Lo stagista inaspettato di Nancy Meyers 2015


 

Lo stagista inaspettato di Nancy Meyers 2015

Le mie recensioni non sono riassunti del film, devo averlo già detto, quelli che recensisco mi son piaciuti altrimenti non avrei pubblicato nulla. Il film in questo caso mi serve come una molla, uno spunto, un’idea. Si tratta di un film sullo scarto generazionale al tempo delle start-up milionarie.

I personaggi principali Ben (Robert De Niro) e Jules (Anne Hathaway); il primo vedovo in pensione, piuttosto benestante ma essenzialmente annoiato, la seconda, brillante fondatrice di un sito di e-commerce che commercia in abiti femminili ci propongono scene capaci di farci sorridere.

L’azienda di Jules ha lanciato un programma secondo il quale vanno assunti almeno due ultra-sessantenni in qualità di stagisti. Ben si candida e spiazza gli altri concorrenti, per lo più messi molto peggio.

Trovo originale l’idea dello stagista ultrasessatenne e come questo venga utilizzato nell’azienda di Jules.

Infatti Ben riesce sfoderare un po’ alla volta le capacità organizzative e di comando che gli permetteranno di guadagnarsi la stima dei colleghi.

Riesce a dare il meglio di sé anche alla sua età e i colleghi lo utilizzano a piene mani.

Robert De Niro è uno che tende a fare “cassetta”, si è reinventato i personaggi dei suoi film, come l’ha fatto Terence Hill con Don Matteo, e un po’ per l’età un po’ per l’esperienza, i film come Taxy driver e Toro scatenato l’hanno reso famoso, ma ora lui è un altra persona. Nel film è proprio quello che ci voleva, con la sua eleganza, i suoi modi vintage, riesce ad ammaliare e convincere.

Una ciliegia tira l’altra e i discorsi portano al motivo della recensione.

I film talvolta sono delle sfide, prima hanno fatto il film di un viaggio sulla luna e poi ci siamo andati.

Forse bisognava fare fare un film con uno stagista anziano per capire che talvolta lo stagista può insegnare e anche molto bene.

Come nella politica, quando giovani rampanti vorrebbero imbarcarsi in avventure elettorali e vengono stoppati dai senior di turno, e tocca sempre a loro, poi qualcuno si lamenta che non c’è ricambio… “Non è il tuo turno, devi aspettare”, e quando magari arriva, è troppo tardi.

Gli stagisti sono appetibili fino a 30 anni, poi diventano troppo vecchi e non piacciono più.

L’età migliore è quella già trascorsa.

Allora diamo un’occhiata alle leggi italiane e a quanto si fa per i giovani, tanto, forse troppo e magari qualcuno pensa che è ancora poco.

Il problema è un altro. Facciamo una ipotesi : il film è una favola che finisce bene perché si utilizza un anziano con esperienza, la start-up ne beneficia e migliora vendite.

La relativa tesi è che gli sforzi per impiegare i giovani al lavoro sono nulli se non si creano le condizioni favorevoli sul lavoro e se sono solo i vantaggi economici a motivare l’assunzione dei giovani non si va da nessuna parte.

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LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT


jeeg robot

Img dal web

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Ce la posso fare. Anni fa mi ripetevo : – non mi piacciono i film cruenti e non andrò mai a vederli.-
Nella vita si cambia, cambiano gli interessi, gli obiettivi, aumenta la voglia di scoprire.
Eccomi in sala a vedere un film di gang, omicidi a go-go e altro, diretto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti.
Ci vedo come due storie parallele, quella del cartone animato al quale il film si riferisce e quella della bassa delinquenza di borgata, condita da ruoli di pazzia ed esagerazione.
Le scene violente non disturbano più di tanto, l’attenzione si focalizza sul cartone, sulla invulnerabilità del protagonista Enzo Ceccotti, il pregiudicato della borgata Tor Bella Monaca contagiato da sostanze radioattive che gli conferiscono l’invulnerabilità.
Quando se ne rende conto comincia ad usarla per sé, ma come gli racconta Alessia, la figlia di Sergio, il compare deceduto in una azione di recupero di sostanze illegali, non è quello il suo destino. Il suo compito è salvare gli altri. In un primo momento non riesce ad essere contemporaneamente umano ed eroe.
Enzo è un personaggio senza passato e senza futuro, l’arrivo dei poteri è qualcosa che lo sconvolge. Il suo rapporto con Alessia non è dei migliori, prima la salva dalla banda di ladri e trafficanti di droga capitanata da Fabio Cannizzaro detto “lo Zingaro” e gli nasconde la morte del padre per non creargli traumi, la ragazza infatti ha problemi psichici e lo riconosce come un eroe del cartone Jeeg robot d’acciaio.
Enzo Ceccotti, l’uomo diventato eroe, ricerca con molta difficoltà la ragione di essere lì, finalmente la ritrova nel cartone visto e rivisto da Alessia.
Scene di crimini efferati diventano fruibili, forse più accettabili della scoperta di Enzo del torbido passato di Alessia, non scelto da lei.
La similitudine con il cartone fa sperare un finale da cartone, non mancano colpi di scena con lo Zingaro e un clan di camorristi napoletani non meno truci di lui.
Sull’orlo del precipizio, come un racconto senza finale, sembra risuonare una domanda :
– spettatori, ma…. Voi perché siete qui ? –
e un brivido mi è corso lungo la schiena. Il film è finito. Vale la pena vederlo, ora anche un nuovo corso di film italiani può limitare lo strapotere di film americani.

UN REGISTA DUE RECENSIONI


UN REGISTA DUE RECENSIONI

Del regista Eran Riklis tempo fa mi ero ripromesso di recensire un gradevole film : IL GIARDINO DEI LIMONI del 2008.
Lo faccio adesso, meglio tardi che mai, ma nel frattempo scopro che lo stesso regista ne ha fatti altri e…. proprio ieri ho visto : IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE del 2010
Non ce la faccio a stargli dietro !!!
Nello stesso post vorrei oggi …recuperare. 🙂

https://www.youtube.com/watch?v=aFj5Uuy9liI

IL GIARDINO DEI LIMONI del 2008.
Salma Zidane, una vedova palestinese di mezza età, vive dei suoi limoni, che coltiva in un giardino appartenente alla sua famiglia, mai coinvolta in azioni terroristiche, da svariate generazioni.
Il Ministro della difesa israeliano si trasferisce in una casa vicina a quella di Salma, la donna ingaggia una battaglia legale con gli avvocati del Ministro che, per motivi di sicurezza, vogliono abbattere i secolari alberi di limoni nel suo giardino che rappresentano il suo unico sostentamento.
Nella battaglia legale la supporta un avvocato trentenne divorziato. In aiuto di Salma si prodiga anche la moglie del Ministro, stanca della vita solitaria e per gli impegni del marito. Si prende a cuore il caso della vicina.
La violenza è percepita, ma mai mostrata. In tutto il film ci sono solo degli scoppi senza alcun danno.
La lotta in difesa dei limoni diventa simbolica, si sposta l’attenzione al frutto, quando invece il problema è il terreno, il muro che divide ed è cagione di ogni male.
Non se ne parla, prima di tutto viene il muro, la sicurezza, non ci sono altri argomenti. Non si ascoltano le necessità delle persone, anche se i limoni c’erano prima del muro e anche i proprietari del terreno. Non ci si può aspettare una happy-end all’americana. La fine la immaginiamo, per ora è ancora quella.

IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE del 2010
Eran Riklis si trova ad adattare il best seller di Abraham Yehoshua, l’irrisolto e atipico “Il responsabile delle risolse umane”. Anche il regista come l’autore del libro non mettono in risalto il terrorismo, anche se è il tema di avvio del film.
L’ennesimo attentato scuote il centro di Gerusalemme. Tra i cadaveri c’è quello di una donna senza documenti.
I suoi resti giacciono per oltre una settimana nell’obitorio senza che nessuno chieda di lei. Una busta paga di un importante panificio svela il nome della vittima sconosciuta, si tratta di Yulia, una lavoratrice straniera licenziata un mese prima. Inizia un linciaggio mediatico sul panificio. Il panificio incarica il responsabile delle risorse umane (innominato come gran parte dei personaggi) del riconoscimento del cadavere e del successivo rimpatrio della salma.
Ecco che l’ambientazione del film cambia completamente verso un paese riconoscibile nella Romania o Russia.
Il responsabile desidera portare a termine la missione di consegna della salma di Yulia, ogni volta sembra ci sia una svolta decisiva, non manca la tensione, alleggerita da episodi curiosi.
Tra telefonate a casa alla moglie e i colloqui con il giovane figlio di Yulia il responsabile cerca dentro di sé le risorse umane più profonde per vincere la durezza del proprio cuore e ricominciare a vivere. Sa di avere tra le mani il futuro dei dipendenti, si è però costruito una scorza troppo dura che rischia di non essere più in grado di valutare le loro prospettive.
La titolare del panificio gli ha proposto il viaggio per riconsegnare una salma. Si tratta di un modo per staccare, ma sa di averlo inviato in una missione che è bel altro, è un viaggio interiore.
Il responsabile lo scopre solo alla fine del film, che non vi racconto.

ROARING CURRENTS


Roaring-Currents-poster

ROARING CURRENTS di Han-min Kim – 2014

Ecco il film che ha più incassato nella storia del cinema coreano. L’evento centrale del film è molto conosciuto in patria (praticamente è come fare un film di grossa produzione in Italia su Garibaldi).
L’Ammiraglio della flotta coreana affrontò con sole 12 navi la flotta giapponese, la quale ne contava più di 300.
Grazie alla sua conoscenza delle coste della penisola, egli attirò in trappola gli avversari nello stretto di Myeongryang, dove il peculiare flusso e riflusso delle maree creavano gorghi violentissimi, che impedirono alle navi nemiche di manovrare liberamente. La corrente è forse, simbolicamente, la vera protagonista del film. Già nel titolo il richiamo al tema delle maree e dell’acqua (metafora molto presente in tutta la cultura orientale) è ben chiaro: la corrente può essere avversa o a favore ma ha sempre una propria direzione.
Come dimostra la strategia dell’ammiraglio, è molto più sensato scegliere di seguirla e usarla a proprio vantaggio, che non cercare di dominarla o, peggio, remarci contro. La corrente ha una forza superiore, davanti alla quale non possiamo che arrenderci e allo stesso tempo affidarci, consci che prima o poi, in un senso o nell’altro, cambierà di nuovo. Questo non significa esserne completamente in balia ma, conoscerla, rispettarla e saperla affrontare.
L’Ammiraglio Yi Sun-shin inflisse innumerevoli sconfitte alla flotta nipponica tra il 1592 e il 1598. Considerato uno dei migliori comandanti navali di tutti i tempi ed eccelso tattico e stratega, egli morì imbattuto, colpito da una pallottola d’archibugio durante la battaglia di Noryang.
Non sono un amante dei film di guerra e mi sono apprestato a vedere questo film con un interesse molto limitato.
Non sono nemmeno un conoscitore della vasta gamma di effetti speciali e quanto questi possono influenzare sulla valutazione globale del film.
Ho visionato wikipedia, la ricostruzione storica del relativo periodo sembra essere abbastanza fedele.
Il film è stato apprezzato molto in Corea e sembra essere meno conosciuto nel resto del mondo.
Molte parti sicuramente sono esagerate, ma i coreani sono riusciti a realizzare un intero film su una sola battaglia. Una battaglia che però ha deciso l’esito della guerra corea-giappone del 1597.
La conoscenza del mare, degli elementi, i coreani giocavano in casa, il condottiero Yi Sun-Shin sapeva che non bastava. Doveva cancellare la paura nei suoi soldati. Di fronte a tanta determinazione la paura è cresciuta anche nel nemico.
Mi ha impressionato la scena della distruzione del villaggio coreano per mano dei soldati coreani stessi (su ordine dell’ammiraglio Yi Sun-Shin) . Il popolo coreano ha accettato il “vuoto”, ha capito che la sua unica speranza era lottare e doveva lottare in mare, la paura è diventata un’arma amplificando il coraggio di ognuno di essi.
Alla fine non mi è sembrato un film solo di guerra, ma di sentimenti come coraggio, lealtà e tutte insieme hanno scritto un finale superbo per la gioia dei coreani.