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migliorare il proprio paese e non solo


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RITORNO A GUEBWILLER


RITORNO A GUEBWILLER

Dal 2 al 6 Marzo 2017 sono ritornato in luogo già visitato, l’Alsazia.

Non è stato come la prima volta.

Non si possono ripetere le esperienze e goderne nello stesso modo.

Le aspettative sono diverse, quando conosci già dei luoghi non puoi che limitare le attese, hai già fatto le foto e di sicuro ne farai un numero minore.

Cerchi allora stimoli diverse, nelle stesse cose, le provi a osservare in un altro modo.

Ecco l’utilità del comitato di gemellaggio, la forza delle relazioni sociali e di amicizia tra abitanti di paesi diversi apre una strada nuova.

I gemelli francesi ci accompagnano nei luoghi programmati, si prendono carico della gestione della numerosa comitiva di novantatré persone, composta da adulti di Castelfiorentino e dalle tre classi dell’Istituto alberghiero Enriques, con i professori.

Il risultato è fantastico.

Si ripete in modo eccellente e con notevoli migliorie un preciso programma di ospitalità con l’unico scopo di valorizzare le risorse locali, scambi interculturali e commerciali.

Può capitare che se viene un turista a Castelfiorentino, magari gli si consiglia di andare a visitare Firenze, Pisa o Siena.

Fino a che non impareremo a valorizzare al meglio il nostro territorio tutti insieme, non potremo dare risposte univoche.

A Guebwiller l’hanno fatto, ci hanno copiato, migliorando la qualità delle loro capacità ricettive. Una delegazione da Guebwiller con il sindaco è già stata ospitata in Maggio 2016 con l’aiuto del nostro comitato di Castelfiorentino e avevamo utilizzato modalità simili.

Ogni cosa realizzata da altri può essere ripetuta aggiungendo del nostro, perché anche noi possiamo copiare da chi è più bravo, non è la scuola!

Quando toccherà a noi ospitarli, potremo migliorare il nostro livello di offerta delle strutture.

Le idee dei francesi per futuri sviluppi del gemellaggio sono state numerose, dalla pièce teatrale, preparare un logo, attivare una base di volontariato, attivarsi in occasione delle manifestazioni, fino al coinvolgimento delle imprese per la promozioni di prodotti enogastronomici, perché gastronomia è cultura.

Hanno un tessuto sociale ricco, con molto volontariato, attivo in molti ambiti, con dodicimila abitanti, hanno oltre cinquanta associazioni.

Il loro comitato di gemellaggio è una sorta di organismo di riferimento soprattutto per una associazione che si occupa di effettuare eventi e canalizzare gli aiuti dei cittadini, ma hanno iniziato a rapportarsi molto bene anche con altre associazioni.

Anche i francesi hanno la burocrazia come noi e forse peggio per certi versi.

Un comitato di gemellaggio in Francia e in Italia è come un ministro senza portafoglio.

Pochi sanno che esiste, non ha soldi da spendere e nemmeno per farsi conoscere.

Chi appartiene al comitato si sforza di raccogliere denaro e spesso deve metterlo di tasca propria.

Non è facile comunicare ai compaesani la propria realtà anche se a Guebwiller ha circa tremila dei propri residenti di origine italiana o parla italiano, i componenti vorrebbero essere famosi come la regina di Inghilterra anche se si attivano come lei solo per eventi e cerimonie.

Purtroppo anche farsi conoscere costa, i social ci aiutano, ma devono essere condivisi altrimenti riescono solo a realizzare ottime feste private con i soliti personaggi.

L’evento di degustazione è stato molto apprezzato dai cittadini francesi, ci sono stati scritti articoli di giornale, i presenti erano contentissimi, purtroppo in rapporto agli abitanti, il Sabato pomeriggio non erano molti i cittadini di Guebwiller nella grande sala con gli studenti toscani nelle loro divise da cuochi e camerieri.

L’ho fatto presente al sindaco, ma non con tono di lamentela, ma di un leggero rammarico per la quantità di materiale in eccesso, si aspettava la domanda, e mi ha detto che non importa, per la prima volta, la cosa è risultata ottimamente riuscita.

Ho notato cambiamenti organizzativi nel comitato francese.

