Neve


Neve

 

Ora non penso a te,

al tuo non colore

agli oggetti coperti con il tuo manto

a confronti con altri momenti

a uccellini preoccupati

bambini felici

autisti agitati,

mi riaffiorano ricordi

di proverbi contadini,

ti celebravano

portatrice di pane

protettrice delle piccole

piantine di grano,

accetto l’evidenza,

ogni stagione il suo clima

e infine metto il piumone

non è ancora tempo

di gonfiare il gommone.

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EX-MANICOMIO VOLTERRA


pazzia ex maniconio

Foto presente nel sito web :

http://montagnanicristiano.weebly.com/ex-ospedale-psichiatrico-di-volterra.html

 

EX-MANICOMIO VOLTERRA

Ecco, ho impostato google maps, l’indirizzo di un luogo dimenticato, ci sono arrivate le auto, ci hanno scattato molte foto, ora virtualmente molti possono visitarlo, era un paese.

Non potevano chiudere un paese. Mentre continuo la visita virtuale leggo su un cartello stradale il nome della Via : Luigi Scabia.

Devo constatare con piacere che è stata titolata una strada ad uno dei gestori del grande complesso in cui mi trovo.

Nei pressi di Volterra (PI), nel cuore della Toscana, qui fino agli anni 70 c’era una della più grandi strutture italiane denominate in vari modi, ma riconducibili al nome di manicomio.

Questo personaggio Luigi Scabia, è stato Direttore dell’Asilo Dementi di Volterra. Dal 1900 al 1934 applicò all’interno del manicomio la terapia del lavoro convinto che le persone si dovessero occupare di qualcosa e fece costruire all’interno dell’ospedale una falegnameria, un panificio, una lavanderia, un’officina elettrica, una calzoleria, botteghe di stagni e fabbri, vetrai, addirittura una fornace per la fabbricazione dei mattoni da utilizzare nei padiglioni da costruire. C’era perfino un ufficio postale e il manicomio si era dotato di una moneta propria.

Secondo Scabia il lavoro offriva l’elevazione morale e con questa il malato raggiungeva la dignità umana.

Sempre Scabia dice: “…solo per l’applicazione costante di un così vasto metodo di utilizzazione del malato di mente, in ogni ramo del lavoro, ha potuto sorgere l’istituto che dirigo”. Infatti grazie al lavoro dei ricoverati si poté applicare una politica di alleanze basata sul mantenimento di una retta giornaliera inferiore a quella degli altri istituti del tempo: in un certo senso i malati si autofinanziavano.

Scabia volle essere sepolto nel settore del cimitero nel quale si seppellivano i poveri dementi non reclamati dalle famiglie.

Un gesto che potrebbe essere spiegato nel suo voler essere vicino a quei reietti e dimenticati anche dopo la morte.

Tante informazioni mi sono utili prima di visitare questi luoghi.

Ho voluto conoscere la storia, poi ho cercato di osservarne lo sviluppo nel corso del secolo di vita con le visioni scientifica, economica, religiosa, umana.

Ho cercato di immaginare come poteva essere la vita in quell’ambiente, e mi è venuta a mente la monaca di Monza dei Promessi Sposi.

Manzoni ci ricorda che certe monache rinchiuse in convento erano le figlie di nobili che altrimenti avrebbero preteso parte dei possedimenti familiari, la religione diventava un ausilio al potere nobiliare.

Nello stesso modo fra i tanti ospiti del manicomio sono andati a finire individui che non lo meritavano e in certi casi nemmeno lo desideravano, cioè contro la loro volontà.

Sull’ex-manicomio di Volterra ci hanno già scritto molti libri, qualcuno vorrei poterlo leggere.

Uno dei libri è “Corrispondenza negata. Epistolario della nave dei folli” (1883-1974)

Una raccolta di lettere effettuata da medici dissidenti e catalogata tra prima e dopo il fascismo.

I pazzi o presunti tali scrivevano, ma le lettere non venivano inviate e non arrivarono mai a destinazione.

Tra le info storiche sulla follia trovo notizie sulla società di fine ‘800, in pieno illuminismo si trovò a gestire persone “senza lume”. Non a caso si diceva che i pazzi avevano perso il lume della ragione.

Non potevano ricollocarli nella società e al tempo stesso erano persone da gestire.

Cosa hanno fatto nel passato altri popoli ?

Nella cultura classica il folle rappresentava la voce del divino, quindi da ascoltare per interpretarla.

Durante il Rinascimento il folle venne considerato una persona diversa, sia per i valori sia per la sua filosofia di vita, e quindi andava rispettato, lasciato libero.

Verso la fine del settecento in Inghilterra nell’ospedale di York venne adibito alla gestione dei malati di mente e fu caratterizzato dall’uso dei principi religiosi come metodo di cura e il lavoro come valore terapeutico. Scabia forse seguì la linea guida degli inglesi, aggiungendo qualcosa di nuovo.

Nel mondo antico da un lato la follia è stata sempre esorcizzata, emarginata, ma dall’altro si è sempre intuito che in essa ci poteva essere una carica infinita di verità, di onestà, di “sapere”.

Sono noti gli spartani che buttavano i bambini malformati dalla rupe, e forse anche anche se scoprivano qualcosa di strano nella crescita.

Gli indiani d’america invece allontanavano dalla tribù i matti e se riuscivano a sopravvivere da soli meglio per loro, altrimenti, ciao !

