25 Aprile 2040


25 Aprile 2040

Sono un volontario di una associazione che si prefigge di tener compagnia agli anziani soli in casa.

Il part-time con smart-working mi consente di poter dedicare del tempo alla visita di tre persone al giorno. Oggi per il 25 Aprile è festa e potevo stare a casa, ma è così bello trascorrere il tempo con persone sempre attive, possono ancora raccontare tanto, così sono andato da Gina.

È una signora gentile, affabile, mi accoglie sempre come fossi uno di casa.

Lo stato, dopo le stragi di anziani di venti anni fa, ha pensato bene a delle alternative che non fossero badanti straniere, ospedalizzazione forzata, comunque guidate da scelte economiche diverse dalle case di riposo o RSA.

Queste operazioni rientrano nel servizio civile, giustamente diventato obbligatorio. I giovani devono farsi due anni di leva obbligatoria e hanno molte possibilità di impiego anche se rimangono in quel mondo.

Gina ha una bella casa al primo piano in una via centrale del mio paese, non è lontana da casa mia ed è anche vicina al rivenditore di giornali.

Oggi Gina mi ha raccontato un brutto sogno della notte precedente. Si è svegliata di soprassalto impaurita. Nel sogno se ne andava a fare la consueta passeggiata con la sua elegante mazza da passeggio, il passo lento, il capo basso appoggiato su una schiena incurvata dagli anni.

Poi si è soffermata ad osservare le auto sfrecciare velocemente. Si è sentita afferrare per un braccio e solo allora si è resa conto di trovarsi in prossimità delle strisce pedonali. Le si era presentato un accompagnatore pedonale volontario e la stava portando dall’altra parte. Appena arrivata dalla parte opposta, non faceva a tempo a riprendersi dallo stupore che ne arrivava un altro e … tac, la riportava al punto di partenza. Era un loop temporale senza uscita, terrificante.

Avevano fatto di tutto per tutelare i pedoni, ma come sempre le leggi sono imperfette, manca sempre l’aspetto del buon senso. Nessuno chiedeva alla signora se voleva attraversare.

Così Gina mentre narra il sogno, mi dice di trovarlo tanto simile a quello del coronavirus di 20 anni prima.

Le cade una lacrima mentre racconta della morte di entrambi i genitori, di non averli neppure accompagnati al cimitero, né assistiti negli ultimi momenti di vita; cancellati, come una macchia bianca sulla lavagna nera.

Anche quella volta nessuno le chiese nulla. Lo stato di necessità. Con quella stessa scusa sono iniziati i peggiori regimi totalitari.

E ancora oggi 25 Aprile, dobbiamo spiegare come è successo e giustificare anche manifestazioni e permettere ancora che si possa negare l’evidenza.

A Gina torna in mente un giochino sul telefonino. Se l’era inventato un intraprendente informatico.

Il giochino aveva una interfaccia simile a quella di The Sim’s, ma c’erano tutti i personaggi del regime fascista, gerarchi, giovani italiane, balilla, il potestà, fino ai contadini delle campagne, i comportamenti per mantenere il potere con manganelli, olio di ricino.

Era fantastico potersi tuffare in quel mondo per uno che credeva ancora in quei valori.

Il giochino aveva però una bug voluto dal programmatore. All’inizio del gioco ti poteva toccare un personaggio del popolo o un gerarca, in modo casuale e dovevi giocare in quel modo o ricomprarlo. Allora se toccava un campagnolo, potevano essere botte.

Come quando si nasce, non sai quando e dove ti può capitare, per questo il programmatore aveva messo questa curiosa funzione random.

Chi credeva in quel mondo nero voleva stare solo dalla parte di chi le botte le dava e avere sempre ragione. Il giochino andò a finire tra i giochi obsoleti e dimenticati.

Gina mi confessa sottovoce che i nostalgici non si sono arresi, quelli di adesso, come quelli di venti anni prima, le botte, secondo lei, non le hanno mai prese.

Forse avrebbero capito perché erano tutti a favore del regime.

L’amore al tempo del co-vid 19


L’amore al tempo del co-vid 19

 

Marcello, dice Carla al giovane marito, hai visto che bella fioritura al nespolo di fronte casa nostra!?

E che profumo quando ci passo davanti! Non era mai stato così fiorito.

Cara, lo sai cosa significa?

No, risponde Carla un poco turbata e attende la spiegazione dell’agronomo in silenzio.

Ogni albero, inizia Marcello è come se fosse un membro di una comunità e quando gli viene a mancare quella forza vitale che l’ha fatto crescere cerca di lasciare tracce di sé nel mondo e prepara una grande quantità di semi affinché la specie possa continuare.

Una fioritura fuori del normale è uno sforzo enorme e annuncia la sua fine. Tra non molto il nespolo morirà.

Ma cosa dici Marcello? Esclama Carla. Tutto questo è molto triste!

