Il nuovo mercato del lavoro.


Il nuovo mercato del lavoro.

 

Mi devo fare un pizzicotto per capire se è vero.

Son diventato una mosca e ho assistito a un colloquio di selezione per una segretaria.

La tizia aveva appreso della selezione da Facebook, anziché dagli uffici di collocamento, ah! Ora non si chiamano più così! Si chiamano Ufficio del lavoro.

Anche l’abitudine di cambiare i nomi delle cose non è bella.

Ufficio del lavoro va bene se il lavoro lo trovano a qualcuno, non mi sembra un nome appropriato.

Comunque la tizia all’ora prevista si presenta alla selezione, le chiedono la formazione, l’età e quando il selezionatore scopre che ha 28 anni il colloquio si chiude dopo aver spiegato che prendono persone al max di 24/25 anni perché devono fargli prima il contratto Giovani Sì poi un contratto a tempo determinato e infine uno di apprendistato.

Ora mi domando, io sono stato trasformato in una mosca perché è evidente la mia attività precedente era inutile. Sono contento di essere mosca perché come umano sarei molto più ingombrante con molti scarti, invece una mosca è leggera e magari si può schiacciare agevolmente, basta essere veloci o disporre di un ammazzamosche, sì perché le mosche sono molto più veloci delle fastidiose zanzare. Ormai è fatta, mi ci abituerò.

Prima di finire schiacciata comunque volevo dire che mi dispiace per quella ragazza scartata senza nemmeno aver potuto gareggiare per il posto.

Poi se si ascoltano le ragioni di un selezionatore viene da dubitare se sono le stesse dell’imprenditore per cui lavora. Chi ha determinato i criteri di selezione?

Come mosca sono una vera ficcanaso e sono andata a vedere come decidono questi criteri.

Un’impresa che funziona bene ha persone fedeli, ma soprattutto persone che amano il proprio lavoro. I veri imprenditori di una volta non esistono più. Ci sono i consigli di amministrazione, gli A.D. (amministratori delegati) e molte altre figure che non sanno scegliere le persone, allora cosa fanno? delegano ad altri e spesso si tratta di aziende di servizi o addirittura cacciatori di teste (head hunters). Insomma un gran casino che fa dimenticare ad ognuno chi è e cosa ci sta a fare al mondo.

Avevano perfino inventato una specializzazione: risorse umane, ma ora va di moda il risparmio selvaggio.

Molto tempo fa c’era un unica tendenza, un unico scopo: rastrellare personale fedele, assertivo, propositivo, motivato, preparato in modo da formare persone coese e disponibili al lavoro di gruppo.

La qualità di una azienda si rileva dalla qualità del personale e del suo livello di preparazione, se non c’è qualità nelle aziende non è colpa del recente Covid.

In poco tempo è stato buttato tutto all’ortiche, tutti hanno contribuito con un unico verbo: il denaro, e risparmiare è diventato il comandamento unico.

Non solo con le numerose tipologie di contratti esistenti passati da 200 a 700 e riuscendo a pagare quasi la metà persone che svolgono lo stesso lavoro nella stessa azienda, tutto con buona pace di governo e sindacati, ma soprattutto della massa ignorante della popolazione.

Attenzione io sono una mosca e non voglio offendere nessuno.

Ignorante perché nessuno sa queste cose, solo perché non le dicono al telegiornale.

La TV aveva perfino fatto credere che i problemi del lavoro erano relativi al solo art. 18.

Come non dicono che ci sono forme di assunzione come Giovani Sì con la quale vengono assunti giovani per un anno e pagati € 500,00 al mese svolgendo spesso un lavoro da € 1.500.

Anche qui sono importanti le parole.

Tale forma di assunzione si potrebbe agevolmente ribattezzare “Giovani Si muore!”.

Perché è vero io sono una mosca e non ho voce, ma se la dovessi dire tutta, allora cosa devono fare i giovani?

Come primo lavoro prendono € 500,00 poi gli fanno un contratto tempo determinato, e infine uno di quei contratti a paga bassa magari da 900 euro, ma quando li mettono da parte i soldi per sposarsi?

Ah già, ma ora chi si sposa più?

A me comunque va bene così perché se la gente non ha soldi figuriamoci se compra l’insetticida!