In Transnitria anche nel codice d’onore criminale narrato da N. Linin nella sua “Educazione siberiana” la compassione da dare a chi è disabile o più sfortunato è una regola, un valore. Il matto veniva considerato come un toccato da Dio e meritava il massimo rispetto da tutti. Nessuno poteva toccarlo con le mani e se qualcuno si prendeva gioco di un “toccato da Dio” veniva reietto dalla comunità o ucciso secondo le rigide regole siberiane.

Nel mondo islamico, lo scienziato Al-Razi parla di “tabdir” e di “nafsdni”, cioè terapia psichica (nafs significa anima). Nel suo trattato “Sira al Falsafiyya, cioè “Medicina Spirituale”, di ben 20 capitoli; 4 riguardano la follia ed il suo trattamento. Con un un anticipo di oltre mille anni stabilisce che nel pazzo, la al ‘aql , la ragione, non funziona più e pertanto non gli si può addebitare nessuna colpa; anzi, il folle va protetto.

La società doveva occuparsi di queste persone, e mentre la scienza niente poteva, chi se ne doveva occupare cercava di fare il suo meglio.

Qualche miglioramento ogni tanto arrivava, ma il matto non usciva più da lì.

Medici, scienziati interessati alla sperimentazione, non si facevano sottrarre cavie umane. I trattamenti elettroshock erano all’ordine del giorno, e mi ricordano il film “qualcuno volò sul nido del cuculo”.

I familiari dei matti, se presenti, non erano sicuri della loro incolumità; i matti incutevano paura e spesso preferivano non rischiare e non li volevano indietro.

Cavilli legali o truffe di persone senza scrupoli facevano rinchiudere persone normali : un’altra strada senza ritorno.

Dentro il manicomio c’era di tutto e, in progressione geometrica, i fabbricati crebbero per ospitare sempre più persone. Le presenze medie giornaliere passarono dalle 150 del 1900 alle 750 del 1910, per arrivare alle 2621 nel 1930 e al loro massimo di 4794 nel 1939. 30.000 mq coperti di edifici.

Un paese nel paese, con lavanderie, officine, palestre, perfino una moneta.

Il numero poi è calato progressivamente fino ad arrivare ai 630 prima della chiusura nel 1978, con l’entrata in vigore della legge n.180, ed oggi è in completo stato di abbandono.

Perché dopo tanti anni questo interesse per questi luoghi ?

Dopo il libro con le lettere mai inviate, più di recente anche un gioco realizzato da una azienda fiorentina, in lingua inglese e italiana, nelle fasi di gioco si rievoca la vita nel manicomio, come cercare di voler mostrare le angosce di persone rinchiuse vive in un fabbricato.

http://www.thetownoflight.com/press/sheet.php?p=the_town_of_light_ITA

Personalmente odio i giochi violenti e osceni, non capisco il senso di un “uccidi l’alieno” e a prima vista non sembra destinato a persone normali, poi però accetto l’idea che può far parte integrante di un processo di diffusione di cultura, storia, e riesce a narrare con precisione le tipologie dei trattamenti, le crude immagini dei luoghi, le punizioni, le rigide regole interne.

Isolamento. I matti venivano isolati come portatori di peste, nessun contatto con il personale, avevano tanto tempo a disposizione, forse troppo.

Coloro che non avevano perso la ragione o l’avevano lentamente riacquistata impiegavano il tempo a disegnare o a scrivere.

Tra pochi giorni andrò a visitare quel grande complesso, ho cercato di acquisire il massimo delle informazioni, come prima di un viaggio.

Non voglio esagerare, senza caricare di troppe aspettative una visita.

Ho trovato in rete molte foto di quei luoghi, ma ho interrotto subito la ricerca.

Mi voglio godere la visita. Cerco di allontanare idealmente fin da ora la tristezza che mi potrà infondere la vista di luoghi desolati, posso solo immaginare i giardini, il cimitero, i vasti cortili interni, abbandonati da oltre 40 anni e pregustare la visita guidata della biblioteca-museo.

Mi risuonano però alcune domande, ricordo che me le posi anche nel lontano 1978 :

– Dove sono ora i matti che fino al 1978 erano rinchiusi ? Chi se ne è preso cura ? Quali le modalità ? –

Ecco alcuni link ad articoli sull’argomento :

https://flipout4ms.com/2016/06/27/lex-manicomio-di-volterra/

https://smartraveller.it/2015/11/19/ex-ospedale-psichiatrico-volterra/

http://www.giacomodoni.com/2010/03/persistenze-volterra/

IL FOGLIO


foglio - cappello-di-laurea-e-diploma

Img dal web

IL FOGLIO

Occorre tempo prima di consapevolizzare un comportamento o una consuetudine.
Da troppo tempo ormai, forse dal dopoguerra è andata crescendo l’attenzione al “foglio” , il documento in carta con l’attestazione del diploma, della laurea.
Il pezzo di carta più importante delle persone.
Titoli, invece di abilità.
Accessi preclusi agli sprovvisti del foglio.
Imbarazzo, disagio per coloro che non riuscivano ad ottenerlo.
Come quando arrivi ad una frontiera e non hai il passaporto in regola, ti rispediscono a casa, l’umiliazione, la sconfitta.
Il foglio prima della persone, fa ancora la differenza.
Ecco le scuole, le certificazioni altisonanti e documenti necessari, prima delle persone.
Come api attirate dal nettare, in presenza di corsi di formazione ancora tutti orientati prima a capire se esiste il rilascio della certificazione oppure no.
La caratteristica secondaria e accessoria diventa requisito essenziale.
Tutti a chiedere l’apparire e non l’essere.
La storia si ripete.
No, non diventerete altre persone frequentando i corsi che più vi piacciono, ma se quei percorsi vi aiuteranno vivere al meglio nei corpi che occupate, potrete fare anche a meno del foglio.

