Il nuovo mercato del lavoro.


Il nuovo mercato del lavoro.

 

Mi devo fare un pizzicotto per capire se è vero.

Son diventato una mosca e ho assistito a un colloquio di selezione per una segretaria.

La tizia aveva appreso della selezione da Facebook, anziché dagli uffici di collocamento, ah! Ora non si chiamano più così! Si chiamano Ufficio del lavoro.

Anche l’abitudine di cambiare i nomi delle cose non è bella.

Ufficio del lavoro va bene se il lavoro lo trovano a qualcuno, non mi sembra un nome appropriato.

Comunque la tizia all’ora prevista si presenta alla selezione, le chiedono la formazione, l’età e quando il selezionatore scopre che ha 28 anni il colloquio si chiude dopo aver spiegato che prendono persone al max di 24/25 anni perché devono fargli prima il contratto Giovani Sì poi un contratto a tempo determinato e infine uno di apprendistato.

Ora mi domando, io sono stato trasformato in una mosca perché è evidente la mia attività precedente era inutile. Sono contento di essere mosca perché come umano sarei molto più ingombrante con molti scarti, invece una mosca è leggera e magari si può schiacciare agevolmente, basta essere veloci o disporre di un ammazzamosche, sì perché le mosche sono molto più veloci delle fastidiose zanzare. Ormai è fatta, mi ci abituerò.

Prima di finire schiacciata comunque volevo dire che mi dispiace per quella ragazza scartata senza nemmeno aver potuto gareggiare per il posto.

Poi se si ascoltano le ragioni di un selezionatore viene da dubitare se sono le stesse dell’imprenditore per cui lavora. Chi ha determinato i criteri di selezione?

Come mosca sono una vera ficcanaso e sono andata a vedere come decidono questi criteri.

Un’impresa che funziona bene ha persone fedeli, ma soprattutto persone che amano il proprio lavoro. I veri imprenditori di una volta non esistono più. Ci sono i consigli di amministrazione, gli A.D. (amministratori delegati) e molte altre figure che non sanno scegliere le persone, allora cosa fanno? delegano ad altri e spesso si tratta di aziende di servizi o addirittura cacciatori di teste (head hunters). Insomma un gran casino che fa dimenticare ad ognuno chi è e cosa ci sta a fare al mondo.

Avevano perfino inventato una specializzazione: risorse umane, ma ora va di moda il risparmio selvaggio.

Molto tempo fa c’era un unica tendenza, un unico scopo: rastrellare personale fedele, assertivo, propositivo, motivato, preparato in modo da formare persone coese e disponibili al lavoro di gruppo.

La qualità di una azienda si rileva dalla qualità del personale e del suo livello di preparazione, se non c’è qualità nelle aziende non è colpa del recente Covid.

In poco tempo è stato buttato tutto all’ortiche, tutti hanno contribuito con un unico verbo: il denaro, e risparmiare è diventato il comandamento unico.

Non solo con le numerose tipologie di contratti esistenti passati da 200 a 700 e riuscendo a pagare quasi la metà persone che svolgono lo stesso lavoro nella stessa azienda, tutto con buona pace di governo e sindacati, ma soprattutto della massa ignorante della popolazione.

Attenzione io sono una mosca e non voglio offendere nessuno.

Ignorante perché nessuno sa queste cose, solo perché non le dicono al telegiornale.

La TV aveva perfino fatto credere che i problemi del lavoro erano relativi al solo art. 18.

Come non dicono che ci sono forme di assunzione come Giovani Sì con la quale vengono assunti giovani per un anno e pagati € 500,00 al mese svolgendo spesso un lavoro da € 1.500.

Anche qui sono importanti le parole.

Tale forma di assunzione si potrebbe agevolmente ribattezzare “Giovani Si muore!”.

Perché è vero io sono una mosca e non ho voce, ma se la dovessi dire tutta, allora cosa devono fare i giovani?

Come primo lavoro prendono € 500,00 poi gli fanno un contratto tempo determinato, e infine uno di quei contratti a paga bassa magari da 900 euro, ma quando li mettono da parte i soldi per sposarsi?

Ah già, ma ora chi si sposa più?

A me comunque va bene così perché se la gente non ha soldi figuriamoci se compra l’insetticida!

SENZA BIGLIETTO


biglietto-da-visita

SENZA BIGLIETTO

Sono passati quasi venti anni dal primo corso di informatica. Lo chiamavano così l’approccio alla rete, alla navigazione internet a 4800 k/sec, i primi browser, la posta elettronica di Eudora, bei ricordi.
Non esistevano, o erano molto rari gli esperti di database, web editor, web marketing, programmatori html ecc.
A quei tempi c’erano i bigliettini da visita. Dovevi averne uno colorato, la grafica era fondamentale, pochi dati ma essenziali, guai a non avere il cellulare, la mail non tutti ce l’avevano.
La cosa migliore avere qualcosa che lo differenziava, come alcune parti lucide o dei forellini a formare il logo di un’immagine o un disegno in rilievo ; allora quella era un perla e rappresentava valore aggiunto.
C’era chi si faceva anche mettere la foto e allora lo avrei mandato dallo psicologo.
In generale si preferiva vedere la gente in faccia, ascoltarsi, piacersi e finalmente stringersi calorosamente la mano.
Ne è passata di acqua sotto a ponti.
Sono qui.
Con un sito internet a presentare docenti con idee nuove e meno nuove, a dare opportunità a giovani e meno giovani, contattare agenzie formative con i loro enormi bacini di utenze.
Sono senza biglietto, non l’ho proprio fatto, ma sto comunque navigando anzi se mi state leggendo anche voi ci incontreremo.
Possiamo farlo.
Anzi, come dice un mio amico blogger :
– celapossiamofare –