25 Aprile 2040


25 Aprile 2040

Sono un volontario di una associazione che si prefigge di tener compagnia agli anziani soli in casa.

Il part-time con smart-working mi consente di poter dedicare del tempo alla visita di tre persone al giorno. Oggi per il 25 Aprile è festa e potevo stare a casa, ma è così bello trascorrere il tempo con persone sempre attive, possono ancora raccontare tanto, così sono andato da Gina.

È una signora gentile, affabile, mi accoglie sempre come fossi uno di casa.

Lo stato, dopo le stragi di anziani di venti anni fa, ha pensato bene a delle alternative che non fossero badanti straniere, ospedalizzazione forzata, comunque guidate da scelte economiche diverse dalle case di riposo o RSA.

Queste operazioni rientrano nel servizio civile, giustamente diventato obbligatorio. I giovani devono farsi due anni di leva obbligatoria e hanno molte possibilità di impiego anche se rimangono in quel mondo.

Gina ha una bella casa al primo piano in una via centrale del mio paese, non è lontana da casa mia ed è anche vicina al rivenditore di giornali.

Oggi Gina mi ha raccontato un brutto sogno della notte precedente. Si è svegliata di soprassalto impaurita. Nel sogno se ne andava a fare la consueta passeggiata con la sua elegante mazza da passeggio, il passo lento, il capo basso appoggiato su una schiena incurvata dagli anni.

Poi si è soffermata ad osservare le auto sfrecciare velocemente. Si è sentita afferrare per un braccio e solo allora si è resa conto di trovarsi in prossimità delle strisce pedonali. Le si era presentato un accompagnatore pedonale volontario e la stava portando dall’altra parte. Appena arrivata dalla parte opposta, non faceva a tempo a riprendersi dallo stupore che ne arrivava un altro e … tac, la riportava al punto di partenza. Era un loop temporale senza uscita, terrificante.

Avevano fatto di tutto per tutelare i pedoni, ma come sempre le leggi sono imperfette, manca sempre l’aspetto del buon senso. Nessuno chiedeva alla signora se voleva attraversare.

Così Gina mentre narra il sogno, mi dice di trovarlo tanto simile a quello del coronavirus di 20 anni prima.

Le cade una lacrima mentre racconta della morte di entrambi i genitori, di non averli neppure accompagnati al cimitero, né assistiti negli ultimi momenti di vita; cancellati, come una macchia bianca sulla lavagna nera.

Anche quella volta nessuno le chiese nulla. Lo stato di necessità. Con quella stessa scusa sono iniziati i peggiori regimi totalitari.

E ancora oggi 25 Aprile, dobbiamo spiegare come è successo e giustificare anche manifestazioni e permettere ancora che si possa negare l’evidenza.

A Gina torna in mente un giochino sul telefonino. Se l’era inventato un intraprendente informatico.

Il giochino aveva una interfaccia simile a quella di The Sim’s, ma c’erano tutti i personaggi del regime fascista, gerarchi, giovani italiane, balilla, il potestà, fino ai contadini delle campagne, i comportamenti per mantenere il potere con manganelli, olio di ricino.

Era fantastico potersi tuffare in quel mondo per uno che credeva ancora in quei valori.

Il giochino aveva però una bug voluto dal programmatore. All’inizio del gioco ti poteva toccare un personaggio del popolo o un gerarca, in modo casuale e dovevi giocare in quel modo o ricomprarlo. Allora se toccava un campagnolo, potevano essere botte.

Come quando si nasce, non sai quando e dove ti può capitare, per questo il programmatore aveva messo questa curiosa funzione random.

Chi credeva in quel mondo nero voleva stare solo dalla parte di chi le botte le dava e avere sempre ragione. Il giochino andò a finire tra i giochi obsoleti e dimenticati.

Gina mi confessa sottovoce che i nostalgici non si sono arresi, quelli di adesso, come quelli di venti anni prima, le botte, secondo lei, non le hanno mai prese.

Forse avrebbero capito perché erano tutti a favore del regime.

L’amore al tempo del co-vid 19


L’amore al tempo del co-vid 19

 

Marcello, dice Carla al giovane marito, hai visto che bella fioritura al nespolo di fronte casa nostra!?

E che profumo quando ci passo davanti! Non era mai stato così fiorito.

