Perché rubi??


 

 

 

 

 

 

Perché rubi  ?

Essere o non essere? Denunciare o non denunciare, questo è il dilemma.

Far sapere allo Stato del furto subito o silenziosamente subire e accusare il colpo?

Mi era già successo e ci sono ricascato, nello stesso modo, come quando si fa un errore due volte, non si è imparato nulla.

La prima volta molti anni fa, davanti casa mi avevano rubato l’auto, l’avevo lasciata aperta.

Ho ripetuto l’errore lo scorso sabato mattina, giorno di mercato, ero tornato dall’orto, avevo lasciato aperta l’auto davanti casa per scaricare e mi era poi rimasta aperta.

Il sabato ci sono occasioni ghiotte, anziani a fare la spesa lasciano in vista portamonete nelle borse, c’è confusione, un terreno facile anche per auto incustodite.

È stato il momento adatto anche per introdursi nella mia auto rubare il navigatore e gli occhiali da sole.

La fiducia negli altri è una incognita misteriosa, per ognuno è diversa.

Ora ditemi pure che sono un bischero a lasciare la macchina aperta con oggetti di valore dentro.

Con il navigatore di dieci anni fa son più le volte che mi sono perso di quelle che mi ha portato nel posto giusto; mi spiace per il valore dovendolo ricomprare, ma mi rincresce più per gli occhiali, erano quelli di scorta, dei vecchi Persol vintage anni ‘80.

Ma mi voglio rivolgere a te, ladro, e ti voglio fare la domanda:

– perché rubi? Come mai ti attacchi a oggetti personali con valori esigui? Lo sai di essere un ladro di polli, non ti aiuterà molto quello che mi hai sottratto. Se ti è servito per esercitarti, devi sapere che stai perdendo la dignità. Non sei in grado di provvedere alla tua vita senza ricorrere ai beni di proprietà altrui, questo non è bene. Sei sicuro di aver fatto tutti i tentativi?

Se è la povertà che ti ha spinto ad agire così, sappi che persone molto più cattive di me si stanno organizzando per farla pagare a chi ruba.

Sappi anche che rischi molto in rapporto a quanto rubi, perché quelli che rubano miliardi, spesso non vanno nemmeno in galera. Quelli come te se presi in flagrante o visti con una telecamera, li sbattono dentro e dopo sarai segnato per sempre.

Se sei un ladro che lo fa di lavoro, ti ringrazio perché hai preso due cose senza rompere nulla, mi hai lasciato un poco in disordine, ma va bene, ci ho messo due minuti a rimettere a posto.

Voglio aggiungere che la prossima volta troverai ancora l’auto aperta, cercherò di non lasciare niente di interessante, e allora ti prego non spaccare nulla, fai conto che quella sia la tua auto.

Può darsi tu sia curioso e voglia chiedermi come mai lascerò l’auto aperta.

Voglio dirtelo, sai, sono convinto che viviamo meglio senza preoccupazioni, io non voglio proprio averle, voglio pensare che non debbano esserci ladri, perché il tuo non è un mestiere, è un lavoro sporco, fuori della legalità, pieno di rischi, sono quasi convinto che hai dovuto sceglierlo, e non ti piace.

Come nelle malattie cerco di prevenire invece di curare. Quello che sto facendo è pura prevenzione, la prevenzione non si fa mettendo barricate, ma facendo domande.

Non voglio che tu mi risponda, sarei felice tu possa leggerle e che ti possano aiutare a comprendere.

Voglio aggiungere che non farò nemmeno la denuncia; non trovo più la scatola del navigatore di dieci anni fa e senza la matricola è inutile, poi i Persol tigrati, non sono un pezzo unico, ma abbastanza raro poi di colore verde, e non si vede nessuno con occhiali del genere a giro, li riconoscerei tra mille.

Una cosa voglio dirti: sarebbe spiacevole incontrarti con i miei occhiali.

 

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RECUPERO


fortezza-livorno

RECUPERO

Ho visitato la fortezza vecchia della città di Livorno, la mia prima visita in quei luoghi.

Prima di quel giorno, non avevo la minima idea di che cosa potesse contenere, altre visite, non per turismo, osservavo la fortezza e non mi sono nemmeno mai chiesto se la si potesse visitare.

