La giusta motivazione: “aiuto un amico a raccogliere le olive”.


La giusta motivazione: “aiuto un amico a raccogliere le olive”.

Ci sono situazioni che si capiscono solo quando ti coinvolgono.

Questa la voglio raccontare perché, potrebbe succedere a chiunque, prima o poi.

Non so se avete amici con i quali vi è capitato di avere uno scambio di favori: prestare una attrezzatura o risolvere problematiche al cellulare o al computer, non si chiede niente in cambio c’è solo il piacere di aiutarsi a vicenda.

Ho passato gran parte della mia vita lavorativa in ufficio e forse sarà per questo che amo molto vivere all’aria aperta.

Con il bel tempo di recente sono andato a cercare funghi nel bosco e qualche volta a cogliere le olive da un amico, fuori comune.

A causa del Covid siamo in “zona rossa” e aiutare a raccogliere le olive fuori comune, non si può.

Si rischia la multa.

Il mio amico ha un numero esiguo di olivi, spesso coglie le olive da solo, non può certo assumere personale a causa dei rilevanti costi delle pratiche di assunzione, contributi ecc.

Il suo olio è di buona qualità e in passato mi sono offerto per dargli un aiuto, solo qualche giornata di lavoro, che poi si riducono a poche ore di lavoro in buona compagnia.

In zona rossa si potranno effettuare solo spostamenti giustificati da urgenti necessità, per salute o per lavoro, i soli motivi validi.

Nel calcolo del PIL, fino a qualche tempo fa, andare a lavorare da un amico veniva considerato lavoro sommerso o lavoro nero e pertanto non conteggiato.

Da qualche anno si prova a valutarlo e questo fa comodo a economisti e politici per affermare che in Italia circa 200 miliardi di lavoro sommerso corrispondono ad oltre 11% del PIL (fonte ISTAT 2018).

Ricordiamoci che non ce l’ha ordinato il dottore di mantenere tassi di crescita al 3% si tratta di un ben noto suggerimento della Commissione europea strettamente collegato al nostro enorme deficit e quest’anno avremo una crescita negativa.

Ma cosa significa crescita negativa?

Non ho mai visto piante crescere verso la profondità del terreno. È una contraddizione, per non ammettere che siamo in decrescita.

E pensare che abbiamo anche una teoria che fa riferimento alla “decrescita felice” più spesso contestata.

Nel mio paese nel primo periodo di lockdown sono stati tenuti chiusi gli orti sociali per oltre due mesi con motivazioni poco comprensibili. Voglio ricordare che leggi e regolamenti devono essere giuste e scritte bene, comprensibili, non devono colpire i più “deboli”, ma soprattutto vanno applicate, altrimenti meglio non perdere tempo a scriverle.

Mi capita spesso di ascoltare politici impegnati che auspicano l’apertura di nuove imprese, ma forse in questo momento andrebbero ad allungare la fila dei fallimenti. Solo una esigua minoranza parla di resilienza, decrescita e non sento parlare di un “piano B”.

Se la situazione dovesse peggiorare e dovessero mancare i soldi del recovery fund, come contrastare la pandemia e fermare la scia di morti?

Allora come non permettere e regolare quel lavoro sommerso e sostenere piccole attività di autosufficienza e come nel mio caso andare a trascorrere una giornata all’aria aperta come se fosse una dose di immunoterapia gratuita.

Ecco che sulle motivazioni dell’autocertificazione ci vorrei poter scrivere: ” vado ad aiutare un amico, lavoro solo qualche ora, per motivi di salute, ma solo per mantenerla più a lungo possibile”.

