IN LIBRERIA


IN LIBRERIA

Nel silenzio delle pagine, soffocato dalle copertine, ecco si sprigiona una risata e il sorriso gioioso di ragazza accompagna un piccolo grido.
Se un libro suscita tanta ilarità, deve essere potente, come il racconto lampo, con pochi personaggi, anche nessuno, una storia senza inizio, senza fine e sospesa tra le pagine.
La seguo, cerco il libro, voglio anche io ridere come lei, inaspettatamente.
Cosa può aver letto? Farà anche a me lo stesso effetto?
Solo ora riesco ad osservare quanto accade intorno a me, seduto su una poltroncina, una musica di sottofondo mi accompagna nella lettura delle copertine, manifesti di incontri con gli autori celebrano libri famosi e sconosciuti scrittori.
Cosa serve per ridere? Basta davvero solo un libro?
Devo aspettare la ragazza alla cassa. Chissà se ha comprato il libro che l’ha fatta ridere, oppure ne avrà preso un altro. Perché forse quello, l’ha fatta ridere, ma le ha suscitato dei ricordi tristi.
Ma quando vedrò il nome del libro cosa deciderò?
Vorrò comprarlo anche io? Oppure la curiosità sarà molto forte e allora le chiederò cosa l’ha fatta ridere. E lei rimarrà sorpresa, non comprenderà come mai uno sconosciuto vuole osare tanto e chiedere una cosa così personale.
Devo avere la risposta pronta. Ho deciso quale sarà.
Le dirò che la risata e quel sorriso, erano motivi sufficienti, non potevo fare a meno di conoscerla.
Lei mi guarderà stupita chiedendomi cosa ha di particolare la sua risata.
Le dirò che grazie ai miei studi di psicologia, ho scoperto che il timbro di voce di una risata è come una impronta digitale, ma non è vero, non ho studiato psicologia, ma la battuta la fa ridere ancora, fa colpo, è proprio lei una psicologa e arrossirò come i bambini nel pieno di una vergogna.
I suoi occhi interlocutori si chiederanno cosa desidera questo curioso frequentatore della libreria.
Poteva trovare anche un altro modo per attaccare discorso, ma ormai è fatta!
Credo che usciremo mano nella mano dalla libreria.
Lei è così bella, mi guarda, la guardo. Abbiamo lo stesso libro. Anche la mia risata ha un tono simile.

Annunci

Attesa


Attesa

Bar dell’ospedale, fumo di sigarette ai tavolini

molliche di pane agli uccellini

gente in fila, gente in coda

camici bianchi, verdi, celesti

si alternano ai volontari

un momento di ristoro della mente, del corpo

tra gli accendini

e squilli dei telefonini

ognuno la sua attesa, di un posto,

di riprendere il lavoro, della guarigione

o… della morte

le riflessioni si accavallano

come i tasti della macchina per scrivere

sulla faccia ognuno ha la sua storia già scritta

Cosa posso dire che altri non abbiamo già detto?

Una zingara accompagna il figlio piccolo vicino ai clienti

del bar per chiedere se qualcuno gli compra una brioche

Anche le pubblicità usano i minori per

ottenere maggior successo

il bambino, un’arma per convincere le persone

la compassione nell’uso quotidiano

cuori teneri come cioccolatini

osservo il rifiuto delle persone

il cuore non si scioglie

nessuno si ferma per dare monete ai bambini

Come mai ci sono persone che chiedono

l’elemosina?

Chissà se c’è qualcosa di sbagliato o di

rimediabile.

Uno Stato con un buon livello di civiltà

non dovrebbe avere all’interno dei propri

confini sacche di povertà.

Perché nessuno chiede a questa povera gente:

– Chi sei? Da dove vieni? Dove vuoi andare?-

Ma alla domanda chi deve farlo non c’è risposta,

nessuno lo sa.

I problemi di un paese sono sempre gli stessi

e si amplificano ogni volta.

Sento il bisogno di condividere, ringraziare, meditare

per qualcosa di utile, ma non per me.

Un uomo dà briciole di pane agli uccellini e mi osserva

mentre scrivo.

Poi l’uomo se ne va, gli uccellini girellano mesti dopo aver

beccato tutte le briciole microscopiche sotto la sua sedia.

Il sole invernale fa capolino tra le nuvole.

