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FURBETTI DEL CARTELLINO


FURBETTI DEL CARTELLINO

Oggi ho proprio voglia di eviscerare, e non pensate ai pesci, la mia mente va alle notizie di cronaca.

Mi hanno colpito le raffiche di notizie sui furbetti del cartellino.

La prima sorpresa è :

– perché tutti ora, in varie parti d’Italia, come se si fossero messi d’accordo, giudici, giornalisti, forze dell’ordine? –

Sembra ci sia uno strano disegno sconosciuto sotto questi spiacevoli eventi.

La prima sensazione è il raccapriccio, viene da chiedersi come mai queste persone non ringraziano per il lavoro che hanno, gli consente il sostentamento per la famiglia; per giunta quel lavoro finora era ritenuto intoccabile.

I furbi sono duri a morire, come piante OGM sono immuni a veleni, a trattamenti, sembrano vivere di vita propria.

Potrebbe anche diventare arduo analizzare i decreti, i nomi dei politici che hanno promosso le leggi, il tira e molla nell’applicazione delle norme, infine una corte costituzionale preparata più a trovare errori di forma in leggi bislacche, che risultare di una qualche utilità al paese.

In questo bailamme cosa può dire il semplice uomo del bar anche se dotato della copia del piccone kossighiano?

Sento di voler capire, analizzare, mi chiedo perché esistono tanti furbi e chi e che cosa ha permesso l’esistenza di tante persone con tanto disamore per il proprio lavoro?

Perché si sentono in dovere di andare a giocare a tennis durante l’orario di lavoro?

Posso capire che ci tengono alla forma fisica per rispondere a tutti i quesiti del cittadino, ma perché insistono a prenderlo per i fondelli?

Mi immagino l’impiegato pubblico frustrato dal lavorare a stretto contatto con la burocrazia, si senta umiliato al solo tentare di districarsi nelle numerose leggi emanate, e gli sembri di avere una gomena a cappio intorno al collo.

Quale risposta può dare il dipendente pubblico se non quella egoistica di rispondere prima di tutto alle sue esigenze e solo dopo quelle del cittadino.

Ecco che poi il problema gli si ritorce contro. Infatti hanno tentato più volte di modificare le leggi che regolano il pubblico impiego.

Quali altre possibili reazioni per i dipendenti pubblici senza amore per il lavoro?

Come al solito si chiude la stalla quando i buoi sono scappati.

Dopo molti anni si sente di nuovo parlare di risorse umane, di formazione, non solo per le imprese private, le nuove idee sembrano davvero lungimiranti.

Meglio allora levarsi di torno i furbetti; allora quelle leggi che mai erano state nemmeno nominate, ora vengono proposte, senza vergogna, senza colpo ferire, sindacati permettendo.

La lungimiranza non sarà per i furbetti, loro troverebbero il modo di non andare nemmeno ai corsi e magari beneficiare ugualmente del punteggio, come se li avessero effettuati, ormai sono troppo calati nella loro parte.

Per chiudere l’articolo in bellezza vorrei aggiungere una considerazione sul tempo dedicato al lavoro. Nel pubblico il tempo è inferiore e deve essere di qualità,  nel privato le quaranta ore sono senza sconti anche sulla timbratura spesso si deve essere già cambiati e non in mutande, insomma un altro mondo.

Molte cose stanno cambiando, quando all’estero mi giunge notizia che in certi paesi come la Danimarca, quando hai finito di fare il tuo lavoro te ne vai a casa, perché se hai finito prima, che ci fai a perder tempo?

Ci farebbero un pensierino anche i tennisti furbetti del cartellino, se lo potessero fare.