LATTAIO


lattaio

IMG DAL WEB

IL LATTAIO

Agenore aveva capito che il lavoro dei campi era troppo duro e non costituiva una adeguata fonte di reddito per la famiglia.
Provò, come ultimo tentativo, a vendere direttamente il latte delle mucche. Cominciò con il latte delle sue mucche, poi anche di altri contadini disposti a cedere parte della produzione in eccesso.
Olga, la moglie aveva il suo da fare a casa vacche, galline e conigli, la casa, i figli, la cucina ;
non poteva dargli grande aiuto.
Il travaso dai contenitori metallici alle bottiglie era il momento più delicato, guai a sprecarne anche una goccia !
Una volta preparate le casse delle bottiglie via ad effettuare le consegne.
Il latte fresco appena munto formava delle macchie gialle come se fosse brodo. Si trattava del grasso che lentamente si spostava verso la superficie. Il latte, generoso di bianco, morbido, naturale, invogliante alla sete diffondeva nell’aria un profumo intenso, penetrante come alla nursery del reparto neonatale.
Per effettuare le consegne a tutti i clienti erano necessarie diverse uscite e rientri a casa, riportare i vuoti e riempirli di nuovo.
Non è facile cambiare le abitudini. Agenore comprese questo a sue spese. Anche le piccole cose, le più insignificanti, come quella delle bottiglie di latte.
Ogni famiglia aveva le sue bottiglie e non voleva separarsi dalla propria, con il vetro verde o rosso che fosse e pretendeva di usare sempre quelle. Queste richieste gli complicavano il lavoro.
Non fu facile imporre uno standard sulla misura e colore delle bottiglie. Alla fine ci riuscì.
Il lattaio girava per le case, di buon mattino, per lasciare le bottiglie di latte e ritirare i vuoti.
Il latte fresco veniva bollito e solo il primo giorno qualcuno dei suoi clienti lo beveva fresco. La paura che il latte potesse essere contaminato svaniva con una bollitura. Certe massaie però lo bollivano anche più volte.
Il latte di Agenore era di provenienza ben nota, c’era un rapporto con i produttori basato su una piena fiducia.
Poi come si poteva non avere fiducia in Agenore, quell’omone alto con naso aquilino e orecchie a sventola, guance colorite, le dita gonfie di stanchezza.
Era tanto robusto che una volta sulla bicicletta i compaesani si chiedevano di che marca fosse per resistere a lui e alle bottiglie di latte.
La spiegazione erano le ruote rinforzate tipiche dei piccoli motorini del tipo “cucciolo” degli anni ’30 del 1900 e il telaio con robuste saldature per la cassa delle bottiglie di latte.
Dalla vita dei campi dall’alba al tramonto a girellare tra consegne e paese con bottiglie di latte sembrò dapprima un divertimento.
La salute era migliorata e una fastidiosa malattia respiratoria era sparita quasi completamente.
La fonte di guadagno dalla vendita di latte con consegna porta a porta non risultò molto elevata.
Ci volle un po’ di tempo per capirlo. I primi tempi pensava di avere pochi clienti, e che dovesse incrementarli.
Anche con questi accorgimenti il denaro che entrava in casa non era sufficiente e i lavoratori a opra guadagnavano cifre più dignitose con molti meno problemi.
In certe famiglie aleggiava lo spettro della povertà e non riuscivano nemmeno a pagare il lattaio.
Percorreva i luoghi in cui era nato, ogni giorno, tra quelle campagne con erbe e fiori diversi in ogni stagione, i profumi, i colori, i silenzi del mattino. Tutto ciò dava ad Agenore un senso di completezza, come se si sentisse parte attiva in quella umile realtà contadina.
I ritiri del latte li effettuava la mattina presto, appena munto dalle vacche delle stalle vicine.
Appena ritirato provvedeva a portarlo a casa dove poi lo imbottigliava e ripartiva per le consegne.
Agenore negli anni ebbe modo di conoscere molte persone e farsi tanti amici.
Lui distribuiva quell’alimento buono e naturale e poi se crescevano bene i vitelli poteva far male alle persone ?
Sentiva di lavorare per far star bene i suoi compaesani.
I bambini dei Rossetti, la casa di contadini sulla collina appena fuori del paese gli correvano incontro con le bottiglie vuote per evitargli di far la salita con la bicicletta fino a casa. Certe volte gli portavano un po’ di uva secca o noci, ma lui era contento anche solo a vederli.
I loro sorrisi gli ripagavano la fatica di pedalare in ogni stagione.
Curvo sul velocipede nero antico con un berretto di feltro, e quando pioveva forte non era abbastanza.
Si era sparsa la terribile fama di far sparire i ciucci con la scusa che gli  era appena nato un vitellino e che per poter mungere la  mamma mucca e non far piangere il cucciolo doveva dargli il succhiotto,  la storiella  era un valido aiuto per le mamme che eliminavano il vizio senza prendersi grandi responsabilità.
La sua era una attività che oggi definiremmo «dal produttore al consumatore, a km zero»
Poteva continuare solo se si ingrandiva, se diventava un vero e proprio commercio, con bottega, contenitori del latte.
Negli anni a venire sarebbero sorte le latterie, con punti di raccolta di grosse quantità di latte e distribuzione diretta simile alla mescita dei vini.
Tutto bene fino alla registrazione del marchio Tetra Pak nel 1950, e il suo nome lo deve al fatto che fu per la prima volta un latte a forma di tetraedro; il primo tetra pak fu realizzato a Stoccolma nel 1953 su idea di un certo Erik Wallemberg. In Italia arrivò sul finire degli anni Sessanta.
Agenore terminò l’attività di lattaio oltre trenta anni prima del tetrapak che di fatto scrisse la fine dei lattai, anche quelli con tanto di negozio.
I più ostinati hanno continuato l’attività fino agli anni ’80, ma era una lotta persa in partenza.
Tutta la storia su latte è da riscrivere.
Se Agenore fosse qui, di sicuro strabuzzerebbe gli occhi al solo prendere atto degli studi sulla tossicità del latte, lo studio Americano di Colin Campbell  “The China Study” lo conferma, il latte e’ responsabile di molte patologie dell’uomo.
Di sicuro le mucche non subivano le cure e i trattamenti effettuati negli allevamenti intensivi che ci mostrano nei documentari di agricoltura e allevamento.
I latte , la buona fonte di calcio, tante proteine, belle immagini di un fluido bianchissimo rimane una favola delle agenzie pubblicitarie che ci disegnano un prodotto che nella pratica non esiste più. Viene ora definito un fluido malsano proveniente da animali malati trattati farmacologicamente, oltre ad essere naturalmente ricco di ormoni non utili alla natura umana.
Questo alimento, assieme all’uso di latticini, concorrono decisamente ai tumore della prostata, del seno, dei  fibromi vaginali, del cancro sul collo dell’utero, ecc.,  in quanto il latte e’ un “alimento ormonico “ricco di progesterone, estrogeno, ecc., nonché fortemente acidificante.
Certi studiosi hanno tentato di risolvere ogni problema con il latte di soia, ma è risultato un sforzo vano. La soia un secolo fa era un prodotto industriale e ora è coltivato in 72 milioni di acri; viene utilizzato per l’alimentazione animale, una parte per produrre grassi e olio vegetale. Di recente la soia è stata camuffata come cibo miracoloso per la new age vegana.
La soia non è solo priva di proteine complete, ma contiene composti che bloccano l’assorbimento di proteine, zinco e ferro. La giustificazione per introdurre soia nella alimentazione infantile e quelle di ridurre grassi. I grassi contengono molti nutrienti vitali per crescita e sviluppo normali.
Privare i bambini dei grassi è un crimine.
La soia non è mai servita come alimento fino alla scoperta delle tecniche di fermentazione.
I vegetariani che consumano tofu e caglio di fagioli di soia come sostituti della carne e dei prodotti caseari rischiano di provocare una grave carenza di minerali.
Fin dalla fine degli anni ’50 si sa che i sostituti del latte a base di soia contengono agenti che contrastano le funzioni della tiroide. I neonati a cui vengono dati preparati a base di soia sono particolarmente predisposti a sviluppare malattie della tiroide relative alle funzioni del sistema immunitario.
Fior di scienziati foraggiati da aziende plurimiliardarie si ergono a difensori di questa sostanza e dei suoi derivati.
Fra tante teorie mi piace segnalarne una significativa : il Dr. Claude Hughes, direttore del Women’s Health Center al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles dichiara: “La mia attenta opinione professionale è che ha più senso non esporre inutilmente il vostro neonato a questi preparati”, E aggiunge: “Mentre l’allattamento al seno è di gran lunga preferibile, le madri che non allattano al seno dovrebbero utilizzare preparati a base di latte e considerare quelli a base di soia come ultima risorsa.”
I derivati della soia poi sembrano essere i più pericolosi : gli isoflavoni, i fitoestrogeni, gli inibitori della proteasi, l’acido fitico, la lecitina di soia (o emaglutina), le nitrosammine e la misteriosa tossina della soia sono tutte sostanze dalle quali è meglio stare lontani.
Quando i nutrizionisti lanciano i loro appelli del tipo :
– mangiate questo che fa bene o non mangiate quest’altro perché fa male – sorge il dubbio che tante regole e consigli abbiano delle motivazioni di tipo economico più che scientifico.
Troppe volte il razionale e la rete del profitto riduzionista ha spinto i consumi verso prodotti che poco hanno a che vedere con la salute. Occorre ripensare la scienza della nutrizione.
Viene da chiedersi, pensando anche ad Agenore che tutto sommato fece bene a smettere di portare il latte nelle case e farsi assumere in una grande azienda manifatturiera, poco avrebbe potuto contro le nascenti lobbies del latte in polvere.
Ognuno la sua epoca, qual è la nostra ? Chi è l’Agenore di turno adesso ?

EROICA


fanini

La mia bici mai usata, e prima o poi …….

EROICA

In questi giorni mi è capitato fra le mani un settimanale con uno splendido articolo sulla Eroica. Questo il sito ufficiale : http://www.eroicagaiole.it/
Si tratta di una gara ciclistica alla quale quest’anno parteciperanno 6.000 iscritti.
Tutti gli anni mi ripropongo di partecipare, poi mi dimentico o sono preso da altri impegni.
Del resto è in concomitanza con la settimana delle escursioni della francigena e ….non si può fare tutto.
Qualche settimana fa sono stato in bicicletta in quelle zone dell’Eroica.
Ho visto i cartelli di colore marrone che segnano il percorso nei dintorni del Castello di Brolio.
C’erano schiere di stranieri. Scendevano dai minibus e si fiondavano ad assaggiare il ben noto Chianti.
Ho visitato un piccolo paese vicino, conta circa 200 abitanti, ben quattro ristoranti e nemmeno un bar.
Sembra che l’ultimo bar sia stato trasformato in ristorante perché ai gestori non garantiva un reddito sufficiente.
In uno dei ristoranti chiedo un caffè, poi vedo dei dolci invitanti e…. un dolce ci sta sempre bene.
Volevo riposarmi un po’ dopo un trentina di km di colline in mountain bike e un panino portato da casa e consumato nel parco del paese.
Con il gestore ci mettiamo a parlare della gara “Eroica”.
Mi racconta che un americano viene ogni anno a fare il percorso, si ferma nel piccolo paese e al suo ristorante.
Tutti quelli che “arrivano”, vincono una bottiglia di vino.
L’americano regala la bottiglia al gestore del ristorante, chiaramente vuota.
Su un ripiano ce ne sono molte esposte, sono dei produttori locali di Chianti Classico.
Quella zona è la linea di confine tra il Chianti Classico e il Chianti Gallo Nero.
E…… non può mancare la storia dell’origine dei due nomi….. eccola ! :