Un veloce ricambio dei vicini di tavolino, mi dà

l’opportunità di ascoltare i pettegolezzi di due infermiere

poi al loro posto arrivano due straniere,

parlano rumeno, penso che è giovedì pomeriggio e

quindi libera uscita per le badanti,

ma non è sicuro

osservo le dita di una di loro mentre fuma,

le punte di indice e medio sono completamente

ingiallite dalla nicotina

troppo fumo poco arrosto

è magrissima, molto alta

occhiali da sole le coprono occhi stanchi

una treccia le raccoglie i capelli multicolori

in buona parte bianchi,

ora impugna il mozzicone anche con il pollice

è più il tempo che tiene la sigaretta

di quello impiegato a fumare

ha una giacca di lana rosa

infeltrita in alcuni punti, in altri ha la lana

appallottolata ripiegata su sé stessa

mentre continua l’afflusso delle persone

l’amica ha iniziato a parlare a telefono

in italiano, forse non sono badanti

tra poco tocca a me vado nella sala

d’aspetto del reparto otorino

con giochini da bambini che servono

da trastullo prima delle visite

e i genitori più impauriti dei figli

mi tengono compagnia.

Chiamano per cognome, andiamo in due,

è un caso, alla stessa ora due persone con

lo stesso cognome, allora chiediamo il nome

non è la mia volta

me ne torno ad aspettare

l’attesa mi fa pensare alle cose inutili

agli oggetti buttati in pattumiera

allo scrollare su facebook

al tempo perso a cercare responsabilità altrui

alla nostalgia

ad arrabbiarsi inutilmente

e alla ricerca inutile della salute che

lentamente abbandona i corpi.

 

Perché rubi??


 

 

 

 

 

 

Perché rubi  ?

Essere o non essere? Denunciare o non denunciare, questo è il dilemma.

Far sapere allo Stato del furto subito o silenziosamente subire e accusare il colpo?

Mi era già successo e ci sono ricascato, nello stesso modo, come quando si fa un errore due volte, non si è imparato nulla.

La prima volta molti anni fa, davanti casa mi avevano rubato l’auto, l’avevo lasciata aperta.

Ho ripetuto l’errore lo scorso sabato mattina, giorno di mercato, ero tornato dall’orto, avevo lasciato aperta l’auto davanti casa per scaricare e mi era poi rimasta aperta.

Il sabato ci sono occasioni ghiotte, anziani a fare la spesa lasciano in vista portamonete nelle borse, c’è confusione, un terreno facile anche per auto incustodite.

È stato il momento adatto anche per introdursi nella mia auto rubare il navigatore e gli occhiali da sole.

La fiducia negli altri è una incognita misteriosa, per ognuno è diversa.

Ora ditemi pure che sono un bischero a lasciare la macchina aperta con oggetti di valore dentro.

Con il navigatore di dieci anni fa son più le volte che mi sono perso di quelle che mi ha portato nel posto giusto; mi spiace per il valore dovendolo ricomprare, ma mi rincresce più per gli occhiali, erano quelli di scorta, dei vecchi Persol vintage anni ‘80.

Ma mi voglio rivolgere a te, ladro, e ti voglio fare la domanda:

– perché rubi? Come mai ti attacchi a oggetti personali con valori esigui? Lo sai di essere un ladro di polli, non ti aiuterà molto quello che mi hai sottratto. Se ti è servito per esercitarti, devi sapere che stai perdendo la dignità. Non sei in grado di provvedere alla tua vita senza ricorrere ai beni di proprietà altrui, questo non è bene. Sei sicuro di aver fatto tutti i tentativi?

Se è la povertà che ti ha spinto ad agire così, sappi che persone molto più cattive di me si stanno organizzando per farla pagare a chi ruba.

Sappi anche che rischi molto in rapporto a quanto rubi, perché quelli che rubano miliardi, spesso non vanno nemmeno in galera. Quelli come te se presi in flagrante o visti con una telecamera, li sbattono dentro e dopo sarai segnato per sempre.

Se sei un ladro che lo fa di lavoro, ti ringrazio perché hai preso due cose senza rompere nulla, mi hai lasciato un poco in disordine, ma va bene, ci ho messo due minuti a rimettere a posto.