Ci hanno fatto visitare il paese di Guebwiller, ho scoperto essere molto simile al nostro paese per un passato di enormi aziende manifatturiere nel settore tessile, ma anche dotato di chiese e musei con storie molto interessanti, e nei viaggi precedenti non venivano mostrate.

Alcuni componenti del comitato francese hanno diviso la numerosa comitiva in tre gruppi e organizzato la visita a piedi nel paese per consentire una maggiore fruibilità e comprensione delle guide bilingue.

Una scoperta interessante è stata quella in occasione del pranzo presso una società sportiva recentemente costituita a seguito della fusione di tre piccole società sportive.

C’erano tre società, con problemi finanziari in ognuna. Ogni società sportiva aveva il proprio colore, la propria storia, c’erano da mantenere dei valori come l’amore per lo sport da parte dei ragazzi e la necessità vederli continuare a correre sui campi di calcio.

Ci racconta uno dei gestori della nuova società che la prima cosa da superare era la scelta del colore delle maglie.

Non doveva essere il colore di una delle tre maglie, ma sicuramente un colore diverso.

Il racconto di questa parte è a voce bassa come per dare attenzione alle parole. Ogni volta che andava al campo per l’apertura dei cancelli, la pulizia del campo, non poteva immaginare di vedere il campo senza giovani a correre sull’erba, a causa di un imminente fallimento societario.

Forse quell’immaginazione ha dato a lui una forza particolare, quanto basta per trovare una soluzione.

Si è fatto avanti Bernard Genghini ex giocatore della nazionale francese, e ha proposto di guidare la nuova società. La società sportiva si è costituita e adesso gestisce oltre trecentocinquanta ragazzi tutti con maglie di colore blu.

Abbiamo pranzato in una grande sala presso il campo di calcio, oltre cento persone, alla fine del pranzo Genghini ci ha raccontato di aver giocato in quel campo in gioventù ed è stata la sua prima squadra.

Gestire un gruppo di cento persone in visita nel proprio paese non è stata una cosa facile, soprattutto per gli autobus con il limite di guida di dodici ore ogni giorno e gli alberghi dislocati a distanza di cinque km l’uno dall’altro, ma solo uno di questi attrezzato per la somministrazione del pasto serale a tutta la comitiva.

Gli errori si fanno per non ripeterli, abbiamo apprezzato lo sforzo dei francesi per accompagnarci con le auto di alcuni componenti del comitato. Non avevamo ricordato loro le regole dei nostri autisti, non avevamo previsto lo spostamento dopo la cena per accompagnare il gruppo all’albergo senza il ristorante. Loro ci avevano comunicato pochi giorni prima il programma definitivo.

Si è trattato di un insieme di eventi imprevisti che i gemelli francesi hanno gestito in modo splendido.

Non è stato facile coordinare le esigenze dei sessanta ragazzi, la necessità di fare esperienze di cucina, ricevimento, sala, come i loro coetanei dell’Istituto Alberghiero J. Storck di Guebwiller.

Il viaggio si è concluso con la visita dell’istituto Storck e credo per i ragazzi del nostro istituto alberghiero sia stato una vera fortuna poter vedere una scuola che all’occasione si trasforma in una vera e propria impresa quando si attiva con la ristorazione o la ricettività dei suoi stessi allievi.

Quando un viaggio non è solo un viaggio, ma una visita guidata nella casa del proprio vicino, questa non può che alimentare continui scambi in un crescendo di esperienze positive.

Desiderare un gemellaggio con la partecipazione dei cittadini è come quello che sto facendo con la scrittura, si tratta di guardare oltre quello che vedono gli occhi.

Credo che in questo viaggio sia accaduto una cosa bellissima, il cuore si è dotato di occhi per vedere ancora più lontano.

Questo è l’augurio che vorrei accompagnasse il percorso di coloro che si sentiranno di seguire lo spirito del gemellaggio o tracciarne altri con occhi diversi: vedere con gli occhi del cuore.

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FEAST OF LOVE 2007, di Robert Benton.


FEAST OF LOVE 2007, di Robert Benton.