Cara, lo sai cosa significa?

No, risponde Carla un poco turbata e attende la spiegazione dell’agronomo in silenzio.

Ogni albero, inizia Marcello è come se fosse un membro di una comunità e quando gli viene a mancare quella forza vitale che l’ha fatto crescere cerca di lasciare tracce di sé nel mondo e prepara una grande quantità di semi affinché la specie possa continuare.

Una fioritura fuori del normale è uno sforzo enorme e annuncia la sua fine. Tra non molto il nespolo morirà.

Ma cosa dici Marcello? Esclama Carla. Tutto questo è molto triste!

No, non è triste, è bellissimo, è la vita. La vita ci dà dei segnali e noi dobbiamo coglierli, sussurra Marcello, come volesse tenere al sicuro quella affermazione.

Ma cosa dovremmo fare? Chiese Carla. Oggi non lavoro per via del Coronavirus e mi sono messa alla finestra ad osservare la natura. Cerco solo di godere della bellezza delle cose intorno a noi e tu mi parli di queste cose tristi, degli alberi che muoiono, io non sono esperta come te nelle piante.

No, disse Marcello non devi essere triste per le cose che ti ho detto riguardo a quell’albero, devi sapere che a differenza della comunità delle piante noi umani siamo proiettati nel tentativo di prolungare la nostra vita di individui, più che quella della nostra specie. Con questo coronavirus abbiamo visto la paura del contagio trasformarsi in angoscia mista a paura di morire, è veramente troppo.

Carla è infastidita da quelle parole di Marcello e chiede, come dovremmo comportarci? Stiamo seguendo le indicazioni di sicurezza, cosa possiamo fare di più?

Marcello non si scompone e fa un raffronto con la peste nera del 1348 quando nel continente europeo morì un terzo della popolazione. Si trattava di un batterio trasmesso attraverso i topi, anche quella volta arrivato dalla Cina attraverso la Siria, ma cosa importa?

A quei tempi la vita media era poco più di trenta anni, ed era normale avere da sette a dieci figli; servivano molte braccia per il duro lavoro dei campi. Quella fu una vera pandemia e gli effetti durarono per molti anni nel mondo.

Carla dopo una breve riflessione aggiunge che nel dopoguerra il boom economico ha contribuito all’innalzamento del benessere e con i progressi della scienza si è allungata anche la vita media delle persone.

Marcello incalza: lo sapevi che i miei genitori sono nati l’anno successivo alla chiusura delle case di tolleranza? Quell’anno ci fu un vero e proprio incremento delle nascite.

Carla ridendo, allora certe volte siamo anche noi come le piante che pensano alla continuazione della specie!

Marcello gongola, è qui dove ti volevo far arrivare, vedi ci sono situazioni base contenute ad esempio negli insegnamenti religiosi, come quello di “andate e moltiplicatevi”, ma di queste cose nessuno ne parla. Ti faccio un esempio, nello stato italiano si verifica da tempo una forte evasione fiscale e quali sono i provvedimenti? Ce n’è stato uno carino, una pubblicità per incoraggiare i cittadini a pagare le tasse, ma non ti pare un po’ poco? Chi ci guida ha timore a prendere posizioni decise, forse dovremmo prenderle noi, per quello che possiamo.

Allora te lo dico da marito e uomo di casa, andiamo in camera, senza precauzioni, questo tempo non tornerà.

Carla si scioglie in un abbraccio senza tempo.

Sono un drone


Sono un drone

 

Il ronzio prodotto è di un drone di nuova generazione. Sorvolo file interminabili di persone.

Mi avvicino, sono vestiti da ebrei, parlano ebraico. Cerco di capire perché sono in fila.

In fondo alla fila, in modo veloce e indolore un efficiente servizio medico applica una lingua metallica a tutti.

La lingua permetterà a tutti di parlare in tutte le lingue. Infine applicano un film protettivo colorato allo scopo di differenziare le idee politiche.

Dopo il trattamento gli ebrei escono contenti tra clangori metallici, tonfi sordi e lingue colorate.

La nuova lingua conferisce loro la capacità di parlare altre lingue, ma contiene un kit base delle conoscenze umane e tutti così si ritrovano di colpo intelligenti quanto basta o un poco più scemi di prima senza rendersene conto.