L’immagine in evidenza tratta dal sito web leggioggi.it


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SENZA BIGLIETTO


biglietto-da-visita

SENZA BIGLIETTO

Sono passati quasi venti anni dal primo corso di informatica. Lo chiamavano così l’approccio alla rete, alla navigazione internet a 4800 k/sec, i primi browser, la posta elettronica di Eudora, bei ricordi.
Non esistevano, o erano molto rari gli esperti di database, web editor, web marketing, programmatori html ecc.
A quei tempi c’erano i bigliettini da visita. Dovevi averne uno colorato, la grafica era fondamentale, pochi dati ma essenziali, guai a non avere il cellulare, la mail non tutti ce l’avevano.
La cosa migliore avere qualcosa che lo differenziava, come alcune parti lucide o dei forellini a formare il logo di un’immagine o un disegno in rilievo ; allora quella era un perla e rappresentava valore aggiunto.
C’era chi si faceva anche mettere la foto e allora lo avrei mandato dallo psicologo.
In generale si preferiva vedere la gente in faccia, ascoltarsi, piacersi e finalmente stringersi calorosamente la mano.
Ne è passata di acqua sotto a ponti.
Sono qui.
Con un sito internet a presentare docenti con idee nuove e meno nuove, a dare opportunità a giovani e meno giovani, contattare agenzie formative con i loro enormi bacini di utenze.
Sono senza biglietto, non l’ho proprio fatto, ma sto comunque navigando anzi se mi state leggendo anche voi ci incontreremo.
Possiamo farlo.
Anzi, come dice un mio amico blogger :
– celapossiamofare –


