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migliorare il proprio paese e non solo


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LA COPERTA


La coperta

Quando si scrive per fare chiarezza, se non ci si spiega molto bene con molta probabilità si alimenta solo confusione.

L’intento di questo articolo è di spiegare quello che abbiamo in termini di tasse imposte tributi.

Ci hanno provato in tanti, e dalla nascita dello Stato Italiano è sempre stato un continuo aggiungere, senza mai togliere.

Anche se le classificazioni le avevo studiate a scuola, solo con la pratica riesci a capire le differenze.

Il primo e lontano ricordo risale al cicerone.

– Prendimi un cicerone! – mi disse l’impiegata anziana al termine del lavoro di battitura del contratto. Nella rubrica cartonata, dopo i francobolli il titolare della ditta aveva raggruppato ciceroni di vari colori e valori.

Il cicerone era il nome convenzionale della marca da bollo da applicare sui contratti. Si trattava di un francobollo con l’immagine di Cicerone e conferiva ai fogli protocollo uso bollo una connotazione di sobrietà.

Il bollo, le marche da bollo sono La “marca da bollo” è una carta-valore, in pratica un francobollo da annullare per convalidarne l’uso inventato nel ‘700 per tassare vari prodotti (la più tipica è l’adesivo dei tabacchi) od a contribuire alle spese relative a certi atti pubblici. Fu introdotta in Italia fin dal 1863 (l’impalcatura amministrativa del Regno fu poi sancita nel 1865, quindi due anni dopo!) come pagamento per la convalida di atti e documenti pubblici (ad esempio: domande che comportavano l’emissione di atti amministrativi quale una licenza di commercio, un passaporto – od il rinnovo di questi, atti notarili, dichiarazioni, certificazioni, ecc.).

Proprio per questo oltre a differenziasi per importo si dividono anche in categorie, i principali essendo “Atti amministrativi” ed “Atti giudiziari”

Dal giugno del 2005 al settembre 2007 le marche da bollo tradizionali sono stati affiancate da contrassegni di tipo autoadesivo, rilasciati per via telematica dall’Agenzia delle Entrate nei punti di rivendita, in genere i tabaccai.

Ovviamente è solo la oculata scelta fatta dall’UCAS (Ufficio Complicazioni Affari Semplici) che anche con la nuova procedura si debba specificare il tipo di MARCA, ma almeno il tipo dovrebbe essere spiegato nelle istruzioni delle varie documentazioni da presentare… il guaio è che quasi mai (capita a tutti) abbiamo la pazienza di leggere sino in fondo, leggiamo “marca da bollo da ..” e non guardiamo mai il tipo.

Il guaio è che se la marca è di importo esatto, ma di tipo sbagliato inizia un processo di regolarizzazione che – oltre a comportare un costo elevato – blocca l’iter in attesa della regolarizzazione, in caso di presentazione della domanda.

Probabilmente è peggio con le marche da attaccare ai documenti in sede di rilascio, qualcuno potrebbe ritenerli non validi.

Sappiamo che lo Stato ricorre ad entrate, sia di natura pubblica sia di natura privata, per far fronte alla proprie finalità istituzionali (esigenze di spesa e intervento nell’economia), garantendo così a tutti i soggetti la fruizione di determinati servizi essenziali, quali ad esempio l’istruzione, l’assistenza sanitaria, i trasporti, l’ordine pubblico ecc.

La stragrande maggioranza di queste entrate è di natura fiscale, ossia è conseguita attraverso l’istituzione, l’imposizione e la riscossione dei tributi.

I tributi sono prestazioni patrimoniali coattive, di regola pecuniarie, stabilite dallo Stato – in forza della propria sovranità – con legge o con atti ad essa equiparati (decreti leggi e decreti legislativi).

Ciò detto, è necessario evidenziare che i tributi si differenziano tra loro a seconda del presupposto (ovvero della situazione, del fatto o dell’evento, comunque lo si voglia chiamare) a cui la legge ricollega la loro nascita. I fatti che determinano il sorgere dell’obbligazione tributaria sono tra loro molto diversi, anche se tutti sono suscettibili di valutazione economica.

Nel linguaggio corrente i termini tassa, contributo e imposta vengono spesso utilizzati in modo equivalente, ma in realtà, in sede giuridica, tali espressioni individuano tributi tra loro molto diversi. Vediamoli di seguito nei loro elementi essenziali.