INGEGNO


COMPRESSORE FRIGO

Img dal web

INGEGNO

Negli anni settanta c’erano veramente tanti lavoratori impegnati molte ore alla settimana.
In certi uffici si lavorava perfino il sabato.
Il tempo libero non era molto, ma qualcuno trovava il tempo di dilettarsi alle attività più strane.
Andrea lavorava come meccanico in una azienda di costruzioni di precisione.
Conosceva ogni tipo di metallo e poteva modellarli a suo piacimento con martelli, lime, o altri utensili. Sapeva saldarli con gli appositi saldatori a stagno, gas, o fiamma ossidrica.
Si era costruito un portabiciclette in ferro anticipando le rastrelliere che troviamo in prossimità dei parcheggi dei supermercati.
L’altalena per il figlio l’aveva ottenuta da una robusta longarina assicurata al muro della casa con enormi viti a ferro ancorate nella pietra. Dalla longarina calavano due catene e terminavano con una seggiolina in spessa lamiera verniciata. Bastava spingere i bambini e il divertimento era assicurato.
Le opere di ingegno si susseguivano e lo scopo era dotarsi di strumenti utili e condivisibili con la famiglia.
Andrea riuscì a procurarsi un vecchio frigorifero.
Il motore era funzionante, tolse solo quello e buttò via il resto. Quando si stacca il motore, il gas fuoriesce, ma il motore funziona come i rumorosi compressori ad aria e appena collegato in modo corretto alla rete elettrica si comporta in modo egregio ad esempio per gonfiare le biciclette.
Al minuscolo tubo in metallo della circolazione del gas Andrea aveva attaccato un tubetto in plastica e provò perfino a metterci il manometro per la pressione.
L’idea risultò buona e funzionò bene nel periodo estivo.
Stranamente l’oggetto si era portato dietro dei ricordi del frigorifero. Era molto silenzioso, ma funzionava come i tergicristalli delle auto dei carabinieri.
Ah ! Non la sapete la barzelletta ?
Il maresciallo chiede all’appuntato se funziona il tergicristallo e questi risponde :
– ora si , ora no , ora si, ora no – mmm…… dovete ridere altrimenti non l’avete capita !!!!!!!
Infatti la pompa funzionava ad esempio tre minuti, poi inspiegabilmente si bloccava per un minuto e sempre senza motivo iniziava di nuovo a pompare.
Nell’estate con il caldo andava a diritto come la banda, poi in inverno stava anche dieci minuti ferma e accesa solo qualche minuto.
Una volta gli rimase accesa e probabilmente pompò fino a che capitando in garage per caso sentì il rumore della pompa.
Il mistero venne svelato da un termostato che era rimasto attivo. Quando c’è molto freddo il frigorifero non si accende, e infatti in inverno il motore pompava molto meno.
Se era freddo che pompava a fare ? Andrea rimaneva lì come un bischero ad aspettare che la bicicletta si gonfiasse.
Spesso si scocciava e allora prendeva la vecchia pompa a stantuffo che non tradiva mai.
Le opere di ingegno vanno capite a fondo se no, meglio lasciar stare.
Ora se Andrea avesse i filmati di youtube con le modalità per autocostruire compressori con motore di frigorifero e estintore usato chissà quanti spunti avrebbe !

SARTA


sarta

Foto prelevata dal sito :
http://www.officinacultura.it/index.php/sarte-e-sarti.html