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LATTAIO


lattaio

IMG DAL WEB

IL LATTAIO

Agenore aveva capito che il lavoro dei campi era troppo duro e non costituiva una adeguata fonte di reddito per la famiglia.
Provò, come ultimo tentativo, a vendere direttamente il latte delle mucche. Cominciò con il latte delle sue mucche, poi anche di altri contadini disposti a cedere parte della produzione in eccesso.
Olga, la moglie aveva il suo da fare a casa vacche, galline e conigli, la casa, i figli, la cucina ;
non poteva dargli grande aiuto.
Il travaso dai contenitori metallici alle bottiglie era il momento più delicato, guai a sprecarne anche una goccia !
Una volta preparate le casse delle bottiglie via ad effettuare le consegne.
Il latte fresco appena munto formava delle macchie gialle come se fosse brodo. Si trattava del grasso che lentamente si spostava verso la superficie. Il latte, generoso di bianco, morbido, naturale, invogliante alla sete diffondeva nell’aria un profumo intenso, penetrante come alla nursery del reparto neonatale.
Per effettuare le consegne a tutti i clienti erano necessarie diverse uscite e rientri a casa, riportare i vuoti e riempirli di nuovo.
Non è facile cambiare le abitudini. Agenore comprese questo a sue spese. Anche le piccole cose, le più insignificanti, come quella delle bottiglie di latte.
Ogni famiglia aveva le sue bottiglie e non voleva separarsi dalla propria, con il vetro verde o rosso che fosse e pretendeva di usare sempre quelle. Queste richieste gli complicavano il lavoro.
Non fu facile imporre uno standard sulla misura e colore delle bottiglie. Alla fine ci riuscì.
Il lattaio girava per le case, di buon mattino, per lasciare le bottiglie di latte e ritirare i vuoti.
Il latte fresco veniva bollito e solo il primo giorno qualcuno dei suoi clienti lo beveva fresco. La paura che il latte potesse essere contaminato svaniva con una bollitura. Certe massaie però lo bollivano anche più volte.
Il latte di Agenore era di provenienza ben nota, c’era un rapporto con i produttori basato su una piena fiducia.
Poi come si poteva non avere fiducia in Agenore, quell’omone alto con naso aquilino e orecchie a sventola, guance colorite, le dita gonfie di stanchezza.
Era tanto robusto che una volta sulla bicicletta i compaesani si chiedevano di che marca fosse per resistere a lui e alle bottiglie di latte.
La spiegazione erano le ruote rinforzate tipiche dei piccoli motorini del tipo “cucciolo” degli anni ’30 del 1900 e il telaio con robuste saldature per la cassa delle bottiglie di latte.
Dalla vita dei campi dall’alba al tramonto a girellare tra consegne e paese con bottiglie di latte sembrò dapprima un divertimento.
La salute era migliorata e una fastidiosa malattia respiratoria era sparita quasi completamente.
La fonte di guadagno dalla vendita di latte con consegna porta a porta non risultò molto elevata.
Ci volle un po’ di tempo per capirlo. I primi tempi pensava di avere pochi clienti, e che dovesse incrementarli.
Anche con questi accorgimenti il denaro che entrava in casa non era sufficiente e i lavoratori a opra guadagnavano cifre più dignitose con molti meno problemi.
In certe famiglie aleggiava lo spettro della povertà e non riuscivano nemmeno a pagare il lattaio.
Percorreva i luoghi in cui era nato, ogni giorno, tra quelle campagne con erbe e fiori diversi in ogni stagione, i profumi, i colori, i silenzi del mattino. Tutto ciò dava ad Agenore un senso di completezza, come se si sentisse parte attiva in quella umile realtà contadina.
I ritiri del latte li effettuava la mattina presto, appena munto dalle vacche delle stalle vicine.
Appena ritirato provvedeva a portarlo a casa dove poi lo imbottigliava e ripartiva per le consegne.
Agenore negli anni ebbe modo di conoscere molte persone e farsi tanti amici.
Lui distribuiva quell’alimento buono e naturale e poi se crescevano bene i vitelli poteva far male alle persone ?
Sentiva di lavorare per far star bene i suoi compaesani.
I bambini dei Rossetti, la casa di contadini sulla collina appena fuori del paese gli correvano incontro con le bottiglie vuote per evitargli di far la salita con la bicicletta fino a casa. Certe volte gli portavano un po’ di uva secca o noci, ma lui era contento anche solo a vederli.
I loro sorrisi gli ripagavano la fatica di pedalare in ogni stagione.
Curvo sul velocipede nero antico con un berretto di feltro, e quando pioveva forte non era abbastanza.
Si era sparsa la terribile fama di far sparire i ciucci con la scusa che gli  era appena nato un vitellino e che per poter mungere la  mamma mucca e non far piangere il cucciolo doveva dargli il succhiotto,  la storiella  era un valido aiuto per le mamme che eliminavano il vizio senza prendersi grandi responsabilità.
La sua era una attività che oggi definiremmo «dal produttore al consumatore, a km zero»