LATTAIO


lattaio

IMG DAL WEB

IL LATTAIO

Agenore aveva capito che il lavoro dei campi era troppo duro e non costituiva una adeguata fonte di reddito per la famiglia.
Provò, come ultimo tentativo, a vendere direttamente il latte delle mucche. Cominciò con il latte delle sue mucche, poi anche di altri contadini disposti a cedere parte della produzione in eccesso.
Olga, la moglie aveva il suo da fare a casa vacche, galline e conigli, la casa, i figli, la cucina ;
non poteva dargli grande aiuto.
Il travaso dai contenitori metallici alle bottiglie era il momento più delicato, guai a sprecarne anche una goccia !
Una volta preparate le casse delle bottiglie via ad effettuare le consegne.
Il latte fresco appena munto formava delle macchie gialle come se fosse brodo. Si trattava del grasso che lentamente si spostava verso la superficie. Il latte, generoso di bianco, morbido, naturale, invogliante alla sete diffondeva nell’aria un profumo intenso, penetrante come alla nursery del reparto neonatale.
Per effettuare le consegne a tutti i clienti erano necessarie diverse uscite e rientri a casa, riportare i vuoti e riempirli di nuovo.
Non è facile cambiare le abitudini. Agenore comprese questo a sue spese. Anche le piccole cose, le più insignificanti, come quella delle bottiglie di latte.
Ogni famiglia aveva le sue bottiglie e non voleva separarsi dalla propria, con il vetro verde o rosso che fosse e pretendeva di usare sempre quelle. Queste richieste gli complicavano il lavoro.
Non fu facile imporre uno standard sulla misura e colore delle bottiglie. Alla fine ci riuscì.
Il lattaio girava per le case, di buon mattino, per lasciare le bottiglie di latte e ritirare i vuoti.
Il latte fresco veniva bollito e solo il primo giorno qualcuno dei suoi clienti lo beveva fresco. La paura che il latte potesse essere contaminato svaniva con una bollitura. Certe massaie però lo bollivano anche più volte.
Il latte di Agenore era di provenienza ben nota, c’era un rapporto con i produttori basato su una piena fiducia.
Poi come si poteva non avere fiducia in Agenore, quell’omone alto con naso aquilino e orecchie a sventola, guance colorite, le dita gonfie di stanchezza.
Era tanto robusto che una volta sulla bicicletta i compaesani si chiedevano di che marca fosse per resistere a lui e alle bottiglie di latte.
La spiegazione erano le ruote rinforzate tipiche dei piccoli motorini del tipo “cucciolo” degli anni ’30 del 1900 e il telaio con robuste saldature per la cassa delle bottiglie di latte.
Dalla vita dei campi dall’alba al tramonto a girellare tra consegne e paese con bottiglie di latte sembrò dapprima un divertimento.
La salute era migliorata e una fastidiosa malattia respiratoria era sparita quasi completamente.
La fonte di guadagno dalla vendita di latte con consegna porta a porta non risultò molto elevata.
Ci volle un po’ di tempo per capirlo. I primi tempi pensava di avere pochi clienti, e che dovesse incrementarli.
Anche con questi accorgimenti il denaro che entrava in casa non era sufficiente e i lavoratori a opra guadagnavano cifre più dignitose con molti meno problemi.
In certe famiglie aleggiava lo spettro della povertà e non riuscivano nemmeno a pagare il lattaio.
Percorreva i luoghi in cui era nato, ogni giorno, tra quelle campagne con erbe e fiori diversi in ogni stagione, i profumi, i colori, i silenzi del mattino. Tutto ciò dava ad Agenore un senso di completezza, come se si sentisse parte attiva in quella umile realtà contadina.
I ritiri del latte li effettuava la mattina presto, appena munto dalle vacche delle stalle vicine.
Appena ritirato provvedeva a portarlo a casa dove poi lo imbottigliava e ripartiva per le consegne.
Agenore negli anni ebbe modo di conoscere molte persone e farsi tanti amici.
Lui distribuiva quell’alimento buono e naturale e poi se crescevano bene i vitelli poteva far male alle persone ?
Sentiva di lavorare per far star bene i suoi compaesani.
I bambini dei Rossetti, la casa di contadini sulla collina appena fuori del paese gli correvano incontro con le bottiglie vuote per evitargli di far la salita con la bicicletta fino a casa. Certe volte gli portavano un po’ di uva secca o noci, ma lui era contento anche solo a vederli.
I loro sorrisi gli ripagavano la fatica di pedalare in ogni stagione.
Curvo sul velocipede nero antico con un berretto di feltro, e quando pioveva forte non era abbastanza.
Si era sparsa la terribile fama di far sparire i ciucci con la scusa che gli  era appena nato un vitellino e che per poter mungere la  mamma mucca e non far piangere il cucciolo doveva dargli il succhiotto,  la storiella  era un valido aiuto per le mamme che eliminavano il vizio senza prendersi grandi responsabilità.
La sua era una attività che oggi definiremmo «dal produttore al consumatore, a km zero»
