Il vegetale di Gennaro Nunziante


Il vegetale di Gennaro Nunziante

Ieri sono andato al cinema come ai vecchi tempi, quando andavamo al cinema senza sapere che c’è; giusto per passare il tempo.

Il film “Il vegetale” di Gennaro Nunziante non è esattamente la sequela dei film con Checco Zalone con i quali ha riscosso un discreto successo. Il giovane eroe Fabio Rovazzi, è alla ricerca di lavoro, poi deciderete voi se eroe negativo o positivo, sono solo punti di vista.

Mi sono commosso a ridere sulle disavventure del giovane Fabio.

Le tematiche affrontate sono anche la fuga dalla città di Milano, i difficili rapporti con la sorellastra manager, l’assenza di comunicazione con il padre fagocitato dalla mondanità e da guadagni troppo facili.

Forse mi sono immedesimato in certi aspetti del personaggio al centro del film.

Quando un giovane perde la madre in gioventù, si immunizza dal pericolo di diventare bamboccione.

Evidentemente tutto il male non viene per nuocere. La nascita della sorellastra dalla nuova coppia formatasi tra suo padre e una avvenente compagna arrivata dai paesi dell’Est diventa motivo per Fabio per cercare una sua identità.

Tutto contribuisce a creare una corazza di spregiudicata onestà, che forse fa parte del suo DNA, ma è anche il filone della favola del quotidiano che si snoda durante tutto il film.

Le favole prendono spunto da fatti veri e li rivestono di poesia. Se crediamo ai fatti di cronaca, possiamo non credere alle favole?

Nel film Fabio si muove con la curiosità di una scimmia e l’intraprendenza di una formica, il nomignolo di “vegetale” affibbiato dal padre sembra non calzare.

Probabilmente glielo ha messo perché non conosce il mondo delle persone.

Fabio si trasforma quando gli stage gli permettono di scoprire quello che non conosceva: le relazioni umane.

Pur essendo laureato in scienza delle comunicazioni non sa comunicare.

Alla fine tutto quaglia, perché è una favola. Il messaggio è la riscoperta dei lavori manuali, la sana fatica che fa bene.

Le favole aiutano, molto più dei fatti di cronaca.

Prima di affermare che è una stronzata, o il solito film panettone da botteghino, andate a vederlo, anche solo per le magnifiche location laziali.

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Lo stagista inaspettato di Nancy Meyers 2015


 

Lo stagista inaspettato di Nancy Meyers 2015

Le mie recensioni non sono riassunti del film, devo averlo già detto, quelli che recensisco mi son piaciuti altrimenti non avrei pubblicato nulla. Il film in questo caso mi serve come una molla, uno spunto, un’idea. Si tratta di un film sullo scarto generazionale al tempo delle start-up milionarie.

I personaggi principali Ben (Robert De Niro) e Jules (Anne Hathaway); il primo vedovo in pensione, piuttosto benestante ma essenzialmente annoiato, la seconda, brillante fondatrice di un sito di e-commerce che commercia in abiti femminili ci propongono scene capaci di farci sorridere.

L’azienda di Jules ha lanciato un programma secondo il quale vanno assunti almeno due ultra-sessantenni in qualità di stagisti. Ben si candida e spiazza gli altri concorrenti, per lo più messi molto peggio.

Trovo originale l’idea dello stagista ultrasessatenne e come questo venga utilizzato nell’azienda di Jules.

Infatti Ben riesce sfoderare un po’ alla volta le capacità organizzative e di comando che gli permetteranno di guadagnarsi la stima dei colleghi.

Riesce a dare il meglio di sé anche alla sua età e i colleghi lo utilizzano a piene mani.

Robert De Niro è uno che tende a fare “cassetta”, si è reinventato i personaggi dei suoi film, come l’ha fatto Terence Hill con Don Matteo, e un po’ per l’età un po’ per l’esperienza, i film come Taxy driver e Toro scatenato l’hanno reso famoso, ma ora lui è un altra persona. Nel film è proprio quello che ci voleva, con la sua eleganza, i suoi modi vintage, riesce ad ammaliare e convincere.

Una ciliegia tira l’altra e i discorsi portano al motivo della recensione.

I film talvolta sono delle sfide, prima hanno fatto il film di un viaggio sulla luna e poi ci siamo andati.

Forse bisognava fare fare un film con uno stagista anziano per capire che talvolta lo stagista può insegnare e anche molto bene.

Come nella politica, quando giovani rampanti vorrebbero imbarcarsi in avventure elettorali e vengono stoppati dai senior di turno, e tocca sempre a loro, poi qualcuno si lamenta che non c’è ricambio… “Non è il tuo turno, devi aspettare”, e quando magari arriva, è troppo tardi.

Gli stagisti sono appetibili fino a 30 anni, poi diventano troppo vecchi e non piacciono più.