“Le origini di questo simbolo si possono ritrovare in una leggenda che narra delle rivalità tra i Comuni di Firenze e Siena, dovute alla contesa per il possesso del territorio chiantigiano, nel periodo medievale. Per porre fine a questa guerriglia interminabile e senza risparmi di sangue, i due comuni decisero di affidare la definizione dei propri confini ad una prova tra due cavalieri, uno con i colori di Firenze ed uno con i colori di Siena. Tale confine sarebbe stato fissato nel punto dove i due cavalieri si fossero incontrati partendo all’alba dalle rispettive città, al canto del gallo. I senesi allevarono e rimpinzarono di cibo il loro gallo bianco, convinti che all’alba questo avrebbe cantato più forte, mentre i fiorentini scelsero un gallo nero che lasciarono quasi completamente a digiuno. Il giorno fatidico, il gallo nero fiorentino, morso dalla fame, spalancò l’ugula e cominciò a cantare prima ancora che il sole fosse sorto, mentre quello bianco, senese, era ancora gonfio di cibo.
Il cavaliere fiorentino, svegliato di buon ora dal suo gallo, si mise subito al galoppo, percorrendo così più strada del suo rivale: quasi tutto il territorio del Chianti fu quindi annesso alla Repubblica gigliata. Leggenda o meno, la Lega del Chianti, autentica alleanza militare, creata dalla repubblica fiorentina, per unire le popolazioni dei villaggi chiantigiani in difesa delle loro terre, il cui primo statuto risale al 1384, scelse come emblema il Gallo Nero in campo oro.”

Il ristorante a gestione familiare è carino, una terrazza panoramica si affaccia sulla vallata completamente coperta da vigneti.
Intorno ci sono alcune damigiane di vetro non rivestite, sono state riempite di tappi di sughero delle bottiglie di vino. Sono luoghi “molto pittoreschi” come avrebbe detto Montesano nell’imitazione di una gentildonna inglese, ma….. sono i nostri luoghi.
Tra pochi giorni ci sarà ancora una volta una “Eroica”.
Ho tutto il necessario per gareggiare.
Ci vuole una bici “vintage”, ce l’ho ! E’ quella nella foto.
Si tratta di una Fanini degli anni ’60 con il cambio originale “Campagnolo”.
Comprata usata e mai usata davvero.
Prima degli Shimano noi italiani eravamo apprezzati costruttori di biciclette, con la Bianchi e altre marche famose.
Ci sono rimasti i ricordi e certe gare per farci ricordare.
Il prossimo anno voglio gareggiare anche io, o magari organizzare una gara dalle mie parti, perché il vino buono ce l’abbiamo anche noi, le colline non mancano e se viene gente una bottiglia piena di vino buono si guarda di dargliela ! Non sarà il famoso Gallo Nero, ma sempre buon vino è.

IL PROGETTO


habitat

Avevo promesso di tradurre l’articolo dei blogger francesi, dopo quasi 40 anni dalla fine dei miei percorsi scolastici non è facile tradurre in modo impeccabile, forse non ero molto bravo nemmeno a scuola. Ora c’è google e altri programmi che ci danno una mano.
E mentre mi adoperavo a tradurre gli amici francesi pubblicano il loro progetto in inglese !
Non ce la posso fare !!!

ecco il link al blog attuale, in lingua inglese :
https://coupdepoucepourlaterre.wordpress.com/english/the-project/

e qui di seguito l’articolo tradotto e l’orginale postato tempo fa in lingua francese
e….. quando imparo a mettere le lingue nel blog vi faccio un fischio !!!!!!

Progetto

Il viaggio che noi stiamo intraprendendo mira a soddisfare progetti avendo tratti al concetto di sviluppo sostenibile europeo. La nascita di questo progetto è dovuto alla nostra sensibilità per i diversi movimenti come quello della transizione da Rob Hopkins, uno del deperimento o addirittura felice sobrietà di Pierre Rabhi, ecc. Vogliamo incontrare, per arricchire e condividere le idee di queste persone in cerca di coerenza tra la loro vita, il loro lavoro e questioni ambientali attuali.

Questi progetti riguardano ambiente così com’è , agricoltura, energia, cibo, salute, economia, vita in comunità ecc.

I governi si coprono il volto rispetto al clima, cosa ne pensano i cittadini? Troppe decisioni politiche sono gestite da pochi grandi gruppi ultra ricchi senza etica, agricoltura, sanità, energia ecc sono le vittime principali, ma cosa ne pensano i cittadini? Crediamo che le soluzioni debbano venire “dal basso”, quindi cerchiamo di incontrarli.

Il coraggio di questi pensatori ci interessano molto di più che le ultime notizie di un governo che, di interferenza, vorrebbe governare una nazione, un continente o addirittura un pianeta. Il territorio deve essere più importante proprio ora! I progetti che visitiamo sono connessi al loro territorio, servirà a lui e viceversa.

Gestione da parte dei cittadini direttamente in un dato territorio!

Nell’ambito di questi progetti, come sono tutti i problemi attuali? Vogliamo essere osservatori dall’ interno e testimoniare. In questi progetti, gli stessi problemi sicuramente saranno in primo piano, che sarà solo arricchire e diversificare le risposte a queste domande, ognuno sarà in grado di trovare il cibo ai suoi pensieri. Tale ispirazione è originata dalla nostra testimonianza, in modo che siamo attenti e critici nelle nostre descrizioni. Se i luoghi visitati desiderano fuggire dal sistema omogeneo occidentale, come fanno? Reinventare quindi economia, cibo, energia, istruzione, lavoro, comunità? Come fluiscono i loro pensieri? Quali sono le priorità?

Inoltre, i nostri studi ci hanno portato a un certo livello di conoscenza e ci consentono di qualificare le posizioni di copertura preferite in agricoltura, linee guida di gestione forestale, ecc., ma non sappiamo nulla dei lavori verso i quali orienteremo i nostri sforzi ed è abbastanza insopportabile! Sarà necessario anche per noi imparare ad utilizzare le nostre mani e conoscere i mestieri per cui abbiamo a volte decisioni da prendere. La cultura è principalmente manuale.

Tra questi progetti iniziatori di un nuovo mondo, qualche conoscenza continua dopo secoli di sviluppo. Queste pratiche sono attualmente schiacciate da un’omogeneizzazione dettata da livelli gerarchici superiori. Ignoranti o ciechi per la meravigliosa diversità e l’immensa necessità di queste pratiche, governi, Europa e loro corruzioni sono immersione nell’oblio durante questi anni di riflessione e di sviluppo. È quindi la maggiore importanza è farle tirare fuori la testa dell’acqua e che le loro voci siano ascoltate. Siamo tutti orecchie!