Poteva continuare solo se si ingrandiva, se diventava un vero e proprio commercio, con bottega, contenitori del latte.
Negli anni a venire sarebbero sorte le latterie, con punti di raccolta di grosse quantità di latte e distribuzione diretta simile alla mescita dei vini.
Tutto bene fino alla registrazione del marchio Tetra Pak nel 1950, e il suo nome lo deve al fatto che fu per la prima volta un latte a forma di tetraedro; il primo tetra pak fu realizzato a Stoccolma nel 1953 su idea di un certo Erik Wallemberg. In Italia arrivò sul finire degli anni Sessanta.
Agenore terminò l’attività di lattaio oltre trenta anni prima del tetrapak che di fatto scrisse la fine dei lattai, anche quelli con tanto di negozio.
I più ostinati hanno continuato l’attività fino agli anni ’80, ma era una lotta persa in partenza.
Tutta la storia su latte è da riscrivere.
Se Agenore fosse qui, di sicuro strabuzzerebbe gli occhi al solo prendere atto degli studi sulla tossicità del latte, lo studio Americano di Colin Campbell  “The China Study” lo conferma, il latte e’ responsabile di molte patologie dell’uomo.
Di sicuro le mucche non subivano le cure e i trattamenti effettuati negli allevamenti intensivi che ci mostrano nei documentari di agricoltura e allevamento.
I latte , la buona fonte di calcio, tante proteine, belle immagini di un fluido bianchissimo rimane una favola delle agenzie pubblicitarie che ci disegnano un prodotto che nella pratica non esiste più. Viene ora definito un fluido malsano proveniente da animali malati trattati farmacologicamente, oltre ad essere naturalmente ricco di ormoni non utili alla natura umana.
Questo alimento, assieme all’uso di latticini, concorrono decisamente ai tumore della prostata, del seno, dei  fibromi vaginali, del cancro sul collo dell’utero, ecc.,  in quanto il latte e’ un “alimento ormonico “ricco di progesterone, estrogeno, ecc., nonché fortemente acidificante.
Certi studiosi hanno tentato di risolvere ogni problema con il latte di soia, ma è risultato un sforzo vano. La soia un secolo fa era un prodotto industriale e ora è coltivato in 72 milioni di acri; viene utilizzato per l’alimentazione animale, una parte per produrre grassi e olio vegetale. Di recente la soia è stata camuffata come cibo miracoloso per la new age vegana.
La soia non è solo priva di proteine complete, ma contiene composti che bloccano l’assorbimento di proteine, zinco e ferro. La giustificazione per introdurre soia nella alimentazione infantile e quelle di ridurre grassi. I grassi contengono molti nutrienti vitali per crescita e sviluppo normali.
Privare i bambini dei grassi è un crimine.
La soia non è mai servita come alimento fino alla scoperta delle tecniche di fermentazione.
I vegetariani che consumano tofu e caglio di fagioli di soia come sostituti della carne e dei prodotti caseari rischiano di provocare una grave carenza di minerali.
Fin dalla fine degli anni ’50 si sa che i sostituti del latte a base di soia contengono agenti che contrastano le funzioni della tiroide. I neonati a cui vengono dati preparati a base di soia sono particolarmente predisposti a sviluppare malattie della tiroide relative alle funzioni del sistema immunitario.
Fior di scienziati foraggiati da aziende plurimiliardarie si ergono a difensori di questa sostanza e dei suoi derivati.
Fra tante teorie mi piace segnalarne una significativa : il Dr. Claude Hughes, direttore del Women’s Health Center al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles dichiara: “La mia attenta opinione professionale è che ha più senso non esporre inutilmente il vostro neonato a questi preparati”, E aggiunge: “Mentre l’allattamento al seno è di gran lunga preferibile, le madri che non allattano al seno dovrebbero utilizzare preparati a base di latte e considerare quelli a base di soia come ultima risorsa.”
I derivati della soia poi sembrano essere i più pericolosi : gli isoflavoni, i fitoestrogeni, gli inibitori della proteasi, l’acido fitico, la lecitina di soia (o emaglutina), le nitrosammine e la misteriosa tossina della soia sono tutte sostanze dalle quali è meglio stare lontani.
Quando i nutrizionisti lanciano i loro appelli del tipo :
– mangiate questo che fa bene o non mangiate quest’altro perché fa male – sorge il dubbio che tante regole e consigli abbiano delle motivazioni di tipo economico più che scientifico.
Troppe volte il razionale e la rete del profitto riduzionista ha spinto i consumi verso prodotti che poco hanno a che vedere con la salute. Occorre ripensare la scienza della nutrizione.
Viene da chiedersi, pensando anche ad Agenore che tutto sommato fece bene a smettere di portare il latte nelle case e farsi assumere in una grande azienda manifatturiera, poco avrebbe potuto contro le nascenti lobbies del latte in polvere.
Ognuno la sua epoca, qual è la nostra ? Chi è l’Agenore di turno adesso ?