Una recensione, mi viene da scriverla di rado, ma come i viaggi nei luoghi della gioventù, mentre li fai soffri un poco, ma ti dà quella sensazione di completezza, forse mi ci voleva.
Come ho già detto altre volte la modalità di scelta è da certosino, con ricerche su Imdb, mymovies e altre votazioni, mai sotto la sufficienza, poi scorro le recensioni, e infine lo guardo.
Un film di dieci anni fa, mi direte, ma chi se ne frega?
Quanti come me l’hanno perso?
Parlare d’amore senza essere troppo sdolcinati, un film bello e romantico, ma senza pretese.
Devo aver contratto qualche malattia con il batterio dell’amore, chissà se è contagioso, o sarà l’inizio della vecchiaia?
In sintesi la trama :
A Portland, nell’Oregon, il professor Harry Stevenson è testimone di tutte le varie manifestazioni dell’amore: dalle sfortunate storie dell’inguaribile romantico Bradley, proprietario di un caffè, alla relazione clandestina della bella agente immobiliare Diana con un uomo sposato, all’affascinante Chloe, appena arrivata in città e già alle prese con il problematico Oscar. Ma i mali dell’amore non risparmiano neanche l’arguto professore.
Mi hanno colpito certe frasi.
Quando la ragazza senza genitori, Chloe incontra Oscar, il giovane barista, apprezza il fatto che abbia smesso di drogarsi dicendole :
“chi torna indietro da quei posti tremendi, ritorna migliore che se non si fosse mai drogato”,
una bella frase per significare il coraggio di certe persone che riescono a uscire da vortici pericolosi.
Anche Harry Stevenson (Morgan Freeman), il docente che si è preso una pausa dall’insegnamento
cerca di aiutare Bradley, lo sposino abbandonato due volte dalla sposa (la prima per un’altra donna, la seconda per un uomo sposato che frequentava anche prima) :
“devi concentrarti sulle fortune semplici”.
Oppure quando non consiglia niente a Chloe, che le chiedeva se era il caso di procurarsi denaro esibendosi come attrice in film porno:
“devi decidere con la tua testa”.
Quando l’anziano professore consiglia al barista pluriseparato se intraprendere nuove relazioni o no:
“buttati! Ma con gli occhi aperti!”.

C’è un filone comune che lega personaggi e storie, è quello dell’osservazione degli eventi, delle persone.
Proprio all’inizio il professore assiste all’abbandono di Bradley, la moglie incontra la donna che diventerà la sua amante, e il professore lo capisce, il marito era lì accanto e non se ne accorge.
Ci sono cose che ci accadono accanto e non capiamo che ci stanno accadendo. Abbiamo gli occhi chiusi, come Bradley.
Bradley è un sognatore soprattutto quando afferma:
“i miei occhi li ho tenuti chiusi e poi quando li ho aperti non erano pronti per tanto dolore”

Un’altra bella frase è:
“Non si può dare la colpa a una persona per l’amore che prova”
forse una sintesi del film.
Spesso infatti ci si sistema su quello che abbiamo, accoccolati a quello che crediamo di volere, dimenticandoci delle pulsioni, delle emozioni, oppure solo accantonandole perché ci hanno regalato vibrazioni, e abbiamo ritenuto che queste non siano più ripetibili.


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LA ZUPPIERA


fico-frescoLA ZUPPIERA

-Ciao! Sono Letizia, sono venuta a prendere i kiwi-

-Eccoli, sono qua sul baule prendine una confezione, sono tutte da cinque kg. Sono stato stamani dal produttore. Era un freddo becco. Ne devo distribuire ottanta kg. Io vedo sempre le tue mail, tu al gruppo di acquisti sei referente della carne, non ci eravamo mai incontrati.-

-Si, non è molto che sono nel gruppo, sono di un paese vicino, non ero mai venuta da te a casa, ma che bella zuppiera sul baule!-

Letizia punta decisamente lo sguardo su quel soprammobile ormai lì da anni, circondato dalle confezioni di kiwi da consegnare. Non posso che dare maggiori informazioni sull’oggetto.

-Era di mia nonna, questa era completa e allora l’ho messa in vista, ne avrei un altra molto più antica, ma era senza coperchio.-

-Sono oggetti molto belli, io me ne intendo-

Io pensavo fosse  Ginori  e lei invece prende rapidamente la zuppiera, l’alza e scruta curiosa il timbro, poi afferma felice :

– É Laveno ! , ha comunque un discreto valore.