Sono solo un drone, sto sognando, ma mi viene comunque da domandarmi come mai tanta gente si sottopongono volontariamente a una così drastica mutazione del corpo, come se non gli bastasse quello che ha passato il popolo ebreo.

Vado a chiederlo a un ebreo in fila.

Mi risponde mesto che tutto il suo gruppo sta tentando di scrivere il destino dell’umanità e l’unico modo è quello di entrare a far parte di un partito; il prezzo da pagare è farsi bollare con una lingua metallica colorata.

Non posso dirgli il mio parere, non posso raccontargli la verità su quel film protettivo colorato e lui stesso scoprirà a sue spese che è facilmente sostituibile, sul kit base che livellerà le conoscenze umane a un minimo garantito non più modificabile, su chi ha ideato e progettato le lingue metalliche.

Il sogno finisce, il dialogo è spezzato dal rumore della sveglia, il pigiama leggermente sudato, il telecomando del drone sul comodino, mentre faccio scorrere la lingua umana tra i miei denti.

IN LIBRERIA


IN LIBRERIA

Nel silenzio delle pagine, soffocato dalle copertine, ecco si sprigiona una risata e il sorriso gioioso di ragazza accompagna un piccolo grido.
Se un libro suscita tanta ilarità, deve essere potente, come il racconto lampo, con pochi personaggi, anche nessuno, una storia senza inizio, senza fine e sospesa tra le pagine.
La seguo, cerco il libro, voglio anche io ridere come lei, inaspettatamente.
Cosa può aver letto? Farà anche a me lo stesso effetto?
Solo ora riesco ad osservare quanto accade intorno a me, seduto su una poltroncina, una musica di sottofondo mi accompagna nella lettura delle copertine, manifesti di incontri con gli autori celebrano libri famosi e sconosciuti scrittori.
Cosa serve per ridere? Basta davvero solo un libro?
Devo aspettare la ragazza alla cassa. Chissà se ha comprato il libro che l’ha fatta ridere, oppure ne avrà preso un altro. Perché forse quello, l’ha fatta ridere, ma le ha suscitato dei ricordi tristi.
Ma quando vedrò il nome del libro cosa deciderò?
Vorrò comprarlo anche io? Oppure la curiosità sarà molto forte e allora le chiederò cosa l’ha fatta ridere. E lei rimarrà sorpresa, non comprenderà come mai uno sconosciuto vuole osare tanto e chiedere una cosa così personale.
Devo avere la risposta pronta. Ho deciso quale sarà.
Le dirò che la risata e quel sorriso, erano motivi sufficienti, non potevo fare a meno di conoscerla.
Lei mi guarderà stupita chiedendomi cosa ha di particolare la sua risata.
Le dirò che grazie ai miei studi di psicologia, ho scoperto che il timbro di voce di una risata è come una impronta digitale, ma non è vero, non ho studiato psicologia, ma la battuta la fa ridere ancora, fa colpo, è proprio lei una psicologa e arrossirò come i bambini nel pieno di una vergogna.
I suoi occhi interlocutori si chiederanno cosa desidera questo curioso frequentatore della libreria.
Poteva trovare anche un altro modo per attaccare discorso, ma ormai è fatta!
Credo che usciremo mano nella mano dalla libreria.
Lei è così bella, mi guarda, la guardo. Abbiamo lo stesso libro. Anche la mia risata ha un tono simile.

Attesa


Attesa

Bar dell’ospedale, fumo di sigarette ai tavolini

molliche di pane agli uccellini

gente in fila, gente in coda

camici bianchi, verdi, celesti

si alternano ai volontari

un momento di ristoro della mente, del corpo

tra gli accendini

e squilli dei telefonini

ognuno la sua attesa, di un posto,

di riprendere il lavoro, della guarigione

o… della morte

le riflessioni si accavallano

come i tasti della macchina per scrivere

sulla faccia ognuno ha la sua storia già scritta

Cosa posso dire che altri non abbiamo già detto?

Una zingara accompagna il figlio piccolo vicino ai clienti

del bar per chiedere se qualcuno gli compra una brioche

Anche le pubblicità usano i minori per

ottenere maggior successo

il bambino, un’arma per convincere le persone

la compassione nell’uso quotidiano

cuori teneri come cioccolatini

osservo il rifiuto delle persone

il cuore non si scioglie

nessuno si ferma per dare monete ai bambini

Come mai ci sono persone che chiedono

l’elemosina?