No, non è triste, è bellissimo, è la vita. La vita ci dà dei segnali e noi dobbiamo coglierli, sussurra Marcello, come volesse tenere al sicuro quella affermazione.

Ma cosa dovremmo fare? Chiese Carla. Oggi non lavoro per via del Coronavirus e mi sono messa alla finestra ad osservare la natura. Cerco solo di godere della bellezza delle cose intorno a noi e tu mi parli di queste cose tristi, degli alberi che muoiono, io non sono esperta come te nelle piante.

No, disse Marcello non devi essere triste per le cose che ti ho detto riguardo a quell’albero, devi sapere che a differenza della comunità delle piante noi umani siamo proiettati nel tentativo di prolungare la nostra vita di individui, più che quella della nostra specie. Con questo coronavirus abbiamo visto la paura del contagio trasformarsi in angoscia mista a paura di morire, è veramente troppo.

Carla è infastidita da quelle parole di Marcello e chiede, come dovremmo comportarci? Stiamo seguendo le indicazioni di sicurezza, cosa possiamo fare di più?

Marcello non si scompone e fa un raffronto con la peste nera del 1348 quando nel continente europeo morì un terzo della popolazione. Si trattava di un batterio trasmesso attraverso i topi, anche quella volta arrivato dalla Cina attraverso la Siria, ma cosa importa?

A quei tempi la vita media era poco più di trenta anni, ed era normale avere da sette a dieci figli; servivano molte braccia per il duro lavoro dei campi. Quella fu una vera pandemia e gli effetti durarono per molti anni nel mondo.

Carla dopo una breve riflessione aggiunge che nel dopoguerra il boom economico ha contribuito all’innalzamento del benessere e con i progressi della scienza si è allungata anche la vita media delle persone.

Marcello incalza: lo sapevi che i miei genitori sono nati l’anno successivo alla chiusura delle case di tolleranza? Quell’anno ci fu un vero e proprio incremento delle nascite.

Carla ridendo, allora certe volte siamo anche noi come le piante che pensano alla continuazione della specie!

Marcello gongola, è qui dove ti volevo far arrivare, vedi ci sono situazioni base contenute ad esempio negli insegnamenti religiosi, come quello di “andate e moltiplicatevi”, ma di queste cose nessuno ne parla. Ti faccio un esempio, nello stato italiano si verifica da tempo una forte evasione fiscale e quali sono i provvedimenti? Ce n’è stato uno carino, una pubblicità per incoraggiare i cittadini a pagare le tasse, ma non ti pare un po’ poco? Chi ci guida ha timore a prendere posizioni decise, forse dovremmo prenderle noi, per quello che possiamo.

Allora te lo dico da marito e uomo di casa, andiamo in camera, senza precauzioni, questo tempo non tornerà.

Carla si scioglie in un abbraccio senza tempo.

SUL TRENO


 

Sul treno

Sui binari della stazione, ragazze incuffiate, adulti chini su telefonini, sguardi attenti agli orari o a macchie sulla banchina. Attirano la mia attenzione i jeans sdruciti di una ragazza e stridono i freni di un treno seguiti da soffi delle porte, scendono i viaggiatori, dialetti africani si mescolano agli annunci di ritardi.

Un pallido sole riscalda la mattinata e alla panchina studentesse raccontano le loro avventure con gli ultimi videogiochi e di uno in particolare dove ci si deve nutrire più degli altri e si vince, non ho capito bene cosa.

Arriva il mio treno, monto sopra, davanti a una ragazza mora, vestita di nero, elegante. I nostri sguardi verso il finestrino.

Osservo il Frecciarossa, siamo partiti insieme, ci sorpassa subito. I contorni della città, avvolgono la stazione, con il suo traffico, le ZTL, i parcheggi, e le verdi colline riempiono i bordi del vetro del finestrino.

Scrivere è la mia terapia, la pasticca di oggi è la storia di un viaggio, davanti a una ragazza, gli occhi nascosti da occhiali scuri, lo sguardo sull’esterno, le cuffie connesse al cellulare, chissà se ascolta musica, un audiolibro, la radio. Chissà cosa sogna. Allora decido di entrare nei suoi sogni, salgo dalle scarpe da tennis, le calze a rete nere, ma non trovo la sede dei suoi pensieri, non è nella pancia, nemmeno nella testa, sta pensando con il cuore, credo sia innamorata, il suo volto è rilassato, ora chiude gli occhi, sta pensando alle vacanze in Irlanda, era con le amiche, ma al ritorno ha conosciuto l’amore, ora si arricciola i capelli, scruta il cellulare, china a scrivere, cerca risposte alle sue domande, le labbra serrate, sono i messaggi di persone alle quale vorrebbe smettere di rispondere, ma deve. La sede dei pensieri è cambiata, deglutisce più spesso, con un respiro affannato digita nervosamente con i pollici, poi abbandona il telefono, è una cosa che può rimandare. Solo la morte non si può rimandare. Tutto si risolve nel finestrino, mentre scorrono paesaggi la mia vicina di viaggio ora è più rilassata. Si tocca il rossetto, di un rosa acceso lucido. Riprende a scrivere osservo il suo biglietto ferroviario, me l’ha messo davanti come volesse mostrare la destinazione, è diretta a Siena, ma io scenderò prima, chissà cosa va a fare, potrei scoprirlo, ma non voglio, sono nel suo corpo. L’intruso curioso non resiste, è un incontro d’amore, una agenzia matrimoniale le ha fornito un appuntamento, lei si è messa in ghingheri, tra non molto incontrerà il suo bello. Le amiche sanno. I messaggi sono gli incoraggiamenti delle amiche.

