti di palpebre

si alternano un pittore ed un fotografo.

Ognuno ci mette del proprio.

Il pittore delimita con toni delicati il verde del bosco,

omette cartelli stradali e pali della luce,

dirada le geometriche file di lussureggianti vigneti.

Alla volta del fotografo questi ghermisce ogni dettaglio

e cerca evitare le luci riflesse,

proprio l’opposto del pittore.

Interviene un terzo osservatore, acquisisce immagini mentali

dei due artisti, le mescola e come un baro al tavolo da poker,

sfodera la carta vincente, l’asso pigliatutto,

il ritocco digitale-mentale.

Con cancellini multicolori, tinteggia, sovrappone immagini,

per ottenere una terza, una quarta immagine,

inserisce oggetti, decori.

La sua opera è immaginifica,

cresce ad ogni battito di palpebre

come il capolavoro dell’artista.

E’ il parossismo.

Un brivido di bello corre lungo la schiena,

quando l’immaginato è perfetto.

Egli chiude gli occhi.

Le molteplici immagini ruotano veloci,

come dentro ad un giroscopio.

Deve scegliere la migliore, oppure

soltanto l’imbrunire

sulla campagna toscana

che vorrà ricordare.


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EX-MANICOMIO VOLTERRA


pazzia ex maniconio

Foto presente nel sito web :

http://montagnanicristiano.weebly.com/ex-ospedale-psichiatrico-di-volterra.html

 

EX-MANICOMIO VOLTERRA

Ecco, ho impostato google maps, l’indirizzo di un luogo dimenticato, ci sono arrivate le auto, ci hanno scattato molte foto, ora virtualmente molti possono visitarlo, era un paese.

Non potevano chiudere un paese. Mentre continuo la visita virtuale leggo su un cartello stradale il nome della Via : Luigi Scabia.

Devo constatare con piacere che è stata titolata una strada ad uno dei gestori del grande complesso in cui mi trovo.

Nei pressi di Volterra (PI), nel cuore della Toscana, qui fino agli anni 70 c’era una della più grandi strutture italiane denominate in vari modi, ma riconducibili al nome di manicomio.

Questo personaggio Luigi Scabia, è stato Direttore dell’Asilo Dementi di Volterra. Dal 1900 al 1934 applicò all’interno del manicomio la terapia del lavoro convinto che le persone si dovessero occupare di qualcosa e fece costruire all’interno dell’ospedale una falegnameria, un panificio, una lavanderia, un’officina elettrica, una calzoleria, botteghe di stagni e fabbri, vetrai, addirittura una fornace per la fabbricazione dei mattoni da utilizzare nei padiglioni da costruire. C’era perfino un ufficio postale e il manicomio si era dotato di una moneta propria.

Secondo Scabia il lavoro offriva l’elevazione morale e con questa il malato raggiungeva la dignità umana.

Sempre Scabia dice: “…solo per l’applicazione costante di un così vasto metodo di utilizzazione del malato di mente, in ogni ramo del lavoro, ha potuto sorgere l’istituto che dirigo”. Infatti grazie al lavoro dei ricoverati si poté applicare una politica di alleanze basata sul mantenimento di una retta giornaliera inferiore a quella degli altri istituti del tempo: in un certo senso i malati si autofinanziavano.

Scabia volle essere sepolto nel settore del cimitero nel quale si seppellivano i poveri dementi non reclamati dalle famiglie.

Un gesto che potrebbe essere spiegato nel suo voler essere vicino a quei reietti e dimenticati anche dopo la morte.

Tante informazioni mi sono utili prima di visitare questi luoghi.

Ho voluto conoscere la storia, poi ho cercato di osservarne lo sviluppo nel corso del secolo di vita con le visioni scientifica, economica, religiosa, umana.

Ho cercato di immaginare come poteva essere la vita in quell’ambiente, e mi è venuta a mente la monaca di Monza dei Promessi Sposi.

Manzoni ci ricorda che certe monache rinchiuse in convento erano le figlie di nobili che altrimenti avrebbero preteso parte dei possedimenti familiari, la religione diventava un ausilio al potere nobiliare.

Nello stesso modo fra i tanti ospiti del manicomio sono andati a finire individui che non lo meritavano e in certi casi nemmeno lo desideravano, cioè contro la loro volontà.

Sull’ex-manicomio di Volterra ci hanno già scritto molti libri, qualcuno vorrei poterlo leggere.

Uno dei libri è “Corrispondenza negata. Epistolario della nave dei folli” (1883-1974)

Una raccolta di lettere effettuata da medici dissidenti e catalogata tra prima e dopo il fascismo.

I pazzi o presunti tali scrivevano, ma le lettere non venivano inviate e non arrivarono mai a destinazione.

Tra le info storiche sulla follia trovo notizie sulla società di fine ‘800, in pieno illuminismo si trovò a gestire persone “senza lume”. Non a caso si diceva che i pazzi avevano perso il lume della ragione.

Non potevano ricollocarli nella società e al tempo stesso erano persone da gestire.

Cosa hanno fatto nel passato altri popoli ?

Nella cultura classica il folle rappresentava la voce del divino, quindi da ascoltare per interpretarla.

Durante il Rinascimento il folle venne considerato una persona diversa, sia per i valori sia per la sua filosofia di vita, e quindi andava rispettato, lasciato libero.