Chissà se c’è qualcosa di sbagliato o di

rimediabile.

Uno Stato con un buon livello di civiltà

non dovrebbe avere all’interno dei propri

confini sacche di povertà.

Perché nessuno chiede a questa povera gente:

– Chi sei? Da dove vieni? Dove vuoi andare?-

Ma alla domanda chi deve farlo non c’è risposta,

nessuno lo sa.

I problemi di un paese sono sempre gli stessi

e si amplificano ogni volta.

Sento il bisogno di condividere, ringraziare, meditare

per qualcosa di utile, ma non per me.

Un uomo dà briciole di pane agli uccellini e mi osserva

mentre scrivo.

Poi l’uomo se ne va, gli uccellini girellano mesti dopo aver

beccato tutte le briciole microscopiche sotto la sua sedia.

Il sole invernale fa capolino tra le nuvole.

Un veloce ricambio dei vicini di tavolino, mi dà

l’opportunità di ascoltare i pettegolezzi di due infermiere

poi al loro posto arrivano due straniere,

parlano rumeno, penso che è giovedì pomeriggio e

quindi libera uscita per le badanti,

ma non è sicuro

osservo le dita di una di loro mentre fuma,

le punte di indice e medio sono completamente

ingiallite dalla nicotina

troppo fumo poco arrosto

è magrissima, molto alta

occhiali da sole le coprono occhi stanchi

una treccia le raccoglie i capelli multicolori

in buona parte bianchi,

ora impugna il mozzicone anche con il pollice

è più il tempo che tiene la sigaretta

di quello impiegato a fumare

ha una giacca di lana rosa

infeltrita in alcuni punti, in altri ha la lana

appallottolata ripiegata su sé stessa

mentre continua l’afflusso delle persone

l’amica ha iniziato a parlare a telefono

in italiano, forse non sono badanti

tra poco tocca a me vado nella sala

d’aspetto del reparto otorino

con giochini da bambini che servono

da trastullo prima delle visite

e i genitori più impauriti dei figli

mi tengono compagnia.

Chiamano per cognome, andiamo in due,

è un caso, alla stessa ora due persone con

lo stesso cognome, allora chiediamo il nome

non è la mia volta

me ne torno ad aspettare

l’attesa mi fa pensare alle cose inutili

agli oggetti buttati in pattumiera

allo scrollare su facebook

al tempo perso a cercare responsabilità altrui

alla nostalgia

ad arrabbiarsi inutilmente

e alla ricerca inutile della salute che

lentamente abbandona i corpi.

 

Perché rubi??


 

 

 

 

 

 

Perché rubi  ?

Essere o non essere? Denunciare o non denunciare, questo è il dilemma.

Far sapere allo Stato del furto subito o silenziosamente subire e accusare il colpo?

Mi era già successo e ci sono ricascato, nello stesso modo, come quando si fa un errore due volte, non si è imparato nulla.

La prima volta molti anni fa, davanti casa mi avevano rubato l’auto, l’avevo lasciata aperta.

Ho ripetuto l’errore lo scorso sabato mattina, giorno di mercato, ero tornato dall’orto, avevo lasciato aperta l’auto davanti casa per scaricare e mi era poi rimasta aperta.

Il sabato ci sono occasioni ghiotte, anziani a fare la spesa lasciano in vista portamonete nelle borse, c’è confusione, un terreno facile anche per auto incustodite.

È stato il momento adatto anche per introdursi nella mia auto rubare il navigatore e gli occhiali da sole.

La fiducia negli altri è una incognita misteriosa, per ognuno è diversa.

Ora ditemi pure che sono un bischero a lasciare la macchina aperta con oggetti di valore dentro.

Con il navigatore di dieci anni fa son più le volte che mi sono perso di quelle che mi ha portato nel posto giusto; mi spiace per il valore dovendolo ricomprare, ma mi rincresce più per gli occhiali, erano quelli di scorta, dei vecchi Persol vintage anni ‘80.