SARTA

Il tipo di lavoro svolto era un segnale per lei. Capiva se c’erano soldi in giro o no.
Se le clienti se la passavano bene venivano da lei con la stoffa e le chiedevano :
– Me lo cuci un vestitino ? –
Gina aveva sempre un modello per tutte. Una sottana un po’ svasata, una giacchina corta o comunque qualcosa che facesse figura, quello che chiedevano le sue clienti.
Anche dal tipo di stoffa si capiva dove le clienti andavano a parare.
Le modifiche di vestiti o le riparazioni invece erano un segnale di scarsa liquidità.
Tutti ne risentivano se c’era poco denaro in giro.
Ben pochi potevano permettersi vestiti cuciti e tra l’altro negozi di abiti ce n’erano ben pochi.
La signora Milia aveva la medesima cappa da oltre trenta anni.
Gina se la ricordava, l’aveva cucita lei nell’immediato dopoguerra. In trenta anni Milia era dimagrita e ingrassata, ma non molto, e la cappa non era mai stata modificata.
Quando si deve stringere non ci sono grossi problemi, ma se si allarga, ci va messo qualcosa, se no si vede il colore diverso della stoffa.
Gina usava toppe o pezzi di velluto che potevano sembrare abbellimenti del capo, li sistemava ad arte. Mascherare una lavorazione non era facile, ma le piaceva realizzare i lavori su misura, e se le piacevano ci faceva anche dei modelli.
I ragazzi più grassottelli bucavano i pantaloni dove sfregavano le cosce e le mamme li portavano a Gina per metterci delle toppe. Alla fine i ragazzi ci crescevano dentro e se non c’erano nemmeno fratelli minori per riciclarli finivano l’esistenza come cenci per pulire o altro.
Tutto veniva usato e riusato fino alla fine.
La qualità non era contemplata.
Non tutti si potevano permettere la qualità.
Ci volle molto tempo affinché la qualità divenisse un valore al quale mirare.
Con il boom economico le richieste di prodotti cuciti aumentò a dismisura, nacque il pronto moda, e con il passare del tempo si rivelò una folle rincorsa al massacro per una miriade di produttori.
Le sarte come Gina potevano realizzare un abito o un vestito partendo dalla stoffa, un lavoro di arte e ingegno anche se comportava molto sacrificio.
Curve sulle stoffe, le sarte spesso vedevano i loro corpi modificarsi. La testa reclinata in avanti, gli occhiali spessi inforcati sul naso, non potevano far altro che lavorare, sempre di più.
Tra le ore dedite alla casa e quelle al lavoro di sarta rimaneva loro solo il tempo per dormire, senza alternative possibili.
La parte più difficile era il taglio. Le prime volte Gina sudava freddo, sentiva la responsabilità di poter sciupare una stoffa magari molto costosa.
Dopo aver preso le misure alle persone, realizzava dei modelli in carta velina ottenendoli dai modelli in suo possesso.
Disegnava con il gessetto bianco le righe del taglio sulla stoffa, e ….zac, con mano decisa realizzava ogni parte del capo.
Dopo questa operazione delicata i pezzi venivano “montati” insieme fino a formare il primo modello.
A questo punto Gina avvertiva la cliente di passare a provarsi il vestito.
La messa in prova era l’operazione necessaria per ottenere il capo finito, come quando i sarti che spesso abbiamo visto in qualche film quando mettevano gli spilli su stoffe solo imbastite.
L’imbastitura era l’operazione di abbozzo con un robusto filo bianco di cotone, era il primo modello.
Se tutto andava bene Gina passava alla cucitura a macchina. Dopo il capo era pronto, bastava togliere le filze e stirarlo bene.
Non c’erano i ferri da stiro a vapore !
Il ferro veniva riscaldato sulla piastra della cucina a legna.
C’era sempre un ceppo nella cucina e l’acqua nel bollitore anche per mantenere un po’ di umidità in casa.
Un panno di cotone resistente bagnato e strizzato veniva disteso sul capo da stirare e poi con il ferro caldo il vapore si sprigionava da sotto il ferro con il fragore familiare di uno sfrigolio.
Gina amava molto il suo lavoro, ma non poteva staccare mai. Oltre ai figli da crescere, le faccende di casa, da un lato aveva imparato un mestiere che le consentiva di cucire abiti per la famiglia e le consentiva anche delle modeste entrate di reddito, ma che non era molto considerato dalle sue clienti.
La macchina da cucire sempre efficiente era stata sepolta sotto terra al passaggio del tedeschi, per evitare che gliela rubassero. Svolgeva sempre in modo efficace il suo compito.
Gina aveva provato ad andare a lavorare in fabbrica, ma non ci era rimasta a lungo.
Nonostante avessero capito il suo valore, l’attività sartoriale era in mano al sesso maschile, e in fabbrica l’avevano relegata a lavori secondari e meno qualificati.
Gina percepì questa scarsa considerazione e allora preferì dedicare alla famiglia le sue capacità e cucire per qualche cliente ogni tanto.
Ci vogliono anni per imparare mestieri e così poco tempo per buttare alle ortiche quanto appreso in una vita.
In un mondo attuale tanto negativo vorrei che si potessero riattivare le competenze di tante persone ancora vive, ma non mi riferisco a quelle non al cimitero, intendo quelle disposte a mettersi in gioco e condividere i loro saperi nel caso fossero disposti ad insegnarli.