Voglio aggiungere che la prossima volta troverai ancora l’auto aperta, cercherò di non lasciare niente di interessante, e allora ti prego non spaccare nulla, fai conto che quella sia la tua auto.

Può darsi tu sia curioso e voglia chiedermi come mai lascerò l’auto aperta.

Voglio dirtelo, sai, sono convinto che viviamo meglio senza preoccupazioni, io non voglio proprio averle, voglio pensare che non debbano esserci ladri, perché il tuo non è un mestiere, è un lavoro sporco, fuori della legalità, pieno di rischi, sono quasi convinto che hai dovuto sceglierlo, e non ti piace.

Come nelle malattie cerco di prevenire invece di curare. Quello che sto facendo è pura prevenzione, la prevenzione non si fa mettendo barricate, ma facendo domande.

Non voglio che tu mi risponda, sarei felice tu possa leggerle e che ti possano aiutare a comprendere.

Voglio aggiungere che non farò nemmeno la denuncia; non trovo più la scatola del navigatore di dieci anni fa e senza la matricola è inutile, poi i Persol tigrati, non sono un pezzo unico, ma abbastanza raro poi di colore verde, e non si vede nessuno con occhiali del genere a giro, li riconoscerei tra mille.

Una cosa voglio dirti: sarebbe spiacevole incontrarti con i miei occhiali.

 

SUL TRENO


 

Sul treno

Sui binari della stazione, ragazze incuffiate, adulti chini su telefonini, sguardi attenti agli orari o a macchie sulla banchina. Attirano la mia attenzione i jeans sdruciti di una ragazza e stridono i freni di un treno seguiti da soffi delle porte, scendono i viaggiatori, dialetti africani si mescolano agli annunci di ritardi.

Un pallido sole riscalda la mattinata e alla panchina studentesse raccontano le loro avventure con gli ultimi videogiochi e di uno in particolare dove ci si deve nutrire più degli altri e si vince, non ho capito bene cosa.

Arriva il mio treno, monto sopra, davanti a una ragazza mora, vestita di nero, elegante. I nostri sguardi verso il finestrino.

Osservo il Frecciarossa, siamo partiti insieme, ci sorpassa subito. I contorni della città, avvolgono la stazione, con il suo traffico, le ZTL, i parcheggi, e le verdi colline riempiono i bordi del vetro del finestrino.

Scrivere è la mia terapia, la pasticca di oggi è la storia di un viaggio, davanti a una ragazza, gli occhi nascosti da occhiali scuri, lo sguardo sull’esterno, le cuffie connesse al cellulare, chissà se ascolta musica, un audiolibro, la radio. Chissà cosa sogna. Allora decido di entrare nei suoi sogni, salgo dalle scarpe da tennis, le calze a rete nere, ma non trovo la sede dei suoi pensieri, non è nella pancia, nemmeno nella testa, sta pensando con il cuore, credo sia innamorata, il suo volto è rilassato, ora chiude gli occhi, sta pensando alle vacanze in Irlanda, era con le amiche, ma al ritorno ha conosciuto l’amore, ora si arricciola i capelli, scruta il cellulare, china a scrivere, cerca risposte alle sue domande, le labbra serrate, sono i messaggi di persone alle quale vorrebbe smettere di rispondere, ma deve. La sede dei pensieri è cambiata, deglutisce più spesso, con un respiro affannato digita nervosamente con i pollici, poi abbandona il telefono, è una cosa che può rimandare. Solo la morte non si può rimandare. Tutto si risolve nel finestrino, mentre scorrono paesaggi la mia vicina di viaggio ora è più rilassata. Si tocca il rossetto, di un rosa acceso lucido. Riprende a scrivere osservo il suo biglietto ferroviario, me l’ha messo davanti come volesse mostrare la destinazione, è diretta a Siena, ma io scenderò prima, chissà cosa va a fare, potrei scoprirlo, ma non voglio, sono nel suo corpo. L’intruso curioso non resiste, è un incontro d’amore, una agenzia matrimoniale le ha fornito un appuntamento, lei si è messa in ghingheri, tra non molto incontrerà il suo bello. Le amiche sanno. I messaggi sono gli incoraggiamenti delle amiche.

Vedrà la persona che ha già immaginato dalla foto, ci parlerà.

Mentre scendo le faccio i miei migliori auguri, con il pensiero, non con le parole.

