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CONFLITTO


CONFLITTO

Domenica scorsa, Luigi rimase a piedi con la sua Y10 nuova mentre era in giro con la ragazza.

Il carro attrezzi, arrivato quasi subito, caricò l’auto tirandola su con il cavo d’acciaio.

Gridolini isterici di lei e raccapriccio misto a vergogna di lui diedero colore a quella domenica sera.

In fondo si trattava di un guasto, non era successo un incidente, niente di grave.

Luigi, un ex-meccanico riparatore di trattori e camion, sapeva cosa era successo, ma di domenica, con la ragazza, non aveva gli attrezzi giusti e non poteva far ripartire l’auto. Mario, l’autista del carro attrezzi un ex-compagno di scuola di Luigi portò l’auto alla sua officina.

Luigi e Mario dopo un freddoloso assaggio della scuola erano andati a lavorare presso un artigiano con una officina di riparazione camion e trattori.

Luigi si è specializzato nella riparazione di macchine da ufficio e l’altro si è dedicato alle auto con un’officina e camion per il soccorso stradale.

Ognuno dei due meccanici aveva capito di cosa si trattava, ci sono guasti che anche se sai di cosa si tratta non li puoi riparare per strada.

Lunedì mattina Luigi andò a trovare Mario all’officina, con le mani sporche di grasso questi gli andò incontro senza stringergli la mano. Non c’erano molte auto nell’officina, solo un maleodorante e intenso odore di olio bruciato.

Mario aveva già individuato il pezzo rotto, non aveva il ricambio e doveva ordinarlo, comunicò questo a Luigi, (lui fece finta di non aver capito che tipo di guasto era, ma lo sapeva benissimo)

– Bene, allora quando è che me la sistemi ? – chiese Luigi all’ex-compagno di scuola.

– Eh, non so, dipende da quando mi arriva il pezzo. –

– dai non la terrai mica un mese!-

– non lo so, ma se non mi arriva non posso farci nulla. –

Passarono venti giorni che per un auto ferma in officina sono un’eternità, come un gatto che arriva a venticinque anni.

Luigi ritirò l’auto con i soliti commenti del caso, che è una cosa indegna aspettare così tanto una riparazione, ma per fortuna alla fine il pezzo l’hanno inviato.

C’era qualcosa che gli puzzava, come qualcosa di segreto, inconfessabile, dietro quella riparazione così a lungo posticipata; un pezzo non ci mette tanto ad arrivare!

Passa qualche mese e ancora una volta a giro con la ragazza, l’auto si ferma e sembra proprio lo stesso guasto. La ragazza grida più forte della prima volta, ma poi monta su un altro carro attrezzi perché questa volta i due erano andati al mare.

Il meccanico li accompagna a casa. Per fortuna casa e meccanico erano in prossimità della zona del guasto.

Il proprietario della concessionaria Autobianchi nella località balneare il giorno dopo telefonò a Luigi e gli comunicò che l’auto era pronta per il ritiro, e che doveva fargli vedere una cosa.

La faccia di Luigi sbiancò quando vide il pezzo rotto della sua auto, non credeva ai suoi occhi.

Il pezzo sostituito da Mario era un pezzo usato, non poteva essersi ridotto in quel modo in così poco tempo: completamente finito!

Quando Giorgio, il meccanico della concessionaria in tuta blu, glielo consegnò gli disse:

– questo non può essere un pezzo nuovo, si vede che è stato cambiato, non è di questa auto, ha tutti i denti degli ingranaggi rovinati e finiti, non ha meno di 100.000 chilometri e si è rotto-

Luigi non lo stava ascoltando. Pensava già a cosa dire a quell’ex-compagno truffaldino, pensava che la soddisfazione di un addio è un momento di liberazione, che la vendetta è un piatto che va servito freddo, che magari si sarebbero potuti offendere e avrebbero potuto anche andare alle mani.

Pensò infine che alla fine aveva perso solo un amico, ma questa perdita non era un gran valore.

Non mise più piede nella sua officina.

Il ragionamento di Luigi non faceva una piega: – se non hai i pezzi di ricambio e metti pezzi usati, almeno dillo agli amici, bastava saperlo prima, ma non prenderli per scemi! –


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L’ALBERO


albero-solitario

L’ALBERO

Siamo stati educati fin da piccoli al rispetto di quanto abbiamo intorno a noi, imparando a nostre spese regole e leggi.

Talvolta le abbiamo scavalcate, altre ci siamo adeguati alle necessità.

Come alberi ci hanno messo tutti in fila, eravamo troppo impegnati a superare l’altro, prendere più luce. O luce o morte. Sviluppo a tutti i costi.

