NEBBIA


rotolino-per-macc-fotograficaNEBBIA

Un giorno di ferie e anche la giornata giusta per fotografare la nebbia.
Due cose insieme non capitano spesso, quindi, colazione veloce, un controllo sommario alla borsa della macchina fotografica e obiettivi, parto per l’avventura con la reflex Pentax semi-automatica, con rotolino da diapositive 100 Iso.
Sono il principiante pronto per una nuova esperienza, decido di farla, spero mi servirà.
L’idea è di confrontare le foto con altri amici del gruppo fotografico, sono già curioso di sapere se gli altri hanno fatto le fotografie alle nebbie, e mi immagino già il venerdì sera, l’incontro settimanale per mostrare ognuno le proprie dia con il video proiettore.
Sono emozionato, la prima volta che fotografi qualcosa di nuovo, ci vai baldanzoso, con l’entusiasmo dell’apprendista e l’esperienza del professionista. Mi sento una via di mezzo, un aspirante fotografo alla ricerca di qualcosa di particolare, magari un book fotografico.
L’emozione può fare brutti scherzi.
Appena uscito di casa la nebbia mi avvolge, non la posso toccare, ci sono dentro come in una pentola, ma non vedo il coperchio, solo vapore grigio. Dopo poche centinaia di metri da casa, con l’auto percorro la strada vicino al fiume; ha sempre i lampioni accesi, anche se sono le nove della mattina. L’interruttore crepuscolare dell’impianto comunale di illuminazione non è guasto, solo pensa sia ancora notte, il sole non è riuscito a mostrarsi.
Sul vetro dell’auto migliaia di microscopiche goccioline si mescolano fino a formare gocce grandi, sembra pioggia, ma è solo umidità.
Uscito dal paese, la strada inizia a salire verso la collina, ecco, sono uscito dalla nebbia e posso vederla dall’alto.
Il sole mi batte negli occhi, si è appena affacciato tra due grandi nuvole.
Le nebbie sono a livello più basso, nelle vallate, tra le colline verdi di bosco ceduo.
Il paese dove abito ha ancora le case immerse nella nebbia.
Fermo l’auto dopo due tornanti, il panorama è suggestivo, da ogni parte le colline formano un girotondo di curve, le nebbie permangono ancora nel fondovalle, sembrano grossi batuffoli lattiginosi sospesi nell’aria.
Posso immortalare le nebbie con lo scatto della reflex, impacchetto le immagini fuggevoli di vapore acqueo, mi immagino la presentazione delle dia del mio primo book fotografico, penso che questo tipo di foto è già stata fatta da altri fotografi esperti, ma forse nessuno ha trovato come me le stesse occasioni di luminosità, o il panorama.
Penso che quelle forme di nuvole di nebbie le ho viste solo io, e c’era una luminosità perfetta per fotografarle, che ho avuto una gran fortuna avere questa giornata a disposizione. Un sorriso beffardo mi fa sentire un novello Robert-Bresson.
C’è sempre qualcosa che differenzia un artista da un altro. Il vero esperto non è mai sicuro di nulla, non si fida nemmeno di sé stesso. Certe cose le capisci solo dopo.
Quello che ti frega, è quando ti senti troppo sicuro, la troppa sicurezza ti inchioda.
Pensi che quel gesto lo hai fatto decine di volte, anche quella mattina, sei sicuro, e invece pensavi di averlo compiuto, ma non l’hai fatto davvero, e dopo te ne accorgi, dopo.
Non hai messo il rotolino !

Annunci

LA FAME


malnutrition

 

LA FAME

La pastasciutta era fumante in tavola, televisione accesa con la prova del cuoco, la famiglia riunita ci apprestavamo a mangiare insieme come ogni giorno.

Un giorno come tanti altri, assistetti a un epilogo infelice per il solito ospite, l’irrefrenabile Beppe Bigazzi. Non c’era la Clerici, era un giorno di Febbraio 2010. Beppe inizia argomentando che in Febbraio chi non ha ciccia mangia il gatto, infatti dice lui Febbraio-gattaio.

Nessuno si sarebbe aspettato una ricetta in cui l’ingrediente principale è …”il gatto”.

In modi precisi e dettagliati il dotto conoscitore di alimenti, cibi, ricette, ma anche di vita e cultura italiana spiegò come lui stesso provvedeva a prepararli e cucinarli.

La procedura era di spurgare la carne per diversi giorni nel vicino torrente Ciuffenna e quindi la cottura mi pare arrosto.

Da quella volta non abbiamo più visto Bigazzi alla Rai per diversi anni.

Associazioni animaliste lamentarono e chiesero l’espulsione dell’esperto di cucina dal programma.