L’età migliore è quella già trascorsa.

Allora diamo un’occhiata alle leggi italiane e a quanto si fa per i giovani, tanto, forse troppo e magari qualcuno pensa che è ancora poco.

Il problema è un altro. Facciamo una ipotesi : il film è una favola che finisce bene perché si utilizza un anziano con esperienza, la start-up ne beneficia e migliora vendite.

La relativa tesi è che gli sforzi per impiegare i giovani al lavoro sono nulli se non si creano le condizioni favorevoli sul lavoro e se sono solo i vantaggi economici a motivare l’assunzione dei giovani non si va da nessuna parte.

FEAST OF LOVE 2007, di Robert Benton.


FEAST OF LOVE 2007, di Robert Benton.

Una recensione, mi viene da scriverla di rado, ma come i viaggi nei luoghi della gioventù, mentre li fai soffri un poco, ma ti dà quella sensazione di completezza, forse mi ci voleva.
Come ho già detto altre volte la modalità di scelta è da certosino, con ricerche su Imdb, mymovies e altre votazioni, mai sotto la sufficienza, poi scorro le recensioni, e infine lo guardo.
Un film di dieci anni fa, mi direte, ma chi se ne frega?
Quanti come me l’hanno perso?
Parlare d’amore senza essere troppo sdolcinati, un film bello e romantico, ma senza pretese.
Devo aver contratto qualche malattia con il batterio dell’amore, chissà se è contagioso, o sarà l’inizio della vecchiaia?
In sintesi la trama :
A Portland, nell’Oregon, il professor Harry Stevenson è testimone di tutte le varie manifestazioni dell’amore: dalle sfortunate storie dell’inguaribile romantico Bradley, proprietario di un caffè, alla relazione clandestina della bella agente immobiliare Diana con un uomo sposato, all’affascinante Chloe, appena arrivata in città e già alle prese con il problematico Oscar. Ma i mali dell’amore non risparmiano neanche l’arguto professore.
Mi hanno colpito certe frasi.
Quando la ragazza senza genitori, Chloe incontra Oscar, il giovane barista, apprezza il fatto che abbia smesso di drogarsi dicendole :
“chi torna indietro da quei posti tremendi, ritorna migliore che se non si fosse mai drogato”,
una bella frase per significare il coraggio di certe persone che riescono a uscire da vortici pericolosi.
Anche Harry Stevenson (Morgan Freeman), il docente che si è preso una pausa dall’insegnamento
cerca di aiutare Bradley, lo sposino abbandonato due volte dalla sposa (la prima per un’altra donna, la seconda per un uomo sposato che frequentava anche prima) :
“devi concentrarti sulle fortune semplici”.
Oppure quando non consiglia niente a Chloe, che le chiedeva se era il caso di procurarsi denaro esibendosi come attrice in film porno:
“devi decidere con la tua testa”.
Quando l’anziano professore consiglia al barista pluriseparato se intraprendere nuove relazioni o no:
“buttati! Ma con gli occhi aperti!”.

C’è un filone comune che lega personaggi e storie, è quello dell’osservazione degli eventi, delle persone.
Proprio all’inizio il professore assiste all’abbandono di Bradley, la moglie incontra la donna che diventerà la sua amante, e il professore lo capisce, il marito era lì accanto e non se ne accorge.
Ci sono cose che ci accadono accanto e non capiamo che ci stanno accadendo. Abbiamo gli occhi chiusi, come Bradley.
Bradley è un sognatore soprattutto quando afferma:
“i miei occhi li ho tenuti chiusi e poi quando li ho aperti non erano pronti per tanto dolore”

Un’altra bella frase è:
“Non si può dare la colpa a una persona per l’amore che prova”
forse una sintesi del film.
Spesso infatti ci si sistema su quello che abbiamo, accoccolati a quello che crediamo di volere, dimenticandoci delle pulsioni, delle emozioni, oppure solo accantonandole perché ci hanno regalato vibrazioni, e abbiamo ritenuto che queste non siano più ripetibili.

Io sto con te di Guido Chiesa – 2010


 

Io sto con te di Guido Chiesa – 2010

Mi son messo a curiosare su un elenco di film vecchi non ancora visti, ce ne sono a centinaia, spesso sono catturato dall’immagine, dal titolo, clicco su le informazioni e approfondisco sul voto IMDB o mymovies, se è più di 6.5 decido di guardarlo.

Ho trovato un film di qualche anno fa “Io sto con te” di Guido Chiesa del 2010.

Scorro alcune recensioni del film, noto che è preceduto da un avvertimento :

“si rivolge senza esitazioni a credenti e non”

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1834

http://www.cultframe.com/2010/11/io-sono-con-te-film-guido-chiesa/

Film tratti dai Vangeli, ne abbiamo visti tanti, ognuno con particolarità diverse. Questo di Chiesa prende in esame la vita di Maria e l’educazione di Gesù.