SARTA


sarta

Foto prelevata dal sito :
http://www.officinacultura.it/index.php/sarte-e-sarti.html

SARTA

Il tipo di lavoro svolto era un segnale per lei. Capiva se c’erano soldi in giro o no.
Se le clienti se la passavano bene venivano da lei con la stoffa e le chiedevano :
– Me lo cuci un vestitino ? –
Gina aveva sempre un modello per tutte. Una sottana un po’ svasata, una giacchina corta o comunque qualcosa che facesse figura, quello che chiedevano le sue clienti.
Anche dal tipo di stoffa si capiva dove le clienti andavano a parare.
Le modifiche di vestiti o le riparazioni invece erano un segnale di scarsa liquidità.
Tutti ne risentivano se c’era poco denaro in giro.
Ben pochi potevano permettersi vestiti cuciti e tra l’altro negozi di abiti ce n’erano ben pochi.
La signora Milia aveva la medesima cappa da oltre trenta anni.
Gina se la ricordava, l’aveva cucita lei nell’immediato dopoguerra. In trenta anni Milia era dimagrita e ingrassata, ma non molto, e la cappa non era mai stata modificata.
Quando si deve stringere non ci sono grossi problemi, ma se si allarga, ci va messo qualcosa, se no si vede il colore diverso della stoffa.
Gina usava toppe o pezzi di velluto che potevano sembrare abbellimenti del capo, li sistemava ad arte. Mascherare una lavorazione non era facile, ma le piaceva realizzare i lavori su misura, e se le piacevano ci faceva anche dei modelli.
I ragazzi più grassottelli bucavano i pantaloni dove sfregavano le cosce e le mamme li portavano a Gina per metterci delle toppe. Alla fine i ragazzi ci crescevano dentro e se non c’erano nemmeno fratelli minori per riciclarli finivano l’esistenza come cenci per pulire o altro.
Tutto veniva usato e riusato fino alla fine.
La qualità non era contemplata.
Non tutti si potevano permettere la qualità.
Ci volle molto tempo affinché la qualità divenisse un valore al quale mirare.
Con il boom economico le richieste di prodotti cuciti aumentò a dismisura, nacque il pronto moda, e con il passare del tempo si rivelò una folle rincorsa al massacro per una miriade di produttori.
Le sarte come Gina potevano realizzare un abito o un vestito partendo dalla stoffa, un lavoro di arte e ingegno anche se comportava molto sacrificio.
Curve sulle stoffe, le sarte spesso vedevano i loro corpi modificarsi. La testa reclinata in avanti, gli occhiali spessi inforcati sul naso, non potevano far altro che lavorare, sempre di più.
Tra le ore dedite alla casa e quelle al lavoro di sarta rimaneva loro solo il tempo per dormire, senza alternative possibili.
La parte più difficile era il taglio. Le prime volte Gina sudava freddo, sentiva la responsabilità di poter sciupare una stoffa magari molto costosa.
Dopo aver preso le misure alle persone, realizzava dei modelli in carta velina ottenendoli dai modelli in suo possesso.
Disegnava con il gessetto bianco le righe del taglio sulla stoffa, e ….zac, con mano decisa realizzava ogni parte del capo.
Dopo questa operazione delicata i pezzi venivano “montati” insieme fino a formare il primo modello.
A questo punto Gina avvertiva la cliente di passare a provarsi il vestito.
La messa in prova era l’operazione necessaria per ottenere il capo finito, come quando i sarti che spesso abbiamo visto in qualche film quando mettevano gli spilli su stoffe solo imbastite.
L’imbastitura era l’operazione di abbozzo con un robusto filo bianco di cotone, era il primo modello.
Se tutto andava bene Gina passava alla cucitura a macchina. Dopo il capo era pronto, bastava togliere le filze e stirarlo bene.
Non c’erano i ferri da stiro a vapore !
Il ferro veniva riscaldato sulla piastra della cucina a legna.
C’era sempre un ceppo nella cucina e l’acqua nel bollitore anche per mantenere un po’ di umidità in casa.
Un panno di cotone resistente bagnato e strizzato veniva disteso sul capo da stirare e poi con il ferro caldo il vapore si sprigionava da sotto il ferro con il fragore familiare di uno sfrigolio.
Gina amava molto il suo lavoro, ma non poteva staccare mai. Oltre ai figli da crescere, le faccende di casa, da un lato aveva imparato un mestiere che le consentiva di cucire abiti per la famiglia e le consentiva anche delle modeste entrate di reddito, ma che non era molto considerato dalle sue clienti.
La macchina da cucire sempre efficiente era stata sepolta sotto terra al passaggio del tedeschi, per evitare che gliela rubassero. Svolgeva sempre in modo efficace il suo compito.
Gina aveva provato ad andare a lavorare in fabbrica, ma non ci era rimasta a lungo.
Nonostante avessero capito il suo valore, l’attività sartoriale era in mano al sesso maschile, e in fabbrica l’avevano relegata a lavori secondari e meno qualificati.
Gina percepì questa scarsa considerazione e allora preferì dedicare alla famiglia le sue capacità e cucire per qualche cliente ogni tanto.
Ci vogliono anni per imparare mestieri e così poco tempo per buttare alle ortiche quanto appreso in una vita.
In un mondo attuale tanto negativo vorrei che si potessero riattivare le competenze di tante persone ancora vive, ma non mi riferisco a quelle non al cimitero, intendo quelle disposte a mettersi in gioco e condividere i loro saperi nel caso fossero disposti ad insegnarli.

MURI


murogaza

Img dal web

MURI

Non sono un geometra o architetto, non ho la pretesa di scrivere un articolo tecnico sui tipi di muro.
Mi sono un po’ documentato, e ho visto che gran parte dei muri veniva costruita in pietre grezze, ciottoli, pietre sbozzate, e muri misti o laterizio.
Le motivazioni delle costruzioni di muri erano per terrazzamenti, contenimento e limite di terreni, difesa o separazione di territori.
La necessità di creare muri ha origini molto lontane.
Anche gli antichi romani applicavano la regola :
– divide ed impera –
Retaggi di tali costumi si ritrovano nei comportamenti umani del passato.
La tendenza ad erigere muri è sempre stata molto diffusa.
Con la scusa di proteggerci sono stati costruiti muri di ogni tipo.
La progettazione degli spazi destinati all’apartheid in Sud Africa.
La concezione dei ghetti per gli ebrei.
I fiumi imbrigliati da muri e argini di contenimento.
L’innalzamento di barriere attorno alle proprietà private per proteggere da occhi indiscreti.
I confini interni di città, nazioni o popoli come ad es. Berlino, Linea Maginot, Muraglia cinese, o i 2.700 km ai confini del Marocco per la popolazione Saharawi.
Tutto ciò stranamente ha procurato sicurezza ai costruttori e a chi li richiedeva.
Certi muri sono stati necessari per evitare che le persone si uccidessero l’un l’altra.
Gli odi di generazioni precedenti non hanno mai lasciato spazio al dialogo.
Basta sfogliare i libri di testo delle scuole palestinesi :
“tendono ad avvalorare tesi razziste e pregiudizi negativi contro Israele e il popolo ebraico.
Non parlano né della religione, né della cultura, né dell’economia o delle attività quotidiane e perfino della semplice esistenza degli israeliani.
L’assenza di questo tipo di informazioni serve a sminuire la presenza legittima dell’altro.”
Non esiste il riconoscimento dell’altro. Chi cresce con valori precostituiti, è molto difficile che possa essere predisposto al dialogo.
Ecco che occorre almeno un cambio generazionale perché il muro possa essere abbattuto, e se per quello di Berlino ne è passato di tempo, anche per gli altri il fluire del tempo sarà la medicina necessaria ad acquietare ed affievolire gli odi accantonati fino a seppellirli completamente.
Se da un lato è necessario attendere prima di abbattere quelli esistenti, occorre lavorare però sulla prevenzione ed evitare o limitare i conflitti alfine di non costruirne altri !