Non che il Bigazzi fosse un angioletto, spesso litigava in diretta con cuochi offendendoli anche in malo modo. Con quella operazione è stata soffocata la storia, la cultura che sta dietro ai tegami.

La moderna società ci ha fatto dimenticare i motivi, le ragioni per le quali il Bigazzi avesse introdotto nel menù il gatto, non che dovesse mangiarlo nessuno.

Raccontava solo una storia, vera, ed è seguita con la sua espulsione. Potete rivederla su youtube.  COME SI MANGIA IL GATTO – RICETTA

In novembre dello stesso anno eccoti una legge che punisce anche con la reclusione chi tratta male gli animali domestici. NORMATIVA DI RIFERIMENTO

Non ho niente contro gli animali domestici, ho il massimo rispetto per chi ha animali, li accudisce ed assiste come persone. Non voglio nemmeno perder tempo a difendere Bigazzi.

Voglio anche però raccontarvi di una avventura occorsa in una vacanza in Sardegna 1998, vicino Cabras, bellissima penisola del Sinis, terra con molti campi coltivati, pianura perfetta.

Avevo portato la mountain byke in vacanza, una mattina partii presto, verso le 7.00, sentii abbaiare, da un campo sbucò un’orda di cani guidati da un enorme pastore maremmano (almeno 20 bestie).

Nelle vicinanze non c’era nessuno per chiedere aiuto, per diversi chilometri nemmeno una casa.

Sudai freddo, sapevo benissimo che se mi agguantavano non avrei avuto scampo, per fortuna avevo il rapporto giusto per lo scatto, per almeno cinquanta metri mi stettero a ruota, poi forse perché non gli interessava più seguirmi, o ero più veloce, mi allontanai dal pericolo. Forse avevano fame, e avrei fatto una brutta fine, la fine del gatto.

In origine se certi italiani mangiavano i gatti spesso succedeva per altri motivi, era per fame, forse gli animalisti non l’hanno mai provata e non hanno avuto nemmeno un’orda di cani dietro come me.

Sembra che nonostante la legge punitiva gli italiani si mangino ancora oltre 7.000 gatti l’anno, quindi…. perché si fanno queste leggi ? Solo per adeguarsi alla comunità europea che ce l’ha chiesto? C’è davvero bisogno delle leggi per rafforzare il rispetto degli animali ?

E’ forse facendo cacciare Bigazzi e non parlando delle nostre origini che si ottiene il rispetto degli animali ? Vi siete mai chiesti quanti uccelli mangia un gatto selvatico ?

OLMO


OLMO DI LANDO Senigallia (AN)

“Olmo” di Lando detto Olmo Bello, Casine di Ostra.
Diametro metri 35 e 110 di circonferenza – altezza metri 28 – circonferenza tronco metri 5,50

Trovare una foto di questo albero non è stato facile, poi un articolo in rete mi ha fatto ricordare meglio e non posso non pubblicarlo !

http://naturaetratio.blogspot.it/2016/10/addio-agli-olmi.html

OLMO

Ne ricordo le forme, due enormi alberi nel piazzale, alla base non si abbracciavano in due persone, uno dritto, l’altro più piccolo, ma più nodoso e pendeva come la torre di Pisa.

Si trattava di olmi, un tipo di albero d’alto fusto molto resistente alle malattie e alle avversità della natura.

I piazzali mezzo secolo fa non erano cementificati come siamo abituati a pensarli adesso.

Qua e là erano cresciuti alberi di pioppo, cercavano di farsi spazio sotto le grandi chiome degli olmi.

Uno di questi aveva una cavità ad un metro di altezza da terra. Noi ragazzi sapevamo che all’interno nascevano i funghi pioppini e se riuscivamo a portarli alle nostre mamme sapevamo di farle felici.

A quasi dieci metri d’altezza del tronco di uno degli olmi, tra i grandi rami si era formato un grosso buco e anche lì, dopo qualche pioggia si depositava l’acqua e ci nascevano i funghi.

Non so come fosse stato scoperto quel buco, e se fosse stato fatto appositamente per farci crescere i funghi.

L’unica cosa che so è che a noi ragazzi proibivano di andare con una scala di ferro a prenderli.

I funghi nascono solo se c’è un micelio, ho scoperto dopo molti anni che per ottenere aree produttive di funghi si devono inoculare miceli dei funghi da coltivare.

Qualcuno del paese sapeva quali erano le tecniche giuste, i segreti necessari; certe informazioni sono adesso conosciute da stimati agronomi, professori universitari, e poche persone comuni conoscono ancora queste operazioni.