La tassa è un tributo che il singolo soggetto è tenuto a versare in relazione ad un’utilità che egli trae dallo svolgimento di un’attività statale e/o dalla prestazione di un servizio pubblico (attività giurisdizionale o amministrativa) resi a sua richiesta e caratterizzati dalla “divisibilità”, cioè dalla possibilità di essere forniti a un singolo soggetto.

In sostanza è una prestazione patrimoniale dovuta in relazione all’espletamento di un servizio svolto su espressa richiesta del soggetto contribuente.

A titolo esemplificativo si possono menzionare la tassa per la raccolta dei rifiuti, la tassa scolastica, la tassa sulle concessioni governative, la tassa per l’occupazione di spazi e arre pubbliche ecc.

La tassa non deve essere confusa con le tariffe versate dall’utente per la fruizione di determinati servizi pubblici quali, ad esempio, il trasporto ferroviario, il servizio postale e telefonico, le forniture dei gas, elettricità e acqua e così via; in questi casi, infatti, si è di fronte a veri e propri corrispettivi (prezzo) di natura contrattuale e non legale, mentre la tassa è un tributo e, come tale, può essere stabilita solo con legge.

L’imposta si caratterizza per il fatto che il suo presupposto – evento valutabile economicamente – è realizzato dal soggetto passivo e non presenta alcuna relazione con lo svolgimento da parte dell’Ente pubblico di una particolare attività o di un servizio.

Così, ad esempio, è l’operaio, e /o il dirigente che, prestando la loro attività alle dipendenze di un’impresa, pongono in essere il presupposto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, ovvero, facendo un altro esempio, è l’imprenditore che svolgendo un’attività produttiva realizza personalmente il fatto (attività d’impresa) dal quale deriva l’obbligazione d’imposta.

Ancora, chi è il proprietario di un immobile, e quindi è titolare di un bene che produce un reddito (rendita fondiaria o canone di locazione), è soggetto all’imposta sul reddito delle persone fisiche (salvo che l’immobile non sia configurabile come abitazione principale) e all’imposta comunale sugli immobili (ICI). L’imposta può presentare caratteristiche diverse a seconda degli eventi economici che ne impongono l’applicazione e conseguentemente può essere suscettibile di differenti classificazioni (dirette e indirette, generali o speciali, personali o reali, proporzionali, progressive e regressive ecc.).

Nel linguaggio quotidiano ci capita di parlare indifferentemente di tasse e imposte, volendo indicare genericamente dei tributi che siamo obbligati a versare all’erario.

Non tutti sanno esattamente la differenza tra tassa e imposta: proveremo a spiegarla in maniera molto semplice.

La tassa è un tributo che è sempre collegato ad una determinata prestazione offerta dallo Stato ed ha come presupposto la richiesta, o almeno la fruizione, di questa specifica prestazione. Ad esempio esistono le tasse scolastiche, la tassa di concessione governativa, la tassa per l’occupazione di suolo pubblico, etc. Il contribuente è obbligato a versare una certa somma in corrispondenza di quello specifico servizio.

Le imposte invece non hanno questo presupposto e non sono direttamente collegate ad un servizio corrisposto dalla Pubblica Amministrazione.

Soprattutto, il soggetto le subisce passivamente in virtù non di un servizio pubblico, ma di una situazione patrimoniale personale.

Le imposte si suddividono ulteriormente in imposte dirette quando colpiscono la ricchezza nel momento in cui viene prodotta (IRPEF, redditi da capitale) e indirette quando colpiscono la ricchezza nel momento in cui viene spesa o consumata.

Ora dopo questa lunga introduzione, voglio aggiungere una esperienza personale, in quanto socio di una associazione senza fini di lucro.

Lo scorso anno e nei primi mesi del 2017 abbiamo organizzato eventi culturali legati alla valorizzazione del nostro territorio, presenti storici e letterati, abbiamo fatto conoscere ai presenti certi luoghi poco conosciuti. Al termine insegnanti del locale istituto alberghiero con gli allievi hanno effettuato la somministrazione di alimenti.

Ci è arrivato da pagare una cifra dalla Asl, che ci parifica ad una azienda di somministrazione alimenti, quando in realtà la nostra attività è stata un evento occasionale.

In pratica ci hanno appiccicato un cicerone da 38 euro solo per dire che la Asl sa che verranno somministrati alimenti. Sono quelle cose che si devono pagare e basta e non si riesce a capire perché.