Vedrà la persona che ha già immaginato dalla foto, ci parlerà.

Mentre scendo le faccio i miei migliori auguri, con il pensiero, non con le parole.

Le parole sono pericolose.

A REGOLA D’ARTE


vetrina

A REGOLA D’ARTE

Il suo primo lavoro. Le avevano chiesto, per favore, ci puoi pensare te ?

Non aveva mai realizzato niente del genere.

Cercò di immaginare di essere una cliente e cosa avrebbe dovuto aspettarsi dal negozio, dalle merci esposte, dalle persone all’interno.

Non le veniva a mente nulla. Vuoto totale. Fonti di ispirazione potevano essere i negozi di articoli similari.

Accettò il lavoro, dopodiché prese tempo, un paio di settimane per pensare all’allestimento.

Il giorno dopo partì alla volta di Firenze, nella grande città poteva trovare le giuste ispirazioni.

Osservò che oggetti diversi da quello che doveva promuovere potevano suscitare interesse se accostati insieme.

Una sorta di specchio per le allodole. Avrebbe attirato i futuri clienti nel negozio con la curiosità.

Quanto tempo si soffermavano i possibili clienti davanti alle vetrine ? Che cosa osservavano ?

Trascorse l’intera giornata a Firenze e cronometrò i tempi di fermata dei passanti interessati e cercò di capire se c’erano oggetti magari messi lì per attirare l’attenzione.

C’erano veramente ! Una delle vetrina con i tempi più lunghi di fermata aveva inserito oggetti di antiquariato. Il giorno dopo Maria, l’emaciata ragazzina con occhialoni spessi ruppe il suo salvadanaio di coccio. Il negozio non le aveva concesso alcun anticipo per quel lavoro. Doveva scommettere su se stessa e la posta in gioco era la sua credibilità. Il denaro le servì per comperare articoli rari ed eccentrici in una mostra di oggettistica. Li avrebbe utilizzati per l’allestimento del suo primo negozio. Come un test psico-attitudinale o lo passi o sei fuori. Doveva passarlo.

Studiò gli oggetti da esporre, i colori con maggior richiamo, vicino ai colori vivi posizionò gli oggetti antichi, con un mix di creatività e fantasia.

Ne risultò una passerella di prodotti accattivanti e non sembrava più nemmeno lo stesso negozio.

Il suo test andò benissimo.

Da quel giorno la chiamarono “vetrinista” e fu interpellata da molti altri negozi.

Non era più disoccupata come le sue amiche.

GOCCE GEMELLE


gocce

img dal web

GOCCE GEMELLE

Siamo come delle gocce, e prima di diventarlo davvero, magari c’è voluto anche tanto tempo.
Dall’unione di tante gocce si formano acque fresche pronte a dissetare i bisognosi, acque che lavano, purificano, irrigano, detergono.
Poi altre gocce si fanno prendere dalla fretta, spinte da eventi che non possono controllare, seguono canali impetuosi, provocando danni incalcolabili.
Mi sono trovato, goccia nel mio paese, a riunirmi ad altre gemelle e ancora altre venute da lontano, ed è stato bellissimo quando ho scoperto che certe gocce sono intelligenti, disponibili, ma soprattutto si forma empatia fra le stesse.
Un’introduzione forse fuori luogo per parlare di gemellaggio tra paesi, un’attività che può sembrare marginale, ma che per pochi giorni, nel mio paese ha impegnato molti amici.
Ci siamo trovati a ricambiare l’ospitalità del viaggio effettuato in Marzo, in Francia, nella città alsaziana di Guebwiler, e liberati da ogni dosatore e senza pensare a quanto avessimo ricevuto, ci siamo preoccupati di dare informazioni, indicazioni, guidarli alle eccellenze del nostro patrimonio artistico, le nostre attività produttive, la gastronomia, la cucina, l’economia.
Sono rimasti molto contenti, ce lo hanno confermato nell’assaggiare i prodotti della cucina toscana, o ammirare i paesaggi della campagna toscana, le ville, i castelli, le chiese, i musei, i prodotti dell’industria locale.
Molte sono state le domande, da queste è emerso il confronto, quando ci si confronta si possono apprezzare percorsi diversi dal nostro se conducono a soluzioni migliori.
Un componente del gruppo francese spesso si animava di un mantra :
– non esistono problemi, esistono soluzioni ! –
Abbiamo confrontato le caratteristiche e peculiarità dei due paesi come i ragazzi quando confrontano le collezioni di figurine e riescono a completarle con gli scambi.
Come se ognuno dei due paesi avesse dovuto ultimare un enorme puzzle senza conoscere il disegno definitivo.
Il fatto di conoscere ed apprezzare altre culture non ci deve distogliere dal dimenticare la nostra identità.
Su questa prima di tutto occorre riflettere.
Allora prima di pensare quello che ci divide (e mi riferisco a idee politiche, razziali, antipatie personali) occorre mettere in campo ciò che unisce.
Solo quando queste barriere saranno abbattute si potrà parlare, confrontarsi e allora le gocce potranno unirsi ancora e formare un’acqua dissetante e corroborante.