Poteva continuare solo se si ingrandiva, se diventava un vero e proprio commercio, con bottega, contenitori del latte.
Negli anni a venire sarebbero sorte le latterie, con punti di raccolta di grosse quantità di latte e distribuzione diretta simile alla mescita dei vini.
Tutto bene fino alla registrazione del marchio Tetra Pak nel 1950, e il suo nome lo deve al fatto che fu per la prima volta un latte a forma di tetraedro; il primo tetra pak fu realizzato a Stoccolma nel 1953 su idea di un certo Erik Wallemberg. In Italia arrivò sul finire degli anni Sessanta.
Agenore terminò l’attività di lattaio oltre trenta anni prima del tetrapak che di fatto scrisse la fine dei lattai, anche quelli con tanto di negozio.
I più ostinati hanno continuato l’attività fino agli anni ’80, ma era una lotta persa in partenza.
Tutta la storia su latte è da riscrivere.
Se Agenore fosse qui, di sicuro strabuzzerebbe gli occhi al solo prendere atto degli studi sulla tossicità del latte, lo studio Americano di Colin Campbell  “The China Study” lo conferma, il latte e’ responsabile di molte patologie dell’uomo.
Di sicuro le mucche non subivano le cure e i trattamenti effettuati negli allevamenti intensivi che ci mostrano nei documentari di agricoltura e allevamento.
I latte , la buona fonte di calcio, tante proteine, belle immagini di un fluido bianchissimo rimane una favola delle agenzie pubblicitarie che ci disegnano un prodotto che nella pratica non esiste più. Viene ora definito un fluido malsano proveniente da animali malati trattati farmacologicamente, oltre ad essere naturalmente ricco di ormoni non utili alla natura umana.
Questo alimento, assieme all’uso di latticini, concorrono decisamente ai tumore della prostata, del seno, dei  fibromi vaginali, del cancro sul collo dell’utero, ecc.,  in quanto il latte e’ un “alimento ormonico “ricco di progesterone, estrogeno, ecc., nonché fortemente acidificante.
Certi studiosi hanno tentato di risolvere ogni problema con il latte di soia, ma è risultato un sforzo vano. La soia un secolo fa era un prodotto industriale e ora è coltivato in 72 milioni di acri; viene utilizzato per l’alimentazione animale, una parte per produrre grassi e olio vegetale. Di recente la soia è stata camuffata come cibo miracoloso per la new age vegana.
La soia non è solo priva di proteine complete, ma contiene composti che bloccano l’assorbimento di proteine, zinco e ferro. La giustificazione per introdurre soia nella alimentazione infantile e quelle di ridurre grassi. I grassi contengono molti nutrienti vitali per crescita e sviluppo normali.
Privare i bambini dei grassi è un crimine.
La soia non è mai servita come alimento fino alla scoperta delle tecniche di fermentazione.
I vegetariani che consumano tofu e caglio di fagioli di soia come sostituti della carne e dei prodotti caseari rischiano di provocare una grave carenza di minerali.
Fin dalla fine degli anni ’50 si sa che i sostituti del latte a base di soia contengono agenti che contrastano le funzioni della tiroide. I neonati a cui vengono dati preparati a base di soia sono particolarmente predisposti a sviluppare malattie della tiroide relative alle funzioni del sistema immunitario.
Fior di scienziati foraggiati da aziende plurimiliardarie si ergono a difensori di questa sostanza e dei suoi derivati.
Fra tante teorie mi piace segnalarne una significativa : il Dr. Claude Hughes, direttore del Women’s Health Center al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles dichiara: “La mia attenta opinione professionale è che ha più senso non esporre inutilmente il vostro neonato a questi preparati”, E aggiunge: “Mentre l’allattamento al seno è di gran lunga preferibile, le madri che non allattano al seno dovrebbero utilizzare preparati a base di latte e considerare quelli a base di soia come ultima risorsa.”
I derivati della soia poi sembrano essere i più pericolosi : gli isoflavoni, i fitoestrogeni, gli inibitori della proteasi, l’acido fitico, la lecitina di soia (o emaglutina), le nitrosammine e la misteriosa tossina della soia sono tutte sostanze dalle quali è meglio stare lontani.
Quando i nutrizionisti lanciano i loro appelli del tipo :
– mangiate questo che fa bene o non mangiate quest’altro perché fa male – sorge il dubbio che tante regole e consigli abbiano delle motivazioni di tipo economico più che scientifico.
Troppe volte il razionale e la rete del profitto riduzionista ha spinto i consumi verso prodotti che poco hanno a che vedere con la salute. Occorre ripensare la scienza della nutrizione.
Viene da chiedersi, pensando anche ad Agenore che tutto sommato fece bene a smettere di portare il latte nelle case e farsi assumere in una grande azienda manifatturiera, poco avrebbe potuto contro le nascenti lobbies del latte in polvere.
Ognuno la sua epoca, qual è la nostra ? Chi è l’Agenore di turno adesso ?