Ricordo ancora la giornata di condivisione in una borgata del paese, probabilmente era un giorno festivo, gli uomini delle famiglie vicine si erano resi tutti disponibili, erano in cinque.

Si trattava di attivare una fungaia; il materiale era pronto. L’esperto aveva messo dei rami con micelio vicino ad un grosso tronco di diametro di almeno sessanta centimetri , ed i microrganismi erano penetrati, lo si vedeva dal colore bianco del micelio. Ora c’era da fare un grosso lavoro, si trattava di interrare il tronco, preparare una grossa buca profonda almeno un metro e calarlo dentro, lasciando scoperto una ventina di centimetri di legno. Il tronco veniva poi coperto con una balla di iuta, poi annaffiato e doveva mantenere sempre una certa umidità.

Ogni mese produceva funghi pioppini in quantità. Quando si vedeva alzare la balla voleva dire che sotto c’erano i funghi.

La fungaia produceva funghi per diverso tempo e comunque un peso di funghi non superiore al peso del tronco stesso.

Ognuno degli adulti presenti se fosse vivo adesso saprebbe quale albero scegliere, quando collocarlo in terra, come e quanto annaffiarlo per ottenere una produzione continua di funghi.

Non ricordo quanto fossero buoni quei funghi sott’olio, so che vorrei rifarli, mi piacerebbe poter dire di averli prodotti da solo, a casa mia.

Venti anni fai tornai in quel luogo magico, dove c’erano gli olmi, non trovai nulla, mi dissero che erano morti in poche settimane, sembra che questo sia tipico dell’olmo.

Non c’erano nemmeno i pioppi. Quasi tutti gli abitanti del luogo si erano trasferiti, la ditta dove lavoravano aveva chiuso molti anni prima.

Ci sono ritornato anche l’anno scorso e la cosa è stata ancora più triste. L’avevo visto da google earth. La zona era stata delimitata perché pericolosa, in quanto vicino ad una zona industriale con prodotti chimici tossici. Pensare che ci ho vissuto per anni, e ho mangiato anche i funghi nati proprio lì vicino. Quando vedi le foto nel computer, come nella sala di controllo di un aeroporto, non è come vedere i luoghi dal vivo. Passare oltre la zona proibita, tra rovi, spine, vegetazione alta un metro, ritrovare la casa dove hai abitato, murata a porte e finestre per evitare che frani o che venga abitata da abusivi ; mi ha fatto un certo effetto.

Sono stato lì cinquanta anni fa, sono ancora vivo, e vorrei far crescere i funghi come facevano i vicini di casa e abitanti di quei luoghi.

Ora voglio realizzare quelle cose difficili che non ti riescono mai, e per fortuna trovi un amico che te lo spiega, o un blog su internet, o un video su youtube, qualunque cosa possa essere, se funziona, si mettono in moto delle forze finora mai attivate, e finalmente si sprigiona un grido, viene da dentro : – ma perché non l’ho fatto prima ! –

Questi ricordi di bambino risalgono a quando i pioppi venivano usati per limitare le aree coltivate.

Con l’introduzione di mezzi agricoli sempre più potenti sono stati tolti. Quella dei funghi era una risorsa per utilizzare al meglio i tronchi.

Ho provato diverse volte a ripetere quanto avevo visto eseguire. Non ci sono mai riuscito.

Credo che dovrò organizzare anche un corso per la produzione di funghi !

p.s.  la foto è di un olmo delle Marche, mentre il racconto è ispirato ad un luogo toscano. Purtroppo non sono riuscito a ritrovare foto degli olmi del cortile, erano più piccoli, ma d’estate c’era un bel fresco sotto le loro chiome.

Questo invece è quel che trovai lo scorso anno.

orbetello-casa

RECUPERO


fortezza-livorno

RECUPERO

Ho visitato la fortezza vecchia della città di Livorno, la mia prima visita in quei luoghi.

Prima di quel giorno, non avevo la minima idea di che cosa potesse contenere, altre visite, non per turismo, osservavo la fortezza e non mi sono nemmeno mai chiesto se la si potesse visitare.

Nella salita fino alla rocca ho incrociato una signora, questa stranamente mi ha parlato, e scosso la testa.

Mi ha indicato un cumulo di sassi e iniziato a parlare di quel luogo, molto bello, ma secondo lei lasciato andare.

Sassi vicino alla torre, caduti in un’area delimitata ove è interdetto l’accesso ai visitatori.

Nessun danno alle persone fisiche, ma un segnale di aiuto lanciato da un immobile di antiche origini.

Più i luoghi sono grandi e più hanno difficoltà ad essere mantenuti.

Troppo preso ad osservare il panorama, non li avevo notati.