GOUTTES JUMEAUX

Nous sommes comme des gouttes, et avant de devenir vraiment, peut-être il faut trop de temps.
Beaucoup de gouttes sont formées par l’union de l’eau fraîche prête à étancher les nécessiteux, lavage à l’eau, nettoyer, rincer, nettoyer.
Ensuite, plus de gouttes se hâter, entraînée par des événements qu’ils ne peuvent contrôler, suivre les canaux impétueux, causant des dommages incalculables.
Je me suis retrouvé, goutte dans mon pays, de se réunir avec d’autres jumeaux, et d’autres encore viennent de loin, et il était beau quand je découvre que certaines gouttes sont intelligents, disponibles, mais surtout il forme l’empathie entre eux.
Présentation peut-être sur place pour parler de jumelage entre les pays, une activité qui peut sembler marginal, mais pour quelques jours, dans mon pays, a commis beaucoup d’amis.
Nous avons dû redonner l’hospitalité du voyage en France, q’on a fait dan le mois de Mars, dans la ville alsacienne Guebwiler, et se débarrasser de tous les doseurs, et sans penser à ce que nous avions reçu, nous étions inquiets de donner des informations, les directions, les guider à l’excellence de notre patrimoine artistique, nos activités de fabrication, la gastronomie, la cuisine, l’économie.
Ils étaient très heureux, nous avons confirmé dans l’échantillonnage des produits de la cuisine toscane, ou admirer les paysages de la campagne toscane, villas, châteaux, églises, musées, produits de l’industrie locale.
Il y avait beaucoup de questions, il est ressorti de ces comparaisons, lorsqu’ils sont confrontés, vous pouvez apprécier des chemins différents de notre si elles conduisent à de meilleures solutions.
Un membre du groupe français souvent animé par un mantra:
– Il n’y a pas de problèmes, il y a des solutions! –
Nous avons comparé les caractéristiques et les particularités des deux pays que les garçons lorsque l’on compare les collections de figurines et parviennent à les compléter avec les échanges.
Comme si chacun des deux pays avaient dû remplir un énorme puzzle sans savoir la conception finale.
Le fait de connaître et d’apprécier d’autres cultures ne doivent pas nous empêcher d’oublier notre identité.
Sur ce premier de tous, il doit refléter.
Donc, avant de penser à ce qui nous divise (et je me réfère à la politique, la race, aversions personnelles) doivent être mis en place ce qui unit.
Seulement lorsque ces obstacles seront démolis vous pouvez parler, discuter, et puis le gouttes à nouveau et se rejoignent pour former une trempe à l’eau et vivifiant.