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Un colpo di forbici


albergo egitto

img dal web

Un colpo di forbici

Lo avevano vestito come gli altri giardinieri. Nei periodi di punta, quando i vacanzieri riempiono completamente l’albergo c’è bisogno di molto personale. Probabilmente la direzione aveva assunto tutte le persone che avevano inoltrato domanda di lavoro.
Camerieri, assistenti dei servizi ai piani, cuochi, fattorini, domestici, receptionist, la macchina delle assunzioni è un tritacarne e acchiappa tutto.
La location affacciata sul mare cristallino con barriera corallina non può permettersi di non avere personale per soddisfare tutte le esigenze dell’enorme struttura.
Quella mattina davanti all’ingresso principale l’autobus era arrivato prima dell’orario prestabilito, mi ero piazzato ad un sedile vicino al finestrino con altri escursionisti.
Da quella posizione potevo vedere il grande giardino con siepe, come ogni grande albergo i giardini sono come il biglietto da visita della struttura. La linea, le forme, l’importanza determinano e assegnano livello e qualità dei servizi offerti.
L’autobus non partiva. Osservavo le divise marroni del mega-albergo con dentro corpi di beduini, agricoltori, pastori, allineate in prossimità della siepe, pronte a ghermire la preda verde dotata di rami cresciuti troppo.
Era evidente che il mestiere di giardiniere nel deserto non era tra le esperienze acquisite da quei lavoratori.
La siepe, non più alta di un metro aveva perso il taglio geometrico impostole anni prima, una crescita irregolare di piccoli rametti le aveva conferito forme rotondeggianti.
La squadra dei presunti giardinieri guidata da un giovane con piglio da manager e completo verde pisello si apprestava a compiere l’opera di potatura.
Il ritardo nella partenza dell’autobus permise a noi turisti di osservare quel lavoratore così simpatico.
Il caposquadra aveva fornito al gruppo dei giardinieri vari tipi di forbici da potatura disponibili.
Nel gruppo ce n’erano alcuni molto abili e lo si capiva dalla velocità di esecuzione, dalle foglie che cadevano, dalla forma della siepe post-potatura.
Il lavoratore simpatico era nel gruppo dei giardinieri, forse non avrebbe dovuto esserci, ma fece di tutto per attirare l’attenzione. L’avevo osservato fin dall’inizio. Come quando si riconosce un impiegato in un gruppo di contadini.
Gli avevano mostrato come si usano le forbici da pota, di sicuro non le aveva mai viste, ma aveva capito subito come usarle. Lui tagliava, proprio tutto, tutto quello che spuntava, preciso.
Non era proprio il massimo che si vorrebbe da un giardiniere, ma il bello era come lo faceva.
Un taglio e ….stop ! Si fermava, guardava in giro e aspettava qualcuno che desse lui la giusta approvazione, mentre elargiva sorrisi a tutto l’autobus e a chiunque passasse di lì; poi una pausa e poi ancora ….zac, un altro taglio e via con i sorrisi.
Passavano i minuti e il lavoratore simpatico tagliava sempre nel solito posto.
Forse avevano omesso nelle spiegazioni qual era lo scopo della potatura, e cioè il raggiungimento di una certa forma della siepe.
Avrei voluto dirgli del buco che stava provocando nella siepe e che mentre tagliava non immaginava che quella sarebbe stata l’ultima volta.
Non ce la feci ad avvertirlo, non avrei potuto comunque farlo.
Al ritorno dall’escursione un grosso buco nella siepe avrebbe documentato per qualche tempo una nuova esperienza lavorativa di un giovane e simpatico egiziano.