Le projet

L’objectif du voyage que nous entreprenons est de rencontrer des projets ayant traits au concept de développement durable européen. La naissance de ce projet est du à notre sensibilité pour différents mouvements comme celui de la transition de Rob Hopkins, celui de la décroissance, ou encore celui de la sobriété heureuse de Pierre Rabhi, etc. Nous voulons rencontrer, s’enrichir et faire partager les idées de ces personnes en recherche de cohérence entre leurs vies, leurs travaux, et les problématiques environnementales actuelles.

Ces projets peuvent donc toucher à l’environnement en tant que tel, à l’agriculture, à l’énergie, à l’alimentation, à la santé, à l’économie, à la vie en communauté etc.

Les gouvernements se voilent la face par rapport au climat, qu’en pensent les citoyens ? Trop de décisions politiques sont manipulées par quelques grands groupes ultra riches sans éthique, l’agriculture, la santé, l’énergie etc. en sont les principales victimes, mais qu’en pensent les citoyens ? Nous sommes persuadés que LES SOLUTIONS VIENNENT « DU BAS », nous allons donc les rencontrer.

Le courage de ces penseurs nous intéressent bien plus que les dernières news d’un gouvernement qui par ingérence voudrait régir une nation, un continent voire une planète. Le TERRITOIRE doit avoir plus d’importance dès maintenant ! Les projets que nous visiterons seront ancrés dans leur territoire, le serviront et vice versa.

Une gestion venant directement des citoyens dans un territoire donné !

Au sein de ces projets, comment sont repensés les problèmes actuels ? Nous voulons en être observateurs de l’intérieur et témoigner. Dans ces projets, les mêmes questions seront surement avancées, ce qui ne fera qu’enrichir et diversifier les réponses à ces questions, chacun pourra y trouver alimentation à ses pensées. Que l’INSPIRATION naisse de notre témoignage, donc que nous soyons critiques et minutieux dans nos descriptions. Si les lieux visités souhaitent s’échapper du système homogène occidental, comment s’y prennent ils ? Comment réinventent ils l’économie, l’alimentation, l’énergie, l’éducation, le travail, la communauté ? Comment sont menées leurs réflexions ? Quelles sont les priorités ?

De plus, nos études nous ont menés à un certain niveau de connaissance et nous permettent de pouvoir prétendre occuper des postes où nous déciderons d’orientations de gestion agricole, forestière, etc. mais nous ne connaissons rien aux métiers dont nous orienterons la gestion et c’est assez insupportable ! Il s’agira aussi pour nous d’apprendre à nous servir de nos mains et de connaître les métiers pour lesquels nous aurons parfois des décisions à prendre. La culture est avant tout MANUELLE.

Parmi ces projets initiateurs d’un nouveau monde, certains poursuivent les SAVOIRS de siècles de perfectionnement. Ces pratiques sont actuellement écrasées par une homogénéisation dictées par les hautes sphères hiérarchiques. Ignorantes ou aveugles devant la magnifique diversité et l’immense nécessité de ces pratiques, les gouvernements, l’Europe et leurs corruptions font plonger dans l’oubli ces années de réflexions et de perfectionnement. Il est donc d’importance majeur de leur faire sortir la tête de l’eau et que leurs voix soient écoutées. Nous sommes toute ouïe !

DAL MACELLO ALL’OSTELLO – parte prima


macello comunale milano

DAL MACELLO ALL’OSTELLO – parte prima

La fessura tra muro e portone metallico era strettissima. Non potevamo guardare insieme, ma uno alla volta. Non ricordo chi l’aveva scoperta, ma da quel giorno in poi tutto fu chiaro.
C’era infatti un giorno in cui veniva il veterinario del paese ed eseguiva quella operazione necessaria prima della macellazione dell’animale. Quella mattina la vidi anche io, la soppressione dell’animale mediante un colpo con una pistola a cilindro, perforò il cranio dell’animale e morì all’istante.
Si trattava di un macello comunale. Non ci voleva molto a capire cosa succedeva dentro, e il gruppetto di ragazzi del viale aveva anche visto.
Arrivavano dei camion con dentro le bestie, e ogni giorno andavano e venivano carri trainati da un cavallo.
Erano molto simili ad un grosso calesse, ma sul retro avevano un grande contenitore rettangolare in legno verniciato di rosso, sarà stato sui quattro metri circa. Il colore rosso serviva molto a mascherare eventuali macchie.
Un piccola scritta “trasporto carne” sui lati, nella parte superiore il contenitore si apriva come un grande armadio a due ante (era la misura giusta per le mucche e vitelli).
I carri di trasporto carne passavano nel lungo viale, all’andata il cavallo trottava veloce, al ritorno con destinazione le macellerie paesane, il conducente usava anche il frustino per spronare il cavallo.
Non ricordo quando fu dismessa l’attività, ma di sicuro sono passati circa quaranta anni.
Il macello era situato proprio vicino al campo sportivo (quando me lo ricordo io), ma in quell’area prima c’erano i cimiteri dei caduti in guerra americani e tedeschi, tutta roba allegra!
A fianco del macello per movimentare le sere d’estate avevano aperto un locale da ballo all’aperto.
Malgrado fosse abbastanza nascosto, privo di scritte dall’esterno, sconosciuto ai più, tutto il paese sapeva cosa avveniva là dentro.
Mi riaffiorano piccole perle di memoria e solo ora mi rendo conto che forse l’intento era nascondere quel luogo di morte, come se ce ne dovessimo vergognare.
Tra vedere e sapere c’è differenza.
Posso capire che gli animali vengono uccisi prima di arrivare in tavola, ma se li vedo uccidere o so che vicino a me c’è un luogo dove li uccidono, non mi fa stare bene, o forse non faceva stare bene certe persone. Qualcuno non l’ha voluto più lì, e certamente aveva ragione.
Ci sono state anche logiche di sicurezza, salute, qualità, igiene, o talvolta anche economiche, tutte ragioni importanti sulle decisioni di macellare altrove.
Fatto sta che il macello chiuse.
Noi ragazzi lo capimmo subito dal fosso vicino, non si tingeva più di rosso in certi giorni.
Il mio intento ora non è riportare alla luce un evento lontano che si tradusse nella perdita di lavoro per qualche macellaio e chiusura di una attività di trasformazione.
In quel periodo anche gli ultimi tenaci allevatori di bestiame nelle nostre zone gettarono la spugna, ne conseguì un vuoto nell’indotto. Solo pochi e sottolineo pochi hanno tentato di rilanciare questo fiore all’occhiello toscano di bovinicoltura.
Già negli anni 80 avveniva quello che accade ancora oggi.
La nostra produzione di bestiame non era sufficiente e venivano importate dall’estero carni già macellate e magari solo quarti posteriori.
I quarti anteriori venivano esportati prevalentemente in Germania. Mi risulta che i tedeschi li abbiano sempre apprezzati più di noi (basso costo, ottima qualità anche se necessitano in genere di cotture più lunghe)
Non è cambiato nulla da allora. Prima le nostre nonne preferivano la bistecca nel filetto e le nipoti non hanno imparato a cucinare gli stracotti, (salvo rare eccezioni ! ).
A livello aggregato credo di poter affermare che grazie anche all’introduzione massiccia di programmi televisivi atti a riscoprire anche i tagli meno pregiati nell’alimentazione quotidiana, qualcosa sta lentamente cambiando. Ci provano chef temerari che tentano di invertire la tendenza con corsi di cucina alternativi. Nondimeno associazioni culturali con obiettivo la ricerca delle tradizioni perdute.
Sembra che gli italiani debbano richiedere ai genetisti e agli zoologi una mucca particolare, tutta quarti posteriori, dal momento che i nostri consumi sono molto esigenti (dati 2011 : per ogni quarto anteriore importato vogliamo anche cinque quarti posteriori).
Addirittura molti italiani abitualmente carnivori sono diventati vegetariani. Qui potrei citare gli studi di Colin Campbell, ma si entra in argomenti complessi e li tratterò in sede separata.
Più mi informo e approfondisco questi temi relativi alla alimentazione e più mi rendo conto che molte informazioni ci sono state tramandate, le abbiamo prese tutte per buone, senza analisi, senza filtri, senza quella consapevolezza del sapere determinato dalla … saggezza.
A tal proposito finisco il post con una citazione di Isaac Asimov :
“l’aspetto più triste della vita attuale è che la scienza accumula conoscenza più velocemente di quanto la società accumuli saggezza”
Ci sentiamo al prossimo post e capirete come si arriva a…. l’Ostello !