Le parole sono pericolose.

CONFLITTO


CONFLITTO

Domenica scorsa, Luigi rimase a piedi con la sua Y10 nuova mentre era in giro con la ragazza.

Il carro attrezzi, arrivato quasi subito, caricò l’auto tirandola su con il cavo d’acciaio.

Gridolini isterici di lei e raccapriccio misto a vergogna di lui diedero colore a quella domenica sera.

In fondo si trattava di un guasto, non era successo un incidente, niente di grave.

Luigi, un ex-meccanico riparatore di trattori e camion, sapeva cosa era successo, ma di domenica, con la ragazza, non aveva gli attrezzi giusti e non poteva far ripartire l’auto. Mario, l’autista del carro attrezzi un ex-compagno di scuola di Luigi portò l’auto alla sua officina.

Luigi e Mario dopo un freddoloso assaggio della scuola erano andati a lavorare presso un artigiano con una officina di riparazione camion e trattori.

Luigi si è specializzato nella riparazione di macchine da ufficio e l’altro si è dedicato alle auto con un’officina e camion per il soccorso stradale.

Ognuno dei due meccanici aveva capito di cosa si trattava, ci sono guasti che anche se sai di cosa si tratta non li puoi riparare per strada.

Lunedì mattina Luigi andò a trovare Mario all’officina, con le mani sporche di grasso questi gli andò incontro senza stringergli la mano. Non c’erano molte auto nell’officina, solo un maleodorante e intenso odore di olio bruciato.

Mario aveva già individuato il pezzo rotto, non aveva il ricambio e doveva ordinarlo, comunicò questo a Luigi, (lui fece finta di non aver capito che tipo di guasto era, ma lo sapeva benissimo)

– Bene, allora quando è che me la sistemi ? – chiese Luigi all’ex-compagno di scuola.

– Eh, non so, dipende da quando mi arriva il pezzo. –

– dai non la terrai mica un mese!-

– non lo so, ma se non mi arriva non posso farci nulla. –

Passarono venti giorni che per un auto ferma in officina sono un’eternità, come un gatto che arriva a venticinque anni.

Luigi ritirò l’auto con i soliti commenti del caso, che è una cosa indegna aspettare così tanto una riparazione, ma per fortuna alla fine il pezzo l’hanno inviato.

C’era qualcosa che gli puzzava, come qualcosa di segreto, inconfessabile, dietro quella riparazione così a lungo posticipata; un pezzo non ci mette tanto ad arrivare!

Passa qualche mese e ancora una volta a giro con la ragazza, l’auto si ferma e sembra proprio lo stesso guasto. La ragazza grida più forte della prima volta, ma poi monta su un altro carro attrezzi perché questa volta i due erano andati al mare.

Il meccanico li accompagna a casa. Per fortuna casa e meccanico erano in prossimità della zona del guasto.

Il proprietario della concessionaria Autobianchi nella località balneare il giorno dopo telefonò a Luigi e gli comunicò che l’auto era pronta per il ritiro, e che doveva fargli vedere una cosa.

La faccia di Luigi sbiancò quando vide il pezzo rotto della sua auto, non credeva ai suoi occhi.

Il pezzo sostituito da Mario era un pezzo usato, non poteva essersi ridotto in quel modo in così poco tempo: completamente finito!

Quando Giorgio, il meccanico della concessionaria in tuta blu, glielo consegnò gli disse:

– questo non può essere un pezzo nuovo, si vede che è stato cambiato, non è di questa auto, ha tutti i denti degli ingranaggi rovinati e finiti, non ha meno di 100.000 chilometri e si è rotto-

Luigi non lo stava ascoltando. Pensava già a cosa dire a quell’ex-compagno truffaldino, pensava che la soddisfazione di un addio è un momento di liberazione, che la vendetta è un piatto che va servito freddo, che magari si sarebbero potuti offendere e avrebbero potuto anche andare alle mani.

Pensò infine che alla fine aveva perso solo un amico, ma questa perdita non era un gran valore.

Non mise più piede nella sua officina.