Maria, ha dalla sua il segreto dell’annunciazione, un matrimonio con un Giuseppe molto più vecchio di lei, ma sopratutto non accetta quanto stabilito dal capofamiglia Mardocheo.

Maria accenna ad Elisabetta della possibile circoncisione del figlio, le comunica che non è disposta a sottoporlo a quel trattamento affermando :

– il Signore ci chiede misericordia, non sacrifici ! –

Maria si oppone alle regole della comunità rurale di Nazareth, è una moglie molto giovane e preferisce andare a Betlemme. Partorirà nel deserto, lontana dagli obblighi della tribù di appartenenza.

Le levatrici le ricordano di non far succhiare al figlio il liquido giallo, in quanto ritenuto impuro e del diavolo, ma lei l’allatta subito.

Il nome Gesù glielo mette lei e non aspetta le regole del capofamiglia.

Le offrono acqua non pura e lei l’accetta anche se sa che non sarà pura per quaranta giorni.

Giuseppe le ricorda l’obbligo di circoncisione e ancora una volta Maria :

– l’hanno fatto a te e ora vuoi farlo a Lui ? – e consegna il piccolo in mano al padre, anche se è ancora ritenuto impuro, secondo le regole del Tempio –

Zaccaria le ricorda che rischia la lapidazione !!!

Arrivano al tempio e risuonano le regole relative all’olocausto, necessario alla espiazione.

Un soggetto femminile afferma la verità e contesta la Legge, oltre all’annunciazione ella sa che dovrà crescerlo ed educarlo interrompendo l’obbligo a ripetere la stirpe, i calcoli, i rituali.

Sono gli esperti curiosi (gli inviati di Erode) che imparano cose nuove da Maria, quando si stupiscono di come mai Maria lasci Gesù libero, e finalmente capiscono che il segreto è quello di una madre che crede nel proprio bambino.

Gli inviati di Erode decidono di non fare nulla e non comunicare nulla al Re.

Erode fa uccidere i primogeniti, è un massacro. Maria riesce a salvare Gesù.

E le domande di Gesù…!

Gesù alla madre :

– ma le scritture possono sbagliare ? –

e Maria :

– sono state scritte dagli uomini, qualche volta vanno bene altre volte no –

La legge infatti ha un intento ed è quello di “dividere” il puro dall’impuro, l’uomo dalla donna, l’ebreo dal gentile, e così via.

I perché di Gesù : Perché raccomandano di picchiare i figli ? Perché le mogli non possono mangiare in compagnia dei mariti ? Perché se non si può uccidere, si possono uccidere i pagani ? Perché si fanno tutti quei sacrifici ?

E va a parlare al tempio con i dottori della legge senza avvertire i genitori.

Gesù non deve mancare di rispetto, tuona Mardocheo.

La paura non porta al rispetto, precisa Maria e incalza con una grande verità :

– I nostri figli non sono rami storti ! –

E Mardocheo non è d’accordo. Affermando che chi trascura la correzione si smarrisce !

Nel film viene dato molto rilievo al lato umano di Maria e di Gesù.

Non voglio in questa sede analizzare la parte spirituale e religiosa, e non ne sono all’altezza per una totale assenza di studi teologici.

Anche io ho voluto aggiungere una riflessione, come quando completi qualcosa, metti la spunta nella lista degli impegni ; “fatto ! “

Per il “cosa mi lascia” colgo l’occasione per inanellare un pensiero rivolto ad un evento nel paese svoltosi Domenica, una festa di più associazioni di volontariato, donatori sangue, polisportiva agricoltori, artisti centinaia di persone a curiosare tra passioni e lavori della comunità.

Gli agricoltori avevano portato piccoli trattori per farli provare anche a bambini di 4 o 5 anni, istruttori sportivi invece si sono adoperati per far provare vari sport.

Bambini, ragazzi e anche adulti a fronte di una specie di ticket avviavano un percorso di conoscenza-esplorazione degli sport che nel paese potevano essere praticati e quindi …bocce, ciclismo, ginnastica artistica, tennis, calcio, pallacanestro, pallavolo, atletica leggera.

Con una persona anziana, abbiamo scambiato le impressioni sulla festa, questi mi ha raccontato che ai suoi tempi giocava a pallone e non avevano che una palla di stoffa, e si ricordava sempre delle lievi ferite quando prendevano la palla con la testa dalla parte della cucitura.

Voleva ricordarmi che non c’era molto da scegliere, c’era quello e basta, ed era già tanto.

Ora c’è molto di più, ma c’è anche un altro pericolo, che il figlio venga indirizzato allo sport del genitore, dove lui era bravo da piccolo o non era riuscito e magari poteva arrivarci il figlio.