LA STRADA


strada

IMG DAL WEB

LA STRADA

Il suo andamento slanciato la faceva sembrare molto più alta. Gli occhi e lo sguardo acuto rivelavano una intelligenza sopra la media.
Teneva moltissimo alla cura della persona e alla scelta dei capi di abbigliamento sempre firmati, ma non voleva mai mettersi in mostra.
Graziella, una ragazza fortunata, potrebbero pensare certe persone, aveva una grande opportunità; non doveva pensare di cercare un lavoro per vivere.
Certe sue amiche avevano abbandonato gli studi per andare a lavorare. Le neo-lavoratrici spesso erano contente del lavoro qualunque cosa chiedessero loro di eseguire.
Molto dipendeva dall’atteggiamento mentale e questo poco aveva a che fare con il tipo di lavoro.
Se poi il lavoro veniva utilizzato per riempire vite “vuote”, diventava anche pesante da sopportare.
Graziella per un po’ era rimasta in contatto con le amiche di scuola.
Il denaro o comunque il ceto sociale diventarono poi un muro invisibile e insormontabile.
Il collegio privato a Firenze, gli sport ed i suoi svaghi, l’università, avrebbero contribuito a segnare il presente ed il futuro della ragazza.
Graziella, a differenza delle coetanee, non era oppressa dalla necessità di lavorare.
I familiari le proposero alcune attività anche solo per riempire le giornate.
I ruoli proposti erano molto al di sopra delle sue possibilità. Una volta le dettero l’opportunità di lavorare in un team dove avrebbe dovuto guidare le persone. Si trattava della azienda manifatturiera della zia.
Si sentiva inadatta, spesso non sapeva nemmeno guidare se stessa. Rinunciò all’incarico.
Voleva qualcosa di più, non tanto per la laurea in economia che aveva conseguito, ma qualcosa di proprio, che potesse affermare con fierezza di aver costruito da sola.
Intanto la fonte principale delle ricchezze familiari, la grossa azienda del padre, iniziò a vacillare.
Dopo pochi anni il padre morì , l’azienda chiuse, lasciando senza lavoro centinaia di persone.
Graziella non aveva mai apprezzato molto il lavoro del padre, anche se questo le aveva permesso di mantenere un buon livello di benessere.
L’ingente patrimonio avrebbe consentito di vivere senza lavorare alla sua famiglia e anche ai futuri nipoti.
Con il passare del tempo riaffiorarono i ricordi delle amiche di scuola.
Antonella era una di queste, dopo l’abbandono degli studi era entrata a lavorare nella fabbrica del padre di Graziella. Per qualche anno le amiche avevano continuato a frequentarsi.
Graziella rammentava dei modi di dire dell’amica, uno di questi recitava :
– non si vive di solo pane ! –
Una frase stringata, ma la diceva lunga su varie interpretazioni.
Antonella una volta perso il lavoro per la chiusura della grande fabbrica, non aveva trovato altro da fare se non le pulizie in case private.
Un giorno le vecchie amiche di scuola si ritrovarono. L’incontro giovò molto a Graziella, questa trovò finalmente la spinta giusta per partire.
Non le mancava il patrimonio da investire senza chiederlo in banca, conosceva bene le modalità per gestire i rapporti di lavoro, con le persone, aveva i contatti della azienda del padre.
Volle provare.
Graziella aveva effettuato dei corsi di programmazione per computer.
L’insegnante una volta l’aveva messa in guardia da lanciare programmi senza sapere cosa esattamente eseguivano. L’insegnante puntualizzò :
– Se lanci un programma errato due volte, la seconda volta farà esattamente la stessa cosa, come battere il capo nel muro, sentirai male ancora ! –
Sapeva che non era la stessa cosa, far partire una azienda è difficile, ma suo padre ce l’aveva fatta, poteva farlo anche lei.
Si mise in contatto con Antonella, la sua vecchia compagna di scuola rimasta senza lavoro, cercò altre persone, voleva vedere in loro una forte motivazione.
Insieme le due donne formarono un buon gruppo di lavoro con lo scopo di riaprire l’azienda.
La laurea in economia si è rivelata utile e con le abilità dell’amica l’azienda è ripartita e cresce nonostante la crisi economica nazionale.
Aveva trovato la strada giusta.

NATIVI DIGITALI


Toddler playing with laptop
Toddler playing with laptop

Img dal web

NATIVI DIGITALI E LAVORI SOCIALMENTE UTILI

Non sono un nativo digitale. Sono diventato un abbastanza digitale leggendo i libretti di istruzioni, o gli opuscoli di carta dove spiegano passo-passo come funziona il telefonino o il computer.
Pianino pianino mi son tuffato in questo mondo dove i bambini sono già digitali appena usciti dal grembo materno.
I nativi digitali sono i “millenial” e sono stati denominati la generazione Y.
Noi invece possiamo considerarci immigrati digitali con provenienza dall’analogico.
Chi volesse approfondire il significato di queste parole finora a me sconosciute, (nella rete si trova tutto) e a questi links forse trovate spiegazioni abbastanza approfondite :
http://www.previsionari.it/tag/millennials/
http://wearesocial.it/tag/millennials/
Non ho trovato molti approfondimenti su questo cambiamento epocale dei modi di apprendere.
In molti paesi nemmeno la scuola è stata in grado di gestire questa importante modifica della società.
Alcuni hanno cercato di utilizzare queste nuove potenzialità, ma non è stato facile.
Negli Stati Uniti è nato un movimento denominato Franklin Project con lo scopo di promuovere i lavori socialmente utili e vede positivo l’utilizzo dei Millenial.
Dopo l’11 settembre negli Usa non solo è stato ricostruito quanto distrutto, ma si è rafforzato il senso di comunità eroso nei decenni precedenti.
Nei principi fondanti della dichiarazione di indipendenza c’è infatti il diritto alla ricerca della felicità e non si riferiva al soddisfacimento del piacere privato, ma al diritto di costruire la propria vita all’interno di una comunità forte e vibrante.
Italia abbiamo nuove leggi che consentono di attivare come negli Usa i lavori socialmente utili, ad es. : http://www.vita.it/it/article/2015/07/15/lavori-socialmente-utili-in-cambio-delle-tasse/135946/
Siamo stati abituati a pensare la creatività come qualcosa legato alle predisposizioni artistiche come canto pittura o simili.
Quindi dipingiamo se ci sentiamo di dipingere, cantiamo se ci sentiamo di cantare, oppure scrivere se volete scrivere e qualunque altra cosa ancora. Qualunque lettera sia la vostra generazione (X Y o Z ) sappiate che ognuna di esse ha la necessità di non vedersi reprimere gli istinti creativi.
I nativi digitali sono già pronti per essere creativi, possono farlo in ogni loro attitudine.
Ogni passione si potrà trasformare in un lavoro.
Scegliamoci un nativo digitale e come ad un figlio adottivo dovremo dargli fiducia, forse non sarà facile, questa operazione potrebbe contrastare con i nostri valori.
I vantaggi saranno per entrambi, soprattutto in termini di soddisfazioni personali.
Se poi vi funziona…..fatemi un fischio !!! 🙂