Il ragionamento di Luigi non faceva una piega: – se non hai i pezzi di ricambio e metti pezzi usati, almeno dillo agli amici, bastava saperlo prima, ma non prenderli per scemi! –

LA ZUPPIERA


fico-frescoLA ZUPPIERA

-Ciao! Sono Letizia, sono venuta a prendere i kiwi-

-Eccoli, sono qua sul baule prendine una confezione, sono tutte da cinque kg. Sono stato stamani dal produttore. Era un freddo becco. Ne devo distribuire ottanta kg. Io vedo sempre le tue mail, tu al gruppo di acquisti sei referente della carne, non ci eravamo mai incontrati.-

-Si, non è molto che sono nel gruppo, sono di un paese vicino, non ero mai venuta da te a casa, ma che bella zuppiera sul baule!-

Letizia punta decisamente lo sguardo su quel soprammobile ormai lì da anni, circondato dalle confezioni di kiwi da consegnare. Non posso che dare maggiori informazioni sull’oggetto.

-Era di mia nonna, questa era completa e allora l’ho messa in vista, ne avrei un altra molto più antica, ma era senza coperchio.-

-Sono oggetti molto belli, io me ne intendo-

Io pensavo fosse  Ginori  e lei invece prende rapidamente la zuppiera, l’alza e scruta curiosa il timbro, poi afferma felice :

– É Laveno ! , ha comunque un discreto valore.

Ecco che mi si apre il canale dei ricordi, quando quella zuppiera era nel salotto, la parte più fredda della casa, esposta a nord, ma adatta alla conservazione dei cibi, specie quelli che non vanno messi in frigorifero, ma nemmeno dimenticati.

La zuppiera era sopra ad un mobile in palissandro anni ‘50, ce la metteva la nonna in Ottobre appena aveva finito di preparare la sua specialità: i fichi caramellati.

Il fico dietro casa al massimo della produzione in settembre ci regalava panieri colmi di fichi, quell’albero dalla corteccia grigia, liscia, riesco ancora vederlo, nella memoria fotografica.

I ricordi vanno alimentati e sostenuti come i bambini piccoli. Non posso raccontare a Letizia le immagini che mi scorrono nella mente, allora le scrivo, mentre mi affaccio alla finestra e lo vedo, l’albero della mia infanzia, piantato prima che io nascessi, ci montavo da piccolo con mio padre, mi insegnava a cogliere i fichi. Oltre a dotarmi di una robusta scala in legno mi ero provvisto di una forcella costruita con una canna; un attrezzo speciale per cogliere i fichi da terra.

Il fico ne produceva una notevole quantità, li regalavo alle signore del vicinato, ma la nonna ci faceva anche la marmellata e i fichi secchi caramellati.

Quest’ultimi poi li metteva nella zuppiera di porcellana, non duravano molto, c’erano molti ghiotti in casa e non andavano mai a male.

Sono trenta anni che il fico è stato abbattuto, ma ancora vive nei ricordi, ogni tanto qualche oggetto di casa fa riaffiorare con forza le sue immagini.

Quando ripeschi un oggetto particolare è come ritrovare un figliol prodigo, lo riprendi tra le mani, con delicatezza, pensi ai morbidi e dolci fichi caramellati, alle persone care.

Non capita spesso di vagare nei ricordi alla ricerca di un oggetto, magari un oggetto che rappresenti la famiglia.

Niente più di un oggetto ci può ricordare chi non è più con noi.