Oppure ci hanno relegato su una collina. Sole, vento e intemperie senza nessuna protezione e allora è stato difficile resistere, ma dalle debolezze nascono forze incredibili, e siamo diventati come gli alberi isolati, tozzi e robusti.

Tanti luoghi diversi ci hanno permesso di crescere, tanti contatti hanno stimolato la nostra crescita.

Il cambio delle stagioni ci regalava forme nuove, frutti prelibati da offrire a chi poteva cogliere il nostro prodotto, il nostro modo di essere al mondo.

Ci siamo costruiti il nostro giardino preferendo alberi simili o totalmente diversi.

Quindi, eccoci qua.

Alberi radicati in un territorio ben definito, circoscritti in un terreno con piante simili, tutti protesi a cercare luce, vita, sviluppo, armonia.

Più osservo gli alberi e più mi sento come loro.

Riesco a cogliere i loro segnali.

Una crescita eccessiva della chioma in un castagno centenario determina ombre a piani inferiori, si rompe l’armonia, il castagno muore se non interviene l’uomo a potare quelle fronde altissime perfino a 25 metri.

Un ramo che si spezza, segno di debolezza, certe volte evento necessario ad una crescita armonica.

Infine una eccessiva fioritura, segno di morte, come se in extremis quella pianta volesse lasciare traccia di sé.

Una concimazione eccessiva per ottenere molti frutti spesso causa bruciature nelle foglie, si accartocciano o diventano troppo verdi e quindi troppe foglie niente frutto.

Mi accorgo sempre di più che come loro tendo al naturale, sulla mia esperienza personale mi rendo conto che tutte le forzature portano a risposte negative nel nostro corpo, nel nostro spirito, nei rapporti con gli altri.

La naturalezza, un virus bellissimo, ma pericoloso, si è insinuato nel mio modo di essere e guiderà prepotentemente la crescita delle mie relazioni e dell’interiore per i prossimi anni della mia vita.


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AIUTO


aiuto

Immagine presa dal sito internet :
http://www.aspicpsicologia.org/ricerca-scientifica/le-differenze-formative-tra-psicoterapia-e-counseling.html

AIUTO

Niente è per caso. Tutto va e tutto ritorna. Giorni fa un’amica mi chiese info, anzi un consiglio su come gestire la relazione con una persona in difficoltà :
– te che ne pensi ? –
La prima reazione è somministrare il consiglio al volo, una dose minima, q.b. come nelle ricette di cucina. Così feci.
Quando ci si trova catapultati in vicende personali ci guida spesso la necessità o la voglia di aiutare.
Ci sono tanti modi per farlo.
Mentre somministravo indicazioni, mi venne in mente di scriverci anche un articolo nel blog.
Può darsi che magari i consigli serviranno a qualcun altro….
L’articolo risulta essere più approfondito del consiglio sommario, nella documentazione raccolta in rete, trovo che tra i percorsi di aiuto sono diffusi i percorsi di counseling.
In ogni percorso di vita ci sono momenti in cui siamo tentati dalla voglia di fare un bilancio della propria vita.
Sono momenti molto delicati. Sarebbe bello potersi vedere dall’esterno.
Possiamo solo guardarci nello specchio e anche con questo metodo avremo una visione parziale.
Ognuno di noi attraversa dei periodi “no” o meglio dei periodi in cui la percezione delle emozioni che gli arrivano è negativa.
Possono avvenire per la morte di una persona cara, la perdita di denaro, o malattie improvvise.
Le reazioni sono diverse, a seconda di come in passato ci sono capitate, ecco che ripetiamo le nostre azioni. Quelle emozioni ritornano, le riviviamo, e se è stato terribile, lo sarà di nuovo ; noi lo abbiamo deciso ! Siamo sempre noi i responsabili delle nostre azioni.
Nello stesso modo quando viviamo una situazione di disagio ci alleniamo a mettere in guardia persone di nostra conoscenza o amici da quelle difficoltà che ci fanno stare male.
Si tratta di una sorta di trasferimento delle nostre emozioni.
Per scongiurare un peggioramento del nostro disagio o anche esorcizzarlo, ci prodighiamo ad aiutare altre persone. Siamo animali sociali. Il nostro contributo sociale è necessario alla nostra sopravvivenza.
Come riusciamo ad attuarlo ? Ci sono molte modalità.
Una di queste è quella di trovare un personaggio di nostra conoscenza con difficoltà simili a quelle che abbiamo avuto e scaricargli l’intero peso dei nostri valori ed i consigli da seguire.
Ognuno di noi ha storie diverse e valori diversi, come ad es. le emozioni che lo hanno portato ad essere la persona attuale.
Nello stesso modo in cui per lavorare la terra occorrono attrezzi, per aiutare le persone occorrono competenze, ma anche dotazioni di base che spesso diamo per scontate.
Il rispetto è necessario. Non possiamo elargire aiuti come fossero viveri lanciati con il paracadute alle popolazioni affamate del Sahel.
La prima cosa è che dobbiamo dare valore alle persone che vogliamo aiutare.
Non sarebbe male nemmeno chiedere a queste persone se veramente desiderano farsi aiutare.
Se infatti aiutiamo gli altri solo per darci importanza, meglio non farlo !
Il vero aiuto serve tantissimo alla persona in difficoltà. Gli trasferisce una competenza rara :
“la consapevolezza dello stato in cui si trova”.
Molti versano in condizioni disagiate e…… non se ne rendono conto.
Ci sono caduti, sembra loro inevitabile, non sono in grado di vedersi dall’esterno, in quella situazione perdono la fiducia nelle proprie capacità.
Il tipo di rapporto poi assume una importanza basilare. La persona aiutata non deve mai sentirsi subalterna o inferiore. Se così fosse non sarà mai in grado di rialzarsi da sola.
L’aiuto deve tendere alla valorizzazione dell’altro, della sua autostima.
L’aiuto economico può essere utile, ma è limitato e fine a sé stesso.
Aiutare quindi è molto difficile, ma non per questo bisogna rinunciarci.