Ci siamo messi a discutere sulle scelte dei ragazzi e le loro passioni.

Le passioni sono le loro, non possono essere quelle dei genitori, si possono anche sovrapporre, ma è come se disegnassimo un percorso prima che possano camminare.

Può darsi che sia quello che loro desiderano, ma non è sicuro. Niente è sicuro.

Con quali modalità le scegliamo ? Quanto sono loro a decidere e quanto noi ?

Magari quella più vicina a casa o perché ci va l’amico del figlio.

Quanto tempo abbiamo per scegliere ? A chi ci vorremmo ispirare ? Ci può essere utile rivedere il film di Chiesa ? Chissà.

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT


jeeg robot

Img dal web

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Ce la posso fare. Anni fa mi ripetevo : – non mi piacciono i film cruenti e non andrò mai a vederli.-
Nella vita si cambia, cambiano gli interessi, gli obiettivi, aumenta la voglia di scoprire.
Eccomi in sala a vedere un film di gang, omicidi a go-go e altro, diretto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti.
Ci vedo come due storie parallele, quella del cartone animato al quale il film si riferisce e quella della bassa delinquenza di borgata, condita da ruoli di pazzia ed esagerazione.
Le scene violente non disturbano più di tanto, l’attenzione si focalizza sul cartone, sulla invulnerabilità del protagonista Enzo Ceccotti, il pregiudicato della borgata Tor Bella Monaca contagiato da sostanze radioattive che gli conferiscono l’invulnerabilità.
Quando se ne rende conto comincia ad usarla per sé, ma come gli racconta Alessia, la figlia di Sergio, il compare deceduto in una azione di recupero di sostanze illegali, non è quello il suo destino. Il suo compito è salvare gli altri. In un primo momento non riesce ad essere contemporaneamente umano ed eroe.
Enzo è un personaggio senza passato e senza futuro, l’arrivo dei poteri è qualcosa che lo sconvolge. Il suo rapporto con Alessia non è dei migliori, prima la salva dalla banda di ladri e trafficanti di droga capitanata da Fabio Cannizzaro detto “lo Zingaro” e gli nasconde la morte del padre per non creargli traumi, la ragazza infatti ha problemi psichici e lo riconosce come un eroe del cartone Jeeg robot d’acciaio.
Enzo Ceccotti, l’uomo diventato eroe, ricerca con molta difficoltà la ragione di essere lì, finalmente la ritrova nel cartone visto e rivisto da Alessia.
Scene di crimini efferati diventano fruibili, forse più accettabili della scoperta di Enzo del torbido passato di Alessia, non scelto da lei.
La similitudine con il cartone fa sperare un finale da cartone, non mancano colpi di scena con lo Zingaro e un clan di camorristi napoletani non meno truci di lui.
Sull’orlo del precipizio, come un racconto senza finale, sembra risuonare una domanda :
– spettatori, ma…. Voi perché siete qui ? –
e un brivido mi è corso lungo la schiena. Il film è finito. Vale la pena vederlo, ora anche un nuovo corso di film italiani può limitare lo strapotere di film americani.

UN REGISTA DUE RECENSIONI


UN REGISTA DUE RECENSIONI

Del regista Eran Riklis tempo fa mi ero ripromesso di recensire un gradevole film : IL GIARDINO DEI LIMONI del 2008.
Lo faccio adesso, meglio tardi che mai, ma nel frattempo scopro che lo stesso regista ne ha fatti altri e…. proprio ieri ho visto : IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE del 2010
Non ce la faccio a stargli dietro !!!
Nello stesso post vorrei oggi …recuperare. 🙂

https://www.youtube.com/watch?v=aFj5Uuy9liI

IL GIARDINO DEI LIMONI del 2008.
Salma Zidane, una vedova palestinese di mezza età, vive dei suoi limoni, che coltiva in un giardino appartenente alla sua famiglia, mai coinvolta in azioni terroristiche, da svariate generazioni.
Il Ministro della difesa israeliano si trasferisce in una casa vicina a quella di Salma, la donna ingaggia una battaglia legale con gli avvocati del Ministro che, per motivi di sicurezza, vogliono abbattere i secolari alberi di limoni nel suo giardino che rappresentano il suo unico sostentamento.
Nella battaglia legale la supporta un avvocato trentenne divorziato. In aiuto di Salma si prodiga anche la moglie del Ministro, stanca della vita solitaria e per gli impegni del marito. Si prende a cuore il caso della vicina.
La violenza è percepita, ma mai mostrata. In tutto il film ci sono solo degli scoppi senza alcun danno.
La lotta in difesa dei limoni diventa simbolica, si sposta l’attenzione al frutto, quando invece il problema è il terreno, il muro che divide ed è cagione di ogni male.
Non se ne parla, prima di tutto viene il muro, la sicurezza, non ci sono altri argomenti. Non si ascoltano le necessità delle persone, anche se i limoni c’erano prima del muro e anche i proprietari del terreno. Non ci si può aspettare una happy-end all’americana. La fine la immaginiamo, per ora è ancora quella.

IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE del 2010
Eran Riklis si trova ad adattare il best seller di Abraham Yehoshua, l’irrisolto e atipico “Il responsabile delle risolse umane”. Anche il regista come l’autore del libro non mettono in risalto il terrorismo, anche se è il tema di avvio del film.
L’ennesimo attentato scuote il centro di Gerusalemme. Tra i cadaveri c’è quello di una donna senza documenti.
I suoi resti giacciono per oltre una settimana nell’obitorio senza che nessuno chieda di lei. Una busta paga di un importante panificio svela il nome della vittima sconosciuta, si tratta di Yulia, una lavoratrice straniera licenziata un mese prima. Inizia un linciaggio mediatico sul panificio. Il panificio incarica il responsabile delle risorse umane (innominato come gran parte dei personaggi) del riconoscimento del cadavere e del successivo rimpatrio della salma.
Ecco che l’ambientazione del film cambia completamente verso un paese riconoscibile nella Romania o Russia.
Il responsabile desidera portare a termine la missione di consegna della salma di Yulia, ogni volta sembra ci sia una svolta decisiva, non manca la tensione, alleggerita da episodi curiosi.
Tra telefonate a casa alla moglie e i colloqui con il giovane figlio di Yulia il responsabile cerca dentro di sé le risorse umane più profonde per vincere la durezza del proprio cuore e ricominciare a vivere. Sa di avere tra le mani il futuro dei dipendenti, si è però costruito una scorza troppo dura che rischia di non essere più in grado di valutare le loro prospettive.
La titolare del panificio gli ha proposto il viaggio per riconsegnare una salma. Si tratta di un modo per staccare, ma sa di averlo inviato in una missione che è bel altro, è un viaggio interiore.
Il responsabile lo scopre solo alla fine del film, che non vi racconto.

ROARING CURRENTS


Roaring-Currents-poster

ROARING CURRENTS di Han-min Kim – 2014

Ecco il film che ha più incassato nella storia del cinema coreano. L’evento centrale del film è molto conosciuto in patria (praticamente è come fare un film di grossa produzione in Italia su Garibaldi).
L’Ammiraglio della flotta coreana affrontò con sole 12 navi la flotta giapponese, la quale ne contava più di 300.
Grazie alla sua conoscenza delle coste della penisola, egli attirò in trappola gli avversari nello stretto di Myeongryang, dove il peculiare flusso e riflusso delle maree creavano gorghi violentissimi, che impedirono alle navi nemiche di manovrare liberamente. La corrente è forse, simbolicamente, la vera protagonista del film. Già nel titolo il richiamo al tema delle maree e dell’acqua (metafora molto presente in tutta la cultura orientale) è ben chiaro: la corrente può essere avversa o a favore ma ha sempre una propria direzione.
Come dimostra la strategia dell’ammiraglio, è molto più sensato scegliere di seguirla e usarla a proprio vantaggio, che non cercare di dominarla o, peggio, remarci contro. La corrente ha una forza superiore, davanti alla quale non possiamo che arrenderci e allo stesso tempo affidarci, consci che prima o poi, in un senso o nell’altro, cambierà di nuovo. Questo non significa esserne completamente in balia ma, conoscerla, rispettarla e saperla affrontare.
L’Ammiraglio Yi Sun-shin inflisse innumerevoli sconfitte alla flotta nipponica tra il 1592 e il 1598. Considerato uno dei migliori comandanti navali di tutti i tempi ed eccelso tattico e stratega, egli morì imbattuto, colpito da una pallottola d’archibugio durante la battaglia di Noryang.
Non sono un amante dei film di guerra e mi sono apprestato a vedere questo film con un interesse molto limitato.
Non sono nemmeno un conoscitore della vasta gamma di effetti speciali e quanto questi possono influenzare sulla valutazione globale del film.
Ho visionato wikipedia, la ricostruzione storica del relativo periodo sembra essere abbastanza fedele.
Il film è stato apprezzato molto in Corea e sembra essere meno conosciuto nel resto del mondo.
Molte parti sicuramente sono esagerate, ma i coreani sono riusciti a realizzare un intero film su una sola battaglia. Una battaglia che però ha deciso l’esito della guerra corea-giappone del 1597.
La conoscenza del mare, degli elementi, i coreani giocavano in casa, il condottiero Yi Sun-Shin sapeva che non bastava. Doveva cancellare la paura nei suoi soldati. Di fronte a tanta determinazione la paura è cresciuta anche nel nemico.
Mi ha impressionato la scena della distruzione del villaggio coreano per mano dei soldati coreani stessi (su ordine dell’ammiraglio Yi Sun-Shin) . Il popolo coreano ha accettato il “vuoto”, ha capito che la sua unica speranza era lottare e doveva lottare in mare, la paura è diventata un’arma amplificando il coraggio di ognuno di essi.
Alla fine non mi è sembrato un film solo di guerra, ma di sentimenti come coraggio, lealtà e tutte insieme hanno scritto un finale superbo per la gioia dei coreani.