FURBO


FURBO - VOLPE

IMG DAL WEB

FURBO

A. non era un super-ragazzo, ma c’erano i presupposti per capire cosa poteva diventare. Nella scala delle sue priorità c’era il raggiungimento del suo benessere. Non glielo avevano suggerito i genitori, non era stata una dritta dell’amico del cuore e nemmeno un programma alla televisione.
Si formano lentamente come stalattiti delle punte di orgoglio, di egoismo, arrivismo, e annullano tutto il resto.
Ecco che quando ti si presenta un tipo come A., lo capisci subito da che parte stare.
Dovrai essere un subalterno a lui, al suo modo di essere, di godere la vita, e ti farà notare che è lui che ha ragione e con i suoi modi si potrà ottenere di più.
Non ti piaceranno i suoi modi. Lo capirai quando scoprirai in che modo ha fatto sparire le poiane nel suo terreno (gli mangiavano i pulcini).
Quando era piccolo copiava i compiti, poi questo è diventato utilizzare la raccomandazione ad un concorso, fino ad arrivare agli scambi di favori con politici e otteneva sempre qualcosa.
Come un camaleonte A. si trasformava per adattarsi nelle sembianze dell’italiano furbo.
Si approfittava, ma non troppo.
La cosa pubblica per lui diventava privato, il suo.
Gestiva, distribuiva, con una visione del mondo precisa, determinata e subordinata all’ottenimento delle sue soddisfazioni.
A. doveva arrivare prima degli altri.
A caccia con lui, lui era quello che aveva ammazzato più selvaggina degli altri.
A pesca con lui i suoi pesci erano sempre i più grossi.
Quando non riusciva con metodi leciti lo faceva con quelli illeciti. Tutto era consentito secondo la sua legge, quella giusta per lui.
Quando c’era da guadagnare lui era sempre il primo, più di tutti, sempre.
Nella sua scala di valori evidentemente la necessità di dimostrare di essere furbo si manifestava prepotentemente in ogni attività.
Quello che mi domando adesso è :
– Ma veramente vogliamo tutti aspirare questo tipo di valori ?
Mentre osservo A., ancora impegnato a difendere i privilegi spesso ottenuti con metodi poco puliti, mi chiedo a cosa è servito vivere una vita da furbi per arrivare a vedere crollare nella polvere tutti i castelli di carta costruiti con menzogne e falsità.
Queste poche righe hanno il fine ultimo di scoraggiare eventuali altri furbi dal percorrere le furbe vie del malaffare, che A. intraprese a suo tempo e ora si lamenta come tutti della crisi solo perché guadagna meno di prima.

LA STRADA


strada romana

foto scattata con Olympus E-510

LA STRADA

Sassosa, tortuosa, si inerpica al castello. Filari di viti allineati sul lato sinistro, bosco di querce sulla destra, fossi profondi a delimitarla.
Chissà quante persone e animali avrebbe conteggiato se l’avessero dotata di un contatore.
I proprietari dei terreni confinanti hanno cercato di proteggerla dai potenti cingoli dei trattori o dalle enormi ruote dei mezzi di trasporto pesanti.
Un manto di gabbro è stato disteso pochi mesi fa sopra la strada romana. Ne ricordo le pietre levigate dall’uomo e dal tempo. Quei massi squadrati hanno visto passare anche le legioni romane.
Tante cose cambiano e si deve cercare di preservare ciò che altrimenti sarebbe distrutto dal progresso stesso.
Mentre le ruote della mia mountain bike accarezzano ghiaia, terra e polvere, mi avvicino alla fortezza medievale posta sulla sommità della collina.
E infine mi volgo indietro e osservo il serpente sassoso tra verde del bosco e geometrie di vigneti.
Saluto tutti. I legionari, colonne di pellegrini francigeni, rudi boscaioli, tenaci agricoltori, li vedo, sono i guardiani della strada.
Sono contento che è stata preservata, loro hanno appena fatto un sonoro applauso.

P.s. non è questa la strada del breve racconto. Ho ripescato questa foto da un viaggio di qualche anno fa.