p.s. non avevo foto storiche del macello del mio paese e ho inserito quella del macello di Milano (il Comune di Milano chiede 150 milioni !!! )

OLINTO E I NUOVI CONTADINI


IMG DAL WEB
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OLINTO E I NUOVI CONTADINI

Olinto era un uomo molto alto. Quando l’ho conosciuto aveva già superato i sessanta anni, ne dimostrava un po’ di più. In un bosco lo si poteva confondere tra gli alberi, tanto era nodoso, ben radicato in scarpe enormi, braccia nerborute, mani callose simili a pale.
Gli occhi piccoli, ravvicinati, quasi nascosti nel volto scavato da rughe profonde e pelle abbronzata dal sole dei campi.
Il lavoro la sua principale occupazione, la terra il suo unico amore.
Tanta era la devozione alla terra che non avrebbe mai accettato di far lavorare altre persone nel “suo” terreno.
Come tutti i piccoli proprietari terrieri con gli anni aveva affinato un suo modo di lavorarla.
Aveva conservato gli attrezzi della gioventù : il giogo per i buoi, il vecchio vomere, l’aratro.
Con la meccanizzazione in agricoltura si era comperato un piccolo trattore. Ogni consiglio di espansione o miglioria si scontrava con le sue idee di contadino all’antica.
C’era tutta la scala di priorità ben precisa. Moglie e figli ne sapevano qualcosa.
Anche i vicini l’avevano imparato a conoscere.
Bastava saperlo prendere, poi era buono come il pane.
La sua forza aveva del sovrumano, in poche ore con l’accetta poteva tagliare e sistemare quintali di legname.
Gli dava noia il rumore delle seghe a motore. Le aveva sempre rifiutate.
Sosteneva che quelle funzionano a benzina e quella costa.
Lui obiettava :
– anche se io duro fatica, a me la fatica non mi costa nulla ! –
Il decespugliatore si fece attendere molti anni, nel suo podere si poteva ancora sentire il canto della falce.
Il canto della falce è un modo di dire riferito al battere con il martello la falce per affilarla.
Battere la falce è un’arte in disuso. Occorre un martello particolare con punte smussate in modo diverso. Una punta serve per distendere e pareggiare il ferro, l’altra ridargli il filo o taglio.
Ho trovato di recente un martello per affilare la falce ad un mercatino dell’antiquariato.
Sono pezzi sempre più rari.
Possedere un martello del genere non vuol dire saper far cantare la falce.
Questo invece era invece uno dei lavori preferiti di Olinto.
Frequento spesso i blog di agricoltura e vedo con piacere un ritorno a questa attività che un secolo fa era il settore “primario”. Ho trovato perfino dei workshop con la falce e relativa affilatura.
Momenti molto belli a contatto con la natura, operai e impiegati , tute blu e colletti bianchi curvi ai lavori manuali dei nostri nonni con falce e frullane per tagliare l’erba.
Non un motore in giro, solo fruscio di erba tagliata e ronzii lievi di lame nel vento.
Giovani laureati provano a misurarsi con quello che è sempre stato percepito come un lavoro duro.
Ho conosciuto alcuni componenti della nuova generazione di contadini.
Il loro approccio è quasi sempre estremo. Anzi vorrei dire estremista.
Tendono a seguire solo certe correnti. Può capitare un gruppo di devoti alla biodinamica.
Oppure una cooperativa agricola di solo biologico. Ho incontrato chi opera solo in permacultura.
I giovani hanno dentro l’esuberanza, la curiosità, l’intraprendenza, l’ingegno.
Quello che li differenzia è l’approccio.
Ognuno lo fa in modo diverso.
La gamma è ampia, per alcuni di essi è una scelta di vita, immersi nella natura, nel verde, non necessariamente la terra deve diventare un reddito.
Poi ci sono gli innovativi, quelli che si specializzano in una attività di nicchia es. tartufi, funghi, miele, grani antichi, vigne di qualità.
I tradizionali invece si dotano della più raffinate tecniche messe a disposizione dalla chimica di base, delle ultime attrezzature agricole, seguono il filone della agricoltura in chiave industriale. Quest’ultimi si devono misurare con la “resa per ettaro” sono costretti ad indebitarsi per l’acquisto di macchinari, attrezzature. Sono costretti ad usare la terra come mezzo per arricchirsi e non possono lasciarla integra dopo anni di sfruttamento intensivo.
I giovani agricoltori non hanno conosciuto le persone come Olinto, possono forse aver letto racconti sui loro ritmi di vita o visto film come “l’albero degli zoccoli” e non è la stessa cosa.
Ci sono ancora contadini veri sopravvissuti a quei tempi duri. Potrebbero raccontarci storie bellissime.
Dovremo cercarli come i tesori nascosti alle radici delle piante tartufigene.
Potrebbero ispirare le fertili menti dei giovani agricoltori.
Un incontro tra generazioni invece degli scontri del passato.
Qualcosa di diverso, tanto per cambiare.

SEMI E LIBERTA’


SEMI E LIBERTA'

prima metto un link della situazione della legge europea sulle sementi

http://www.aiab.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1861:regolamento-europeo-sulle-sementi&catid=75:comunicati-stampa&Itemid=33

poi ringrazio il Comune di Montespertoli per avermi dato la possibilità di partecipare al convegno sui semi a Montespertoli in data 19 ottobre e accludo questa breve relazione.