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INGEGNO


COMPRESSORE FRIGO

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INGEGNO

Negli anni settanta c’erano veramente tanti lavoratori impegnati molte ore alla settimana.
In certi uffici si lavorava perfino il sabato.
Il tempo libero non era molto, ma qualcuno trovava il tempo di dilettarsi alle attività più strane.
Andrea lavorava come meccanico in una azienda di costruzioni di precisione.
Conosceva ogni tipo di metallo e poteva modellarli a suo piacimento con martelli, lime, o altri utensili. Sapeva saldarli con gli appositi saldatori a stagno, gas, o fiamma ossidrica.
Si era costruito un portabiciclette in ferro anticipando le rastrelliere che troviamo in prossimità dei parcheggi dei supermercati.
L’altalena per il figlio l’aveva ottenuta da una robusta longarina assicurata al muro della casa con enormi viti a ferro ancorate nella pietra. Dalla longarina calavano due catene e terminavano con una seggiolina in spessa lamiera verniciata. Bastava spingere i bambini e il divertimento era assicurato.
Le opere di ingegno si susseguivano e lo scopo era dotarsi di strumenti utili e condivisibili con la famiglia.
Andrea riuscì a procurarsi un vecchio frigorifero.
Il motore era funzionante, tolse solo quello e buttò via il resto. Quando si stacca il motore, il gas fuoriesce, ma il motore funziona come i rumorosi compressori ad aria e appena collegato in modo corretto alla rete elettrica si comporta in modo egregio ad esempio per gonfiare le biciclette.
Al minuscolo tubo in metallo della circolazione del gas Andrea aveva attaccato un tubetto in plastica e provò perfino a metterci il manometro per la pressione.
L’idea risultò buona e funzionò bene nel periodo estivo.
Stranamente l’oggetto si era portato dietro dei ricordi del frigorifero. Era molto silenzioso, ma funzionava come i tergicristalli delle auto dei carabinieri.
Ah ! Non la sapete la barzelletta ?
Il maresciallo chiede all’appuntato se funziona il tergicristallo e questi risponde :
– ora si , ora no , ora si, ora no – mmm…… dovete ridere altrimenti non l’avete capita !!!!!!!
Infatti la pompa funzionava ad esempio tre minuti, poi inspiegabilmente si bloccava per un minuto e sempre senza motivo iniziava di nuovo a pompare.
Nell’estate con il caldo andava a diritto come la banda, poi in inverno stava anche dieci minuti ferma e accesa solo qualche minuto.
Una volta gli rimase accesa e probabilmente pompò fino a che capitando in garage per caso sentì il rumore della pompa.
Il mistero venne svelato da un termostato che era rimasto attivo. Quando c’è molto freddo il frigorifero non si accende, e infatti in inverno il motore pompava molto meno.
Se era freddo che pompava a fare ? Andrea rimaneva lì come un bischero ad aspettare che la bicicletta si gonfiasse.
Spesso si scocciava e allora prendeva la vecchia pompa a stantuffo che non tradiva mai.
Le opere di ingegno vanno capite a fondo se no, meglio lasciar stare.
Ora se Andrea avesse i filmati di youtube con le modalità per autocostruire compressori con motore di frigorifero e estintore usato chissà quanti spunti avrebbe !