NEBBIA


rotolino-per-macc-fotograficaNEBBIA

Un giorno di ferie e anche la giornata giusta per fotografare la nebbia.
Due cose insieme non capitano spesso, quindi, colazione veloce, un controllo sommario alla borsa della macchina fotografica e obiettivi, parto per l’avventura con la reflex Pentax semi-automatica, con rotolino da diapositive 100 Iso.
Sono il principiante pronto per una nuova esperienza, decido di farla, spero mi servirà.
L’idea è di confrontare le foto con altri amici del gruppo fotografico, sono già curioso di sapere se gli altri hanno fatto le fotografie alle nebbie, e mi immagino già il venerdì sera, l’incontro settimanale per mostrare ognuno le proprie dia con il video proiettore.
Sono emozionato, la prima volta che fotografi qualcosa di nuovo, ci vai baldanzoso, con l’entusiasmo dell’apprendista e l’esperienza del professionista. Mi sento una via di mezzo, un aspirante fotografo alla ricerca di qualcosa di particolare, magari un book fotografico.
L’emozione può fare brutti scherzi.
Appena uscito di casa la nebbia mi avvolge, non la posso toccare, ci sono dentro come in una pentola, ma non vedo il coperchio, solo vapore grigio. Dopo poche centinaia di metri da casa, con l’auto percorro la strada vicino al fiume; ha sempre i lampioni accesi, anche se sono le nove della mattina. L’interruttore crepuscolare dell’impianto comunale di illuminazione non è guasto, solo pensa sia ancora notte, il sole non è riuscito a mostrarsi.
Sul vetro dell’auto migliaia di microscopiche goccioline si mescolano fino a formare gocce grandi, sembra pioggia, ma è solo umidità.
Uscito dal paese, la strada inizia a salire verso la collina, ecco, sono uscito dalla nebbia e posso vederla dall’alto.
Il sole mi batte negli occhi, si è appena affacciato tra due grandi nuvole.
Le nebbie sono a livello più basso, nelle vallate, tra le colline verdi di bosco ceduo.
Il paese dove abito ha ancora le case immerse nella nebbia.
Fermo l’auto dopo due tornanti, il panorama è suggestivo, da ogni parte le colline formano un girotondo di curve, le nebbie permangono ancora nel fondovalle, sembrano grossi batuffoli lattiginosi sospesi nell’aria.
Posso immortalare le nebbie con lo scatto della reflex, impacchetto le immagini fuggevoli di vapore acqueo, mi immagino la presentazione delle dia del mio primo book fotografico, penso che questo tipo di foto è già stata fatta da altri fotografi esperti, ma forse nessuno ha trovato come me le stesse occasioni di luminosità, o il panorama.
Penso che quelle forme di nuvole di nebbie le ho viste solo io, e c’era una luminosità perfetta per fotografarle, che ho avuto una gran fortuna avere questa giornata a disposizione. Un sorriso beffardo mi fa sentire un novello Robert-Bresson.
C’è sempre qualcosa che differenzia un artista da un altro. Il vero esperto non è mai sicuro di nulla, non si fida nemmeno di sé stesso. Certe cose le capisci solo dopo.
Quello che ti frega, è quando ti senti troppo sicuro, la troppa sicurezza ti inchioda.
Pensi che quel gesto lo hai fatto decine di volte, anche quella mattina, sei sicuro, e invece pensavi di averlo compiuto, ma non l’hai fatto davvero, e dopo te ne accorgi, dopo.
Non hai messo il rotolino !

L’ALBERO


albero-solitario

L’ALBERO

Siamo stati educati fin da piccoli al rispetto di quanto abbiamo intorno a noi, imparando a nostre spese regole e leggi.

Talvolta le abbiamo scavalcate, altre ci siamo adeguati alle necessità.

Come alberi ci hanno messo tutti in fila, eravamo troppo impegnati a superare l’altro, prendere più luce. O luce o morte. Sviluppo a tutti i costi.

Oppure ci hanno relegato su una collina. Sole, vento e intemperie senza nessuna protezione e allora è stato difficile resistere, ma dalle debolezze nascono forze incredibili, e siamo diventati come gli alberi isolati, tozzi e robusti.

Tanti luoghi diversi ci hanno permesso di crescere, tanti contatti hanno stimolato la nostra crescita.

Il cambio delle stagioni ci regalava forme nuove, frutti prelibati da offrire a chi poteva cogliere il nostro prodotto, il nostro modo di essere al mondo.

Ci siamo costruiti il nostro giardino preferendo alberi simili o totalmente diversi.

Quindi, eccoci qua.

Alberi radicati in un territorio ben definito, circoscritti in un terreno con piante simili, tutti protesi a cercare luce, vita, sviluppo, armonia.

Più osservo gli alberi e più mi sento come loro.

Riesco a cogliere i loro segnali.

Una crescita eccessiva della chioma in un castagno centenario determina ombre a piani inferiori, si rompe l’armonia, il castagno muore se non interviene l’uomo a potare quelle fronde altissime perfino a 25 metri.

Un ramo che si spezza, segno di debolezza, certe volte evento necessario ad una crescita armonica.

Infine una eccessiva fioritura, segno di morte, come se in extremis quella pianta volesse lasciare traccia di sé.

Una concimazione eccessiva per ottenere molti frutti spesso causa bruciature nelle foglie, si accartocciano o diventano troppo verdi e quindi troppe foglie niente frutto.