Ma se succede qualcosa e qualcuno si sente male? Ho capito, va bene, ma non è che se ho pagato la tassa alla Asl questo è un parafulmine e mi tutela come l’assicurazione grandi rischi, come al solito, è una coperta troppo corta.

Le regole sono cambiate, e per certi versi non sono cambiate in meglio. Un altro ricordo mi risuona, è il compleanno della figlia all’interno della scuola materna. I genitori oltre venti anni fa potevano partecipare al pranzo con i bambini, fare delle foto ai ragazzi, portare la torta per tutti, una festa aperta, un momento di svago. Tutto cambiato, ora non si può portare niente a scuola e non va bene nemmeno i prodotti con lo scontrino del pasticciere, ci vuole roba confezionata. Le fotografie non scherziamo, è diventata una cosa pericolosa a causa della privacy. Sembra ci sia coinvolto anche wikileaks. No via, scherzo.

Mi chiedo cosa può essere accaduto. Sarà venuto un corpo sciolto a qualcuno e ha sporto denuncia ?

Tributi tasse imposte sono tanto aumentate nel tempo senza che nessuno sia titolato a dire la parola : “basta”.

Ognuna è correlata a una struttura che l’ha ideata, progettata, per portare denaro alla pubblica amministrazione, con preciso riferimento al proprio capannello.

Con l’assommarsi di balzelli di ogni genere, anche quando il capannello non esiste più, spesso rimane la tassa che lo alimentava, infatti chi si può permettere di togliere tasse desuete?

Siccome anche togliere le tasse comporta lavoro, ecco che … è più semplice lasciarle!

Questa è la storia, può darsi arrivino tanti esperti a smentirla, ma la percezione dei cittadini è precisa, fin troppo.

Un esempio ? Non molti anni fa gli oneri di urbanizzazione di una villetta ammontavano a quasi 40.000 euro e poi la villetta avevano da farla… Non mi pare bassa la cifra da versare nelle casse delle amministrazioni locali.

Quando fa freddo e abbiamo una coperta corta da qualche parte ci si scopre e si prende freddo.

Dobbiamo conoscere i limiti di uno stato che impone gabelle.

Le imposizioni di balzelli che alimentano uffici inutili sono inutili a loro volta.

Qualcuno ha pensato a un censimento delle imposte e tasse e chi potrebbe effettuarlo ?

Pensiamoci, e grazie per il tempo dedicato a questa mia riflessione.

Fonti :

http://www.simone.it/economia/sos/19.htm

http://www.infoconsumatori.com/differenza-tra-tassa-e-imposta.htm


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CONFLITTO


CONFLITTO

Domenica scorsa, Luigi rimase a piedi con la sua Y10 nuova mentre era in giro con la ragazza.

Il carro attrezzi, arrivato quasi subito, caricò l’auto tirandola su con il cavo d’acciaio.

Gridolini isterici di lei e raccapriccio misto a vergogna di lui diedero colore a quella domenica sera.

In fondo si trattava di un guasto, non era successo un incidente, niente di grave.

Luigi, un ex-meccanico riparatore di trattori e camion, sapeva cosa era successo, ma di domenica, con la ragazza, non aveva gli attrezzi giusti e non poteva far ripartire l’auto. Mario, l’autista del carro attrezzi un ex-compagno di scuola di Luigi portò l’auto alla sua officina.

Luigi e Mario dopo un freddoloso assaggio della scuola erano andati a lavorare presso un artigiano con una officina di riparazione camion e trattori.

Luigi si è specializzato nella riparazione di macchine da ufficio e l’altro si è dedicato alle auto con un’officina e camion per il soccorso stradale.

Ognuno dei due meccanici aveva capito di cosa si trattava, ci sono guasti che anche se sai di cosa si tratta non li puoi riparare per strada.

Lunedì mattina Luigi andò a trovare Mario all’officina, con le mani sporche di grasso questi gli andò incontro senza stringergli la mano. Non c’erano molte auto nell’officina, solo un maleodorante e intenso odore di olio bruciato.

Mario aveva già individuato il pezzo rotto, non aveva il ricambio e doveva ordinarlo, comunicò questo a Luigi, (lui fece finta di non aver capito che tipo di guasto era, ma lo sapeva benissimo)

– Bene, allora quando è che me la sistemi ? – chiese Luigi all’ex-compagno di scuola.

– Eh, non so, dipende da quando mi arriva il pezzo. –

– dai non la terrai mica un mese!-

– non lo so, ma se non mi arriva non posso farci nulla. –

Passarono venti giorni che per un auto ferma in officina sono un’eternità, come un gatto che arriva a venticinque anni.