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MANO NELLA MANO


STRETTA DI MANO

img dal web

MANO NELLA MANO

Rachida è una bambina fantastica.
Piccola, gracile, quel carnato leggermente scuro tipico delle ragazzine del nordafrica, ricciolini neri, occhi nerissimi. Il sorriso le si accende come un flash e i denti bianchissimi diventano come dei piccoli specchi illuminati.
Con la stessa facilità con cui sorride Rachida però diventa triste, abbassa la testa, e quando le dita si avvicinano agli occhi le lacrime copiose hanno già rigato l’intero visino.
Singhiozzi e sospiri accompagnano la crisi di pianto. Non si tratta di quel tipo di pianto meglio definito “bizza” che è in genere mirato all’ottenimento di un oggetto. Il suo sembra essere un pianto “sincero”.
Osservo silenzioso e mi accingo a placare la crisi.
Sugli stati d’animo dei bambini ci hanno scritto libri interi.
Schiere di genitori, insegnanti, avrebbero migliaia di soluzioni diverse, ognuno la sua.
Da parte mia sono armato di buon senso, la mia esperienza, le mie letture.
La prima cosa che gli chiedo è :
– posso aiutarti ? –
So bene che una risposta negativa chiuderà ogni ulteriore possibilità, ma gioco la carta.
I suoi occhi neri mi guardano, gonfi di lacrime, ma spalancati. Dentro di sé forse la soddisfazione di un bisogno, qualcuno disposto ad ascoltarla.
Le tendo la mano le dico :
– raccontami ! Che c’è ? Cosa è successo ? –
Il suo cruccio è quello di sentirsi una bambina sfortunata, che le succedono tante cose brutte, e anche quella volta per la disattenzione di un compagno aveva ricevuto una botta in testa, e non piangeva per la botta, ma per la sensazione di sfortuna su di sé.
So bene di non essere nessuno per lei e sono al pari di un venditore di palloncini incontrato per strada, ma siamo mano nella mano, lei mi sta ascoltando, posso aiutarla.
Le do un consiglio :
– non devi mai pensare questo ! –
E lei mi fa un elenco dettagliato di tutte le situazioni negative in cui si è trovata negli ultimi annidella sua breve vita.
E ancora le chiedo :
– vuoi smettere di piangere ? –
E lei :
– siiiiiiii ! –
E aggiungo :
– allora pensa a qualcosa di bello che ti è successo finora, avanti sforzati un po’ e raccontamelo !-
La bambina chiude le valvole dei lucciconi di lacrime e comincia a pensare :
– no, non lo so ! –
Insisto :
– ma qualcosa di bello ce lo devi avere ! E magari pensa a quando sei stata al mare e giocavi spensierata con altri bambini –
E lei ora già ridendo un po’ :
– si ! È vero al mare stavo benissimo! –
Bene, aveva trovato un momento positivo, e allora continuo con queste indicazioni :
– ecco ora chiudi gli occhi pensa solo a quel momento bello e immagina come se quel momento rappresenti un tuo angelo protettore. I momenti brutti li potrai affrontare ricorrendo al suo aiuto solo pensando al mare –
Le lacrime erano asciugate, il sorriso era il suo solito nei momenti di gioia.
Le emozioni sono alla base dei nostri comportamenti e mano nella mano scorrono come il tempo che passa.

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