La signora mi ha raccontato di essere livornese, ma quel giorno anche lei nella sua prima visita si era spinta fino alla rocca.

Altre volte invece aveva visitato i paraggi della fortezza, in occasione di eventi.

Ho fatto un tentativo per capire come mai la signora era così sconsolata per quello stato dei luoghi livornesi. L’esca funziona quasi sempre, una affermazione generica dell’orto del vicino è sempre più bello. Ho fatto l’esempio dei giardini francesi di Versailles, visti da entrambi, e dopo esclamazioni di gioia l’ho ricondotta alla realtà.

Le ho fatto notare le nostre buffe rivalità toscane dei paeselli e capannelli, hanno storie ataviche, risalgono alla notte dei tempi, come quelle tra Pisa e Livorno.

Le ho raccontato di miei incontri con francesi i quali hanno manifestato la loro meraviglia per certe cose che secondo loro noi riusciamo a fare meglio. Infine ho introdotto un diverso punto di vista iniziato a parlare di aspettative, tra quello che abbiamo e quello che vorremmo.

Noi stiamo sempre nel mezzo e non siamo mai contenti.

La signora ha insistito sulla necessità di mantenere i propri luoghi in modo decente.

Le ho spiegato che molte cose possono dipendere anche dai “volumi” ad esempio dal numero dei visitatori di un luogo, e non è solo un problema di denaro.

Se ad esempio alla fortezza vecchia venissero ogni giorno 800 o 1.000 persone di sicuro chi si occupa della manutenzione dei luoghi o chi ne ha la gestione si prenderebbe a cuore la sistemazione degli stessi, quindi la prima cosa dovrebbe essere di acquisire una maggiore consapevolezza di quello che abbiamo.

Ora il punto è chi deve fare cosa.

La ho chiesto se devono intervenire gli amministratori del comune, una fondazione o i cittadini a richiederlo, e non ha saputo rispondermi.

Se non ci sono domande, non ci saranno risposte.

Cosa dobbiamo fare per meritarci luoghi più belli ?

Prima di tutto occorre capire di chi sono. Ci sono anche tanti luoghi privati ove gli stessi proprietari non sono in grado di mantenerli e alla fine crollano insieme al disappunto dei cittadini.

Come quando si suicida un condomino e tutti affermano che non aveva dato nessun segno particolare. Magari lo aveva dato, ma nessuno lo aveva capito.

Una caduta di sassi è un segnale e chissà se qualcuno ne coglierà la portata.

Quando si parla di recupero di luoghi storici l’argomento è spinoso, è più facile nominare un elenco di presunti colpevoli che trovare le soluzioni.

Ancora una volta le soluzioni ce le abbiamo già.

Le persone comuni, quando richiedono una attenzione particolare ai loro luoghi, sono le prime a potersi fare carico di azioni di recupero, non chiaramente andando a mettere mestolate di calcina sui muri della torre, ma cercando anche solo di “vivere” quei luoghi, condividerne sui social alcuni scorci o angoli da valorizzare, o qualsiasi altra cosa utile allo scopo.

Buon lavoro a chi vorrà cimentarsi in questa attività.

GRU


gru

 

 
GRU

Le alte torri metalliche sembravano ghermire gli immobili della città.
Si poteva tentare di contarle, ma erano troppe.
Erano gli anni del boom edilizio.
Se ci fosse stato materiale meno costoso della sabbia, l’avrebbero usato.
Il lavoro c’era per tutti e faceva percepire sicurezza.
Italiani e giapponesi, i grandi risparmiatori (forse perché avevano perso la guerra ?)
I risparmi spesso convogliati verso l’acquisto di case di proprietà alimentavano il mercato immobiliare.
I mostri d’acciaio protesi a convogliare cemento nei posti giusti rappresentavano l’indice di operosità di un territorio.
Se c’erano gru, voleva dire che c’era lavoro e quindi benessere.
Le gru non hanno avuto molti figli.
Mentre crescevano palazzi in ogni direzione le gru sono quasi scomparse.
Un animale in via di estinzione.
Ci pervade un po’ di nostalgia per quei momenti di intense attività immobiliari.
Vorremmo ritornare a quel benessere diffuso.
Come ha potuto il prodotto di quelle gru elargire tanto benessere ?
Cosa ci è rimasto adesso ?
Nessuno nutre ora le poche gru rimaste.
Quei pilastri di metallo non sputeranno più grandi quantità di cemento sul nostro pianeta.
Sono solo riflessioni alla ricerca di crescite alternative, senza ….gru !