p.s. : Ah ! Ricordatemi di scrivere una recensione sul film
– Il giardino dei limoni – eccovi intanto un link :
http://www.mymovies.it/film/2008/ilgiardinodilimoni/
sembra proprio “a fagiolo” con il mio post ! ;
n.d.r. si tratta di espressione toscana per significare un qualcosa che è in tema o inerente)

NATIVI DIGITALI


Toddler playing with laptop
Toddler playing with laptop

Img dal web

NATIVI DIGITALI E LAVORI SOCIALMENTE UTILI

Non sono un nativo digitale. Sono diventato un abbastanza digitale leggendo i libretti di istruzioni, o gli opuscoli di carta dove spiegano passo-passo come funziona il telefonino o il computer.
Pianino pianino mi son tuffato in questo mondo dove i bambini sono già digitali appena usciti dal grembo materno.
I nativi digitali sono i “millenial” e sono stati denominati la generazione Y.
Noi invece possiamo considerarci immigrati digitali con provenienza dall’analogico.
Chi volesse approfondire il significato di queste parole finora a me sconosciute, (nella rete si trova tutto) e a questi links forse trovate spiegazioni abbastanza approfondite :
http://www.previsionari.it/tag/millennials/
http://wearesocial.it/tag/millennials/
Non ho trovato molti approfondimenti su questo cambiamento epocale dei modi di apprendere.
In molti paesi nemmeno la scuola è stata in grado di gestire questa importante modifica della società.
Alcuni hanno cercato di utilizzare queste nuove potenzialità, ma non è stato facile.
Negli Stati Uniti è nato un movimento denominato Franklin Project con lo scopo di promuovere i lavori socialmente utili e vede positivo l’utilizzo dei Millenial.
Dopo l’11 settembre negli Usa non solo è stato ricostruito quanto distrutto, ma si è rafforzato il senso di comunità eroso nei decenni precedenti.
Nei principi fondanti della dichiarazione di indipendenza c’è infatti il diritto alla ricerca della felicità e non si riferiva al soddisfacimento del piacere privato, ma al diritto di costruire la propria vita all’interno di una comunità forte e vibrante.
Italia abbiamo nuove leggi che consentono di attivare come negli Usa i lavori socialmente utili, ad es. : http://www.vita.it/it/article/2015/07/15/lavori-socialmente-utili-in-cambio-delle-tasse/135946/
Siamo stati abituati a pensare la creatività come qualcosa legato alle predisposizioni artistiche come canto pittura o simili.
Quindi dipingiamo se ci sentiamo di dipingere, cantiamo se ci sentiamo di cantare, oppure scrivere se volete scrivere e qualunque altra cosa ancora. Qualunque lettera sia la vostra generazione (X Y o Z ) sappiate che ognuna di esse ha la necessità di non vedersi reprimere gli istinti creativi.
I nativi digitali sono già pronti per essere creativi, possono farlo in ogni loro attitudine.
Ogni passione si potrà trasformare in un lavoro.
Scegliamoci un nativo digitale e come ad un figlio adottivo dovremo dargli fiducia, forse non sarà facile, questa operazione potrebbe contrastare con i nostri valori.
I vantaggi saranno per entrambi, soprattutto in termini di soddisfazioni personali.
Se poi vi funziona…..fatemi un fischio !!! 🙂

p.s. la splendida foto del piccolo nativo digitale è stata gentilmente “prelevata” senza il consenso dal sito : http://dailystorm.it/2014/09/13/i-5-errori-digitali-i-vostri-pagheranno/
e date un occhio anche all’articolo molto premonitore.