Luigi ritirò l’auto con i soliti commenti del caso, che è una cosa indegna aspettare così tanto una riparazione, ma per fortuna alla fine il pezzo l’hanno inviato.

C’era qualcosa che gli puzzava, come qualcosa di segreto, inconfessabile, dietro quella riparazione così a lungo posticipata; un pezzo non ci mette tanto ad arrivare!

Passa qualche mese e ancora una volta a giro con la ragazza, l’auto si ferma e sembra proprio lo stesso guasto. La ragazza grida più forte della prima volta, ma poi monta su un altro carro attrezzi perché questa volta i due erano andati al mare.

Il meccanico li accompagna a casa. Per fortuna casa e meccanico erano in prossimità della zona del guasto.

Il proprietario della concessionaria Autobianchi nella località balneare il giorno dopo telefonò a Luigi e gli comunicò che l’auto era pronta per il ritiro, e che doveva fargli vedere una cosa.

La faccia di Luigi sbiancò quando vide il pezzo rotto della sua auto, non credeva ai suoi occhi.

Il pezzo sostituito da Mario era un pezzo usato, non poteva essersi ridotto in quel modo in così poco tempo: completamente finito!

Quando Giorgio, il meccanico della concessionaria in tuta blu, glielo consegnò gli disse:

– questo non può essere un pezzo nuovo, si vede che è stato cambiato, non è di questa auto, ha tutti i denti degli ingranaggi rovinati e finiti, non ha meno di 100.000 chilometri e si è rotto-

Luigi non lo stava ascoltando. Pensava già a cosa dire a quell’ex-compagno truffaldino, pensava che la soddisfazione di un addio è un momento di liberazione, che la vendetta è un piatto che va servito freddo, che magari si sarebbero potuti offendere e avrebbero potuto anche andare alle mani.

Pensò infine che alla fine aveva perso solo un amico, ma questa perdita non era un gran valore.

Non mise più piede nella sua officina.

Il ragionamento di Luigi non faceva una piega: – se non hai i pezzi di ricambio e metti pezzi usati, almeno dillo agli amici, bastava saperlo prima, ma non prenderli per scemi! –


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RITORNO A GUEBWILLER


RITORNO A GUEBWILLER

Dal 2 al 6 Marzo 2017 sono ritornato in luogo già visitato, l’Alsazia.

Non è stato come la prima volta.

Non si possono ripetere le esperienze e goderne nello stesso modo.

Le aspettative sono diverse, quando conosci già dei luoghi non puoi che limitare le attese, hai già fatto le foto e di sicuro ne farai un numero minore.

Cerchi allora stimoli diverse, nelle stesse cose, le provi a osservare in un altro modo.

Ecco l’utilità del comitato di gemellaggio, la forza delle relazioni sociali e di amicizia tra abitanti di paesi diversi apre una strada nuova.

I gemelli francesi ci accompagnano nei luoghi programmati, si prendono carico della gestione della numerosa comitiva di novantatré persone, composta da adulti di Castelfiorentino e dalle tre classi dell’Istituto alberghiero Enriques, con i professori.

Il risultato è fantastico.

Si ripete in modo eccellente e con notevoli migliorie un preciso programma di ospitalità con l’unico scopo di valorizzare le risorse locali, scambi interculturali e commerciali.

Può capitare che se viene un turista a Castelfiorentino, magari gli si consiglia di andare a visitare Firenze, Pisa o Siena.

Fino a che non impareremo a valorizzare al meglio il nostro territorio tutti insieme, non potremo dare risposte univoche.

A Guebwiller l’hanno fatto, ci hanno copiato, migliorando la qualità delle loro capacità ricettive. Una delegazione da Guebwiller con il sindaco è già stata ospitata in Maggio 2016 con l’aiuto del nostro comitato di Castelfiorentino e avevamo utilizzato modalità simili.

Ogni cosa realizzata da altri può essere ripetuta aggiungendo del nostro, perché anche noi possiamo copiare da chi è più bravo, non è la scuola!

Quando toccherà a noi ospitarli, potremo migliorare il nostro livello di offerta delle strutture.

Le idee dei francesi per futuri sviluppi del gemellaggio sono state numerose, dalla pièce teatrale, preparare un logo, attivare una base di volontariato, attivarsi in occasione delle manifestazioni, fino al coinvolgimento delle imprese per la promozioni di prodotti enogastronomici, perché gastronomia è cultura.