AVVENTURE ESTIVE


caccia al tesoro

img dal web

AVVENTURE ESTIVE

Non avete mai desiderato in una vacanza di visitare luoghi sconosciuti ?
Ve li hanno suggeriti come necessari, della serie, non te lo puoi perdere !
E allora vai ! Invece di starsene a palle ciondoloni ammaliato dalle mille attività del residence ecco la lampadina a basso consumo, inaspettata, si accende, e rivela la fonte di desideri sopiti, la scoperta di luoghi decantati e imperdibili.
Quell’anno eravamo in vacanza con amici in un residence. Ci consultammo, Perché non andare a cena alla sagra paesana nello sconosciuto borgo nell’interno ? Perché no ?
Di notte poi potrebbe essere suggestivo, forse molto meglio che di giorno.
Gli amici non vollero venire, per non imbarcarsi in avventure strane.
Il cuore in subbuglio, un po’ turbati decidemmo di perdere la misteriosa caccia al tesoro notturna nel residence e andammo a cena nel borgo.
Certo avere un borgo nelle zone limitrofe del residence e non averlo nemmeno visto sembra di non essere nemmeno stati in vacanza.
Prima del calar del sole io la mia lei, dopo aver condiviso questa decisione, partimmo in auto diretti al luogo magico (così speravamo).
Il navigatore taroccato installato nel cellulare si interfacciò in modo eccellente alla primordiale antenna esterna gps. Ormai perfettamente calato nelle tecnologie di comunicazione avevo da tempo abbandonato le mappe cartacee del touring. Non immaginavo che fossero dietro l’angolo a chiedere vendetta, tremenda vendetta.
Il navigatore all’andata mi guidò in modo egregio al paesello e dopo circa un’ora di viaggio arrivammo nel pieno entroterra.
Bellissime foto del paesaggio, panorami mozzafiato prima del calar del sole ci fecero credere di aver fatto una ottima scelta.
Non tutte le ciambelle riescono con il buco. La festa paesana nient’altro che una festa religiosa ed era tutto finito. Il prete impartì una sonora benedizione alle poche anime ed ai rari turisti come noi, e… tutti a casa. Allora cercammo un ristorante nel paesello.
Ce n’era uno solo, ed arrivati lì dopo il lungo viaggio, la fame non mancava, ci mettemmo a leggere il menù. Tacchete ! Arrivò un tizio vestito un po’ da cameriere e ci apostrofò gli orari del ristorante, apertura alle 21.30 ! Sapete qui la gente arriva tardi, perché vanno al mare, e siccome è lontano, tornano quando fa notte e quindi cenano molto tardi.
Non eravamo arrivati all’ora dei tedeschi. Per chi non lo sapesse, piombano nei ristoranti alle 19.00 famiglia appresso, vogliono mangiare subito e non gli dai nulla ti rosicchiano anche le gambe dei tavolini.
Noi, arrivati alle 20.30, avevamo da allungare il collo per un’altra ora.
Dopo queste informazioni, una breve consulto, ma la risposta era già nella domanda.
Nel raggio di 30 km non c’era nulla, solo montagne e quindi poche alternative. La cena, dopo lunga attesa, arrivò e non era nemmeno il massimo, ma la fame è fame.
Quindi appena cenato ripartimmo per fare ritorno al residence. Per arrivare in quel luogo sperduto avevamo quasi esaurito la benzina. Nel viaggio di ritorno la benzina finì davvero.
Non riuscivamo a trovare distributori per strada, ce la vedemmo davvero brutta.
In quella strada non passavano molte auto, poi finalmente ne passò una, ci vide in difficoltà e si fermò. Per fortuna avevo la stagna dell’acqua nell’auto. Il proprietario dell’auto ci suggerì di prelevare un po’ di benzina dal suo serbatoio utilizzando un tubicino di plastica.
Non mi era mai successo di rimanere a secco e non ero esperto di sifoni.
Il tizio consegnò a me il tubicino, aprì il serbatoio della sua auto, e mi invitò a succhiare la benza e una volta attivato il sifone riempire la stagna.
Come potrete immaginare la benzina arrivò, ma da inesperto qual ero, mi spruzzò in gola. Non fu una bella esperienza e mi ha lasciato brutti strascichi, infatti nelle notti con incubi mi sveglio ancora di soprassalto e la prima cosa che faccio è muovere la lingua per capire se c’è benzina sparsa sulle papille gustative.
Quindi versata la benzina nell’auto e scongiurato l’addiaccio nel poetico luogo dell’entroterra, ripartimmo. Demmo 5 euro al tizio generoso e lo ringraziammo per la disponibilità.
Il tizio ci dette anche delle indicazioni, ma dopo la seconda ci eravamo già persi, dicemmo ok di aver capito, tanto io contavo sul navigatore.
Ma ecco che il navigatore già surriscaldato, mi abbandonò, le mappe non ce l’avevo, di buio non si vedeva una mazza e di cartelli stradali neanche l’ombra.
Come quando ti sei perso e vedi una macchina davanti, e pensi che quella ha la tua stessa destinazione, che fai ? La segui !
Lì non avevamo nemmeno auto da seguire, l’unica cosa che potevamo fare era di percorrere una strada e sperare ci portasse ad un bivio dove potessimo sperare di capire dove ci trovavamo.
La strada però finì, dopo un quarto d’ora di strada ci trovammo con un cumulo di terra nel mezzo e finalmente un esplicativo cartello di “strada interrotta” (questo l’avevamo capito).
Cominciò il sudore freddo, intanto era mezzanotte, non c’era il minimo accenno alla strada percorsa all’andata, il residence ben lontano.
La mia lei accennò un forse era meglio se si rimaneva alla caccia al tesoro.
Ricacciai dentro moccoli e altro, ogni possibile fuoriuscita di rabbia, mi pareva di avere l’aureola sopra la testa. Mi ripetevo che prima o poi si tornerà al residence, non ci dovevamo preoccupare troppo.
Non sapevo se sputare fiamme come draghetto o mettermi religiosamente a pregare con la mia compagna, che non ci succedesse nulla.
Qualche malintenzionato in quelle terre dimenticate da Dio ci avrebbe potuto scambiare come una benedizione per la loro estrema povertà e ripulirci del denaro e di tutto quel che avevamo con noi. Ho saputo solo dopo che era successo giusto una settimana prima a dei turisti capitati in quelle zone.
L’arrivo al residence dopo un paio d’ore di guida ci dette la sensazione di baciare terra come Colombo.
Ah ! Mi dimenticai di guardare il contachilometri, chissà quanti ne facemmo per tornare al residence quella notte ! La caccia al tesoro intanto era finita, il nostro tesoro quella notte era tornare al residence salvi.