Nella salita fino alla rocca ho incrociato una signora, questa stranamente mi ha parlato, e scosso la testa.

Mi ha indicato un cumulo di sassi e iniziato a parlare di quel luogo, molto bello, ma secondo lei lasciato andare.

Sassi vicino alla torre, caduti in un’area delimitata ove è interdetto l’accesso ai visitatori.

Nessun danno alle persone fisiche, ma un segnale di aiuto lanciato da un immobile di antiche origini.

Più i luoghi sono grandi e più hanno difficoltà ad essere mantenuti.

Troppo preso ad osservare il panorama, non li avevo notati.

La signora mi ha raccontato di essere livornese, ma quel giorno anche lei nella sua prima visita si era spinta fino alla rocca.

Altre volte invece aveva visitato i paraggi della fortezza, in occasione di eventi.

Ho fatto un tentativo per capire come mai la signora era così sconsolata per quello stato dei luoghi livornesi. L’esca funziona quasi sempre, una affermazione generica dell’orto del vicino è sempre più bello. Ho fatto l’esempio dei giardini francesi di Versailles, visti da entrambi, e dopo esclamazioni di gioia l’ho ricondotta alla realtà.

Le ho fatto notare le nostre buffe rivalità toscane dei paeselli e capannelli, hanno storie ataviche, risalgono alla notte dei tempi, come quelle tra Pisa e Livorno.

Le ho raccontato di miei incontri con francesi i quali hanno manifestato la loro meraviglia per certe cose che secondo loro noi riusciamo a fare meglio. Infine ho introdotto un diverso punto di vista iniziato a parlare di aspettative, tra quello che abbiamo e quello che vorremmo.

Noi stiamo sempre nel mezzo e non siamo mai contenti.

La signora ha insistito sulla necessità di mantenere i propri luoghi in modo decente.

Le ho spiegato che molte cose possono dipendere anche dai “volumi” ad esempio dal numero dei visitatori di un luogo, e non è solo un problema di denaro.

Se ad esempio alla fortezza vecchia venissero ogni giorno 800 o 1.000 persone di sicuro chi si occupa della manutenzione dei luoghi o chi ne ha la gestione si prenderebbe a cuore la sistemazione degli stessi, quindi la prima cosa dovrebbe essere di acquisire una maggiore consapevolezza di quello che abbiamo.

Ora il punto è chi deve fare cosa.

La ho chiesto se devono intervenire gli amministratori del comune, una fondazione o i cittadini a richiederlo, e non ha saputo rispondermi.

Se non ci sono domande, non ci saranno risposte.

Cosa dobbiamo fare per meritarci luoghi più belli ?

Prima di tutto occorre capire di chi sono. Ci sono anche tanti luoghi privati ove gli stessi proprietari non sono in grado di mantenerli e alla fine crollano insieme al disappunto dei cittadini.

Come quando si suicida un condomino e tutti affermano che non aveva dato nessun segno particolare. Magari lo aveva dato, ma nessuno lo aveva capito.

Una caduta di sassi è un segnale e chissà se qualcuno ne coglierà la portata.

Quando si parla di recupero di luoghi storici l’argomento è spinoso, è più facile nominare un elenco di presunti colpevoli che trovare le soluzioni.

Ancora una volta le soluzioni ce le abbiamo già.

Le persone comuni, quando richiedono una attenzione particolare ai loro luoghi, sono le prime a potersi fare carico di azioni di recupero, non chiaramente andando a mettere mestolate di calcina sui muri della torre, ma cercando anche solo di “vivere” quei luoghi, condividerne sui social alcuni scorci o angoli da valorizzare, o qualsiasi altra cosa utile allo scopo.

Buon lavoro a chi vorrà cimentarsi in questa attività.