Verso la fine del settecento in Inghilterra nell’ospedale di York venne adibito alla gestione dei malati di mente e fu caratterizzato dall’uso dei principi religiosi come metodo di cura e il lavoro come valore terapeutico. Scabia forse seguì la linea guida degli inglesi, aggiungendo qualcosa di nuovo.

Nel mondo antico da un lato la follia è stata sempre esorcizzata, emarginata, ma dall’altro si è sempre intuito che in essa ci poteva essere una carica infinita di verità, di onestà, di “sapere”.

Sono noti gli spartani che buttavano i bambini malformati dalla rupe, e forse anche anche se scoprivano qualcosa di strano nella crescita.

Gli indiani d’america invece allontanavano dalla tribù i matti e se riuscivano a sopravvivere da soli meglio per loro, altrimenti, ciao !

In Transnitria anche nel codice d’onore criminale narrato da N. Linin nella sua “Educazione siberiana” la compassione da dare a chi è disabile o più sfortunato è una regola, un valore. Il matto veniva considerato come un toccato da Dio e meritava il massimo rispetto da tutti. Nessuno poteva toccarlo con le mani e se qualcuno si prendeva gioco di un “toccato da Dio” veniva reietto dalla comunità o ucciso secondo le rigide regole siberiane.

Nel mondo islamico, lo scienziato Al-Razi parla di “tabdir” e di “nafsdni”, cioè terapia psichica (nafs significa anima). Nel suo trattato “Sira al Falsafiyya, cioè “Medicina Spirituale”, di ben 20 capitoli; 4 riguardano la follia ed il suo trattamento. Con un un anticipo di oltre mille anni stabilisce che nel pazzo, la al ‘aql , la ragione, non funziona più e pertanto non gli si può addebitare nessuna colpa; anzi, il folle va protetto.

La società doveva occuparsi di queste persone, e mentre la scienza niente poteva, chi se ne doveva occupare cercava di fare il suo meglio.

Qualche miglioramento ogni tanto arrivava, ma il matto non usciva più da lì.

Medici, scienziati interessati alla sperimentazione, non si facevano sottrarre cavie umane. I trattamenti elettroshock erano all’ordine del giorno, e mi ricordano il film “qualcuno volò sul nido del cuculo”.

I familiari dei matti, se presenti, non erano sicuri della loro incolumità; i matti incutevano paura e spesso preferivano non rischiare e non li volevano indietro.

Cavilli legali o truffe di persone senza scrupoli facevano rinchiudere persone normali : un’altra strada senza ritorno.

Dentro il manicomio c’era di tutto e, in progressione geometrica, i fabbricati crebbero per ospitare sempre più persone. Le presenze medie giornaliere passarono dalle 150 del 1900 alle 750 del 1910, per arrivare alle 2621 nel 1930 e al loro massimo di 4794 nel 1939. 30.000 mq coperti di edifici.

Un paese nel paese, con lavanderie, officine, palestre, perfino una moneta.

Il numero poi è calato progressivamente fino ad arrivare ai 630 prima della chiusura nel 1978, con l’entrata in vigore della legge n.180, ed oggi è in completo stato di abbandono.

Perché dopo tanti anni questo interesse per questi luoghi ?

Dopo il libro con le lettere mai inviate, più di recente anche un gioco realizzato da una azienda fiorentina, in lingua inglese e italiana, nelle fasi di gioco si rievoca la vita nel manicomio, come cercare di voler mostrare le angosce di persone rinchiuse vive in un fabbricato.

http://www.thetownoflight.com/press/sheet.php?p=the_town_of_light_ITA

Personalmente odio i giochi violenti e osceni, non capisco il senso di un “uccidi l’alieno” e a prima vista non sembra destinato a persone normali, poi però accetto l’idea che può far parte integrante di un processo di diffusione di cultura, storia, e riesce a narrare con precisione le tipologie dei trattamenti, le crude immagini dei luoghi, le punizioni, le rigide regole interne.

Isolamento. I matti venivano isolati come portatori di peste, nessun contatto con il personale, avevano tanto tempo a disposizione, forse troppo.

Coloro che non avevano perso la ragione o l’avevano lentamente riacquistata impiegavano il tempo a disegnare o a scrivere.

Tra pochi giorni andrò a visitare quel grande complesso, ho cercato di acquisire il massimo delle informazioni, come prima di un viaggio.

Non voglio esagerare, senza caricare di troppe aspettative una visita.

Ho trovato in rete molte foto di quei luoghi, ma ho interrotto subito la ricerca.

Mi voglio godere la visita. Cerco di allontanare idealmente fin da ora la tristezza che mi potrà infondere la vista di luoghi desolati, posso solo immaginare i giardini, il cimitero, i vasti cortili interni, abbandonati da oltre 40 anni e pregustare la visita guidata della biblioteca-museo.

Mi risuonano però alcune domande, ricordo che me le posi anche nel lontano 1978 :

– Dove sono ora i matti che fino al 1978 erano rinchiusi ? Chi se ne è preso cura ? Quali le modalità ? –

Ecco alcuni link ad articoli sull’argomento :

https://flipout4ms.com/2016/06/27/lex-manicomio-di-volterra/

https://smartraveller.it/2015/11/19/ex-ospedale-psichiatrico-volterra/

http://www.giacomodoni.com/2010/03/persistenze-volterra/

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