Gli interventi sono stati interessanti e ho avuto modo e maniera di capire qualcosa in questo complicato argomento che nei prossimi giorni sarà oggetto di dibattito al parlamento europeo.
Non ho sentito nessuno parlare del costo delle sementi (cioè di quanto incide sul bilancio dell’agricoltore) e di sicuro i nostri nonni non avevano questo problema, e questo mi ha stupito)
E’ stato posto l’accento sulla necessità di una catalogazione precisa per evitare con la distribuzione libera dei semi la pericolosa introduzione dei semi OGM.
Uno dei relatori, l’agronomo Riccardo Bocci, ha sottolineato che in sede comunitaria siamo male rappresentati, non ci sono proposte adeguate che possano ribattere l’impianto normativo in fase di approvazione, le regole sono in gran parte dettate da grandi aziende sementiere tedesche e francesi che fatturano cifre spaventose, i legislatori si affidano a loro spesso per incompetenza nel settore.
Il problema principale sembra essere un vuoto legislativo solo italiano, non abbiamo stilato un catalogo delle sementi come invece ad es. ha predisposto la Francia,
Benedettelli, della facoltà di Agraria, afferma che si possono utilizzare i semi autoprodotti, ma occorrono degli accorgimenti particolari e comunque i risultati non sempre sono pari a quelli dei sementi selezionati dalle aziende specifiche, l’agricoltore per produrre il sospirato reddito infatti non può permettersi di rischiare ed usare i semi autoprodotti e li compra, da qui i profitti enormi delle aziende sementiere.
Il problema è il voler produrre sempre e comunque in quantità crescenti, gli aiuti intervengono dalla chimica, dalla genetica, e li stiamo pagando a caro prezzo.
Noi cittadini italiani possiamo documentarci, capire, e democraticamente scegliere la strada che riterremo più giusta, ma attenzione, avverte Bocci, non dobbiamo pendere dalla parte di chi avrà più forza per urlare le sue ragioni, e nemmeno dai più organizzati nel marketing e nella comunicazione, ricordiamoci che il futuro e la salute dei nostri figli e del nostro paese sono la cosa più importante.
Mi sono avvicinato alla terra da pochissimi anni, sono un “dummy” come direbbero gli inglesi, ma proprio la mia caratteristica di principiante, mi vede immune per ora da ogni influenza politica, corporativa, scientifica.
La mia idea sui semi : in quanto reddito per alcuni sono spesa per altri, non vedo come non si possa ritornare a produrre semi autonomamente e chi non ha abbastanza denaro per comprarli deve poter utilizzare parte del suo prodotto e riseminarlo.
Si parla di “tracciabilità” e di reddito “al di sopra dei due milioni di euro” , è assurdo !
Come mai si pensa solo ai ricchi e non ai poveri ? E’ evidente che la legge è stata suggerita dai sementieri…. Sono i poveri come quelli dell’India che si suicidano, non i ricchi ! Se non ho capito male 270.000 in un anno solo in India, questo sembra a causa dell’uso sconsiderato di sementi super-produttivi che poi necessitano di super concimazioni e trattamenti antiparassitari che mandano poi in crisi gli agricoltori stessi.
Nella “pancia” della nuova legge ci DEVONO mettere un limite minimo per garantire l’area dei piccoli agricoltori (e in Italia sono tantissimi) che può essere il reddito, o la superficie lavorata, se si tratta di un agricoltore diretto o di un terzista e quanti ettari lavora, o un altro parametro che indichi che quel soggetto produttore non è “pericoloso” per il mercato, ma svolge quell’attività tanto importante che è il conservare la biodiversità, e gli si deve permettere di ri-usare le sementi, e non credo debba spettare a loro l’onere della catalogazione.
Il piccolo agricoltore deve anche poter vendere la sua produzione, che anche se non certificata sarà sempre migliore di un OGM e qui potrebbe essere regolamenta la distribuzione di prodotti biologici non certificati, che anche se non esiste perché non crearla ; chi lo impedisce ? Del resto se fanno le leggi sui semi possono farle di nuove sul commercio dei prodotti non catalogati, ad es. ognuno venderlo accompagnato dalla foto del prodotto stesso e la relativa certificazione di origine da rilasciare su richiesta.
Se questo agricoltore sentisse l’esigenza di dover catalogare un nuovo seme lo stato, la regione, o comunque il soggetto giuridico preposto dovrebbe espletare l’intera pratica, non appena segnalata, senza costi, sono le pubbliche amministrazioni che devono preservare il patrimonio, a loro l’onere, ai moderni contadini il buon senso di “preservare” come fino a qualche anno hanno fatto gli “agricoltori custodi” della Arsia.
L’individuazione di parametri per individuare gli onesti sono difficili, siamo italiani, abbiamo il “furbo” nel DNA appena uscita la legge l’agricoltore di medie/grandi dimensioni disonesto telefonerà al commercialista, all’agronomo, all’avvocato e chiederà come rientrare nell’area dei piccoli dove “si fa quello che ci pare” e garantire la redditività elevata.
Sarà cura sempre degli organismi pubblici controllare eventuali soggetti irregolari che producono mescolando le produzioni agricole come talvolta nel passato.
Ho visto il video di Vandana Shiva sulla libertà dei semi la sua messa a punto della banca del seme, dall’India ci avverte che la sua battaglia può diventare anche la nostra.
Attenzione ! anche questo modello indiano sembra essere bellissimo, ma i modelli non possono essere importati così come sono, facciamo ancora parte della CEE, il meccanismo è ancora questo, vengono emanate direttive comunitarie e poi i singoli stati si adeguano.
Noi per fare gli adeguamenti abbiamo bisogno delle Regioni, (in assenza di una legge dello Stato) abbiamo sempre avuto questa concezione di vita tutta italiana a “capannelli” cioè aree dove le regole cambiano a seconda del luogo dove ci troviamo.
Dobbiamo prendere atto che il mondo è cambiato e ci siamo abituati alle comodità della vita moderna, la natura spesso aveva la meglio e le coltivazioni subivano aggressioni degli agenti naturali, ma al contempo abbiamo perso anche quelle competenze che permettevano a tutti gli agricoltori di auto-produrre le loro sementi.
Da Vandana Shiva dobbiamo copiare l’umiltà con la quale si è adoperata nel ricercare le sementi abbandonate/escluse recuperando i saperi degli agricoltori e negli anni attivato quella importante realtà di banca del seme che come Don Chisciotte combatte contro i mulini dei sementieri. (un es. solo di riso oltre 500 specie di ogni colore e grandezza).
La necessità di catalogazione si scontra con l’idea di Vandana Shiva di libertà dei semi, credo entrambe siano giuste e la nuova legge dovrà tenerne conto, la soluzione da me proposta va in questo senso.
Mentre osservo i tagli alla spesa delle aziende e la pubblicità è diminuita in modo vertiginoso sia in quantità che in valore, mi domando :
Quanto dovremo aspettare perché si prenda atto della necessità di auto-produrre sementi senza rischiare multe o illeciti puniti anche con l’arresto?
Potremo tagliarne i costi di acquisto?
Occorre iniziare da ora e subito a insegnare la cultura della riproduzione delle sementi, formare gli agricoltori con corsi specifici, fare “rete” con i sistemi di Aiuto-aiuto, collaborare con i Gas, e ogni specie anche se non redditizia deve essere “condivisa”.
Se non ci sentiamo garantiti in sede comunitaria dobbiamo partire senza esitazione promuovendo una petizione avaaz su change,org in modo che le leggi debbano tutelare i cittadini comunitari e non alle solite lobbies.
In rete ci sono sicuramente persone disposte a mettersi in gioco per produrre proposte / emendamenti alla legge, altrimenti non ci rimane che accettare le decisioni prese.
Lanciamo la pietra nello stagno e vediamo quante onde provoca, non sarà certo un’alluvione, ma un po’ d’acqua la smuove di sicuro. Io un sassolino l’ho lanciato !
Buon lavoro !

ELSA – L’ AMICO FIUME


Nel 1965 a causa della crisi dell’industria mineraria la Montecatini di Castelfiorentino aveva cessato l’attività, mio padre ci lavorava e la mia famiglia si trasferì a Orbetello (GR) in altra azienda Montecatini.
Nel 1966 quindi a Castelfiorentino non c’ero, mi trovavo a Orbetello e la notizia della piena nel paese natio non ci arrivò immediatamente.