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DISONESTO


muffa_sui_muri per racconto disonesto

Img dal web

DISONESTO

La macchia sulla parete del piccolo bagno si allargava.
Mario, il proprietario dell’immobile, aveva comprato da pochi anni la nuova casa e ci si era trovato molto bene. Alla vista della macchia, aveva pensato a qualcosa relativo all’umidità perché del resto nei bagni può capitare, specie con la doccia.
Tentò di coprirla con altre mani di imbiancatura, ma poi sentì nell’aria anche un cattivo odore o meglio un tanfo. La posizione della macchia era a circa due metri da terra e proprio vicino al water.
Tutto faceva pensare a qualcosa di poco piacevole.
Quindi chiamò il muratore.
Sergio, un anziano muratore, appena vista la macchia, come un chirurgo con in mano il bisturi dichiarò :
– bisogna aprire e vedere che c’è –
Nonostante l’età riusciva ad essere competitivo, sia sui prezzi sia sulla velocità di esecuzione dei lavori, e aveva abbastanza lavoro. Lo caratterizzava la sua precisione e l’amore che metteva nel realizzare le sue opere.
I pavimenti, i bagni, i rivestimenti erano tutti eseguiti con la massima cura.
Non gli era mai capitata una cosa del genere, ed era curioso anche lui di capire cosa poteva essere successo. Si immaginava che fosse successo qualcosa relativo al tubo dello sfiato del water, ma non capiva cosa fosse accaduto.
Dopo qualche martellata ben assestata, si scoprì l’arcano.
Il tubo dello sfiato non era collegato, si interrompeva a due metri con un grossolano tappo, un rotolo di nylon infilato dentro e poi della carta dell’imballo di balle di cemento.
Sul tetto svettava il tubo dello sfiato che evidentemente era stato messo lì per far credere che tutto era stato realizzato a regola d’arte.
Il funzionamento dello scarico dell’acqua più i prodotti umani nel water, funziona benissimo se alla colonna d’aria corrisponde una colonna d’aria vuota ed entrambe le colonne collegate alla fossa biologica. Non si tratta di competenze edili, è fisica.
Per alcuni anni il sigillo al culmine del tubo ha retto poi i gas hanno danneggiato il sigillo fino a provocare la macchia nell’intonaco.
Tante cose hanno realizzato gli impresari edili disonesti.
Potevano mettere meno cemento del previsto ?
Potevano realizzare costruzioni in cemento “disarmato” (privo o quasi di ferro, dato che il ferro costa, ma senza ferro le opere non reggono)
Potevano costruire case con materiali di scarso valore ?
L’hanno fatto.
L’etica di evitare di costruire in modo corretto venne meno a partire dagli anni ’70 quando la richiesta di immobili subì una impennata inaspettata.
Il primo termine che viene in mente è disonesto, ma si potrebbe dire anche “ladro”.
Sergio quando si trovò in questa complicata situazione aveva una sua idea di comportarsi con i clienti, i suoi valori fondanti erano ben diversi da quelli del costruttore dell’immobile.
In quel lontano periodo non era ancora uscito il libro di Khaled Hosseini ed il successivo film.
Nel libro “il cacciatore di aquiloni” c’è un discorso del padre al figlio e una frase sembra riscrivere quella situazione :
“C’è un solo peccato ed è rubare, tutti gli altri peccati sono una variante del furto”.
E’ un modo di pensare forse lontano dal nostro, ma credo ci siano molti punti in comune.
Come mai si chiedeva Sergio abbiamo permesso a valori fondanti di cedere ad altri ?
Mentre Sergio riparava il danno dell’impresa disonesta collegando il moncone sul tetto al tubo maldestramente tappato, si chiedeva quanto potesse essere il valore di un paio di metri di tubo e quanto avesse rubato al malcapitato acquirente dell’immobile.
Si può cambiare il valore di un tubo con la propria integrità ?
Ci si può arricchire in tanti modi.
Si possono vendere prodotti con margini molto alti.
Si può lucrare sulle differenze di prezzo di titoli mobiliari (azioni, obbligazioni ecc)
Poi ci sono i metodi non leciti e ce ne sono molti purtroppo.
Certi metodi illeciti sono stati accettati e riconosciuti praticabili , tra le metodologie tipiche del “furbo”.
Tra i valori fondanti delle persone l’onestà è passata in posizioni subalterne rispetto ad altri.
Non è successo in un giorno, sono stati movimenti di pensiero indotti dal modificarsi delle regole (leggi) e dalle loro modalità di applicazione.
La presenza di uno stato la si percepisce dalla efficacia con la quale le leggi vengono rispettate e fatte rispettare.
Possiamo aspettarci che il nostro stato dedichi maggiore attenzione alla repressione degli abusi, ma non è compito nostro. L’unica cosa che possiamo scegliere per esempio è che se dovessimo comperare un immobile potremo cercare tra quelle di un periodo nel quale le costruzioni sono state meno “allegre” degli anni di attività di Sergio oppure comprare uno di quegli immobili e…incrociare le dita !


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SARTA


sarta

Foto prelevata dal sito :
http://www.officinacultura.it/index.php/sarte-e-sarti.html