MORTE


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MORTE

Ogni tanto ne parlavamo in casa. L’argomento era tabù, anche se non di frequente qualcuno parlava di Gisella. Il suo nome evocava ricordi, e quindi la sua fine. Aveva cinque anni quando le diagnosticarono la leucemia. Negli anni ‘60 l’evolversi di quella malattia aveva un solo effetto nefasto : la morte. Il corpicino di Gisella non fece in tempo ad accorgersi della malattia e dei tentativi di cura. La morte arrivò in punta di piedi e se la portò via.
I genitori avevano capito che per la loro figlia non c’era scampo. Gli amici, i parenti cercavano di metabolizzare quella perdita. Fu così che mi ritrovai in casa tante foto dell’amica, compagna di giochi. Nelle foto in mio possesso era stata sorpresa in sorrisi, mentre guardavo quei pezzetti di carta riaffioravano i ricordi. Le foto erano state sistemate con quelle dei familiari, dei nonni e bisnonni, di eroi locali delle due guerre.
Lei così giovane in compagnia di altre foto molto datate, ora avevano qualcosa in comune, nessuno di loro era ancora in vita.
Il concetto nuovo finora mai eviscerato era la morte.
Quando pensi che l’esperienze possano averti già fatto vivere momenti molto difficili e per certi versi da dimenticare, ecco che ti arriva l’ennesima batosta fra capo e collo. Il destino non ti avverte e ti becchi l’impreparato come quando a scuola non avevi fatto le lezioni. Non ci sono scuse.
Di fronte a problemi molti grandi, se possiamo giriamo tutti al largo, e di fronte all’argomento morte …. giro molto largo ! La morte è una delle paure più grandi e già parlarne crea fastidio.
Pochi scrivono di morte. Forse per tenerla lontana, forse per paura, gli scrittori preferiscono trattare altri temi.
La prima cosa che occorre è un gran rispetto, il primo gesto dovrebbe essere come quando si entra in chiesa con il cappello. Occorre toglierselo.
Così a parlare di morte mi verrebbe naturale abbassare i toni e parlare sottovoce, come voler far intendere solo a coloro che vogliono veramente ascoltare e hanno provveduto a zittire i brusii del cuore e della mente.
Se devi andare in montagna a sciare, prima di partire puoi andare in palestra e chiedere una preparazione di ginnastica presciistica; è molto utile per evitare infortuni. Per la morte non ci sono esercizi preparatori, non servono, e parlarne porta solo sfiga.
Quindi cosa farete ? Interromperete questa lettura ? Non siete curiosi di sapere dove vi porterà ?
Riaffiorano i ricordi di Gisella, le foto in bianco e nero sbiadite, i giochi insieme con i secchielli, il vuoto del suo posto a tavola.
E sono ancora lì in una situazione che non mi aiuta, la analizzo, gli do un nome, si chiama “attaccamento”.
Mi sto attaccando a qualcosa che non c’è più, a momenti che non possono ritornare, e non mi servono, non sono utili a chi legge, non servono a nessuno.
So che non devo dimenticare, ma devo smetterla di stare nell’attaccamento.
Finalmente godo della mia situazione, ne ho piena consapevolezza, non posso spiegare come si vince la paura della morte, ma si possono limitare le ripercussioni sul nostro vivere.
Ma non per tutti avviene quel che è accaduto a me.
Tra chi legge queste righe magari pensa ad un proprio caro deceduto, ed è vicino, quasi lo possono toccare, gli parlano, hanno vestiti, scarpe, la voce risuona nelle menti. Fantasie molto precise, ma inutili.
No, non me lo chiedete ! Solo voi sapete come fare, nelle vostre menti una complicata caccia al tesoro, la soluzione in un bigliettino ripiegato decine di volte. Dovrete aprirlo e leggerla ad alta voce. Avete già la soluzione, ce l’avete dentro.
Il premio della caccia al tesoro è un fiume di soddisfazioni.
Quei fantasmi di morti sono la palla di piombo incatenata degli schiavisti.
E’ affar vostro decidere come volete vivere la vostra vita, e non devono essere eventi esterni a deciderne le pieghe e gli sviluppi.
Ogni giorno possiamo girare una pagina del film della nostra vita.