EXPO 2015


spalm beach

foto dal cellulare : cluster cacao e cioccolato “spalm beach” all’interno di EXPO 2015

EXPO 2015

Una giornata all’expo 2015 a Milano è come l’assaggio di un cibo nuovo.
Non ne conosci il sapore, te l’hanno descritto, lo puoi immaginare.
Una volta dentro sta al visitatore giudicare, valutare, accettare, ricevere, condividere la miriade di proposte in merito ad ambiente e cibo.
Ieri ho impiegato il tempo a disposizione nella modalità random, incuriosito da tutto.
Mi sono un po’ pentito di non essermi preparato con una pianificazione accurata delle visite ai padiglioni.
Prima di partire ho cercato in rete indicazioni su percorsi consigliati, o padiglioni suggeriti. Non mi sono impegnato molto e alla fine mi sono adattato ad esplorare con molta improvvisazione.
L’intento dell’EXPO è lodevole, non è poco solo chiedersi cosa sarà del nostro pianeta o come affronteremo le sfide imposte dall’esaurimento delle risorse. L’interesse che ne consegue è molto alto.
In Italia abbiamo per diversi mesi una mostra con nazioni partecipanti da quasi tutto il mondo.
Ogni nazione, in modo diverso, racconta nel proprio spazio espositivo la sua storia, il rapporto con il cibo, con il proprio clima, l’utilizzo delle risorse.
Attraversare i padiglioni è come viaggiare nel mondo standosene a casa.
Con proiezioni video, presentazioni multimediali, assaggi di cibo, esplorazioni sensoriali possiamo immergerci in realtà molto lontane da noi.
Il viaggio in autobus di circa 10 ore mi concede circa 7/8 ore per la visita.
Tanto o poco quello è il tempo a disposizione.
Il viaggio di domenica non gioca a favore, infatti nei giorni festivi ci sono molti visitatori.
Nonostante l’ingresso agevole ai tornelli completamente automatizzati, all’interno molte persone si accalcano in file al sole nei padiglioni più o più gettonati.
Quasi due ore di fila per la visita al padiglione Italia e una stragrande maggioranza di visitatori italiani mi fanno pensare a cosa mi posso aspettare da Expo.
Quando faccio un viaggio all’estero non cerco la pastasciutta o la pizza, allo stesso modo in Expo la mia scelta è sulla varietà, quindi non mi metto in fila per Italia e nemmeno per la Germania.
Decido che è meglio vedere dieci padiglioni che stare ore sotto il sole, non posso sapere cosa perderò, ma son venuto ad assaggiare e voglio poter visitare più cose.
I padiglioni visitati sono stati molti, interessanti, suggestivi, specie il padiglione Zero, molto bello quello dell’Austria, particolare Arabia Saudita, degno di nota Israele, volevo vedere il Nepal, era chiuso, a breve riusciranno ad aprirlo, sembra avesse problemi strutturali e non mi riferisco al terremoto !
Degno di nota per quanto mi riguarda è quello della Thailandia.
La fila è stata di venti minuti, la più lunga di tutte, ed è valso veramente la pena.
Ogni gruppo di visitatori (120 ? boh? ) passa in tre grandi sale e una voce narrante in cinque minuti per ogni sala racconta con immagini e video delle foreste tailandesi, della pesca, allevamento ecc.
Il racconto della loro storia è emozionante.
Le attività intraprese dal loro re (alla guida del paese dal 1946) a favore dell’ambiente, dell’agricoltura risuonano come elemento di orgoglio nazionale.
Ogni attività umana in ogni paese si deve confrontare con i leader di quel paese.
Con riferimento alla Thailandia (prima si chiamava Siam) la dinastia che lo guida è la dinastia Chakri, dal 1782.
Mi sono documentato sulla loro storia e fra il 1932 e il 1958 la Storia della Thailandia è caratterizzata da sette colpi di Stato e sei diverse Costituzioni. Questi eventi rafforzano l’oligarchia militare al potere e alimentano una tenace opposizione interna, portando infine alla rivolta degli studenti thailandesi nell’ottobre del 1973. Fino agli anni ’90 si alternano colpi di Stato e nuove Costituzioni, finché nel 1992  la democrazia è ristabilita a pieno titolo attraverso libere elezioni, e la nascita dell’attuale ordinamento costituzionale. Nel settembre del 2006 si segnala un ultimo colpo di Stato pacifico, con il quale si destituisco l’impopolare ex primo ministro Taksin. Indubbiamente la Thailandia è un Paese che mira verso un sistema sempre più democratico e stabile, al centro della quale si trova la nuova e ispirata Costituzione Thailandese.
Nell’ultimo filmato all’interno del padiglione expo il loro Re rappresenta la loro storia vista in positivo. Non sono mai stato in Thailandia.
Voglio immaginarla come un paesaggio fantastico ben interpretato da Jodie Foster nel bellissimo film (non l’ho ancora recensito)“ANNA AND THE KING” di Andy Tennant del 1999.
Mi piace molto anche la relazione della Thailandia con l’ambiente, mirata alla salvaguardia e tutela dell’immenso patrimonio di biodiversità. Apprezzo il loro intento e si diversifica da quello di altri espositori limitati più alla visibilità o la ricerca di nuove relazioni commerciali.
I Thailandesi sono coscienti di essere i custodi di una enorme ricchezza e cercano di gestirla al meglio.
All’uscita del padiglione c’erano i prodotti tipici, era l’ora della merenda e ho assaggiato un gelato al cocco. Se ci andate, dovreste assaggiarlo, non ha niente a che vedere con il cocco noto in Italia.
Ancora oggi li ringrazio per i magnifici momenti che mi hanno regalato.
Ah ! Il gelato si paga nel padiglione, poi non dite che non vi avevo detto che era gratis !!!!