Ecco che mi si apre il canale dei ricordi, quando quella zuppiera era nel salotto, la parte più fredda della casa, esposta a nord, ma adatta alla conservazione dei cibi, specie quelli che non vanno messi in frigorifero, ma nemmeno dimenticati.

La zuppiera era sopra ad un mobile in palissandro anni ‘50, ce la metteva la nonna in Ottobre appena aveva finito di preparare la sua specialità: i fichi caramellati.

Il fico dietro casa al massimo della produzione in settembre ci regalava panieri colmi di fichi, quell’albero dalla corteccia grigia, liscia, riesco ancora vederlo, nella memoria fotografica.

I ricordi vanno alimentati e sostenuti come i bambini piccoli. Non posso raccontare a Letizia le immagini che mi scorrono nella mente, allora le scrivo, mentre mi affaccio alla finestra e lo vedo, l’albero della mia infanzia, piantato prima che io nascessi, ci montavo da piccolo con mio padre, mi insegnava a cogliere i fichi. Oltre a dotarmi di una robusta scala in legno mi ero provvisto di una forcella costruita con una canna; un attrezzo speciale per cogliere i fichi da terra.

Il fico ne produceva una notevole quantità, li regalavo alle signore del vicinato, ma la nonna ci faceva anche la marmellata e i fichi secchi caramellati.

Quest’ultimi poi li metteva nella zuppiera di porcellana, non duravano molto, c’erano molti ghiotti in casa e non andavano mai a male.

Sono trenta anni che il fico è stato abbattuto, ma ancora vive nei ricordi, ogni tanto qualche oggetto di casa fa riaffiorare con forza le sue immagini.

Quando ripeschi un oggetto particolare è come ritrovare un figliol prodigo, lo riprendi tra le mani, con delicatezza, pensi ai morbidi e dolci fichi caramellati, alle persone care.

Non capita spesso di vagare nei ricordi alla ricerca di un oggetto, magari un oggetto che rappresenti la famiglia.

Niente più di un oggetto ci può ricordare chi non è più con noi.


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NEBBIA


rotolino-per-macc-fotograficaNEBBIA

Un giorno di ferie e anche la giornata giusta per fotografare la nebbia.
Due cose insieme non capitano spesso, quindi, colazione veloce, un controllo sommario alla borsa della macchina fotografica e obiettivi, parto per l’avventura con la reflex Pentax semi-automatica, con rotolino da diapositive 100 Iso.
Sono il principiante pronto per una nuova esperienza, decido di farla, spero mi servirà.
L’idea è di confrontare le foto con altri amici del gruppo fotografico, sono già curioso di sapere se gli altri hanno fatto le fotografie alle nebbie, e mi immagino già il venerdì sera, l’incontro settimanale per mostrare ognuno le proprie dia con il video proiettore.
Sono emozionato, la prima volta che fotografi qualcosa di nuovo, ci vai baldanzoso, con l’entusiasmo dell’apprendista e l’esperienza del professionista. Mi sento una via di mezzo, un aspirante fotografo alla ricerca di qualcosa di particolare, magari un book fotografico.
L’emozione può fare brutti scherzi.
Appena uscito di casa la nebbia mi avvolge, non la posso toccare, ci sono dentro come in una pentola, ma non vedo il coperchio, solo vapore grigio. Dopo poche centinaia di metri da casa, con l’auto percorro la strada vicino al fiume; ha sempre i lampioni accesi, anche se sono le nove della mattina. L’interruttore crepuscolare dell’impianto comunale di illuminazione non è guasto, solo pensa sia ancora notte, il sole non è riuscito a mostrarsi.
Sul vetro dell’auto migliaia di microscopiche goccioline si mescolano fino a formare gocce grandi, sembra pioggia, ma è solo umidità.
Uscito dal paese, la strada inizia a salire verso la collina, ecco, sono uscito dalla nebbia e posso vederla dall’alto.
Il sole mi batte negli occhi, si è appena affacciato tra due grandi nuvole.
Le nebbie sono a livello più basso, nelle vallate, tra le colline verdi di bosco ceduo.
Il paese dove abito ha ancora le case immerse nella nebbia.
Fermo l’auto dopo due tornanti, il panorama è suggestivo, da ogni parte le colline formano un girotondo di curve, le nebbie permangono ancora nel fondovalle, sembrano grossi batuffoli lattiginosi sospesi nell’aria.
Posso immortalare le nebbie con lo scatto della reflex, impacchetto le immagini fuggevoli di vapore acqueo, mi immagino la presentazione delle dia del mio primo book fotografico, penso che questo tipo di foto è già stata fatta da altri fotografi esperti, ma forse nessuno ha trovato come me le stesse occasioni di luminosità, o il panorama.
Penso che quelle forme di nuvole di nebbie le ho viste solo io, e c’era una luminosità perfetta per fotografarle, che ho avuto una gran fortuna avere questa giornata a disposizione. Un sorriso beffardo mi fa sentire un novello Robert-Bresson.
C’è sempre qualcosa che differenzia un artista da un altro. Il vero esperto non è mai sicuro di nulla, non si fida nemmeno di sé stesso. Certe cose le capisci solo dopo.
Quello che ti frega, è quando ti senti troppo sicuro, la troppa sicurezza ti inchioda.
Pensi che quel gesto lo hai fatto decine di volte, anche quella mattina, sei sicuro, e invece pensavi di averlo compiuto, ma non l’hai fatto davvero, e dopo te ne accorgi, dopo.
Non hai messo il rotolino !