p.s. la splendida foto del piccolo nativo digitale è stata gentilmente “prelevata” senza il consenso dal sito : http://dailystorm.it/2014/09/13/i-5-errori-digitali-i-vostri-pagheranno/
e date un occhio anche all’articolo molto premonitore.

LAVORO


lavoro e nuove-idee

Img dal web

LAVORO

Evitare la noia è anche cercare di non ripetersi.
L’aspetto positivo della riflessione è che spazia in molti argomenti.
Oggi però ritorno sul lavoro.
Cosa è il lavoro ?
Scambio di competenze e tempo in cambio di denaro.
Cosa perde chi lavora ?
La libertà, e questo non è poco
Cosa guadagna oltre al denaro ? Impiega il tempo (questo può essere utile), sviluppa competenze, impara ad interagire con persone ecc.

Proverbi e aforismi ci aiutano a capire come l’uomo nei secoli ha descritto il lavoro.

– Chi è svelto a mangiare è svelto a lavorare
– Molti cercan quel paese dove si fanno trenta feste al mese
– Essendo il lavoro la cosa più bella del mondo bisogna lasciarne un po’ a domani
– Lo scopo del lavoro è guadagnare tempo libero (Aristotele)
– In un sistema gerarchico una macchina può fare il lavoro di cinquanta uomini ordinari, ma nessuna macchina può fare il lavoro di un uomo straordinario. (Hubbard)
– La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma dall’orgoglio di un lavoro fatto bene (Gandhi)
Un uomo chiamato a fare lo spazzino dovrebbe spazzare le strade così come Michelangelo dipingeva, o Beethoven componeva, o Shakespeare scriveva poesie.
Egli dovrebbe spazzare le strade così bene al punto che tutti gli ospiti del cielo e della terra si fermerebbero per dire che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro.
(Martin Luther King)
Pensare è il lavoro più arduo, è per questo che così pochi ci si dedicano. (H. Ford)
Se tu mi paghi come dici tu io lavoro come dico io, se tu mi paghi come voglio io io lavoro come dici tu (proverbio cinese)
Il lavoro allontana tre grandi mali : la noia, il vizio, il bisogno. (Voltaire)
Ho cercato di selezionare alcuni pensieri di personaggi della storia.
Li condivido quasi tutti, alcuni possono diventare un mantra per il nostro atteggiamento nei confronti del lavoro, altri andrebbero usati con moderazione in quanto attivano componenti egocentriche dell’essere umano. Secondo me l’interpretazione deve essere personale, ognuno deve farla sua con i suoi modi di essere.
Non potevo non aggiungere la mia modesta riflessione
“il lavoro manca a chi non ce l’ha più, ma chi non ha lavoro ha tempo per immaginare nuovi scenari del proprio cammino”

p.s. l’immagine è “prelevata” dalla rete, mi scuso con l’autore dell’articolo se non ho chiesto l’autorizzazione. Spero di sdebitarmi menzionando la fonte :
http://www.giuseppelancini.com/lancio/2014/01/spazio-per-nuove-idee/

APERTO PER LAVORO (FERIE ?)


aperto per lavoro

APERTO PER LAVORO (FERIE ?)