Hanno un tessuto sociale ricco, con molto volontariato, attivo in molti ambiti, con dodicimila abitanti, hanno oltre cinquanta associazioni.

Il loro comitato di gemellaggio è una sorta di organismo di riferimento soprattutto per una associazione che si occupa di effettuare eventi e canalizzare gli aiuti dei cittadini, ma hanno iniziato a rapportarsi molto bene anche con altre associazioni.

Anche i francesi hanno la burocrazia come noi e forse peggio per certi versi.

Un comitato di gemellaggio in Francia e in Italia è come un ministro senza portafoglio.

Pochi sanno che esiste, non ha soldi da spendere e nemmeno per farsi conoscere.

Chi appartiene al comitato si sforza di raccogliere denaro e spesso deve metterlo di tasca propria.

Non è facile comunicare ai compaesani la propria realtà anche se a Guebwiller ha circa tremila dei propri residenti di origine italiana o parla italiano, i componenti vorrebbero essere famosi come la regina di Inghilterra anche se si attivano come lei solo per eventi e cerimonie.

Purtroppo anche farsi conoscere costa, i social ci aiutano, ma devono essere condivisi altrimenti riescono solo a realizzare ottime feste private con i soliti personaggi.

L’evento di degustazione è stato molto apprezzato dai cittadini francesi, ci sono stati scritti articoli di giornale, i presenti erano contentissimi, purtroppo in rapporto agli abitanti, il Sabato pomeriggio non erano molti i cittadini di Guebwiller nella grande sala con gli studenti toscani nelle loro divise da cuochi e camerieri.

L’ho fatto presente al sindaco, ma non con tono di lamentela, ma di un leggero rammarico per la quantità di materiale in eccesso, si aspettava la domanda, e mi ha detto che non importa, per la prima volta, la cosa è risultata ottimamente riuscita.

Ho notato cambiamenti organizzativi nel comitato francese.

Ci hanno fatto visitare il paese di Guebwiller, ho scoperto essere molto simile al nostro paese per un passato di enormi aziende manifatturiere nel settore tessile, ma anche dotato di chiese e musei con storie molto interessanti, e nei viaggi precedenti non venivano mostrate.

Alcuni componenti del comitato francese hanno diviso la numerosa comitiva in tre gruppi e organizzato la visita a piedi nel paese per consentire una maggiore fruibilità e comprensione delle guide bilingue.

Una scoperta interessante è stata quella in occasione del pranzo presso una società sportiva recentemente costituita a seguito della fusione di tre piccole società sportive.

C’erano tre società, con problemi finanziari in ognuna. Ogni società sportiva aveva il proprio colore, la propria storia, c’erano da mantenere dei valori come l’amore per lo sport da parte dei ragazzi e la necessità vederli continuare a correre sui campi di calcio.

Ci racconta uno dei gestori della nuova società che la prima cosa da superare era la scelta del colore delle maglie.

Non doveva essere il colore di una delle tre maglie, ma sicuramente un colore diverso.

Il racconto di questa parte è a voce bassa come per dare attenzione alle parole. Ogni volta che andava al campo per l’apertura dei cancelli, la pulizia del campo, non poteva immaginare di vedere il campo senza giovani a correre sull’erba, a causa di un imminente fallimento societario.

Forse quell’immaginazione ha dato a lui una forza particolare, quanto basta per trovare una soluzione.

Si è fatto avanti Bernard Genghini ex giocatore della nazionale francese, e ha proposto di guidare la nuova società. La società sportiva si è costituita e adesso gestisce oltre trecentocinquanta ragazzi tutti con maglie di colore blu.

Abbiamo pranzato in una grande sala presso il campo di calcio, oltre cento persone, alla fine del pranzo Genghini ci ha raccontato di aver giocato in quel campo in gioventù ed è stata la sua prima squadra.

Gestire un gruppo di cento persone in visita nel proprio paese non è stata una cosa facile, soprattutto per gli autobus con il limite di guida di dodici ore ogni giorno e gli alberghi dislocati a distanza di cinque km l’uno dall’altro, ma solo uno di questi attrezzato per la somministrazione del pasto serale a tutta la comitiva.

Gli errori si fanno per non ripeterli, abbiamo apprezzato lo sforzo dei francesi per accompagnarci con le auto di alcuni componenti del comitato. Non avevamo ricordato loro le regole dei nostri autisti, non avevamo previsto lo spostamento dopo la cena per accompagnare il gruppo all’albergo senza il ristorante. Loro ci avevano comunicato pochi giorni prima il programma definitivo.