SARTA

Il tipo di lavoro svolto era un segnale per lei. Capiva se c’erano soldi in giro o no.
Se le clienti se la passavano bene venivano da lei con la stoffa e le chiedevano :
– Me lo cuci un vestitino ? –
Gina aveva sempre un modello per tutte. Una sottana un po’ svasata, una giacchina corta o comunque qualcosa che facesse figura, quello che chiedevano le sue clienti.
Anche dal tipo di stoffa si capiva dove le clienti andavano a parare.
Le modifiche di vestiti o le riparazioni invece erano un segnale di scarsa liquidità.
Tutti ne risentivano se c’era poco denaro in giro.
Ben pochi potevano permettersi vestiti cuciti e tra l’altro negozi di abiti ce n’erano ben pochi.
La signora Milia aveva la medesima cappa da oltre trenta anni.
Gina se la ricordava, l’aveva cucita lei nell’immediato dopoguerra. In trenta anni Milia era dimagrita e ingrassata, ma non molto, e la cappa non era mai stata modificata.
Quando si deve stringere non ci sono grossi problemi, ma se si allarga, ci va messo qualcosa, se no si vede il colore diverso della stoffa.
Gina usava toppe o pezzi di velluto che potevano sembrare abbellimenti del capo, li sistemava ad arte. Mascherare una lavorazione non era facile, ma le piaceva realizzare i lavori su misura, e se le piacevano ci faceva anche dei modelli.
I ragazzi più grassottelli bucavano i pantaloni dove sfregavano le cosce e le mamme li portavano a Gina per metterci delle toppe. Alla fine i ragazzi ci crescevano dentro e se non c’erano nemmeno fratelli minori per riciclarli finivano l’esistenza come cenci per pulire o altro.
Tutto veniva usato e riusato fino alla fine.
La qualità non era contemplata.
Non tutti si potevano permettere la qualità.
Ci volle molto tempo affinché la qualità divenisse un valore al quale mirare.
Con il boom economico le richieste di prodotti cuciti aumentò a dismisura, nacque il pronto moda, e con il passare del tempo si rivelò una folle rincorsa al massacro per una miriade di produttori.
Le sarte come Gina potevano realizzare un abito o un vestito partendo dalla stoffa, un lavoro di arte e ingegno anche se comportava molto sacrificio.
Curve sulle stoffe, le sarte spesso vedevano i loro corpi modificarsi. La testa reclinata in avanti, gli occhiali spessi inforcati sul naso, non potevano far altro che lavorare, sempre di più.
Tra le ore dedite alla casa e quelle al lavoro di sarta rimaneva loro solo il tempo per dormire, senza alternative possibili.
La parte più difficile era il taglio. Le prime volte Gina sudava freddo, sentiva la responsabilità di poter sciupare una stoffa magari molto costosa.
Dopo aver preso le misure alle persone, realizzava dei modelli in carta velina ottenendoli dai modelli in suo possesso.
Disegnava con il gessetto bianco le righe del taglio sulla stoffa, e ….zac, con mano decisa realizzava ogni parte del capo.
Dopo questa operazione delicata i pezzi venivano “montati” insieme fino a formare il primo modello.
A questo punto Gina avvertiva la cliente di passare a provarsi il vestito.
La messa in prova era l’operazione necessaria per ottenere il capo finito, come quando i sarti che spesso abbiamo visto in qualche film quando mettevano gli spilli su stoffe solo imbastite.
L’imbastitura era l’operazione di abbozzo con un robusto filo bianco di cotone, era il primo modello.
Se tutto andava bene Gina passava alla cucitura a macchina. Dopo il capo era pronto, bastava togliere le filze e stirarlo bene.
Non c’erano i ferri da stiro a vapore !
Il ferro veniva riscaldato sulla piastra della cucina a legna.
C’era sempre un ceppo nella cucina e l’acqua nel bollitore anche per mantenere un po’ di umidità in casa.
Un panno di cotone resistente bagnato e strizzato veniva disteso sul capo da stirare e poi con il ferro caldo il vapore si sprigionava da sotto il ferro con il fragore familiare di uno sfrigolio.
Gina amava molto il suo lavoro, ma non poteva staccare mai. Oltre ai figli da crescere, le faccende di casa, da un lato aveva imparato un mestiere che le consentiva di cucire abiti per la famiglia e le consentiva anche delle modeste entrate di reddito, ma che non era molto considerato dalle sue clienti.
La macchina da cucire sempre efficiente era stata sepolta sotto terra al passaggio del tedeschi, per evitare che gliela rubassero. Svolgeva sempre in modo efficace il suo compito.
Gina aveva provato ad andare a lavorare in fabbrica, ma non ci era rimasta a lungo.
Nonostante avessero capito il suo valore, l’attività sartoriale era in mano al sesso maschile, e in fabbrica l’avevano relegata a lavori secondari e meno qualificati.
Gina percepì questa scarsa considerazione e allora preferì dedicare alla famiglia le sue capacità e cucire per qualche cliente ogni tanto.
Ci vogliono anni per imparare mestieri e così poco tempo per buttare alle ortiche quanto appreso in una vita.
In un mondo attuale tanto negativo vorrei che si potessero riattivare le competenze di tante persone ancora vive, ma non mi riferisco a quelle non al cimitero, intendo quelle disposte a mettersi in gioco e condividere i loro saperi nel caso fossero disposti ad insegnarli.

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