Capita spesso che diamo importanza alle cose quando queste vengono a mancare.
E’ tutto un sussulto di aspettative ed attenzioni che si alternano attorno a dove riserviamo la nostra attenzione.
E’ strano come questi periodi possono durare frazioni di una giornata o tutta la vita.
Sappiamo che la salute è una cosa importante, ma invece di ringraziare ogni giorno di possederla ci ricordiamo solo quando appare la malattia.
Nello stesso modo non avendo un punto di riferimento chiaro la nostra aspirazione alla felicità spesso non è molto precisa. Potremo tentare di associare i momenti di felicità al periodo feriale.
Le ferie mi evocano ricordi di periodi felici e spensierati della mia vita e tento di ripercorrere i momenti che li precedevano.
Da studente da un lato mi rallegravo per l’imminente inizio delle vacanze estive, ma dall’altro mi dispiaceva iniziare quel lungo periodo di vacanza lontano dagli amici di scuola.
Mia madre ed io infatti raggiungevamo mio padre che lavorava tutto l’anno in una località balneare distante oltre 100 km dalla nostra casa, e lo obbligava ad una situazione di pendolare settimanale.
Perdevo per tre mesi ogni contatto con gli amici di scuola e mi trovavo costretto ad osservare le modalità di “fare vacanza”.
Il mercato degli affitti degli appartamenti era molto diffuso e con tipologia mensile o quindicinale.
In genere ogni quindicina mi cambiavano gli amici di ombrellone e li avrei rivisti solo l’anno successivo.
Mentre osservavo le tipologie delle ferie degli italiani anni ’70 mi accorgevo di quanta importanza veniva attribuita al “fare ferie”.
Qualche maligno arrivava persino ad attribuire analogie tra il luogo delle vacanze e le disponibilità finanziarie della famiglia analizzata. C’erano luoghi da “poveri” e luoghi da “ricchi”.
Le ferie erano anche uno “status quo” quindi se uno non faceva le ferie era quasi sicuramente perché non poteva permetterselo, e anche se non era così molti comunque lo pensavano.
In quei tempi non molto lontani ben poche famiglie si coprivano di debiti per dimostrare di potersi permettere le ferie.
Da studente non potevo scegliere, era la famiglia che sceglieva per me. Quindi tre mesi al mare per molti anni !
Posso dire di aver avuto ottime abbronzature e tantissimi amici quindicinali e mensili.
Tutto sommato ho avuto tantissime opportunità, molte più di quelli che rimanevano a casa.
Ma, forse non è così, infatti le opportunità capitano a tutti, poi dipende da quanto siamo abili a coglierle.
Nel corso della vita il lavoro poi ha modificato la mia modalità di fare ferie.
Ancora una volta le aspettative riposte in quel magico periodo diventavano un momento molto particolare.
La chiusura di molte aziende era lunga, anche un mese, a seconda dei settori o dell’organizzazione interna. Mancare dal lavoro per quasi un mese comportava di “meritarsi” le ferie.
Nelle aziende italiane a partire dagli anni ’60 si era instaurata una sorta di legge non scritta relativa alle “ferie sacre in Agosto” . Altri paesi europei avevano adottato invece da tempo una sorta di alternanza delle ferie in ogni periodo dell’anno.
Ricordo le ferie negli anni ’80 in agosto nelle città e sembravano quelle città fantasma dei mitici film di cow-boys.
E’ buffo come il mondo cambia e non ce ne vogliano accorgere, e pochi che documentano i cambiamenti.
I giorni prima delle ferie operai ed impiegati si caricavano di uno stress notevole, consapevoli di lasciare l’azienda chiusa per molte settimane. Anche io arrivavo alle ferie come stremato.
Si doveva prevedere un prima, un durante e un dopo le ferie stesse.
Mi immagino tante aziende come innumerevoli macchine concepite per produrre e che forzatamente venivano immobilizzate, la corrente staccata, un cartello giallo FERIE FINO AL …. e arrivederci !
Tutti quei lavoratori inattivi per un lungo periodo e obbligati a dimostrare il proprio status-quo.
Mi guardo attorno e vedo decine di stabilimenti chiusi da decenni, i lavoratori sono in pensione da molto tempo ; ferie illimitate ! La crisi ha prodotto un numero notevole di disoccupati e immobili allo sfascio.
Mi manca qualcosa, vorrei chiudere l’articolo con qualcosa di positivo.
Vorrei lasciare a chi mi legge una speranza, una chiave di lettura nuova, e cioè vedere ogni fine come un inizio.
Ho preso spunto per scrivere questo articolo dalla fine del mio percorso lavorativo.
Con il 31 luglio si conclude il mio rapporto di lavoro con l’azienda dove ho lavorato 33 anni.
Quest’anno non inizieranno le ferie, inizierà una nuova avventura, non è la pensione, ma ….nessuna anticipazione !