Si è trattato di un insieme di eventi imprevisti che i gemelli francesi hanno gestito in modo splendido.

Non è stato facile coordinare le esigenze dei sessanta ragazzi, la necessità di fare esperienze di cucina, ricevimento, sala, come i loro coetanei dell’Istituto Alberghiero J. Storck di Guebwiller.

Il viaggio si è concluso con la visita dell’istituto Storck e credo per i ragazzi del nostro istituto alberghiero sia stato una vera fortuna poter vedere una scuola che all’occasione si trasforma in una vera e propria impresa quando si attiva con la ristorazione o la ricettività dei suoi stessi allievi.

Quando un viaggio non è solo un viaggio, ma una visita guidata nella casa del proprio vicino, questa non può che alimentare continui scambi in un crescendo di esperienze positive.

Desiderare un gemellaggio con la partecipazione dei cittadini è come quello che sto facendo con la scrittura, si tratta di guardare oltre quello che vedono gli occhi.

Credo che in questo viaggio sia accaduto una cosa bellissima, il cuore si è dotato di occhi per vedere ancora più lontano.

Questo è l’augurio che vorrei accompagnasse il percorso di coloro che si sentiranno di seguire lo spirito del gemellaggio o tracciarne altri con occhi diversi: vedere con gli occhi del cuore.


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LA ZUPPIERA


fico-frescoLA ZUPPIERA

-Ciao! Sono Letizia, sono venuta a prendere i kiwi-

-Eccoli, sono qua sul baule prendine una confezione, sono tutte da cinque kg. Sono stato stamani dal produttore. Era un freddo becco. Ne devo distribuire ottanta kg. Io vedo sempre le tue mail, tu al gruppo di acquisti sei referente della carne, non ci eravamo mai incontrati.-

-Si, non è molto che sono nel gruppo, sono di un paese vicino, non ero mai venuta da te a casa, ma che bella zuppiera sul baule!-

Letizia punta decisamente lo sguardo su quel soprammobile ormai lì da anni, circondato dalle confezioni di kiwi da consegnare. Non posso che dare maggiori informazioni sull’oggetto.

-Era di mia nonna, questa era completa e allora l’ho messa in vista, ne avrei un altra molto più antica, ma era senza coperchio.-

-Sono oggetti molto belli, io me ne intendo-

Io pensavo fosse  Ginori  e lei invece prende rapidamente la zuppiera, l’alza e scruta curiosa il timbro, poi afferma felice :

– É Laveno ! , ha comunque un discreto valore.

Ecco che mi si apre il canale dei ricordi, quando quella zuppiera era nel salotto, la parte più fredda della casa, esposta a nord, ma adatta alla conservazione dei cibi, specie quelli che non vanno messi in frigorifero, ma nemmeno dimenticati.

La zuppiera era sopra ad un mobile in palissandro anni ‘50, ce la metteva la nonna in Ottobre appena aveva finito di preparare la sua specialità: i fichi caramellati.

Il fico dietro casa al massimo della produzione in settembre ci regalava panieri colmi di fichi, quell’albero dalla corteccia grigia, liscia, riesco ancora vederlo, nella memoria fotografica.

I ricordi vanno alimentati e sostenuti come i bambini piccoli. Non posso raccontare a Letizia le immagini che mi scorrono nella mente, allora le scrivo, mentre mi affaccio alla finestra e lo vedo, l’albero della mia infanzia, piantato prima che io nascessi, ci montavo da piccolo con mio padre, mi insegnava a cogliere i fichi. Oltre a dotarmi di una robusta scala in legno mi ero provvisto di una forcella costruita con una canna; un attrezzo speciale per cogliere i fichi da terra.

Il fico ne produceva una notevole quantità, li regalavo alle signore del vicinato, ma la nonna ci faceva anche la marmellata e i fichi secchi caramellati.

Quest’ultimi poi li metteva nella zuppiera di porcellana, non duravano molto, c’erano molti ghiotti in casa e non andavano mai a male.

Sono trenta anni che il fico è stato abbattuto, ma ancora vive nei ricordi, ogni tanto qualche oggetto di casa fa riaffiorare con forza le sue immagini.

Quando ripeschi un oggetto particolare è come ritrovare un figliol prodigo, lo riprendi tra le mani, con delicatezza, pensi ai morbidi e dolci fichi caramellati, alle persone care.