MONEYBALL L’arte di vincere film di Bennet Miller – 2011


MONEYBALL L’arte di vincere film di Bennet Miller – 2011

Tratto dal romanzo Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game di Michael Lewis, L’arte di vincere è basato sulla storia vera di Billy Beane. Diretto da Bennett Miller
Quando ti rendi conto di non giocare una partita alla pari, così inizi a sfruttare le risorse che hai per stare al passo con gli altri.
Billy Beane era una promessa come giocatore, ha interrotto gli studi universitari, il gioco da professionista gli ha dato soddisfazioni, ma non da diventare il campione che sperava.
Cerca riscatto come general manager della squadra degli Oakland Athletics.
Billy Beane incontra Peter Brand, un giovane laureato in economia a Yale e lo assume, crede in lui, nella sua vera e propria rivoluzione nel modo di acquistare i giocatori.
Formule matematiche, storici di rendimento, statistiche, inclinazioni dei giocatori, valori di mercato bassi in rapporto alle potenzialità.
Billy Beane riesce a mettere su una squadra con un budget risicato.
Il problema è che l’allenatore non gli fa giocare i giocatori acquistati. Nessun problema, i giocatori che l’allenatore metteva in campo vengono piano piano espulsi dalla squadra.
Brand lo implora a non prendere decisioni emotive.
Beane è un bravo manager, ma si percepiscono alcune difficoltà a gestire le emozioni, non assiste alle partite, non si mescola con la squadra, non si rapporta bene con la figlia.
Non si vuol legare a nessuno dei giocatori perché ha paura di non essere in grado di sbarazzarsene nel caso ce ne fosse bisogno.
Beane obbliga Brand ad andare in trasferta con la squadra, stare con i ragazzi, condividere con loro le sue teorie. Per il giovane economista inizia un vero e proprio periodo positivo nella squadra.
Decidono insieme di diventare i veri responsabili delle loro azioni, motivano la squadra ed iniziano un percorso difficile.
Un cammino marcato da vittorie continue, in tutta la storia del baseball pochi erano riusciti a superare le 18 partite di imbattibilità, ed ecco che arrivano a 19 e infine la giornata della ventesima partita e… succede l’incredibile. L’Oakland vinceva 11 a 0 , ma inizia qualcosa di inspiegabile, come se il perdente volesse ancora una volta perdere e arrivano al pareggio 11 a 11 , come se non accettassero di poter vincere. Infine l’allenatore mette in campo uno dei giocatori che non approvava, gli dà una possibilità e ….uno splendido fuori campo !
Dopo 103 anni di american league, gli Oakland arrivano a 20 successi consecutivi.
L’unica volta che anche Beane arriva al campo di gioco ad assistere alla partita.
Beane vuole vincere il campionato, con la squadra da metà classifica, arrivano ai play-off
e alle finali del 2002 di american league, ma … non vincono il campionato.
Lui vuole cambiare lo sport del baseball.
Sa benissimo che se non vincerà qualcuno arriverà lì e smembrerà la squadra prendendo quel che gli serve.
Beane è una minaccia per l’intero mondo dello sport, riesce ad ottenere risultati uguali o superiori a quelli delle più grandi squadre, ma con meno del 20% di budget.
Gli offrono di entrare dei Boston Red Sox, un contratto milionario, ma rifiuta, sono ancora una volta le emozioni a guidarlo, ne è totalmente condizionato. Si ricorda di quello che hanno rappresentato per lui, quando a causa dei soldi interruppe gli studi e iniziò a giocare da professionista. Vuole continuare a stare vicino alla figlia. Continua a stare in quel mondo, ma a modo suo.