Orto nel campo


Sottotitolo: “più frittata per tutti!” Oggi è una giornata speciale: ho raccolto i miei primi 3 kg di zucchine. Mi sento come Paperon de Paperoni quando nel Kloendike scavava con le unghie la sua prima tonnellata d’oro. E ieri è stato altrettanto speciale perchè ho ricevuto l’ispezione dell’amico Roberto Francalanci, maestro di orto e […]

via L’Uomo Del Monte ha detto: “Si!” — joseph pastore maker

INGEGNO 2 parte


mezzina

foto a sinistra scattata con cellulare cinese : mezzina in rame dei primi del novecento, tipica della toscana

doccetta da giardino

immagine dal web a destra : contenitore dotato di pompa manuale contiene circa otto litri di acqua, per uso doccia

.
.
.
.
.
.

INGEGNO 2 capitolo

Quando si aspettano ospiti in genere si controllano le scorte di buon vino e si prepara qualcosa di buono per fare una bella figura.
L’idea è quella di non arrivare all’evento impreparati.
Immaginate se vi venissero ospiti e magari avete tutte le sedie scollate e non le avete fatte riparare, quando si mette a sedere il vostro migliore amico robusto e si sfracella in terra accanto alla tavola ! Che disastro !
La prevenzione è una attività non molto diffusa.
Se lo fosse non succederebbero tanti disastri.
Oggi mentre apro la cannella del rubinetto penso alla carenza di acqua nel globo e quanto siamo ancora privilegiati nel nostro paese.
Osservo l’acqua che scorre e quanto lavoro c’è dietro, alle aziende di distribuzione, agli impianti idraulici, ai produttori di rubinetterie, alle lamentele degli utenti.
La mente naviga anche ai ricordi di molto tempo quando l’acqua c’era già nelle case, ma la nonna ancora rammentava di quando con tanta fatica andava a prendere l’acqua al pozzo per l’utilizzo domestico.
L’acqua era usata con parsimonia e anche l’introduzione della lavatrice fu dapprima osteggiata e poi accettata.
Le buone abitudini durarono più a lungo.
Mi ricordo in particolare il lavaggio estivo dei capelli.
La mamma si era procurata una stagna di plastica di circa venti litri. Nei mesi estivi la esponeva al sole riempita di acqua.
Nel pomeriggio quando la temperatura esterna aveva riscaldato le mura della case, l’acqua della stagna era alla temperatura giusta per il lavaggio dei capelli, a volte anche troppo calda.
Era come un reset del corpo, con la soddisfazione di sentirsi la testa pulita, i polpastrelli strusciavano i capelli e senza resistenza alcuna si appoggiavano sulla pelle del viso.
Il sole e il venticello del pomeriggio asciugavano le folte capigliature opportunamente pettinate dopo il lavaggio.
La piacevole pratica della cura personale, trovava connubio con un oculato utilizzo delle risorse.
La stagna era sufficiente per due persone.
Nel vano tentativo di rivivere quei momenti di gioventù ho cercato almeno di utilizzarne gli spunti.
Ecco quindi la realizzazione di idee, l’inventiva, la parte nascosta di noi ricacciata in profondità dal comodo, dal facile, dalla moda.
La stagna degli anni ’70 veniva utilizzata svuotandola piano con un piccolo secchiello di plastica, versando l’acqua con l’aiuto di un familiare.
Ora si può fare di meglio, ma non parlo dei vaporizzatori con acqua del rubinetto !
Ci sono diversi modelli di “doccia solare da giardino” .
Eccone uno : una doccia con pompa manuale, contenente 8 lt d’acqua che può essere riscaldata mediante il calore del sole. Corredata di doccetta, grazie all’azione manuale della pompa garantisce il piacere di una doccia vera. Se non volete perdere tempo, ma…siete ostinati del fai da te, avrete da divertirvi e gli sforzi saranno seguiti dalla soddisfazione di poter godere della doccia calda in giardino senza bisogno di scaldare l’acqua.
Ogni volta che vi lavate ci sarà da pompare, perché l’acqua non va all’insù !
Buon lavaggio !