LA PALLA


pallone da calcio

LA PALLA

Andrea era un ragazzino abbastanza sveglio per la sua età.
La palla era il gioco più amato da Andrea. Tutti i giochi servono ai ragazzi per il loro sviluppo intellettivo.
Le giornate di Andrea erano spensierate. No ! Attenzione non c’era assenza di pensiero, si trattava di assenza di problemi.
Non è poco per un ragazzino di 10 anni. I problemi sono sempre dietro l’angolo, ma spesso siamo noi stessi a farceli venire.
Andrea trascorreva quella sua esistenza “normale” e ne godeva in modo naturale.
Non c’erano telefonini, ipad, playstation, i trastulli erano ben altro.
Lui aveva la palla.
Gliela aveva regalata il babbo per il compleanno.
Un pallone da calcio in cuoio, cucito a mano. Non era una palla qualsiasi.
L’importanza della palla, la voglia di svagarsi sua e degli amici, tempo libero nel pomeriggio,
ce n’era abbastanza per passare un’ora al campino da gioco vicino casa.
Una partita a pallone, un momento spensierato, ma conteneva tutto il necessario per imparare a gestire le relazioni, esprimere la fisicità ed esuberanza di un ragazzo.
La prima cosa appena riuniti era “fare la squadra” e ….non era sempre la solita !
Se facevi una buona squadra avevi quasi vinto di sicuro, ma anche chi perdeva si divertiva lo stesso.
L’obiettivo in generale era vincere, ma non era così per tutti. A qualcuno bastava solo esserci.
Il fatto di essere nel campo e far parte di una squadra non era scontato.
Qualche volta arrivavano ragazzi di altri quartieri e Andrea li apostrofava :
– Te non sei dei nostri, oggi non giochi ! –
Vincere a tutti i costi comportava di giocare sporco, facendo falli o usare colpi proibiti.
L’arbitro veniva nominato ogni volta e non sempre riusciva a mantenere l’ordine.
Le liti per fortuna non erano frequenti. Andrea sapeva chi poteva far casino e tendeva ad isolarlo.
Il pallone era suo.
La proprietà del pallone gli conferiva un potere molto particolare.
Andrea non voleva usare quel potere. Era schiacciante, inusitato, lasciava tutti senza parole.
Talvolta le liti diventavano non gestibili, quando nessuno placare le grida e magari tutto era cominciato per la solita inezia come un fallo o un rigore assegnato, la mediazione del conflitto non portava ad una pacificazione serena.
Andrea allora si avvicinava al pallone, se lo metteva sotto braccio e ne andava mestamente a casa.
Non solo non giocava lui, ma non permetteva nemmeno agli altri di giocare.
Andrea era stra-convinto di agire al meglio. Del resto se giocare porta a litigare perché doveva permettere una cosa del genere,
I compagni nel rimanere senza divertimento capivano di avere esagerato, ma era un ravvedimento temporaneo. Funzionava qualche giorno, poi di nuovo liti.
A distanza di anni mi chiedo quanto il comportamento fosse utile.
Sono certo dell’utilità sociale del gioco, essere nella squadra, acquisire la capacità di relazione e quindi cominciare a scegliere e delineare il proprio ruolo nella società.
Andrea aveva la palla, questa poteva diventare un’arma per silenziare i conflitti, ma sapeva benissimo e l’aveva poi imparato a sue spese che quello non era il modo per risolverli.
La volta successiva sarebbe andata anche peggio, oltre ai conflitti irrisolti se ne potevano creare altri.
Andrea capì che nei conflitti si doveva mediare, fino alla noia.
Oggi, splendida giornata di sole, nelle colline toscane baciate da una brezza gentile, disteso su un lettino in una piscina, me ne sto ad osservare un ragazzotto della medesima età di Andrea.
Invece di fiondarsi ripetutamente nell’acqua con i compagni, si cimenta con un giochino elettronico e subito penso a quante occasioni di relazione perdono i neo-bamboccioni del 2015 e quanti genitori regalano invece dell’ultima diavoleria elettronica, una…..semplice palla !

APERTO PER LAVORO (FERIE ?)


aperto per lavoro

APERTO PER LAVORO (FERIE ?)