Ricordo il marito di una cugina di mio padre, appena arrivato ad Orbetello ci annunciò la notizia della tragedia e fu drastico nelle brevi parole comunicate : – Là a Castello muoiono tutti! –

Non vi dico la paura che ci fece prendere !

Anche vicino a Orbetello l’Ombrone si era ingrossato, aveva fatto fatto qualche danno, ma non come nella Valdelsa.

Di fronte a ogni disastro ambientale, ora siamo abituati a ricercare le colpe in tutti quelli che sono intervenuti in modo non corretto nell’ambiente, come se trovare il colpevole risolvesse il problema.
Ancora peggio se dopo l’evento arrivano contributi a pioggia non tanto per ripristinare i danni, ma magari farne di nuovi se non fatti con criterio.

La scelta di agire con le casse di espansione di concerto con il controverso “scolmatore” è stata alla fine per ora premiata, ondate di piena molto alte sono state scongiurate negli ultimi anni.

Un non addetto ai lavori come me non si può addentrare in polemiche sull’operato svolto sul nostro fiume, la critica aiuta solo se è costruttiva, la mia non vuol essere una critica ma un resoconto.

Ho parlato con alcune persone preoccupate affacciate sul ponte del fiume Elsa e ancora trovo molta disinformazione tra i castellani. Con tristezza mi rassegno, e devo constatare che molte delle credenze dei miei genitori e nonni sussistono in molti concittadini.
Ad es.vedono gli alberi nell’alvo del fiume e affermano :
-non hanno pulito! –
oppure :
– siamo alle solite, è tutto da ripulire, ai miei tempi c’erano il cemento e tutti gli scalini –
e sono chiaramente delle affermazioni che rappresentano grave impreparazione sull’argomento.

Molti anni fa amministrazioni provinciali toscane avevano diffuso degli opuscoli per spiegare a tutti come si deve intervenire sul fiume.

Un esempio è l’opuscolo “L’amico fiume” , l’ho ritrovato dopo tanti anni, è una produzione dell’amministrazione provinciale di Siena. Volevo ri-pubblicarlo in rete, sarebbe anche doveroso confrontare i propositi di oltre 10 anni fa con i lavori effettivamente svolti sui fiumi,
esiste un link http://ecoitaly.net/sva/amico_fiume.htm che rimanda all’opuscolo ma è disattivato.

In poco spazio si sintetizzano concetti semplici, credo che l’intento fosse stato di distribuirli nelle scuole, il fumetto spesso rende meglio di tante parole, ma tante ne sono state spese sul fiume e molte hanno provocato più danni che benefici.
Mi sono permesso di scannerizzare solo i disegni e pubblicarli nei documenti del gruppo.

Pensiamo a quante cose sono state fatte sui fiumi e che solo dopo molti anni ci siamo resi conto che producevano più effetti devastanti e negativi di quelli positivi…

1. si estraeva la sabbia di fiume e si è visto poi che per diretta conseguenza nel mare affluiva minore quantità di depositi e le spiagge si ritraevano sempre di più, questa attività è stata interrotta.
2. si costruivano dighe e steccaie per canalizzare l’acqua verso mulini e sfruttare così la forza dell’acqua, questo bloccava il flusso dei sedimenti verso il mare e modificava l’alvo del fiume, questa attività non esiste quasi più in Toscana.
3. non si dovevano cancellare le anse dei fiumi, oltre a rallentare la velocità dell’acqua, le anse avevano l’importante scopo di filtraggio delle acque con le loro sabbie e sassi
4. non si dovevano cementificare i corsi dei fiumi, e tantomeno ricoprire i torrenti con strade (ho visto strade asfaltate sul greto dei fiumi in Calabria presso Cirò Marina, poi ci si stupisce se i fiumi portano via i campeggi)
5. i ponti avrebbero dovuto essere costruiti sul modello dei ponti di epoca romana “a schiena d’asino” (e si possono ancora ammirare) , invece spesso franano perché realizzati “pari strada”
6. gli affluenti torrentizi sono spesso secchi, ma la nostra idea italiana di voler “canalizzare” tutto ci porta a non dimensionare in modo corretto le connessioni tra torrenti e fiumi (vedi Certaldo pochi giorni fa)
molti di questi errori sono menzionati nell’opuscolo.

Tentativi di “avvicinare” la popolazione al fiume Elsa ne sono stati fatti, come ad es. provare l’uso delle canoe nel fiume, il river trophy (gara non competitiva di barche costruite con materiali di recupero), la realizzazione del campo gara per la pesca sportiva, ma sono eventi sporadici, e il fiume continua a fare paura quando si gonfia e arriva con le acque fin quasi al ponte e desta disinteresse in quasi tutti gli altri periodi.

Si è parlato di “parco fluviale” già fin dal 1992 , e credo che progetti, idee, finanziamenti, sono sempre arrivati in tempi diversi con scarsi risultati visibili.
Anche in questo spinoso tema si è speso tempo e denaro in assenza soprattutto di condivisione delle modalità intervento.

Mentre nell’alta valdelsa ci sono i Sentier Elsa vicino Colle Val d’Elsa , sentieri con guadi di 4 km (articolo gonew di Luglio 2013) , nella bassa valdelsa, fiume più largo, le eventuali piste spesso alluvionabili, difficili da gestire, non fonti di reddito, sono state realizzate solo in parte.

Alla televisione ogni giorno vediamo dissesti idrogeologici di ogni tipo, in ogni parte d’Italia, perché la cura di un ambiente è deputata prima di tutto a chi lo abita, e un modello di riferimento “sano” che posso menzionare è quello di alcune comunità montane del Trentino.
Gli amministratori di questi paesi hanno rifiutato di aderire ad alcuni incentivi che anziché tendere a popolare la montagna, la spopolavano, è chiaro che una montagna senza abitanti è più difficile da gestire, l’incuria dei terreni diventa un costo per le piccole amministrazioni locali, e rischiano di diventare aziende fallimentari.

Se ci sono stati degli errori in passato sulla gestione del fiume almeno cerchiamo procedere in maniera corretta da ora in poi, regole e direttive sul come operare sull’ambiente ci sono, occorre solo attuarle, ma soprattutto occorre responsabilizzare i cittadini, e ognuno di noi deve sapere che anche ad es. cementificare intorno casa contribuisce a far accelerare la velocità dell’acqua del nostro amato fiume. Sapere prima di agire !

TERRE INCOLTE


TERRE INCOLTE

La nuova S.S. 429 da Ponte a Elsa a Poggibonsi passerà da Castelfiorentino toccando lo splendido paesaggio della Valdelsa.
Il percorso è molto bello, con suggestivi scorci nelle campagne. Se si va a vedere bene però molti terreni sono incolti, e le ragioni sono svariate, non sono un esperto del settore, ma le cause oltre alla parcellizzazione, improduttività, ma anche al fatto che vengono erogati contributi per tenere il suolo incolto.
Di recente l’amministrazione comunale ha fatto una proposta per i terreni di loro proprietà

http://www.gonews.it/articolo_214743_Vuoi-adottare-unarea-pubblica-Il-Comune-la-cede-per-tre-anni-ma-lassociazione-in-cambio-fa-manutenzione.html

E’ una buona cosa, è sentita l’esigenza di lavorare i terreni anche solo per toglierli dall’inattività, certo l’amministrazione non ha margini di potere sulle terre incolte dei privati.