Ma mi voglio rivolgere a te, ladro, e ti voglio fare la domanda:

– perché rubi? Come mai ti attacchi a oggetti personali con valori esigui? Lo sai di essere un ladro di polli, non ti aiuterà molto quello che mi hai sottratto. Se ti è servito per esercitarti, devi sapere che stai perdendo la dignità. Non sei in grado di provvedere alla tua vita senza ricorrere ai beni di proprietà altrui, questo non è bene. Sei sicuro di aver fatto tutti i tentativi?

Se è la povertà che ti ha spinto ad agire così, sappi che persone molto più cattive di me si stanno organizzando per farla pagare a chi ruba.

Sappi anche che rischi molto in rapporto a quanto rubi, perché quelli che rubano miliardi, spesso non vanno nemmeno in galera. Quelli come te se presi in flagrante o visti con una telecamera, li sbattono dentro e dopo sarai segnato per sempre.

Se sei un ladro che lo fa di lavoro, ti ringrazio perché hai preso due cose senza rompere nulla, mi hai lasciato un poco in disordine, ma va bene, ci ho messo due minuti a rimettere a posto.

Voglio aggiungere che la prossima volta troverai ancora l’auto aperta, cercherò di non lasciare niente di interessante, e allora ti prego non spaccare nulla, fai conto che quella sia la tua auto.

Può darsi tu sia curioso e voglia chiedermi come mai lascerò l’auto aperta.

Voglio dirtelo, sai, sono convinto che viviamo meglio senza preoccupazioni, io non voglio proprio averle, voglio pensare che non debbano esserci ladri, perché il tuo non è un mestiere, è un lavoro sporco, fuori della legalità, pieno di rischi, sono quasi convinto che hai dovuto sceglierlo, e non ti piace.

Come nelle malattie cerco di prevenire invece di curare. Quello che sto facendo è pura prevenzione, la prevenzione non si fa mettendo barricate, ma facendo domande.

Non voglio che tu mi risponda, sarei felice tu possa leggerle e che ti possano aiutare a comprendere.

Voglio aggiungere che non farò nemmeno la denuncia; non trovo più la scatola del navigatore di dieci anni fa e senza la matricola è inutile, poi i Persol tigrati, non sono un pezzo unico, ma abbastanza raro poi di colore verde, e non si vede nessuno con occhiali del genere a giro, li riconoscerei tra mille.

Una cosa voglio dirti: sarebbe spiacevole incontrarti con i miei occhiali.

 

SUL TRENO


 

Sul treno

Sui binari della stazione, ragazze incuffiate, adulti chini su telefonini, sguardi attenti agli orari o a macchie sulla banchina. Attirano la mia attenzione i jeans sdruciti di una ragazza e stridono i freni di un treno seguiti da soffi delle porte, scendono i viaggiatori, dialetti africani si mescolano agli annunci di ritardi.

Un pallido sole riscalda la mattinata e alla panchina studentesse raccontano le loro avventure con gli ultimi videogiochi e di uno in particolare dove ci si deve nutrire più degli altri e si vince, non ho capito bene cosa.

Arriva il mio treno, monto sopra, davanti a una ragazza mora, vestita di nero, elegante. I nostri sguardi verso il finestrino.

Osservo il Frecciarossa, siamo partiti insieme, ci sorpassa subito. I contorni della città, avvolgono la stazione, con il suo traffico, le ZTL, i parcheggi, e le verdi colline riempiono i bordi del vetro del finestrino.

Scrivere è la mia terapia, la pasticca di oggi è la storia di un viaggio, davanti a una ragazza, gli occhi nascosti da occhiali scuri, lo sguardo sull’esterno, le cuffie connesse al cellulare, chissà se ascolta musica, un audiolibro, la radio. Chissà cosa sogna. Allora decido di entrare nei suoi sogni, salgo dalle scarpe da tennis, le calze a rete nere, ma non trovo la sede dei suoi pensieri, non è nella pancia, nemmeno nella testa, sta pensando con il cuore, credo sia innamorata, il suo volto è rilassato, ora chiude gli occhi, sta pensando alle vacanze in Irlanda, era con le amiche, ma al ritorno ha conosciuto l’amore, ora si arricciola i capelli, scruta il cellulare, china a scrivere, cerca risposte alle sue domande, le labbra serrate, sono i messaggi di persone alle quale vorrebbe smettere di rispondere, ma deve. La sede dei pensieri è cambiata, deglutisce più spesso, con un respiro affannato digita nervosamente con i pollici, poi abbandona il telefono, è una cosa che può rimandare. Solo la morte non si può rimandare. Tutto si risolve nel finestrino, mentre scorrono paesaggi la mia vicina di viaggio ora è più rilassata. Si tocca il rossetto, di un rosa acceso lucido. Riprende a scrivere osservo il suo biglietto ferroviario, me l’ha messo davanti come volesse mostrare la destinazione, è diretta a Siena, ma io scenderò prima, chissà cosa va a fare, potrei scoprirlo, ma non voglio, sono nel suo corpo. L’intruso curioso non resiste, è un incontro d’amore, una agenzia matrimoniale le ha fornito un appuntamento, lei si è messa in ghingheri, tra non molto incontrerà il suo bello. Le amiche sanno. I messaggi sono gli incoraggiamenti delle amiche.