DISONESTO


muffa_sui_muri per racconto disonesto

Img dal web

DISONESTO

La macchia sulla parete del piccolo bagno si allargava.
Mario, il proprietario dell’immobile, aveva comprato da pochi anni la nuova casa e ci si era trovato molto bene. Alla vista della macchia, aveva pensato a qualcosa relativo all’umidità perché del resto nei bagni può capitare, specie con la doccia.
Tentò di coprirla con altre mani di imbiancatura, ma poi sentì nell’aria anche un cattivo odore o meglio un tanfo. La posizione della macchia era a circa due metri da terra e proprio vicino al water.
Tutto faceva pensare a qualcosa di poco piacevole.
Quindi chiamò il muratore.
Sergio, un anziano muratore, appena vista la macchia, come un chirurgo con in mano il bisturi dichiarò :
– bisogna aprire e vedere che c’è –
Nonostante l’età riusciva ad essere competitivo, sia sui prezzi sia sulla velocità di esecuzione dei lavori, e aveva abbastanza lavoro. Lo caratterizzava la sua precisione e l’amore che metteva nel realizzare le sue opere.
I pavimenti, i bagni, i rivestimenti erano tutti eseguiti con la massima cura.
Non gli era mai capitata una cosa del genere, ed era curioso anche lui di capire cosa poteva essere successo. Si immaginava che fosse successo qualcosa relativo al tubo dello sfiato del water, ma non capiva cosa fosse accaduto.
Dopo qualche martellata ben assestata, si scoprì l’arcano.
Il tubo dello sfiato non era collegato, si interrompeva a due metri con un grossolano tappo, un rotolo di nylon infilato dentro e poi della carta dell’imballo di balle di cemento.
Sul tetto svettava il tubo dello sfiato che evidentemente era stato messo lì per far credere che tutto era stato realizzato a regola d’arte.
Il funzionamento dello scarico dell’acqua più i prodotti umani nel water, funziona benissimo se alla colonna d’aria corrisponde una colonna d’aria vuota ed entrambe le colonne collegate alla fossa biologica. Non si tratta di competenze edili, è fisica.
Per alcuni anni il sigillo al culmine del tubo ha retto poi i gas hanno danneggiato il sigillo fino a provocare la macchia nell’intonaco.
Tante cose hanno realizzato gli impresari edili disonesti.
Potevano mettere meno cemento del previsto ?
Potevano realizzare costruzioni in cemento “disarmato” (privo o quasi di ferro, dato che il ferro costa, ma senza ferro le opere non reggono)
Potevano costruire case con materiali di scarso valore ?
L’hanno fatto.
L’etica di evitare di costruire in modo corretto venne meno a partire dagli anni ’70 quando la richiesta di immobili subì una impennata inaspettata.
Il primo termine che viene in mente è disonesto, ma si potrebbe dire anche “ladro”.
Sergio quando si trovò in questa complicata situazione aveva una sua idea di comportarsi con i clienti, i suoi valori fondanti erano ben diversi da quelli del costruttore dell’immobile.
In quel lontano periodo non era ancora uscito il libro di Khaled Hosseini ed il successivo film.
Nel libro “il cacciatore di aquiloni” c’è un discorso del padre al figlio e una frase sembra riscrivere quella situazione :
“C’è un solo peccato ed è rubare, tutti gli altri peccati sono una variante del furto”.
E’ un modo di pensare forse lontano dal nostro, ma credo ci siano molti punti in comune.
Come mai si chiedeva Sergio abbiamo permesso a valori fondanti di cedere ad altri ?
Mentre Sergio riparava il danno dell’impresa disonesta collegando il moncone sul tetto al tubo maldestramente tappato, si chiedeva quanto potesse essere il valore di un paio di metri di tubo e quanto avesse rubato al malcapitato acquirente dell’immobile.
Si può cambiare il valore di un tubo con la propria integrità ?
Ci si può arricchire in tanti modi.
Si possono vendere prodotti con margini molto alti.
Si può lucrare sulle differenze di prezzo di titoli mobiliari (azioni, obbligazioni ecc)
Poi ci sono i metodi non leciti e ce ne sono molti purtroppo.
Certi metodi illeciti sono stati accettati e riconosciuti praticabili , tra le metodologie tipiche del “furbo”.
Tra i valori fondanti delle persone l’onestà è passata in posizioni subalterne rispetto ad altri.
Non è successo in un giorno, sono stati movimenti di pensiero indotti dal modificarsi delle regole (leggi) e dalle loro modalità di applicazione.
La presenza di uno stato la si percepisce dalla efficacia con la quale le leggi vengono rispettate e fatte rispettare.
Possiamo aspettarci che il nostro stato dedichi maggiore attenzione alla repressione degli abusi, ma non è compito nostro. L’unica cosa che possiamo scegliere per esempio è che se dovessimo comperare un immobile potremo cercare tra quelle di un periodo nel quale le costruzioni sono state meno “allegre” degli anni di attività di Sergio oppure comprare uno di quegli immobili e…incrociare le dita !