Il produttore del film è Brad Pitt, e ha voluto fortemente realizzare questo film, pur non essendo lui particolarmente appassionato a questo sport.
Non si tratta di un film particolarmente adatto ad appassionati di sport. Lo ritengo però denso di interessanti spunti per cambiamenti importanti.

Dati del botteghino :
In Italia disarmanti … meno di 300.000 euro per l’intero incasso
Nella classifica Usa si piazzano al 43° posto nel 2011 con 75 milioni di dollari.

Frasi del film :
– per vincere devi lavorare all’interno dei limiti che abbiamo –
– se giochiamo a fare gli yankees qui dentro perderemo con gli yenkees là fuori ! –
– lo scopo dei responsabili delle maggiori squadre è comprare giocatori, ma per noi lo scopo principale è che dobbiamo comprare vittorie ! E per comprare vittorie dobbiamo comprare punti.
… vogliamo più basi-ball !

OGNI COSA E’ ILLUMINATA di Liev Schreiber 2005


OGNI COSA E’ ILLUMINATA di Liev Schreiber 2005

Le recenti vicende relative alla Crimea e della vicina Ucraina mi danno spunto per ricordare un film di alcuni anni fa. Un film del 2005 tratto da un libro scritto da un ebreo americano Jonatan Safran Foer del 2002.
Jonathan Safran Foer appartiene alla terza generazione di scrittori che hanno ricordato la Shoah, Everything is illuminated è la storia di un viaggio in Ucraina alla ricerca del passato, un viaggio nella memoria. Il punto di partenza è una vecchia fotografia del nonno dello stesso Jonathan, ed un nome misterioso: Trachimbrod. Si tratta di una parola per molti priva di senso, ma che richiama ad uno dei tanti luoghi dell’Europa orientale che non esistono più: uno shtetl, cioè un villaggio abitato soltanto da ebrei.
Ad accompagnare Jonathan nella sua “rigida ricerca” sarà uno strano gruppo specializzato in tour commemorativi di ebrei americani alla ricerca delle loro origini composto da Alex, voce narrante del film, un giovane ucraino che parla un divertente inglese un po’ sgangherato (intuibile anche dall’adattamento italiano) insieme al nonno, un anziano uomo di Odessa, che è alla guida dell’auto del tour, pur essendo ufficialmente cieco e pretendendo infatti di poter portare con sé la sua psicopatica ma tanto amata cagnetta-guida.
Il giovane ucraino è appassionato dai divertimenti occidentali, ma non è etnicamente ucraino: è un russo di Odessa! L’americano è collezionista di oggetti per non perdere la memoria che essi nascondono.
I giovani confrontano le loro identità culturali e si verificano situazioni ricche di ironia e umorismo, specie quando l’americano comunica di essere vegetariano.
Si addentrano lentamente nel territorio della ricerca storica, fino a giungere ad una verità tanto terribile quanto incancellabile nella sua necessità di essere raccontata.
I 1024 abitanti del paese sono trucidati; non prima di essere costretti a vedere bruciare la loro sinagoga e sputare sulla loro Torah. Testimone una donna che vive in una casa contornata di girasoli dove conserva tutto ciò che i suoi paesani trucidati hanno nascosto nella speranza che qualcuno tornasse e ricostruisse, attraverso i loro oggetti, la loro drammatica vicenda.
Il nonno ucraino è scampato alla fucilazione e si è liberato dell’ingombrante stella. Il flashback, l’incontro con l’altra sopravvissuta, sorella della donna del nonno prima che scappasse in America, lo aiuta ad uscire dalla follia nella quale si era rifugiato. Recuperato il rapporto con il nipote, passato il testimone della memoria si toglie la vita. Al nipote appare per la prima volta in vita sua finalmente felice di essere dove si trova.
Il protagonista, interpretato con grande acume da Elija Wood, non sembra un personaggio ben definito, ma quasi uno strumento della memoria, non dotato di caratteristiche proprie. Parafrasando una frase del film, la verità non è a Trachimbrod per Jonathan, ma Jonathan è a Trachimbrod per la verità, proprio perché essa trascende dalla semplice umana necessità, per quanto alta possa essere.
Il giovane americano è infatti un collezionista di oggetti di famiglia e il suo incubo consiste invece proprio nella paura di dimenticare.
Ne consiglio la visione, è uno di quei film dove allo spettatore è richiesto il necessario coinvolgimento nella “rigida ricerca”.