Non capita spesso di vagare nei ricordi alla ricerca di un oggetto, magari un oggetto che rappresenti la famiglia.

Niente più di un oggetto ci può ricordare chi non è più con noi.


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LA FAME


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LA FAME

La pastasciutta era fumante in tavola, televisione accesa con la prova del cuoco, la famiglia riunita ci apprestavamo a mangiare insieme come ogni giorno.

Un giorno come tanti altri, assistetti a un epilogo infelice per il solito ospite, l’irrefrenabile Beppe Bigazzi. Non c’era la Clerici, era un giorno di Febbraio 2010. Beppe inizia argomentando che in Febbraio chi non ha ciccia mangia il gatto, infatti dice lui Febbraio-gattaio.

Nessuno si sarebbe aspettato una ricetta in cui l’ingrediente principale è …”il gatto”.

In modi precisi e dettagliati il dotto conoscitore di alimenti, cibi, ricette, ma anche di vita e cultura italiana spiegò come lui stesso provvedeva a prepararli e cucinarli.

La procedura era di spurgare la carne per diversi giorni nel vicino torrente Ciuffenna e quindi la cottura mi pare arrosto.

Da quella volta non abbiamo più visto Bigazzi alla Rai per diversi anni.

Associazioni animaliste lamentarono e chiesero l’espulsione dell’esperto di cucina dal programma.

Non che il Bigazzi fosse un angioletto, spesso litigava in diretta con cuochi offendendoli anche in malo modo. Con quella operazione è stata soffocata la storia, la cultura che sta dietro ai tegami.

La moderna società ci ha fatto dimenticare i motivi, le ragioni per le quali il Bigazzi avesse introdotto nel menù il gatto, non che dovesse mangiarlo nessuno.

Raccontava solo una storia, vera, ed è seguita con la sua espulsione. Potete rivederla su youtube.  COME SI MANGIA IL GATTO – RICETTA

In novembre dello stesso anno eccoti una legge che punisce anche con la reclusione chi tratta male gli animali domestici. NORMATIVA DI RIFERIMENTO

Non ho niente contro gli animali domestici, ho il massimo rispetto per chi ha animali, li accudisce ed assiste come persone. Non voglio nemmeno perder tempo a difendere Bigazzi.

Voglio anche però raccontarvi di una avventura occorsa in una vacanza in Sardegna 1998, vicino Cabras, bellissima penisola del Sinis, terra con molti campi coltivati, pianura perfetta.

Avevo portato la mountain byke in vacanza, una mattina partii presto, verso le 7.00, sentii abbaiare, da un campo sbucò un’orda di cani guidati da un enorme pastore maremmano (almeno 20 bestie).

Nelle vicinanze non c’era nessuno per chiedere aiuto, per diversi chilometri nemmeno una casa.

Sudai freddo, sapevo benissimo che se mi agguantavano non avrei avuto scampo, per fortuna avevo il rapporto giusto per lo scatto, per almeno cinquanta metri mi stettero a ruota, poi forse perché non gli interessava più seguirmi, o ero più veloce, mi allontanai dal pericolo. Forse avevano fame, e avrei fatto una brutta fine, la fine del gatto.

In origine se certi italiani mangiavano i gatti spesso succedeva per altri motivi, era per fame, forse gli animalisti non l’hanno mai provata e non hanno avuto nemmeno un’orda di cani dietro come me.

Sembra che nonostante la legge punitiva gli italiani si mangino ancora oltre 7.000 gatti l’anno, quindi…. perché si fanno queste leggi ? Solo per adeguarsi alla comunità europea che ce l’ha chiesto? C’è davvero bisogno delle leggi per rafforzare il rispetto degli animali ?

E’ forse facendo cacciare Bigazzi e non parlando delle nostre origini che si ottiene il rispetto degli animali ? Vi siete mai chiesti quanti uccelli mangia un gatto selvatico ?


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L’ALBERO


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L’ALBERO

Siamo stati educati fin da piccoli al rispetto di quanto abbiamo intorno a noi, imparando a nostre spese regole e leggi.

Talvolta le abbiamo scavalcate, altre ci siamo adeguati alle necessità.

Come alberi ci hanno messo tutti in fila, eravamo troppo impegnati a superare l’altro, prendere più luce. O luce o morte. Sviluppo a tutti i costi.