Vedrà la persona che ha già immaginato dalla foto, ci parlerà.

Mentre scendo le faccio i miei migliori auguri, con il pensiero, non con le parole.

Le parole sono pericolose.

CONFLITTO


CONFLITTO

Domenica scorsa, Luigi rimase a piedi con la sua Y10 nuova mentre era in giro con la ragazza.

Il carro attrezzi, arrivato quasi subito, caricò l’auto tirandola su con il cavo d’acciaio.

Gridolini isterici di lei e raccapriccio misto a vergogna di lui diedero colore a quella domenica sera.

In fondo si trattava di un guasto, non era successo un incidente, niente di grave.

Luigi, un ex-meccanico riparatore di trattori e camion, sapeva cosa era successo, ma di domenica, con la ragazza, non aveva gli attrezzi giusti e non poteva far ripartire l’auto. Mario, l’autista del carro attrezzi un ex-compagno di scuola di Luigi portò l’auto alla sua officina.

Luigi e Mario dopo un freddoloso assaggio della scuola erano andati a lavorare presso un artigiano con una officina di riparazione camion e trattori.

Luigi si è specializzato nella riparazione di macchine da ufficio e l’altro si è dedicato alle auto con un’officina e camion per il soccorso stradale.

Ognuno dei due meccanici aveva capito di cosa si trattava, ci sono guasti che anche se sai di cosa si tratta non li puoi riparare per strada.

Lunedì mattina Luigi andò a trovare Mario all’officina, con le mani sporche di grasso questi gli andò incontro senza stringergli la mano. Non c’erano molte auto nell’officina, solo un maleodorante e intenso odore di olio bruciato.

Mario aveva già individuato il pezzo rotto, non aveva il ricambio e doveva ordinarlo, comunicò questo a Luigi, (lui fece finta di non aver capito che tipo di guasto era, ma lo sapeva benissimo)

– Bene, allora quando è che me la sistemi ? – chiese Luigi all’ex-compagno di scuola.

– Eh, non so, dipende da quando mi arriva il pezzo. –

– dai non la terrai mica un mese!-

– non lo so, ma se non mi arriva non posso farci nulla. –

Passarono venti giorni che per un auto ferma in officina sono un’eternità, come un gatto che arriva a venticinque anni.

Luigi ritirò l’auto con i soliti commenti del caso, che è una cosa indegna aspettare così tanto una riparazione, ma per fortuna alla fine il pezzo l’hanno inviato.

C’era qualcosa che gli puzzava, come qualcosa di segreto, inconfessabile, dietro quella riparazione così a lungo posticipata; un pezzo non ci mette tanto ad arrivare!

Passa qualche mese e ancora una volta a giro con la ragazza, l’auto si ferma e sembra proprio lo stesso guasto. La ragazza grida più forte della prima volta, ma poi monta su un altro carro attrezzi perché questa volta i due erano andati al mare.

Il meccanico li accompagna a casa. Per fortuna casa e meccanico erano in prossimità della zona del guasto.

Il proprietario della concessionaria Autobianchi nella località balneare il giorno dopo telefonò a Luigi e gli comunicò che l’auto era pronta per il ritiro, e che doveva fargli vedere una cosa.

La faccia di Luigi sbiancò quando vide il pezzo rotto della sua auto, non credeva ai suoi occhi.