Mi accorgo sempre di più che come loro tendo al naturale, sulla mia esperienza personale mi rendo conto che tutte le forzature portano a risposte negative nel nostro corpo, nel nostro spirito, nei rapporti con gli altri.

La naturalezza, un virus bellissimo, ma pericoloso, si è insinuato nel mio modo di essere e guiderà prepotentemente la crescita delle mie relazioni e dell’interiore per i prossimi anni della mia vita.

UN RACCONTO , UN LIBRO


 

obtortocollo

 

OBTORTO COLLO  Storie di sfide e bocconi amari

 

Sono contento come quei ragazzi che si piazzano nelle gare scolastiche. Ci sono anche io insieme ad altri 70 splendidi autori! a pag. 153.

questo è quello che ho pubblicato di getto su facebook il giorno dopo alla presentazione del libro a Livorno.

Ora qui sul blog spiego cosa è successo prima.

Un lavoro di gruppo, di quasi tutti gli allievi della Scuola Carver di Livorno, l’editing eccezionale di Valerio Nardoni, per rendere pubblicabili i nostri lavori in un libro di 350 pagine con 70 racconti per un unico tema, l’ottimo lavoro di stampa della casa editrice Valigie Rosse.

Se fosse un altro oggetto potrebbe essere un caratello con vinsanto da sorseggiare nei momenti di tristezza, il numero delle pagine non influisce sul risultato.

Il 2016 si sta chiudendo con questa piccola soddisfazione. Non male.

 

posto-n-200-2x

Incredibile, me ne ero dimenticato !  meno male c’è wordpress che mi ricorda che questo è anche il post n.  200  e sto per raggiungere la soglia di 10.000 visite, quanti traguardi!

 

 

TIRCHIO


money-24

TIRCHIO

Non dava niente a nessuno, per non creare ingiustizie. Il motivo era semplice, se non dava agli altri ne rimaneva più per sé. Come se dovesse morire il giorno dopo.

La dispensa sempre piena, una scorta di mesi per ovviare scioperi o carestie.

E’ difficile capire l’animo di una persona disposta a non mangiare per evitare di cagare.

Penso immaginasse la merda come qualcosa di personale, se ne separava malvolentieri, per questo era diventato stitico.

Si sa, la quantità fa somma, potestà nuovo scaccia quello vecchio e riusciva a liberarsi dell’ingombro.

Passavano diversi giorni tra un alleggerimento ed un altro, il corpo si era abituato a questa strana modalità.

Il denaro, come la merda seguiva un percorso simile.

La separazione, il momento più triste e faticoso.

Come quando doveva pagare qualcuno, avrebbe preso volentieri un cazzotto in bocca.

Ad esempio chiedeva lo sconto per pagamento contanti dopo che gli artigiani di turno gli avevano consegnato il conteggio dei lavori.

Queste furbizie spiazzavano le persone corrette e precise.

Bastava conoscerlo una volta ed era per sempre.

Correva voce fosse ricco, ma il comportamento con i suoi debitori lo faceva slittare in basso nella graduatoria.

Chi tira sul prezzo di lavori di persone oneste può anche essere ricco, ma diventa tapino quando si pone nella posizione di voler modificare e controllare i contratti stipulati in parola.

Forse glielo imponeva la sua coerenza di voler accumulare denaro come Paperon De’ Paperoni.

Da giovane gli avevano detto :

– se riesci a riscuotere dai clienti e paghi poco i fornitori, riuscirai ad arricchirti ! –

Questa idea si accordava con il funzionamento dell’intestino.

Certi comportamenti possono far pensare ad una persona sana, robusta, ben alimentata, invece S. è sempre stato magro con gli occhi incavati, come le anime in pena.

Un sorriso forzato spesso si delineava sulla bocca, il muscolo ben esercitato del finto.

Lo sapeva, glielo avevano detto, puoi farli quanti ne vuoi, non ti costano nulla !

Qualche volta penso a quante persone avrebbe potuto rendere felici solo se non avesse limitato, trattenuto, contenuto.

Per cosa ?

Vorrei immaginare un S. libero nelle sue azioni, spargere denaro ai quattro venti, con incollato un cesso al sedere per liberarsi della merda trattenuta negli anni, acclamato e rispettato quale un buon cagone generoso.