SENZA BIGLIETTO


biglietto-da-visita

SENZA BIGLIETTO

Sono passati quasi venti anni dal primo corso di informatica. Lo chiamavano così l’approccio alla rete, alla navigazione internet a 4800 k/sec, i primi browser, la posta elettronica di Eudora, bei ricordi.
Non esistevano, o erano molto rari gli esperti di database, web editor, web marketing, programmatori html ecc.
A quei tempi c’erano i bigliettini da visita. Dovevi averne uno colorato, la grafica era fondamentale, pochi dati ma essenziali, guai a non avere il cellulare, la mail non tutti ce l’avevano.
La cosa migliore avere qualcosa che lo differenziava, come alcune parti lucide o dei forellini a formare il logo di un’immagine o un disegno in rilievo ; allora quella era un perla e rappresentava valore aggiunto.
C’era chi si faceva anche mettere la foto e allora lo avrei mandato dallo psicologo.
In generale si preferiva vedere la gente in faccia, ascoltarsi, piacersi e finalmente stringersi calorosamente la mano.
Ne è passata di acqua sotto a ponti.
Sono qui.
Con un sito internet a presentare docenti con idee nuove e meno nuove, a dare opportunità a giovani e meno giovani, contattare agenzie formative con i loro enormi bacini di utenze.
Sono senza biglietto, non l’ho proprio fatto, ma sto comunque navigando anzi se mi state leggendo anche voi ci incontreremo.
Possiamo farlo.
Anzi, come dice un mio amico blogger :
– celapossiamofare –

GRU


gru

 

 
GRU

Le alte torri metalliche sembravano ghermire gli immobili della città.
Si poteva tentare di contarle, ma erano troppe.
Erano gli anni del boom edilizio.
Se ci fosse stato materiale meno costoso della sabbia, l’avrebbero usato.
Il lavoro c’era per tutti e faceva percepire sicurezza.
Italiani e giapponesi, i grandi risparmiatori (forse perché avevano perso la guerra ?)
I risparmi spesso convogliati verso l’acquisto di case di proprietà alimentavano il mercato immobiliare.
I mostri d’acciaio protesi a convogliare cemento nei posti giusti rappresentavano l’indice di operosità di un territorio.
Se c’erano gru, voleva dire che c’era lavoro e quindi benessere.
Le gru non hanno avuto molti figli.
Mentre crescevano palazzi in ogni direzione le gru sono quasi scomparse.
Un animale in via di estinzione.
Ci pervade un po’ di nostalgia per quei momenti di intense attività immobiliari.
Vorremmo ritornare a quel benessere diffuso.
Come ha potuto il prodotto di quelle gru elargire tanto benessere ?
Cosa ci è rimasto adesso ?
Nessuno nutre ora le poche gru rimaste.
Quei pilastri di metallo non sputeranno più grandi quantità di cemento sul nostro pianeta.
Sono solo riflessioni alla ricerca di crescite alternative, senza ….gru !

UMILE


alfabetoImg da web

Lezioni per le vacanze : “finire il sillabario di Parise”

Ecco la U !

UMILE

La voce, nel caso di Luigi, rappresenta un punto fermo nel suo carattere.

Flebile, ma decisa. Melodiosa senza essere monotona. Suadente, ma non troppo.

Il sorriso sincero e mai sforzato.

Quando parla con persone, le guarda in faccia, rilassato, ogni tanto abbassa la testa come per proteggersi dagli sguardi altrui.

Se ha ragione, fa di tutto affinché siano gli altri ad attribuirla.

Non l’ho mai visto porsi in posizione di superiorità o di sfida verso gli altri.

Anche se il suo modo di fare può sembrare debole, il suo comportamento è molto ammirato.

Luigi è temuto, senza essere un duro.

Non so quanti vorrebbero avere la sua forza, tenacia, sicurezza.

Nessuno capisce dove Luigi trova queste qualità.

Quando i suoi amici trascorrono le giornate con lui, Luigi non dà a conoscere nulla di sé.

Sa di essere un modello per gli altri, ma non fa pesare questo suo ruolo.

Non è un capo, è solo una persona influente per la sua comunità.

Ce ne fossero come lui !

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foto prelevata dal sito web http://lamenteemeravigliosa.it/lumilta-che-nasce-dal-cuore/#!kalooga-26318/umilt%C3%A0

Io sto con te di Guido Chiesa – 2010


 

Io sto con te di Guido Chiesa – 2010

Mi son messo a curiosare su un elenco di film vecchi non ancora visti, ce ne sono a centinaia, spesso sono catturato dall’immagine, dal titolo, clicco su le informazioni e approfondisco sul voto IMDB o mymovies, se è più di 6.5 decido di guardarlo.

Ho trovato un film di qualche anno fa “Io sto con te” di Guido Chiesa del 2010.