PERCORSO


Pista-ciclabile-POGGIBONSI

IMG DAL WEB

PERCORSO

Una domenica come le altre, un pranzo finito troppo presto mi lascia a disposizione molte ore di luce in un autunno inoltrato.
Mi avvio nella stradina sassosa, ben battuta, delimitata ai lati da una staccionata in legno.
Oltre trenta anni fa era una linea ferroviaria e con i contributi europei e regionali è stata trasformata in una pista ciclabile e pedonale.
Le temperature ancora miti, il sole fa capolino tra le nuvole, incontro altri appassionati del vivere sano e ognuno si cimenta a suo modo con uno sforzo fisico domenicale.
Da alcuni anni la pista è stata completata, ma ancora fino ad oggi non mi ero mai determinato a completare il percorso. Più volte l’ho iniziato dopo un chilometro a piedi son sempre tornato indietro.
Oggi no, voglio arrivare fino all’altro paese, dove il percorso finisce, in tutto sono circa 6 chilometri di strada facile.
Per chi fa trekking non servirebbe nemmeno da riscaldamento.
Con il passo regolare calcolo di essere a destinazione in un ora e mezza.
Mi conosco, ci aggiungo anche un quarto d’ora per le fermate di osservazione, quelle fisiologiche, e quelle destinate ai rumori della natura, degli animali. L’attenzione va ad un merlo a raspare tra le foglie o ad una sorgente di acqua nascosta nella vegetazione.
Alcuni la chiamano “meditazione camminata” io invece cammino e medito e cerco di fare la stessa cosa.
L’animo di artista mi blocca su uno scorcio bellissimo.
Da un ponte posso osservare l’alveo di un fiume, nello specchio d’acqua sembrano tuffarsi una lunga fila di bianchi e spogli tronchi di pioppo.
Le verdi colline delimitano il paesaggio. Il campo arato sottostante mostra solo le zolle di terra e sembra aspettare il periodo estivo per sfoggiare la magnificenza dei cereali appena seminati.
Una brezza gentile muove le ultime foglie aggrappate ai rami affacciati sul dritto percorso ciclabile.
Scatto una foto da pubblicare su FB. Non posso condividere l’aria fresca che respiro o il gracchiare di una cornacchia su un ramo.
Alla fine del percorso non sento alcuna stanchezza, ho superato benissimo la prova.
Ho incontrato persone in allenamento, a passo di corsa, altri con bastoni da trekking, ciclisti su bici di ogni tipo : una buffa bici elettrica a pedalata assistita, mountain bike, bici da strada.
Tra i frequentatori molti con le cuffie, uno addirittura cantava a squarciagola una canzone in inglese.
Mentre penso a loro mi interrogo su cosa avranno detto di me.
Uscito di casa con abbigliamento cittadino composto da scarpe normali da città e piumino elegante, cimentato a percorrere un sentiero da trekking, forse sembravo davvero la persona giusta nel posto sbagliato.
Va bene, se ci ritorno indosserò scarpe da ginnastica e tuta.
Non farò distogliere l’attenzione a camminatori e ciclisti con pensieri come :
– ma che ci fa questo ? –
Oppure tenterò di lanciare una nuova moda :
– cammina e medita qualunque cosa hai addosso ! –
Magari potrei fare come Forrest Gump e voltandomi indietro trovarmi un nugolo di camminatori spensierati immersi nei suoni e colori della natura.