Un colpo di forbici


albergo egitto

img dal web

Un colpo di forbici

Lo avevano vestito come gli altri giardinieri. Nei periodi di punta, quando i vacanzieri riempiono completamente l’albergo c’è bisogno di molto personale. Probabilmente la direzione aveva assunto tutte le persone che avevano inoltrato domanda di lavoro.
Camerieri, assistenti dei servizi ai piani, cuochi, fattorini, domestici, receptionist, la macchina delle assunzioni è un tritacarne e acchiappa tutto.
La location affacciata sul mare cristallino con barriera corallina non può permettersi di non avere personale per soddisfare tutte le esigenze dell’enorme struttura.
Quella mattina davanti all’ingresso principale l’autobus era arrivato prima dell’orario prestabilito, mi ero piazzato ad un sedile vicino al finestrino con altri escursionisti.
Da quella posizione potevo vedere il grande giardino con siepe, come ogni grande albergo i giardini sono come il biglietto da visita della struttura. La linea, le forme, l’importanza determinano e assegnano livello e qualità dei servizi offerti.
L’autobus non partiva. Osservavo le divise marroni del mega-albergo con dentro corpi di beduini, agricoltori, pastori, allineate in prossimità della siepe, pronte a ghermire la preda verde dotata di rami cresciuti troppo.
Era evidente che il mestiere di giardiniere nel deserto non era tra le esperienze acquisite da quei lavoratori.
La siepe, non più alta di un metro aveva perso il taglio geometrico impostole anni prima, una crescita irregolare di piccoli rametti le aveva conferito forme rotondeggianti.
La squadra dei presunti giardinieri guidata da un giovane con piglio da manager e completo verde pisello si apprestava a compiere l’opera di potatura.
Il ritardo nella partenza dell’autobus permise a noi turisti di osservare quel lavoratore così simpatico.
Il caposquadra aveva fornito al gruppo dei giardinieri vari tipi di forbici da potatura disponibili.
Nel gruppo ce n’erano alcuni molto abili e lo si capiva dalla velocità di esecuzione, dalle foglie che cadevano, dalla forma della siepe post-potatura.
Il lavoratore simpatico era nel gruppo dei giardinieri, forse non avrebbe dovuto esserci, ma fece di tutto per attirare l’attenzione. L’avevo osservato fin dall’inizio. Come quando si riconosce un impiegato in un gruppo di contadini.
Gli avevano mostrato come si usano le forbici da pota, di sicuro non le aveva mai viste, ma aveva capito subito come usarle. Lui tagliava, proprio tutto, tutto quello che spuntava, preciso.
Non era proprio il massimo che si vorrebbe da un giardiniere, ma il bello era come lo faceva.
Un taglio e ….stop ! Si fermava, guardava in giro e aspettava qualcuno che desse lui la giusta approvazione, mentre elargiva sorrisi a tutto l’autobus e a chiunque passasse di lì; poi una pausa e poi ancora ….zac, un altro taglio e via con i sorrisi.
Passavano i minuti e il lavoratore simpatico tagliava sempre nel solito posto.
Forse avevano omesso nelle spiegazioni qual era lo scopo della potatura, e cioè il raggiungimento di una certa forma della siepe.
Avrei voluto dirgli del buco che stava provocando nella siepe e che mentre tagliava non immaginava che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Non ce la feci ad avvertirlo, non avrei potuto comunque farlo.
Al ritorno dall’escursione un grosso buco nella siepe avrebbe documentato per qualche tempo una nuova esperienza lavorativa di un giovane e simpatico egiziano.