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LA FAME


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LA FAME

La pastasciutta era fumante in tavola, televisione accesa con la prova del cuoco, la famiglia riunita ci apprestavamo a mangiare insieme come ogni giorno.

Un giorno come tanti altri, assistetti a un epilogo infelice per il solito ospite, l’irrefrenabile Beppe Bigazzi. Non c’era la Clerici, era un giorno di Febbraio 2010. Beppe inizia argomentando che in Febbraio chi non ha ciccia mangia il gatto, infatti dice lui Febbraio-gattaio.

Nessuno si sarebbe aspettato una ricetta in cui l’ingrediente principale è …”il gatto”.

In modi precisi e dettagliati il dotto conoscitore di alimenti, cibi, ricette, ma anche di vita e cultura italiana spiegò come lui stesso provvedeva a prepararli e cucinarli.

La procedura era di spurgare la carne per diversi giorni nel vicino torrente Ciuffenna e quindi la cottura mi pare arrosto.

Da quella volta non abbiamo più visto Bigazzi alla Rai per diversi anni.

Associazioni animaliste lamentarono e chiesero l’espulsione dell’esperto di cucina dal programma.

Non che il Bigazzi fosse un angioletto, spesso litigava in diretta con cuochi offendendoli anche in malo modo. Con quella operazione è stata soffocata la storia, la cultura che sta dietro ai tegami.

La moderna società ci ha fatto dimenticare i motivi, le ragioni per le quali il Bigazzi avesse introdotto nel menù il gatto, non che dovesse mangiarlo nessuno.

Raccontava solo una storia, vera, ed è seguita con la sua espulsione. Potete rivederla su youtube.  COME SI MANGIA IL GATTO – RICETTA

In novembre dello stesso anno eccoti una legge che punisce anche con la reclusione chi tratta male gli animali domestici. NORMATIVA DI RIFERIMENTO

Non ho niente contro gli animali domestici, ho il massimo rispetto per chi ha animali, li accudisce ed assiste come persone. Non voglio nemmeno perder tempo a difendere Bigazzi.

Voglio anche però raccontarvi di una avventura occorsa in una vacanza in Sardegna 1998, vicino Cabras, bellissima penisola del Sinis, terra con molti campi coltivati, pianura perfetta.

Avevo portato la mountain byke in vacanza, una mattina partii presto, verso le 7.00, sentii abbaiare, da un campo sbucò un’orda di cani guidati da un enorme pastore maremmano (almeno 20 bestie).

Nelle vicinanze non c’era nessuno per chiedere aiuto, per diversi chilometri nemmeno una casa.

Sudai freddo, sapevo benissimo che se mi agguantavano non avrei avuto scampo, per fortuna avevo il rapporto giusto per lo scatto, per almeno cinquanta metri mi stettero a ruota, poi forse perché non gli interessava più seguirmi, o ero più veloce, mi allontanai dal pericolo. Forse avevano fame, e avrei fatto una brutta fine, la fine del gatto.

In origine se certi italiani mangiavano i gatti spesso succedeva per altri motivi, era per fame, forse gli animalisti non l’hanno mai provata e non hanno avuto nemmeno un’orda di cani dietro come me.