PER FUNGHI


porcini

IMG DAL WEB

PER FUNGHI

La giornata settembrina prometteva bene. Un giorno di ferie per Andrea e Piero, partenza alle 7.00, la destinazione ben conosciuta da Andrea, avrebbe portato l’amico in un posto magico.
Piero temeva di poter diventare un peso per l’amico cercatore e conoscitore di funghi.
Arrivati nel bosco sconfinato, Piero sapeva bene che non doveva perdere di vista l’amico fora-macchie.
Il clima era propizio per i migliori funghi dell’anno, ovoli e porcini, il sogno di ogni cercatore.
La settimana precedente era piovuto molto, per oltre due giorni.
Dopo la pioggia bisogna che non tiri vento di tramontana altrimenti si asciuga la superficie del bosco e non si attiva il processo che stimola la crescita dei funghi. Dopo il temporale era venuto perfino un po’ caldo, e tutto sembrava presagire bene.
Arrivati al bosco, Andrea se ne uscì con una raccomandazione :
– Qui ti ci ho portato, ma mi devi promettere che non ci verrai con nessuno, questo bosco non è mio, ma non lo conoscono in molti, e meno gente lo sa meglio è ! –
Piero capì che si trattava di una eccezione, che Andrea come del resto anche i cacciatori e pescatori sono un po’ gelosi dei territori di caccia abituali, come fossero i propri.
Quel giorno doveva approfittare dell’occasione offerta, ma senza abusare.
Piero non era solito andare a cercar funghi, e quella volta era uscito più per l’amicizia che per altro.
Aveva frequentato corsi di riconoscimento funghi, si era procurato anche molti libri sui funghi, tanta teoria, ma poca pratica. La teoria senza la pratica non gli sarebbe servita molto.
Scesero dall’auto e provvisti del paniere, del coltellino per il taglio di certi tipi di fungo, iniziarono la ricerca.
Mentre passeggiavano nel bosco le palline rosse e gialle dei corbezzoli sembravano dei semafori rossi tra i viottoli, c’erano anche macchie spinose con boccioli arancioni e rossi di rosa canina. Tutto il resto era verde di tante tonalità differenti, con cornioli, pungitopo, felci, e tantissime piante di scopa e ginestre. Tra i castagni qualche riccio aveva già scaricato a terra i suoi preziosi frutti.
Il sottobosco cambiava a seconda del tipo di alberi. Nei boschi a cerro o leccio e comunque cedui non “puliti” era difficile entrare. I due si tenevano alla larga dal bosco fitto.
Il sole del mattino dopo il diradamento delle nebbie iniziava a penetrare tra le fronde. Tutto si faceva più chiaro, tra i castagni era facile avvistare tutto ciò che sporgeva tra le foglie.
Andrea si muoveva agilmente nel bosco fitto, Piero rimaneva indietro in quel terreno, ma recuperava negli spazi aperti.
Entrambi avevano vista acuta, ma la vista di Andrea era più esercitata, forse sapeva dove guardare e cercò di insegnarlo all’amico.
In un momento di relax (una pisciata) Andrea rivelò a Piero come individuare una zona dove potrebbero esserci dei funghi :
– Vedi Piero quelle pendenze ? Sono troppo ripide, l’acqua non è rimasta il tempo sufficiente per bagnare il terreno, difficilmente troverai dei funghi, al massimo solo molto vicino all’albero. Se ti guardi intorno devi individuare piccole zone pianeggianti, vicino a grandi alberi oppure nelle zone di passaggio dove è battuto molto sole. L’esposizione al sole della collina poi ha la sua importanza, nella parte nord inutile cercare ! –
Andrea tranquillizzò Piero sulla sua paura di non ritrovare la strada :
– Quando non sai più dove sei, devi salire più in alto che puoi, poi cerchi di orientarti e decidi dove andare.-
La giornata a funghi dei due amici risale a molti anni fa, quando non c’erano navigatori da polso, smartphone con gps o altre diavolerie che ora non sbagliano di un metro la posizione.
Con questi oggetti ora sarebbe stato molto più facile, appena arrivati basta segnare il punto di partenza e … via ! Quando poi si decide di tornare si chiede la posizione e l’oggetto risponde in quale direzione si deve percorrere e quanti metri in linea d’aria. Troppo facile !
Forse meglio così. Si tratta di un aiuto in più e ognuno può decidere se tenere spento il navigatore satellitare, ma è sempre bene averlo e saperlo usare.
I due amici si muovevano con sicurezza nel bosco e con le loro tecniche si apprestavano a passarlo palmo a palmo.
Non si trattava di una impresa facile.
Andrea spiegò :
– Solo con l’esperienza si capisce che il passo lento e misurato in salita con andatura a zig-zag offre una visione più ampia e precisa. –
Scendevano in diagonale ed evitavano i sentieri. Piero aggiunse :
– Dove passa tanta gente probabilmente se c’erano funghi qualcuno li ha visti e presi di sicuro ! –
Andrea e Piero percorsero molti chilometri attraversando vari tipi di bosco. Perfino nelle pinete non trovarono nulla da raccogliere.
Andrea amava molto i pettinini (https://it.wikipedia.org/wiki/Hydnum_repandum) , ma c’erano solo i pinaioli (https://it.wikipedia.org/wiki/Suillus_granulatus) e non li raccolse nemmeno Piero.
Dopo tanto camminare finalmente in un fazzoletto di terreno videro un spettacolo inaspettato.
Piero si fece un pizzicotto per capire se non stava sognando.
Lievi sfumature di arancione degli ovoli (https://it.wikipedia.org/wiki/Amanita_caesarea) con il marrone scuro dei porcini (https://it.wikipedia.org/wiki/Porcino) tappezzavano il bosco in un abbraccio naturale. Ben presto i funghi furono sistemati nei panieri e i due cercatori si apprestarono a tornare a casa vittoriosi.
Non ci poteva essere migliore ricompensa dopo tanta fatica. Non avevano macchina fotografica, la scena è rimasta impressa nella loro memoria come lo fu l’insalata di ovoli nei ricordi delle loro papille gustative.
Piero fece tesoro di quella giornata, fu sicuramente meglio di decine di ore teoriche di corso.