FESTA


festa

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FESTA

Quando penso ad una festa, la mia mente evoca momenti spensierati, relax o comunque momenti felici.
L’origine della festa ha radici storiche, la si faceva coincidere con i momenti di riposo o comunque non di lavoro.
Negli ultimi anni è diminuito molto in Italia il numero delle persone che lavorano, e le feste hanno subito un calo di presenze dovuto principalmente al calo della qualità dei contenuti delle feste.
Gli organizzatori, gli enti pubblici o privati hanno destinato minori risorse agli eventi e ne sono risultati spesso dei fallimenti rispetto alle aspettative.
Dal mese di Maggio fino a Settembre di ogni anno in moltissimi paesi si susseguono feste, sagre, mercatini cene in piazza, e se le feste non esistono.. si inventano e….. perché ??
Sono a qui a discernere, rievocare le ragioni della spinta a far festa.
In fondo se non è un giorno di lavoro, se voglio stare insieme ai miei compaesani, se mi voglio divertire, se voglio condividere la gioia di far festa, allora magari partecipano anche turisti stranieri o italiani.
Cosa succede ?
La festa diventa un luogo di incontro di persone con attività diverse.
Si riscoprono i vecchi lavori, gli lavori artigianali e i saperi vengono condivisi.
Ho visto tante feste cominciate per caso…..non finiscono il primo anno !
Se piacciono l’anno successivo vengono rifatte , e anche migliori di prima.
L’anno successivo gli inventori apportano migliorie e se ci sono errori organizzativi vengono risolti.
E una festa può diventare un lavoro !
Per gli organizzatori è abbastanza gravoso pensare a tutto, alla sicurezza, i parcheggi, la pubblicità, i rapporti con i commercianti, le autorizzazioni, il traffico, ma soprattutto combattere con gli ostili al nuovo ed al cambiamento.
Ecco che giovani eclettici, pensionati eruditi, storici appassionati, si tuffano nel passato, analizzano la storia del proprio paese, la passano a setaccio.
La ricerca ha effetti straordinari, si ritrovano feste di centinaia di anni fa e….vengono fatte rivivere, oppure si modificano e reinventano feste del passato, ci si inventa un palio che non esisteva, o si fanno correre le le rane o i ciuchi, o galline e soprattutto i ragazzi si divertono.
Come partono queste iniziative ?
Nei modi più strani, basta un componente della p.a., un comitato di cittadini, o di genitori, associazioni culturali, sportive, religiose, oppure pescatori o cacciatori.
Ricette per una bella festa ce ne sono a volontà.
Possono essere personalizzate da chi le organizza.
Uno degli ingredienti essenziali è la condivisione.
Mi è capitato di osservare feste organizzate da qualcuno e snobbate dal compaesano magari perché di idee politiche o religiose diverse.
La festa è l’espressione di quel che siamo; l’entusiasmo con il quale riusciamo ad organizzarle ne aumenterà la condivisione.
Ho partecipato a cene all’interno di sagre dove il numero dei posti a sedere del ristorante era superiore al numero degli abitanti del paese e vi garantisco che non c’erano ristoratori esterni.
I costi delle sagre paesane sono abbastanza contenuti, alimentano il turismo e comunque la percezione di felicità aumenta la qualità della vita del paese stesso.

E allora….. facciamoci una festa !