La domanda sorge spontanea :
quali soggetti possono promuovere la riattivazione di lavori nelle terre incolte pubbliche e private ?

Ci sono esempi in rete , ne ho trovati alcuni interessanti in Liguria parco delle cinque terre
http://www.bioeccellenze.org/index.php?option=com_content&view=category&id=35%3Acinque-terre&layout=blog&routeUsed=yes&Itemid=9

Dovremmo dare impulso e ritorno allo sviluppo dell’agricoltura e allevamento a livello locale , inizialmente assistito , assegnando appezzamenti di territorio destinato all’uso agricolo di prodotti naturali , basso utilizzo di pesticidi chimici , favorendo la cooperazione tra cittadini espulsi dal mondo del lavoro indigenti . Favorire l ‘utilizzo delle delle fonti rinnovabili e le tecnologie disponibili per produrre energia a basso impatto ambientale

Vorrei analizzare il fenomeno dell’abbandono dei terreni con una visione più ampia :

– il terreno abbandonato oltre a non dare frutti alla popolazione (l’unico che percepisce denaro è il proprietario e i soldi gli arrivano dalle nostre tasse)
– il terreno sodo non fa penetrare l’acqua, quando piove l’acqua corre più veloce sui terreni, si verificano con facilità smottamenti e frane, e nella nostra zona abbiamo le inondazioni tra i ricordi più brutti

ho trovato questo documento che lo conferma :

E’ tutto pazzesco! Danno i soldi per mantenere i terreni incolti
giovedì 12 novembre 2009 di Marco Mandelli
Oggi alle ore 12,35 RAI Radio Uno mandava in onda la trasmissione “La radio ne parla”. Gli argomenti erano: terre abbandonate, la redditività in agricoltura, nuove modalità di gestire il territorio.
Un’ascoltatrice, coltivatrice diretta, lamentava l’abbandono di molti appezzamenti agricoli, complice la PAC, la politica agricola comunitaria dell’Unione Europea, che PAGA I PROPRIETARI PER TENERE INCOLTI I PROPRI TERRENI (“purché mantenuti in buone condizioni agronomiche” recita la normativa).
La cosa, nota da tempo, inquadrata in un’ottica più ampia, quella della gestione e del dissesto idrogeologico del territorio, assume dei connotati inquietanti.
Quei grandi geni dei legislatori comunitari (dell’Unione Europea) cosa stabilirono anni fa? Per mantenere alti i prezzi dei prodotti agricoli, soprattutto quelli di Francia e Germania, hanno definito norme che hanno reso il mercato europeo chiuso e protezionistico, dando sussidi e contributi da una parte, e contingentando le produzioni dall’altra (vedasi quote latte).

Tra le varie fesserie approvate, ecco spuntare qualche anno fa i contributi per dismettere alcune coltivazioni, fino ad arrivare ai soldi per tenere i terreni “a riposo”.
In un mondo dove UN MILIARDO DI PERSONE CREPA DI FAME, IN EUROPA TENIAMO I TERRENI “A RIPOSO”! Aiuto, la razza umana è impazzita, voglio andare su un altro pianeta!
Perché non viene coltivata la terra?
Da una parte c’è la concorrenza internazionale (ad esempio l’olio nordafricano costa meno del nostro), dall’altra i prezzi dei prodotti agricoli non li decidono i contadini ma la GRANDE DISTRIBUZIONE. Se un prodotto sullo scaffale del supermercato arriva a costare due Euro, al coltivatore viene pagato solo venti centesimi. A parte le speculazioni che si creano strada facendo, all’agricoltore non conviene più coltivare.
Dai oggi e dai domani, con quest’andazzo incrementano LE TERRE INCOLTE. Terre incolte = degrado e dissesto.
Si, perché l’agricoltore E’ IL GUARDIANO DEL TERRITORIO. Se l’agricoltore non pratica più la coltivazione di cereali, frutta ed ortaggi e la silvicoltura (la gestione dei boschi) gli strati superficiali dei terreni non sono più ancorati a quelli sottostanti e, se situati in pendìo, vengono giù alle prime piogge torrenziali, generando morte e distruzione. Oppure, all’estremo opposto, si favorisce la desertificazione, anch’essa legata, come le forti piogge, ai cambiamenti climatici in corso.

E’ inutile lamentarsi. Assisteremo sempre più a tragedie come quella del messinese o all’inaridimento di intere regioni. Sono disastri creati dagli esseri umani.
Da qualche tempo c’è poi il business dei “campi fotovoltaici”. Grazie ai generosi contributi statali, è in atto l’accaparramento (anche da parte della criminalità organizzata, che è presente ovunque ci siano lucrosi affari) di vasti terreni dove installare grandi impianti per la produzione di energia elettrica di origine fotovoltaica. L’energia solare di tipo fotovoltaico deve prima di tutto rivolgersi alle coperture già esistenti (tetti delle abitazioni civili, delle fabbriche, delle strutture commerciali) e solo in ultima istanza andare ad occupare la nuda terra, che deve essere lasciata libera per essere coltivata.
La terra rende poco? Cerchiamo coltivazioni più redditizie, anche a scopo energetico, come si sta già facendo da tempo con la SHORT ROTATION FORESTRY (coltivazioni boschive a ciclo breve) o con la coltivazione dei semi oleaginosi per il biodiesel (ad esempio la colza).

NON ABBANDONIAMO LA TERRA! L’Italia deve mantenere una sua agricoltura: Se dovesse scoppiare una crisi internazionale o peggio ancora una guerra, con conseguente blocco o rallentamento dei commerci, che cosa ci mangeremo? Aria fritta e sassi, che ahinoi, non sono molto nutrienti.
Dobbiamo incentivare il ritorno alla terra che, per fortuna, sta già in parte avvenendo. Molti “cittadini” decidono di ritornare a madre natura e avviano attività agricole innovative (agricoltura biologica, fattorie didattiche, agriturismi). Molti giovani cercano la loro realizzazione nella terra.
Non è più come una volta, laddove il contadino era considerato alla stregua di un “sottosviluppato”. Oggi l’agricoltore ha una nuova dignità, derivante anche dal fatto di lavorare in un settore fondamentale, non a caso classificato come “primario” .
Oltretutto, grazie alle tipicità come DOC, DOP, IGP ecc. , l’agricoltore contribuisce alla immagine dell’Italia: l’enogastronomia e l’enoturismo sono voci importanti della nostra bilancia dei pagamenti internazionali e della CULTURA del nostro Paese.
L’argomento è sterminato. L’importante è capire che dobbiamo DIFENDERE E VALORIZZARE LA TERRA. Ne va del nostro futuro.

La diminuzione del personale addetto al settore “primario” (agricoltura) è cominciata a ridursi oltre 60 anni fa in Italia, ma da quest’anno … :

http://www.greenreport.it/news/agricoltura/crisi-agricoltura-in-controtendenza-in-italia-nel-primo-trimestre-2013-segnali-di-ripresa/

Per accelerare questa tendenza si potrebbero ridurre i contributi ai terreni incolti, se non si può, anche tassarli con un’aliquota che so del 10% o anche maggiore, (l’ente tassatore l’amministrazione comunale, previa verifica del terreno incolto) questo denaro permetterebbe alla stessa amministrazione di reinvestirla sempre nell’ambiente con gare di appalto simili a quella citata all’inizio.