Capita spesso che diamo importanza alle cose quando queste vengono a mancare.
E’ tutto un sussulto di aspettative ed attenzioni che si alternano attorno a dove riserviamo la nostra attenzione.
E’ strano come questi periodi possono durare frazioni di una giornata o tutta la vita.
Sappiamo che la salute è una cosa importante, ma invece di ringraziare ogni giorno di possederla ci ricordiamo solo quando appare la malattia.
Nello stesso modo non avendo un punto di riferimento chiaro la nostra aspirazione alla felicità spesso non è molto precisa. Potremo tentare di associare i momenti di felicità al periodo feriale.
Le ferie mi evocano ricordi di periodi felici e spensierati della mia vita e tento di ripercorrere i momenti che li precedevano.
Da studente da un lato mi rallegravo per l’imminente inizio delle vacanze estive, ma dall’altro mi dispiaceva iniziare quel lungo periodo di vacanza lontano dagli amici di scuola.
Mia madre ed io infatti raggiungevamo mio padre che lavorava tutto l’anno in una località balneare distante oltre 100 km dalla nostra casa, e lo obbligava ad una situazione di pendolare settimanale.
Perdevo per tre mesi ogni contatto con gli amici di scuola e mi trovavo costretto ad osservare le modalità di “fare vacanza”.
Il mercato degli affitti degli appartamenti era molto diffuso e con tipologia mensile o quindicinale.
In genere ogni quindicina mi cambiavano gli amici di ombrellone e li avrei rivisti solo l’anno successivo.
Mentre osservavo le tipologie delle ferie degli italiani anni ’70 mi accorgevo di quanta importanza veniva attribuita al “fare ferie”.
Qualche maligno arrivava persino ad attribuire analogie tra il luogo delle vacanze e le disponibilità finanziarie della famiglia analizzata. C’erano luoghi da “poveri” e luoghi da “ricchi”.
Le ferie erano anche uno “status quo” quindi se uno non faceva le ferie era quasi sicuramente perché non poteva permetterselo, e anche se non era così molti comunque lo pensavano.
In quei tempi non molto lontani ben poche famiglie si coprivano di debiti per dimostrare di potersi permettere le ferie.
Da studente non potevo scegliere, era la famiglia che sceglieva per me. Quindi tre mesi al mare per molti anni !
Posso dire di aver avuto ottime abbronzature e tantissimi amici quindicinali e mensili.
Tutto sommato ho avuto tantissime opportunità, molte più di quelli che rimanevano a casa.
Ma, forse non è così, infatti le opportunità capitano a tutti, poi dipende da quanto siamo abili a coglierle.
Nel corso della vita il lavoro poi ha modificato la mia modalità di fare ferie.
Ancora una volta le aspettative riposte in quel magico periodo diventavano un momento molto particolare.
La chiusura di molte aziende era lunga, anche un mese, a seconda dei settori o dell’organizzazione interna. Mancare dal lavoro per quasi un mese comportava di “meritarsi” le ferie.
Nelle aziende italiane a partire dagli anni ’60 si era instaurata una sorta di legge non scritta relativa alle “ferie sacre in Agosto” . Altri paesi europei avevano adottato invece da tempo una sorta di alternanza delle ferie in ogni periodo dell’anno.
Ricordo le ferie negli anni ’80 in agosto nelle città e sembravano quelle città fantasma dei mitici film di cow-boys.
E’ buffo come il mondo cambia e non ce ne vogliano accorgere, e pochi che documentano i cambiamenti.
I giorni prima delle ferie operai ed impiegati si caricavano di uno stress notevole, consapevoli di lasciare l’azienda chiusa per molte settimane. Anche io arrivavo alle ferie come stremato.
Si doveva prevedere un prima, un durante e un dopo le ferie stesse.
Mi immagino tante aziende come innumerevoli macchine concepite per produrre e che forzatamente venivano immobilizzate, la corrente staccata, un cartello giallo FERIE FINO AL …. e arrivederci !
Tutti quei lavoratori inattivi per un lungo periodo e obbligati a dimostrare il proprio status-quo.
Mi guardo attorno e vedo decine di stabilimenti chiusi da decenni, i lavoratori sono in pensione da molto tempo ; ferie illimitate ! La crisi ha prodotto un numero notevole di disoccupati e immobili allo sfascio.
Mi manca qualcosa, vorrei chiudere l’articolo con qualcosa di positivo.
Vorrei lasciare a chi mi legge una speranza, una chiave di lettura nuova, e cioè vedere ogni fine come un inizio.
Ho preso spunto per scrivere questo articolo dalla fine del mio percorso lavorativo.
Con il 31 luglio si conclude il mio rapporto di lavoro con l’azienda dove ho lavorato 33 anni.
Quest’anno non inizieranno le ferie, inizierà una nuova avventura, non è la pensione, ma ….nessuna anticipazione !

NOTIZIE


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Img dal web (edicola salvata dal Fai , del 1862)

NOTIZIE

Ci vuole la lente di ingrandimento come Sherlock Holmes per cercare buone notizie nei settimanali o nei quotidiani.
La buona notizia non attira, non alimenta le tirature.
Trafiletti, colonnine scritte con caratteri microscopici spesso contengono notizie interessanti e …positive.
Sembra che la notizia positiva in quanto merce rara sia trattata come portatrice di scalogna, foriera di disagi e relegata a spazi contenuti.
Si, la si diffonde, ma….senza esagerare !
Non sono qui a cercare di capire di chi è la colpa.
La redazione ? La proprietà delle testate ? La mission del giornale ? La complicità degli autori ?
Il malcostume nazionale ?
Come mai se la notizia è brutta viene amplificata e ripetuta e se è bella viene circoscritta in trafiletti ?
Quando entro in una edicola mi sento come sommerso da un fiume di parole. Mi immagino gli sforzi di migliaia di persone che con dedizione ci raccontano cose fantastiche.
Quotidiani, settimanali e mensili e riviste specializzate in ogni ambito a cadenza regolare ci inondano di informazioni di ogni genere.
Come possiamo utilizzare al meglio queste enormi risorse ?
Credo che la rete lo stia già facendo.
La rete in effetti siamo noi, ognuno di noi può segnalare un articolo interessante per mezzo dei social.
Nelle riviste abbinate alla vendita di alcuni quotidiani ci sono tonnellate di pubblicità, la stessa che contribuisce alla sopravvivenza delle stesse.
A me non interessa quasi nulla della pubblicità e salto sempre decine di pagine alla ricerca dell’autore preferito o di un articolo interessante.
Spesso la trovo, vorrei abbracciare l’autore, compiacermi con lui, qualche volta vorrei potergli offrire una birra. La stessa cosa vale per molti blogger.
Dovremo ricordarci più spesso che dietro quelle righe c’è una persona come noi che ha pensato, scritto la notizia che leggiamo.
Quel testo rappresenta il suo pensiero.
Al termine di ogni nostra lettura ogni articolo contribuirà ad influenzarci in modo negativo o positivo.
Non si può sperare di trovare solo buone notizie, e comunque poi ogni notizia è interpretata in modo diverso da ognuno di noi.
Il modo in cui permettiamo di farle arrivare a noi dipende dai nostri valori.
Se ad es. affermiamo :
– a me non piace l’acciuga ! –
quando invece questo alimento non l’abbiamo mai assaggiato, dovremo riconoscere che questa affermazione è errata. L’acciuga ci potrebbe anche piacere nel caso l’assaggiassimo.
Questo tipo di persone si potrebbero definire “schierati a prescindere” e diranno sempre :
– non mi piace ! –
Magari sono gli stessi che mettono “mi piace” ad es. sui filmati osceni pubblicati nei social.
Auspico si possa aggiungere la possibilità di mettere “non mi piace”
Il passaggio successivo potrebbe essere qualcosa come “ti stimo” e mi riferisco ad esempio a qualcosa di simile ad un abbraccio virtuale all’autore di pubblicazioni veramente interessanti.