REDDITO DI CITTADINANZA


reddito di cittadinanza

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REDDITO DI CITTADINANZA

Una cosa che odio sono le “etichette”.
Appena parlo con amici o persone mai conosciute prima, percepisco un fastidio particolare appena si tenta di applicarmi una “etichetta”.
L’interlocutore, chiunque esso sia, appena può, tenta di sondare le mie inclinazioni politiche e vuole per forza identificarmi a gruppi a lui noti.
Mi è capitato anche qualche settimana fa, e dopo vari tentativi : – ma allora te sei come ……-
dopo cinque minuti, ancora : – no, ho capito, allora sei come …….!!-
Non ho nessuna voglia di spiegargli che al momento ragiono come il rospo mentre il contadino aguzza la canna e il povero animale infatti si ripete : – speriamo bene !!! —
Non posso che sperare bene, ma mentre spero bene, anelo al meglio e ….lo scrivo.
Oggi ho assistito a qualche minuto di intervista a Massimo Fini presentava su Raitre un nuovo libro “Per tutti o per nessuno” e ci ricordava la sua idea che destra e sinistra, sono obsoleti, vecchi di due secoli in cui le trasformazioni sociali e culturali hanno reso inutilizzabili queste divisioni, anche alla luce di una sempre maggiore somiglianza programmatica tra le diverse forze politiche.
Questi due eventi mi danno lo spunto per affrontare un altro tema delicato.
Il reddito minimo e il reddito di cittadinanza.
Tutti gli altri paesi dell’Europa a 28 (tranne Italia e Grecia) hanno adottato da tempo forme di reddito minimo garantito per consentire ai loro cittadini più deboli di vivere una vita dignitosa, così come l’Europa chiede fin dal 1992.
Ecco un link interessante ad un articolo del 2013 con le modalità applicate nelle varie nazioni europee http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/24/reddito-garantito-1-300-euro-al-mese-in- danimarca-460-in-francia-ecco-mappa/673894/ che ho comunque riassunto nel presente post.
In quindici stati europei solo l’Italia e Grecia si ostinano a non applicare una forma di sostentamento alla popolazione indigente.
Si va dalla poche centinaia di euro agli oltre 1.200 della Danimarca.
C’è una risoluzione europea del 2010, è stato ribadito un reddito minimo es.
Belgio —-) minimax una rendita mensile di 650 €, rilasciata a titolo individuale, a cui può avere accesso chiunque.
Francia —-) Revenu Minimun d’Insertion, sostituito nel giugno 2009 dal Revenu de Solidarité Active. Ne ha diritto chi risiede nel paese da più di 5 anni, ha più di 25 anni, chi è più giovane ma ha un figlio a carico o 2 anni di lavoro sul curriculum. Un singolo percepisce 460 euro mensili (in aumento ai 441 del 2007)
Belgio —-) 725 euro mensili per Anti-Poverty Plan, un’ulteriore serie di misure per garantire il diritto alla salute, al lavoro, alla casa, all’energia, ai servizi pubblici.
Austria —–) Sozialhilfe – in Austria è uno stato minimo di sicurezza al livello più basso. Esso dovrebbe consentire alle persone in bisogno della guida di una vita dignitosa.
Regno Unito —-) L’Income Support è uno schema che fornisce aiuto a chi non ha un lavoro full time (16 ore o più a settimana per il richiedente, 24 per il partner) e vive al di sotto della soglia di povertà. Il sostegno ha durata illimitata finché sussistono le condizioni per averlo e varia in base ad età, struttura della famiglia, eventuali disabilità, risorse che i beneficiari hanno a disposizione: chi ha in banca più di 16mila sterline non può accedervi e depositi superiori alle 6mila riducono l’importo del sostegno.
Irlanda —-) 849 euro mensili per Back to Work Allowance nell’isola un disoccupato che intraprende un’attività lavorativa continua ad usufruire dei sussidi per diversi mesi dopo l’avvio del lavoro.
Germania —-) l’Hilfe zum Lebensunterhalt, letteralmente un “aiuto per il sostentamento“, un assegno sociale per i pensionati in condizioni di bisogno (Grundsicherung im Alter) e un sostegno ai disoccupati con ridotte capacità lavorative (Erwerbsminderung). Non è tutto oro quello che luccica. Sembra che in Germania molti lavoratori per mantenersi l’aiuto accettino lavori ad meno di un euro l’ora. Nel 2010 oltre quattro milioni di persone hanno lavorato a meno di sette euro l’ora. C’è un lato oscuro del miracolo tedesco, ma viene sapientemente nascosto.
Danimarca —-) Kontanthjælp, l’assistenza sociale. Il sussidio è tra i più ricchi: la base per un singolo over 25 è di 1.325 euro (escluso l’aiuto per l’affitto, che viene elargito a parte), che arrivano a 1.760 per chi ha figli.
Svizzera —–) in fase di approvazione (ecco il link di questi giorni http://www.investireoggi.it/economia/reddito-di-cittadinanza-2mila-euro-al-mese-per-tutti-referendum-rivoluzionario-in-svizzera/ )
La Grecia secondo il piano del Governo, entro la fine del 2015 usufruirà del reddito minimo garantito.
Nel mondo ci sono esempi di applicazione di reddito di cittadinanza meglio definito così :
“una forma universalistica di sostegno del reddito garantita dallo Stato a tutti i cittadini maggiorenni a prescindere dai loro averi e dalla loro disponibilità a lavorare”
L’Alaska con Alaska Permanent Fund, ma che si finanzia al 25% con i proventi delle estrazioni del petrolio e del gas. Il Brasile con Bolsa Familia, con la legge n. 10.835/2004 promulgata dal presidente Lula l’8 gennaio 2004. In Brasile sembra aver funzionato bene, infatti in base ai dati della Banca Mondiale, in questi anni la percentuale di persone che vivevano sotto la soglia della povertà (fissata nelle parti più ricche del mondo emergente a 4 dollari al giorno) è scesa dal 42.84%, del 2003 al 27.60% del 2011. Secondo il Ministero per lo Sviluppo Sociale, il budget per il programma sarà portato dai 10,7 miliardi di dollari del 2012 a 12,7 nel 2013.
Ci sono esempi di realizzazioni anche in Namibia, in uno dei villaggi più poveri del mondo, applicata per due anni una modesta forma di sostentamento, ha generato diminuzione della malnutrizione, criminalità ed è calato anche l’abbandono scolastico.
In India vorrebbero introdurre una sorta di “Bolsa familia” soprattutto per i bambini in età inferiore ai tre anni afflitti dal problema della malnutrizione.
In Italia per ora se ne parla e basta, uno dei progetti punta del Movimento 5 stelle, da sempre obiettivo fondamentale dei grillini in Parlamento e che adesso inizia il suo iter parlamentare: è il disegno di legge sul reddito di cittadinanza ed è stato presentato al Senato proprio nel giorno in cui, il governo ha chiesto la fiducia sul Jobs Act a palazzo Madama. Un progetto così importante che per la prima volta il movimento di Grillo apre anche ad altre forze politiche, in particolare Sinistra ecologia e libertà, che aveva presentato tempo fa un progetto simile.
In Italia non funziona quello che già esiste, compresa una CIG iniqua, distorta e fonte di discriminazioni.
Alcuni dati :
Nel 2012 23,5 miliardi c CIG ind. Di disoccupazione e si arriva a 29 con incentivi alle assunzioni, ma…. con un reddito a TUTTI di € 720,00 occorrerebbero 33 miliardi.
Quindi …. non mancherebbe molto.
Il vero problema è …. LA REDISTRIBUZIONE , non la fattibilità economica.
Oppure …. si potrebbe ripartire dalla terra e magari chiamarlo : REDDITO DI RURALITA’ e assegnare terre incolte ai senza lavoro, …… sarebbe già un modo per ripartire !