Oppure ci hanno relegato su una collina. Sole, vento e intemperie senza nessuna protezione e allora è stato difficile resistere, ma dalle debolezze nascono forze incredibili, e siamo diventati come gli alberi isolati, tozzi e robusti.

Tanti luoghi diversi ci hanno permesso di crescere, tanti contatti hanno stimolato la nostra crescita.

Il cambio delle stagioni ci regalava forme nuove, frutti prelibati da offrire a chi poteva cogliere il nostro prodotto, il nostro modo di essere al mondo.

Ci siamo costruiti il nostro giardino preferendo alberi simili o totalmente diversi.

Quindi, eccoci qua.

Alberi radicati in un territorio ben definito, circoscritti in un terreno con piante simili, tutti protesi a cercare luce, vita, sviluppo, armonia.

Più osservo gli alberi e più mi sento come loro.

Riesco a cogliere i loro segnali.

Una crescita eccessiva della chioma in un castagno centenario determina ombre a piani inferiori, si rompe l’armonia, il castagno muore se non interviene l’uomo a potare quelle fronde altissime perfino a 25 metri.

Un ramo che si spezza, segno di debolezza, certe volte evento necessario ad una crescita armonica.

Infine una eccessiva fioritura, segno di morte, come se in extremis quella pianta volesse lasciare traccia di sé.

Una concimazione eccessiva per ottenere molti frutti spesso causa bruciature nelle foglie, si accartocciano o diventano troppo verdi e quindi troppe foglie niente frutto.

Mi accorgo sempre di più che come loro tendo al naturale, sulla mia esperienza personale mi rendo conto che tutte le forzature portano a risposte negative nel nostro corpo, nel nostro spirito, nei rapporti con gli altri.

La naturalezza, un virus bellissimo, ma pericoloso, si è insinuato nel mio modo di essere e guiderà prepotentemente la crescita delle mie relazioni e dell’interiore per i prossimi anni della mia vita.


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TIRCHIO


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TIRCHIO

Non dava niente a nessuno, per non creare ingiustizie. Il motivo era semplice, se non dava agli altri ne rimaneva più per sé. Come se dovesse morire il giorno dopo.

La dispensa sempre piena, una scorta di mesi per ovviare scioperi o carestie.

E’ difficile capire l’animo di una persona disposta a non mangiare per evitare di cagare.

Penso immaginasse la merda come qualcosa di personale, se ne separava malvolentieri, per questo era diventato stitico.

Si sa, la quantità fa somma, potestà nuovo scaccia quello vecchio e riusciva a liberarsi dell’ingombro.

Passavano diversi giorni tra un alleggerimento ed un altro, il corpo si era abituato a questa strana modalità.

Il denaro, come la merda seguiva un percorso simile.

La separazione, il momento più triste e faticoso.

Come quando doveva pagare qualcuno, avrebbe preso volentieri un cazzotto in bocca.

Ad esempio chiedeva lo sconto per pagamento contanti dopo che gli artigiani di turno gli avevano consegnato il conteggio dei lavori.

Queste furbizie spiazzavano le persone corrette e precise.

Bastava conoscerlo una volta ed era per sempre.

Correva voce fosse ricco, ma il comportamento con i suoi debitori lo faceva slittare in basso nella graduatoria.

Chi tira sul prezzo di lavori di persone oneste può anche essere ricco, ma diventa tapino quando si pone nella posizione di voler modificare e controllare i contratti stipulati in parola.

Forse glielo imponeva la sua coerenza di voler accumulare denaro come Paperon De’ Paperoni.

Da giovane gli avevano detto :

– se riesci a riscuotere dai clienti e paghi poco i fornitori, riuscirai ad arricchirti ! –

Questa idea si accordava con il funzionamento dell’intestino.

Certi comportamenti possono far pensare ad una persona sana, robusta, ben alimentata, invece S. è sempre stato magro con gli occhi incavati, come le anime in pena.

Un sorriso forzato spesso si delineava sulla bocca, il muscolo ben esercitato del finto.

Lo sapeva, glielo avevano detto, puoi farli quanti ne vuoi, non ti costano nulla !

Qualche volta penso a quante persone avrebbe potuto rendere felici solo se non avesse limitato, trattenuto, contenuto.

Per cosa ?

Vorrei immaginare un S. libero nelle sue azioni, spargere denaro ai quattro venti, con incollato un cesso al sedere per liberarsi della merda trattenuta negli anni, acclamato e rispettato quale un buon cagone generoso.

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