Sembra che nonostante la legge punitiva gli italiani si mangino ancora oltre 7.000 gatti l’anno, quindi…. perché si fanno queste leggi ? Solo per adeguarsi alla comunità europea che ce l’ha chiesto? C’è davvero bisogno delle leggi per rafforzare il rispetto degli animali ?

E’ forse facendo cacciare Bigazzi e non parlando delle nostre origini che si ottiene il rispetto degli animali ? Vi siete mai chiesti quanti uccelli mangia un gatto selvatico ?


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L’ALBERO


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L’ALBERO

Siamo stati educati fin da piccoli al rispetto di quanto abbiamo intorno a noi, imparando a nostre spese regole e leggi.

Talvolta le abbiamo scavalcate, altre ci siamo adeguati alle necessità.

Come alberi ci hanno messo tutti in fila, eravamo troppo impegnati a superare l’altro, prendere più luce. O luce o morte. Sviluppo a tutti i costi.

Oppure ci hanno relegato su una collina. Sole, vento e intemperie senza nessuna protezione e allora è stato difficile resistere, ma dalle debolezze nascono forze incredibili, e siamo diventati come gli alberi isolati, tozzi e robusti.

Tanti luoghi diversi ci hanno permesso di crescere, tanti contatti hanno stimolato la nostra crescita.

Il cambio delle stagioni ci regalava forme nuove, frutti prelibati da offrire a chi poteva cogliere il nostro prodotto, il nostro modo di essere al mondo.

Ci siamo costruiti il nostro giardino preferendo alberi simili o totalmente diversi.

Quindi, eccoci qua.

Alberi radicati in un territorio ben definito, circoscritti in un terreno con piante simili, tutti protesi a cercare luce, vita, sviluppo, armonia.

Più osservo gli alberi e più mi sento come loro.

Riesco a cogliere i loro segnali.

Una crescita eccessiva della chioma in un castagno centenario determina ombre a piani inferiori, si rompe l’armonia, il castagno muore se non interviene l’uomo a potare quelle fronde altissime perfino a 25 metri.

Un ramo che si spezza, segno di debolezza, certe volte evento necessario ad una crescita armonica.

Infine una eccessiva fioritura, segno di morte, come se in extremis quella pianta volesse lasciare traccia di sé.

Una concimazione eccessiva per ottenere molti frutti spesso causa bruciature nelle foglie, si accartocciano o diventano troppo verdi e quindi troppe foglie niente frutto.

Mi accorgo sempre di più che come loro tendo al naturale, sulla mia esperienza personale mi rendo conto che tutte le forzature portano a risposte negative nel nostro corpo, nel nostro spirito, nei rapporti con gli altri.

La naturalezza, un virus bellissimo, ma pericoloso, si è insinuato nel mio modo di essere e guiderà prepotentemente la crescita delle mie relazioni e dell’interiore per i prossimi anni della mia vita.


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UN RACCONTO , UN LIBRO


 

obtortocollo

 

OBTORTO COLLO  Storie di sfide e bocconi amari

 

Sono contento come quei ragazzi che si piazzano nelle gare scolastiche. Ci sono anche io insieme ad altri 70 splendidi autori! a pag. 153.

questo è quello che ho pubblicato di getto su facebook il giorno dopo alla presentazione del libro a Livorno.

Ora qui sul blog spiego cosa è successo prima.

Un lavoro di gruppo, di quasi tutti gli allievi della Scuola Carver di Livorno, l’editing eccezionale di Valerio Nardoni, per rendere pubblicabili i nostri lavori in un libro di 350 pagine con 70 racconti per un unico tema, l’ottimo lavoro di stampa della casa editrice Valigie Rosse.

Se fosse un altro oggetto potrebbe essere un caratello con vinsanto da sorseggiare nei momenti di tristezza, il numero delle pagine non influisce sul risultato.

Il 2016 si sta chiudendo con questa piccola soddisfazione. Non male.

 

posto-n-200-2x

Incredibile, me ne ero dimenticato !  meno male c’è wordpress che mi ricorda che questo è anche il post n.  200  e sto per raggiungere la soglia di 10.000 visite, quanti traguardi!

 

 

PHOTO FOREVER

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