Scorro alcune recensioni del film, noto che è preceduto da un avvertimento :

“si rivolge senza esitazioni a credenti e non”

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=1834

http://www.cultframe.com/2010/11/io-sono-con-te-film-guido-chiesa/

Film tratti dai Vangeli, ne abbiamo visti tanti, ognuno con particolarità diverse. Questo di Chiesa prende in esame la vita di Maria e l’educazione di Gesù.

Maria, ha dalla sua il segreto dell’annunciazione, un matrimonio con un Giuseppe molto più vecchio di lei, ma sopratutto non accetta quanto stabilito dal capofamiglia Mardocheo.

Maria accenna ad Elisabetta della possibile circoncisione del figlio, le comunica che non è disposta a sottoporlo a quel trattamento affermando :

– il Signore ci chiede misericordia, non sacrifici ! –

Maria si oppone alle regole della comunità rurale di Nazareth, è una moglie molto giovane e preferisce andare a Betlemme. Partorirà nel deserto, lontana dagli obblighi della tribù di appartenenza.

Le levatrici le ricordano di non far succhiare al figlio il liquido giallo, in quanto ritenuto impuro e del diavolo, ma lei l’allatta subito.

Il nome Gesù glielo mette lei e non aspetta le regole del capofamiglia.

Le offrono acqua non pura e lei l’accetta anche se sa che non sarà pura per quaranta giorni.

Giuseppe le ricorda l’obbligo di circoncisione e ancora una volta Maria :

– l’hanno fatto a te e ora vuoi farlo a Lui ? – e consegna il piccolo in mano al padre, anche se è ancora ritenuto impuro, secondo le regole del Tempio –

Zaccaria le ricorda che rischia la lapidazione !!!

Arrivano al tempio e risuonano le regole relative all’olocausto, necessario alla espiazione.

Un soggetto femminile afferma la verità e contesta la Legge, oltre all’annunciazione ella sa che dovrà crescerlo ed educarlo interrompendo l’obbligo a ripetere la stirpe, i calcoli, i rituali.

Sono gli esperti curiosi (gli inviati di Erode) che imparano cose nuove da Maria, quando si stupiscono di come mai Maria lasci Gesù libero, e finalmente capiscono che il segreto è quello di una madre che crede nel proprio bambino.

Gli inviati di Erode decidono di non fare nulla e non comunicare nulla al Re.

Erode fa uccidere i primogeniti, è un massacro. Maria riesce a salvare Gesù.

E le domande di Gesù…!

Gesù alla madre :

– ma le scritture possono sbagliare ? –

e Maria :

– sono state scritte dagli uomini, qualche volta vanno bene altre volte no –

La legge infatti ha un intento ed è quello di “dividere” il puro dall’impuro, l’uomo dalla donna, l’ebreo dal gentile, e così via.

I perché di Gesù : Perché raccomandano di picchiare i figli ? Perché le mogli non possono mangiare in compagnia dei mariti ? Perché se non si può uccidere, si possono uccidere i pagani ? Perché si fanno tutti quei sacrifici ?

E va a parlare al tempio con i dottori della legge senza avvertire i genitori.

Gesù non deve mancare di rispetto, tuona Mardocheo.

La paura non porta al rispetto, precisa Maria e incalza con una grande verità :

– I nostri figli non sono rami storti ! –

E Mardocheo non è d’accordo. Affermando che chi trascura la correzione si smarrisce !

Nel film viene dato molto rilievo al lato umano di Maria e di Gesù.

Non voglio in questa sede analizzare la parte spirituale e religiosa, e non ne sono all’altezza per una totale assenza di studi teologici.

Anche io ho voluto aggiungere una riflessione, come quando completi qualcosa, metti la spunta nella lista degli impegni ; “fatto ! “

Per il “cosa mi lascia” colgo l’occasione per inanellare un pensiero rivolto ad un evento nel paese svoltosi Domenica, una festa di più associazioni di volontariato, donatori sangue, polisportiva agricoltori, artisti centinaia di persone a curiosare tra passioni e lavori della comunità.

Gli agricoltori avevano portato piccoli trattori per farli provare anche a bambini di 4 o 5 anni, istruttori sportivi invece si sono adoperati per far provare vari sport.