Il pezzo sostituito da Mario era un pezzo usato, non poteva essersi ridotto in quel modo in così poco tempo: completamente finito!

Quando Giorgio, il meccanico della concessionaria in tuta blu, glielo consegnò gli disse:

– questo non può essere un pezzo nuovo, si vede che è stato cambiato, non è di questa auto, ha tutti i denti degli ingranaggi rovinati e finiti, non ha meno di 100.000 chilometri e si è rotto-

Luigi non lo stava ascoltando. Pensava già a cosa dire a quell’ex-compagno truffaldino, pensava che la soddisfazione di un addio è un momento di liberazione, che la vendetta è un piatto che va servito freddo, che magari si sarebbero potuti offendere e avrebbero potuto anche andare alle mani.

Pensò infine che alla fine aveva perso solo un amico, ma questa perdita non era un gran valore.

Non mise più piede nella sua officina.

Il ragionamento di Luigi non faceva una piega: – se non hai i pezzi di ricambio e metti pezzi usati, almeno dillo agli amici, bastava saperlo prima, ma non prenderli per scemi! –

LA ZUPPIERA


fico-frescoLA ZUPPIERA

-Ciao! Sono Letizia, sono venuta a prendere i kiwi-

-Eccoli, sono qua sul baule prendine una confezione, sono tutte da cinque kg. Sono stato stamani dal produttore. Era un freddo becco. Ne devo distribuire ottanta kg. Io vedo sempre le tue mail, tu al gruppo di acquisti sei referente della carne, non ci eravamo mai incontrati.-

-Si, non è molto che sono nel gruppo, sono di un paese vicino, non ero mai venuta da te a casa, ma che bella zuppiera sul baule!-

Letizia punta decisamente lo sguardo su quel soprammobile ormai lì da anni, circondato dalle confezioni di kiwi da consegnare. Non posso che dare maggiori informazioni sull’oggetto.

-Era di mia nonna, questa era completa e allora l’ho messa in vista, ne avrei un altra molto più antica, ma era senza coperchio.-

-Sono oggetti molto belli, io me ne intendo-

Io pensavo fosse  Ginori  e lei invece prende rapidamente la zuppiera, l’alza e scruta curiosa il timbro, poi afferma felice :

– É Laveno ! , ha comunque un discreto valore.

Ecco che mi si apre il canale dei ricordi, quando quella zuppiera era nel salotto, la parte più fredda della casa, esposta a nord, ma adatta alla conservazione dei cibi, specie quelli che non vanno messi in frigorifero, ma nemmeno dimenticati.

La zuppiera era sopra ad un mobile in palissandro anni ‘50, ce la metteva la nonna in Ottobre appena aveva finito di preparare la sua specialità: i fichi caramellati.

Il fico dietro casa al massimo della produzione in settembre ci regalava panieri colmi di fichi, quell’albero dalla corteccia grigia, liscia, riesco ancora vederlo, nella memoria fotografica.

I ricordi vanno alimentati e sostenuti come i bambini piccoli. Non posso raccontare a Letizia le immagini che mi scorrono nella mente, allora le scrivo, mentre mi affaccio alla finestra e lo vedo, l’albero della mia infanzia, piantato prima che io nascessi, ci montavo da piccolo con mio padre, mi insegnava a cogliere i fichi. Oltre a dotarmi di una robusta scala in legno mi ero provvisto di una forcella costruita con una canna; un attrezzo speciale per cogliere i fichi da terra.

Il fico ne produceva una notevole quantità, li regalavo alle signore del vicinato, ma la nonna ci faceva anche la marmellata e i fichi secchi caramellati.

Quest’ultimi poi li metteva nella zuppiera di porcellana, non duravano molto, c’erano molti ghiotti in casa e non andavano mai a male.

Sono trenta anni che il fico è stato abbattuto, ma ancora vive nei ricordi, ogni tanto qualche oggetto di casa fa riaffiorare con forza le sue immagini.

Quando ripeschi un oggetto particolare è come ritrovare un figliol prodigo, lo riprendi tra le mani, con delicatezza, pensi ai morbidi e dolci fichi caramellati, alle persone care.

Non capita spesso di vagare nei ricordi alla ricerca di un oggetto, magari un oggetto che rappresenti la famiglia.

Niente più di un oggetto ci può ricordare chi non è più con noi.