PADRE


Sardegna,_Italy

Da Wikipedia , mappa Sardegna

PADRE

Luigi da ragazzo viveva in Sardegna, la sua terra d’origine. Quando la mente naviga nei ricordi, spesso questi si fermano a certi momenti della sua vita.
Più piccolo di statura dei suoi coetanei, ma con gli occhi vispi delle persone acute ed intelligenti, Luigi viveva in una zona interna molto povera dove pastorizia, agricoltura risultavano essere le sole risorse per i pochi residenti.
La scuola era un obbligo, sottraeva alle famiglie le braccia disponibili, non era ben vista dalla sua famiglia. I suoi peraltro erano analfabeti e nella loro idea non serviva a nulla studiare.
Luigi a scuola ci andava, ma non studiava. Lo punivano spesso; in particolare la maestra in occasione della mensa scolastica non lo faceva mangiare quando non aveva fatto i compiti.
Quando il padre gli chiedeva se aveva mangiato, lui rispondeva di sì.
Aveva paura più del padre che della maestra.
Le punizioni del padre erano molto più severe della maestra.
Si trattava di punizioni corporali. Il padre usava il nerbo di bue per colpirlo.
I colpi diretti alle gambette scoperte dai calzoncini corti fischiavano nell’aria fino a lasciare larghe e profonde righe di sangue sulla pelle.
Per scaldare la casa occorreva la legna. Dopo la scuola Luigi non faceva i compiti come gli altri ragazzi, il padre lo aspettava per condurlo alla montagna.
C’era da camminare almeno due ore in salita.
Il ritorno però era molto più duro della salita.
Il padre caricava il bambino di otto anni con un pesante ceppo sulle spalle.
Luigi non poteva fermarsi a riposare buttandolo per terra. Non ce l’avrebbe fatta da solo a rimetterlo sulle spalle, il padre non l’avrebbe aiutato, anzi ci sarebbe stata la solita punizione !
Luigi aveva la soluzione per riposarsi e non gettare il pesante fardello a terra.
Si soffermava vicino ad un muretto a secco, ci si appoggiava con il tronco sempre sulle spalle e quando se la sentiva, ripartiva. Doveva trovare solo un punto giusto con il muro alla sua altezza e dopo alcune fermate per piccole pause riusciva a portare a casa il grosso ramo di legno per scaldare la casa.
Luigi, quinto di sei figli, diventato adulto, ha appreso dai libri di storia i motivi della sua vita grama.
In passato lo hanno raccontato anche storie come quella di Gavino Ledda (Padre padrone), volte a rappresentare la società sarda. La ricerca di un perché non vuol essere tentativo di giustificare.
Ognuno di noi ha uno scopo nella vita.
Nella società sarda di un secolo fa gli scopi dei figli erano definiti dal padre.
Il sostentamento della famiglia veniva prima della vita dei componenti stessi.
Nessuno doveva tirarsi indietro.
Il capofamiglia aveva veramente tanto potere, basti pensare che nel medioevo si estendeva anche alla vita o morte dei familiari. Guai a ribellarsi.
Il capofamiglia non aveva però potere sulla malattia.
Questa nefasta calamità si abbatté sulla famiglia di Luigi. Due fratelli morirono di malattia, anche lui si ammalò gravemente.
Venne il medico; dopo la visita con una scrollata di spalle rimise lo stetoscopio in borsa dicendo :
– questo ragazzo morirà presto, posso provare a fargli una puntura. Se ce la farà a riprendersi non si ammalerà più –
Le condizioni di Luigi divennero disperate, avevano già chiamato anche il prete per l’estrema unzione.
Era quasi tutto pronto.
Per quanto si voglia preparare ogni cosa, ogni particolare, spesso tutto risulta vano.
Un detto toscano recita :
– finché non ti arriva la cartolina, non si parte ! –
Il riferimento non è alla morte, ma al servizio militare.
In effetti fino al 2005 prima della chiamata al servizio di leva arrivava una cartolina con richiesta al giovane di presentarsi al distretto militare per effettuare il servizio di leva.
L’allusione è comunque molto esplicita, a Luigi non era arrivata la cartolina e non poteva “partire” !
Passò giorni a letto con febbri altissime. Il corpicino lentamente si risvegliò da quella pre-morte fino a riprendersi completamente.
La madre volle celebrare l’evento in uno strano modo, e dal momento che Luigi era stato considerato una specie di miracolato a causa di una intercessione dal cielo.
La famiglia doveva ringraziare il divino per il dono di avere ancora Luigi tra loro.
Luigi non ricorda di chi fosse stata l’idea, ma ricorda i cinque anni successivi.
Gli fu cucito un saio da frate addosso e Luigi divenne un ex-voto vivente, il pesante tessuto divenne la sua seconda pelle per cinque lunghi anni.
Mentre lo racconta un sorriso gli scopre una fila di denti. Ora ci si può ridere su, ma a quei tempi non deve essere stato uno scherzo.
Luigi cominciò a lavorare come manovale nell’azienda edile del padre.
A dodici anni era un ragazzo con la forza di un uomo.
Si arrampicava sulla scala a pioli portando sulle spalle fino a ventidue tegole sulle spalle, arrivando fino al tetto. Magari erano più pesanti del ceppo di legno, ma anche lui era cresciuto.
Non c’erano errori nelle sue attività manuali, si ricordava sempre del nerbo.
Luigi frena le emozioni nel racconto. Un momento di silenzio come per interrogarsi su un perché, uno dei tanti.
Perché non riusciva ad odiare il suo padre-padrone ?
La risposta è stata data più volte da psicologi e psicoterapeuti.
E’ noto che nel rapporto violentato-violentatore si instaura un circolo vizioso, ognuno ha bisogno dell’altro, anche solo per ….esistere.
Luigi ammette :
– Si, volevo bene a mio padre, nonostante tutto –
Ci sono storie che non scriviamo noi, ce le scrivono gli altri.
Ringrazio Luigi che me l’ha raccontata.
Sono contento di poterla condividere e spero risulti essere di interesse per conoscere meglio cosa accadeva nel nostro paese quasi un secolo fa.