Bambini, ragazzi e anche adulti a fronte di una specie di ticket avviavano un percorso di conoscenza-esplorazione degli sport che nel paese potevano essere praticati e quindi …bocce, ciclismo, ginnastica artistica, tennis, calcio, pallacanestro, pallavolo, atletica leggera.

Con una persona anziana, abbiamo scambiato le impressioni sulla festa, questi mi ha raccontato che ai suoi tempi giocava a pallone e non avevano che una palla di stoffa, e si ricordava sempre delle lievi ferite quando prendevano la palla con la testa dalla parte della cucitura.

Voleva ricordarmi che non c’era molto da scegliere, c’era quello e basta, ed era già tanto.

Ora c’è molto di più, ma c’è anche un altro pericolo, che il figlio venga indirizzato allo sport del genitore, dove lui era bravo da piccolo o non era riuscito e magari poteva arrivarci il figlio.

Ci siamo messi a discutere sulle scelte dei ragazzi e le loro passioni.

Le passioni sono le loro, non possono essere quelle dei genitori, si possono anche sovrapporre, ma è come se disegnassimo un percorso prima che possano camminare.

Può darsi che sia quello che loro desiderano, ma non è sicuro. Niente è sicuro.

Con quali modalità le scegliamo ? Quanto sono loro a decidere e quanto noi ?

Magari quella più vicina a casa o perché ci va l’amico del figlio.

Quanto tempo abbiamo per scegliere ? A chi ci vorremmo ispirare ? Ci può essere utile rivedere il film di Chiesa ? Chissà.

ALLA STAZIONE


treno

Img dal web

ALLA STAZIONE

Libri, smartphone, tutti a capo chino, osservano senza guardare, come diretti al vuoto.

Solo un capellone occhialuto da sole, sembra cercare uno specchio, per una ennesima approvazione di essere bello davvero. I muscoli della faccia rilassati, seduto su una delle panchine verdi forellate di rettangoli e gambe accavallate in attesa di una lei. Chi sarà la fortunata ?

Un bassotto accoccolato su un obeso padrone ansimando lo osserva curioso, una linguetta sporge dal piccolo muso.

Fioccano telefonate intorno a me, suonerie strane come fulmini in un temporale estivo.

Si alternano risposte e silenzi, poi un treno con grande stridore si ferma al binario 8, davanti al bellantonio .

Non vedo più nulla, dal mio binario 9, con davanti il treno, non posso più vedere chi scende, sale o saluta.

Altro stridore, altro treno, questa volta sul binario 9, non è il mio treno, ho ancora 15 minuti, per scrivere, sembra un eternità.

Accanto a me una simpatica negretta con accento fiorentino. Se non avesse parlato a telefono alla madre avrei provato ad indovinare la nazionalità.

Lei si osserva l’abbronzatura sulle scarpe bianche, anche loro si abbronzano, io non ci credevo, ma è così, e mi sono documentato anche ! Le arriva un altra telefonata e mentre risponde fuma e il vento soffia il fumo tutto verso di me, mi permette di fumare il suo fumo.

Io ho smesso quaranta anni fa, mi dà quasi noia, la nicotina entra prepotente nei polmoni.

I treni se ne vanno, il bellantonio al binario 8 non c’è più e nemmeno il bassotto con il padrone obeso.

La giornata con i suoi trenta gradi ci regala sole e caldo umido, causa la pioggia di stanotte.

Un temporale non è stato sufficiente a far diminuire le temperature.

Un treno in transito sposta l’aria e anche i lunghi capelli di una giapponese con cappellino di paglia.

La giapponese è insieme ad una amica dai lineamenti europei, ma non è italiana, ormai ho lo sguardo esercitato. Si siedono ad una panchina vicino alla mia. Parlano italiano entrambe, incredibile !

Cerco di fare supposizioni sul perché sono lì in stazione, non mi viene a mente nulla.

La possibilità è che abbiamo trovato un linguaggio comune.

Come negli anni cinquanta, quando il latino era obbligatorio in molti paesi europei e studenti francesi e italiani non conoscendo le rispettive lingue scoprivano di poter parlare in quella lingua antica, ma utile all’occasione.

Quando ci si impegna si trova quel denominatore comune, le frazioni si assomigliano con tanti mezzi per formare un intero.

E un ricordo lo conferma. Quando in un viaggio in Turchia conobbi uno spagnolo, parlava benissimo l’italiano, era venuto a trovare un amico turco, me lo presentò, anche lui parlava bene italiano, mi raccontarono di essere studenti della università di Perugia. Entrambi usavano l’italiano come lingua comune.

Una lingua, un punto d’incontro.

Sotto l’orologio del binario 9 un display annuncia il mio treno in arrivo.

Mentre lo vedo in lontananza decido di cambiare la modalità da investigatore-osservatore ad indagine attiva.

All’arrivo del treno scendono decine di viaggiatori, scorgo la giapponese con l’amica europea, salgono sul mio treno che è anche il loro, le seguo.

Si siedono vicino ad un pendolare assonnato e bilioso, c’è ancora un posto, è per me, chiedo se è libero. Mi sistemo cercando di non invadere la loro privacy.

So bene che gli stranieri non gradiscono molto intrusioni sulle loro vite personali, ma le due amiche parlano italiano, spero avranno imparato che oltre la lingua c’è il nostro modo cordiale e socievole di rapportarsi. Sono evidentemente più giovani di me, scopro che sono dirette a Siena, calcolo che ho un’ ora di tempo per conoscerle.

 

SENZA


lavoro-offerte

img dal web , prelevata dal seguente articolo
http://www.italia.co/politica-societa/ocse-occupazione-in-italia-al-peggior-livello-in-occidente-dopo-grecia-e-turchia/

SENZA

Tra pochi giorni festeggio un anno senza lavoro.
Mi viene da pensare alla pastasciutta senza pomarola, alla polenta senza sugo.
Un essere umano senza lavoro è percepito come qualcosa di incompleto.
Abbiamo dei gusti, predisposizioni, attitudini, passioni, ma c’è anche chi ama mangiare senza intrugli aggiunti.
Da piccolo la nonna preparava la polenta per tutta la famiglia. Il pentolone bollente necessitava una mescola lunga e faticosa, e quando la servivano nei piatti la volevo senza nulla, non ci volevo nemmeno l’olio. Volevo goderne il sapore.
Come l’anno di vita senza lavoro, giorno per giorno dedicato a quello che amo di più. E allora leggere, scrivere, viaggiare, incontrare persone di altre nazionalità, parlare le lingue imparate molti anni fa a scuola e mai utilizzate, dedicarsi all’orto, ascoltare musica, vedere films, pubblicare il mio primo libro e altre cose che non avevo mai fatto come ad esempio: osare.
Ho riempito il vuoto dell’assenza di lavoro.
Tra pochi giorni inizierà il secondo anno di mobilità.
No, non ho cercato lavoro. Per il momento voglio continuare a non cercarlo.
La mia idea è di crearlo, come lo scultore di fronte al blocco di creta, o lo scrittore davanti alla pagina bianca.
Dopo le idee ci saranno le azioni, l’area di riferimento è definita : la formazione.
Fatemi gli auguri 🙂
Domani è anche il mio compleanno !

IL FOGLIO


foglio - cappello-di-laurea-e-diploma

Img dal web

IL FOGLIO

Occorre tempo prima di consapevolizzare un comportamento o una consuetudine.
Da troppo tempo ormai, forse dal dopoguerra è andata crescendo l’attenzione al “foglio” , il documento in carta con l’attestazione del diploma, della laurea.
Il pezzo di carta più importante delle persone.
Titoli, invece di abilità.
Accessi preclusi agli sprovvisti del foglio.
Imbarazzo, disagio per coloro che non riuscivano ad ottenerlo.
Come quando arrivi ad una frontiera e non hai il passaporto in regola, ti rispediscono a casa, l’umiliazione, la sconfitta.
Il foglio prima della persone, fa ancora la differenza.
Ecco le scuole, le certificazioni altisonanti e documenti necessari, prima delle persone.
Come api attirate dal nettare, in presenza di corsi di formazione ancora tutti orientati prima a capire se esiste il rilascio della certificazione oppure no.
La caratteristica secondaria e accessoria diventa requisito essenziale.
Tutti a chiedere l’apparire e non l’essere.
La storia si ripete.
No, non diventerete altre persone frequentando i corsi che più vi piacciono, ma se quei percorsi vi aiuteranno vivere al meglio nei corpi che occupate, potrete fare anche a meno del foglio.